Gli Osservatori veneti: Numero VIII

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No VIII.

A dì 27 febbraio 1762.

Zitat/Motto

. . . . . . . . . . . . . . coscïenza m’assicura,
La buona compagnia che l’uom francheggia
Sotto l’usbergo del sentirsi pura.

Dante, Inf., c. XXVIII.

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Allegorie

Momo fu sempre censore delle opere degli Dei, e principalmente di quelle di Giove. Mai non gli parea che quel sommo imperadore dell’Olimpo avesse fatta cosa che stesse bene affatto, e tuttavia il figliuolo di Saturno gli prestava orecchio volentieri; e se le censure di lui aveano in sè qualche cosa di ragionevole, ne facea conto; s’erano cose da non farne caso, se ne ridea, e giudicandolo un pazzerone ed un cianciatore, lasciava andare l’acqua alla china, e se ne curava come se i pareri di lui fossero stati starnuti.

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Dialog

“Giove, tu hai fatto,” gli diceva un dì Momo, “gli uomini pieni di falsità e di malizia: almen avessi tu fatto anche loro un finestrino nel petto, per il quale si vedesse l’animo loro e si potessero guardare l’uno dall’altro.” – “Io ho dato loro il cervello,” rispondeva Giove, “con la cui arguzia possono benissimo comprendere quel che pensa il compagno; e se ci fossero finestrini, come tu di’, non avrebbero mai imparato a parlare, perchè fuor per le invetriate si vedrebbero proposte e risposte; il mondo sarebbe una cosa mutola e morta.” – “E perchè hai tu fatto,” diceva Momo, “i buoi con le corna di sopra e gli occhi di sotto, che se hanno a ferire, non veggono dove cozzano?” – “Perchè egli è bene,” diceva Giove, “che i colpi delle bestie vadano all’aria il più che si può.”
A questo modo continuamente erano rimbeccate le opere del padre degli Dei dal satirico Momo, il quale ritoccava sempre, non rifiniva mai, e ritrovava il pelo nell’uovo. Avvenne finalmente un dì ch’egli corse tutto smanioso e caldo innanzi all’aspetto dell’adunatore de’nembi, e gli disse con altissima voce: “E tu che ti stai qui tutto lieto e pieno di boria delle cose grandi che hai fatte, volgi la faccia allo ingiù, e vedi le belle operazioni degli uomini. Nota bene. Ne vedi tu uno che cheto sia? Vedi tu colà quelli che colle spade nelle mani si vanno incontra per isgozzarsi? e in quell’altro loco quelli che, pregiando sè medesimi solamente, calpestano tanti altri, come se non fossero della propria loro spezie? e quelle rapite donne? e que’giovani scapestrati, che nulla curandosi della pratica e sperimentata vita de’padri, fanno il peggio che possono, e credono d’aver ragione? Vedi tu tranquillità in luogo veruno? E tuttavia non è alcuno di loro che non creda, così facendo, di correr dietro al suo maggior bene. E in fine che vedi tu altro che lagrime, dolore, inquietudini e disperazione? Bella cosa hai tu fatta! Vedi come se ne vanno a torme quelle sciagurate passioni con le bandiere spiegate in mano, con quelle torce nere ed ardenti appiccando il fuoco da tutt’i lati, e accendendo que’tapinelli i quali le seguono come loro capitanesse, e tengono per fermo di esser da quelle alla beatitudine guidati? Che te ne pare? Almen che fosse, avestù procacciato a quegli sciagurati qualche riposo, mandato sulla terra qualche ingegnoso e valente abitatore di quassù che gli dirozzasse, che togliesse loro di dosso quelle scaglie de’rozzi e bestiali costumi, e traesse la maschera di quelle passioni che, non conosciute, vengono stimate tutto quel bene che hanno”. Giove con le ciglia aggrottate e pensoso ascoltò il ragionamento del suo censore, e stato così un poco sopra di sè, senza però dirgli che avesse ragione, perchè non conveniva alla signoria sua, fece così mal viso che l’altro cheto cheto si tolse di là, temendo di qualche sua rovina. Intanto il sovrano scagliafolgori rugumando fra sè quello che potesse fare, rivolse il pensiero a molte cose, e in fine gli venne in mente che fra gli Dei aggiravasi una bellissima fanciulla, tutta splendida ed aggraziata, la quale Virtù si chiamava, così cara a tutte le deità, che ne’loro concili la faceano sedere ne’loro dorati seggi, e spesse fiate la richiedevano del suo parere nelle più importanti faccende. O altissima abitatrice de’cieli, io non posso fare a meno di non esclamare, quando mi viene in mente il tuo santo nome, e di non lodare col cuore e colle voci le tue egregie qualità, le quali se fossero, come pur si dovrebbe, conosciute dal mondo, non sarebbe alcuno che preso dalla tua mirabile faccia, abbandonato ogni altro pensiero, non ti corresse dietro con amoroso struggimento. Ma quando fu mai che sulla terra fosse il vero bene conosciuto? Comecchè sia, l’altissimo Giove, fatta venire a sè la maravigliosa fanciulla, in questo modo le disse: “Tu vedi, mia carissima figliuola, quanti pensieri mi abbia fino al presente dati la stirpe degli uomini, e da quante parti le scellerità loro, salendo alle nostre abitazioni, m’intorbidino l’aspetto, e quante querimonie mi assordino con continuo assedio gli orecchi. È tempo ch’io ponga qualche riparo a que’mali che crescono di giorno in giorno, e che alla fine sarebbero senza rimedio veruno, se io non prendessi qualche vigoroso spediente contro la loro baldanza. Egli è il vero ch’io avrei nelle mani le folgori, che potrei premere le nubi e rovesciare sopra di quelli tutte le acque, o, crollando da’suoi fondamenti la terra, seppellire ad un tratto una generazione piena d’ingratitudine verso cotanti benefizi da me ricevuti. Ma viva, dappoichè vive, e si accresca. Io penso di non gastigare, ma di mostrare il suo meglio a quella stirpe; e tu dèi essere quella, che scendendo di qua su, dèi servire a cotanto ufficio. Da te dee nascere l’aiuto e il sussidio che dee contrastare a quella turba di passioni, che imperversando fra i popoli mettono ogni cosa sozzopra, e hanno già fatto del mondo una boscaglia ripiena di genti salvatiche e fra sè nemiche. Va’, figliuola mia, e lasciando per qualche tempo la dimora celeste, provvedi che la terra sia quieta e tranquilla. “Ma perchè la cosa ti riesca a quel buon fine che da me sarebbe voluto, vieni qua, e mira da questi altissimi luoghi quello ch’io costaggiù ti dimostro. Vedi tu quel giovanetto di aspetto bellissimo, il quale non istà mai saldo in un luogo; ma ripieno d’incessante curiosità or a questa cosa, ora a quella volonteroso si volge? E osservi tu ch’egli pare che spiri, se quella fra poco non possiede; e appena l’ha posseduta, che venutagli a noia le volta le spalle, e ad un’altra correndo dietro con lo stesso fervore, fa lo stesso di prima? Egli innamorato or di questa, or di quella delle passioni, di tutte fu infino a qui innamorato, e de’suoi non legittimi incendi nacquero parecchi vituperosi figliuoli, Disonore, Inquietudine, Rabbia, Pentimento, e tutta quella perversa famiglia che con raffi, ugne, morsi, e con mille altri strumenti da offendere, è intorno a’meschini abitatori del mondo. Non è però ancora ammogliato. Buon pel mondo, che non ritrovò in cui arrestare le voglie sue perpetuamente, e che nessuna delle sfacciate femmine ha potuto con le sue false bellezze incatenarlo. Tu sola con la tua perfetta e solida bellezza potrai con legittimo vincolo a te legarlo. Il nome suo è Desiderio. Va’, mostrati a lui, stringilo in perpetuo nodo alla tua celestiale formosità, e da’una prole alla terra che faccia contrasto a’mostri che l’hanno fino al presente travagliata. Desiderio a Virtù congiunto può solo esser la salvezza del mondo”. Chinò il capo la bellissima fanciulla alla volontà di Giove, e lasciate in breve le celesti abitazioni, discese in terra, ripiena di quello splendore che arrecava seco dall’empireo. Dirò io mai, lingua mortale, e intelletto ingombrato dalle ossa e dalle carni, qual fosse la sua divina bellezza? Io non ho cosa intorno, dalla quale possa trarre con l’immaginazione lineamenti da dipingere la venustà di lei; e se la vedessi, non ha nè l’italiano, nè altro linguaggio ritrovati vocaboli che la potessero esprimere; e il valersi degli usitati non gioverebbe. Pensi ognuno quella bellezza che più piacque fino ad ora agli occhi suoi, e vi aggiunga quanto l’intelletto gli può suggerire, e non sarà giunto ancora a immaginare una menoma parte delle qualità della divina fanciulla. Venne dunque Virtù sulla terra; e dinanzi alla faccia di lei, come innanzi all’aspetto del sole una leggiera nebbia, sparirono le abbattute passioni, che non poterono sostener la sua vista. Ma che dirò dell’insofferente Desiderio, quando gli s’offerse l’aspetto di lei? Mai non avea veduta cosa che tanto gli piacesse. Un disusato fuoco gli si appiccò nelle viscere, non sapea più che farsi: e quello che mirabile parea a lui medesimo, si era che quella sua pronta e sfacciata lingua non ritrovasse parola da dirle; che que’suoi baldanzosi occhi non ardissero di guardarla in faccia, e che quel suo cuore cotanto nelle dissolutezze e licenziosità avvezzo, gli battesse nel petto come se mai più donna non avesse veduta. Stavasi innanzi agli occhi di lui Virtù con quel nobile e maestoso contegno che conveniva alla sua grandezza, fino a tanto che finalmente, co’sospiri piuttosto che con le parole, il giovane le fece il suo foco palese. A cui ella, rinfacciandogli prima le sue passate pazzie e dettogli il supremo volere di Giove, promise la fede sua, ma non prima che lo vedesse della sua sregolatezza pentito, e mondato molte fiate nel fiume dell’obblivione de’suoi passati disordini. Del maritaggio suo a poco a poco nacquero l’Onore, la Gloria, la Tranquillità e tutta quella prole che fece e fa ancora contrasto alla cecità delle passioni, e rende chiara la fama della Virtù al Desiderio congiunta.
Ragionamento del Mancino

Zitat/Motto

Questa è lodevol gara: porta invidia
Il vasaio al vasaio, e il fabbro all’opera
Dell’altro fabbro, e l’uno all’altro povero,
Onde i poeti anche tra lor contendono.

Esiodo.

Non mancavano anche a’tempi di Esiodo certe letterarie contese intorno alla poesia. Si può vedere a’versi soprallegati che i poeti si attaccavano l’uno contro all’altro bruscamente; imperciocchè egli pare che dir voglia che, alla maniera de’fabbri e de’vasai, i propri parti volessero sostenere essere assai da più che quelli de’loro competitori. Questa era gara assai lodevole, e uno sprone per correre sempre più alla perfezione. Ma oggidì si vede che sì commendabile usanza è peggiorata, e fa scapito all’umana intelligenza. Non più si veggono a far contesa poeti e poeti, ma fabbri, vasai e altre sì fatte genti a’poeti muovono guerra.

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Exemplum

Di ciò ebbi certissimo argomento poche sere fa in un luogo, dove si tenea ragionamento di un certo accademico Granellesco, e dicevasi del suo buon gusto e del suo fine discernimento nelle lettere toscane. Inopinatamente uscì in campo un uomo, il quale tanto ha che fare con la poesia, quanto le tenebre col giorno; e guardando con occhio bieco i circostanti, aguzzò la lingua contra l’onest’uomo ammirato dagli altri, e trattosi dalle tasche un sonetto fatto dall’accademico, quindici anni fa, in lode di Venezia sua patria, cominciò a farne il maggiore strazio del mondo. Qual ragione egli si avvisasse d’avere, io nol so. Posi ben mente che la sua non era diritta censura, ma irragionevole satira, imperciocchè non diceva egli mai parola intorno allo stile ed ai sentimenti; ma usciva per lo più con tuono magistrale in queste voci: “Si può far peggio! può vedersi peggio!” Zolfa, secondo il mio parere, assai facile, e che per cantarla non si ha ad affaticarsi troppo l’ingegno.

Metatextualität

Ai lettori di questo foglio metterò sotto gli occhi il sonetto.

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Sessanta lustri, oltre i dugento interi Scorsero, e più, dacchè nascesti eletta Per albergo di Pace, e in te ristretta Giustizia nutri, e in lei ti specchi e speri: Bella sempre, e d’onor piena, e di veri Pregi adorna, e di gente inclita eletta Madre e d’eroi, città magna; diletta Al ciel più ch’altra che imperasse e imperi: Venezia, dolce mio nido, la terra Tutta ti riverisca, e pace acquisti. Te facendo sua gioia e sua regina. Iddio sia teco sempre, ed aspra guerra Porti ed irreparabile ruina A chi scemi tua laude, e ti contristi.
Dirittamente per lodare la sua patria mostra l’autore nei primi quattro versi qual sia la sua antichità, e che fu eletta da Dio per albergo di Pace, che nudrisce Giustizia, e si specchia e spera in essa da tanti secoli. Nel secondo quadernario, niente il vero eccedendo, e con magnificenza eroica, tocca i pregi e gli onori di lei, e la grandezza de’suoi figli, e ch’essa è al cielo più diletta di quante città avessero ed abbiano imperio; pensiero espresso con quella risoluzione che la verità richiede. Tutti questi pensieri con sospensione a Venezia indirizzati, l’autore chiude nel principio del primo ternario dicendo: Venezia, dolce mio nido; quindi passa a dire che la terra tutta le porti riverenza, e pace acquisti, avendola per esempio. Finisce poi da poeta cattolico, che non ha mestieri per nulla di ricorrere a favole immaginate, dicendo: Iddio sia teco sempre ec. Pensiero nel vero, che mirabilmente chiude gli altri dettati di sopra, e che dà un’aria di amore alla patria e di cristiana magnificenza a tutto il sonetto.
Quanto io scrissi non da passionato amico, ma da verace ammiratore dell’autor del sonetto, si prenda per un giudizio che può andar errato, e sia lecito a chiunque sentirne checchè vuole.