Cita bibliográfica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero I", en: Gli Osservatori veneti, Vol.1\01 (1761-02-03), pp. 437-441, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3562 [consultado el: ].


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No I

A dì 3 febbraio 1762.

Ragionamento del Velluto

Accademico Granellesco

fatto da lui a’suoi tre compagni Osservatori
e a tutti gli altri confratelli dell’Accademia.

Serve di prefazione.

Nivel 2► Metatextualidad► Eccovi, o cari e da me molto amati compagni, assegnato il terreno; delineate in esso, anzi quasi cavate le fondamenta, additatovi il luogo dove si hanno a cuocere i mattoni; è apparecchiata la calce, preparata la rena. Mano alle cazzuole, alle martelline, si soprappongano l’uno all’altro i sassi, facciasi che sien bene l’uno all’altro vicini, non escano [438] mai del filo dell’archipenzolo; si alzi la fronte all’aria del proposto edifizio. L’architettrice fantasia vi guidi nel fare una vistosa prospettiva di fuori; ma sia regolato l’interno dal sodo e massiccio ingegno, sicché si aggiunga all’allettamento dell’occhio un’agiata e salutifera abitazione, a cui sieno bene compartiti i raggi del sole e l’aria salubre. Non sieno da voi dimenticate le magnifiche sale, per le quali si possa alle volte spaziare, non le comode stanze nelle quali ritrovasi l’asilo più usuale; ma ricordatevi con esse anche la galanteria degli stanzini e dei piccioli gabinetti ne’quali, quasi in puliti e risplendenti gioielli, è raccolta tutta la grazia e il garbo dell’arte. Cucina, tinello, volta, tutto vi sia; e tutto così bene armonizzato, che sembrino tutti i luoghi affratellati insieme, e cospirino amichevolmente a formare un solo edifizio, vario, dilettevole, ed in cui piaccia agli abitatori l’intrattenersi più che in qualsivoglia altro albergo. Sapete voi a cui lo rizzate? Vi cadde mai in mente chi ne dee esser signore? Lo Incantesimo. Egli, sì, egli è colui che ne dee essere il padrone, ed in esso vuol riporre tutto il suo avere e tutte le sue ricchezze. Se vi riesce di rizzarlo e distribuirlo in guisa ch’egli deliberi di farvi la sua dimora, vedrete le continue accoglienze ch’egli farà a’novelli ospiti, quanti di giorno in giorno accorreranno a visitarlo, le feste, i sollazzi, il ridere delle brigate, la contentezza e l’allegrezza comune. Ogni dì si vedranno genti a godersi dalle finestre le belle vedute, a considerare l’artifizio degli architetti anche nelle più minute operazioni, a commendare l’agio ed il diletto dello stare, del passeggiare e di tutti gli altri usi e piaceri che ritrar si possono da una fabbrica guidata al suo fine con intelligenza e sveltezza nella esecuzione.

Ma usciamo oggimai degl’indovinelli, e levataci via la maschera dalla faccia, ragionisi non più di fabbrica, ma di libro. Voi avete al presente, o compagni, alle mani un’opera nella quale, se voi volete che gradita sia, tutte si debbono raccozzare insieme quelle condizioni che nell’allegorico edifizio sono brevemente da me state tocche. Se io avessi a fare con altri capi meno intelligenti dei vostri, vi guiderei quasi a mano, facendovi il confronto parte per parte di un libro con l’immaginato edifizio. Ma voi non siete di quelli i quali abbiano bisogno di caritative mani che reggano i passi vostri tenendovi per due cordelline appiccate dietro alle spalle, acciocché non diate del ceffo in terra. Ognuno di voi è spoppato non solo e uscito di pupillo, ma danza con molta perizia, e sa fare le capriuole e i salti perigliosi e mortali con maraviglia di ognuno. Eccomi, non so come, caduto un’altra volta a [439] parlare per figura. Volli dire che siete uomini capaci di fare ogni prova, che avete l’immaginativa esercitata e pronta, l’ingegno pieno di buone e sane meditazioni, e la mano spedita nello scrivere i concetti vostri con uno stile piano, facile, e, quando occorre, vigoroso e sublime. Oltre a tutto ciò fiorisce in voi quella benedetta giovinezza che dà tanto garbo e così pulita vernice a tutte le cose. Qui l’Osservatore non ci ode, e possiamo dirlo fra noi: s’egli non è vecchio ancora, comincia però a sfiorire, e non poteva ogni settimana durare con la stessa forza nel comporre due fogli; nè poteva ogni volta vestire i pensieri suoi con quelle nuove invenzioni che sono l’anima delle scritture. Gli siamo però obbligati che ci aperse la via; nè pensate perciò ch’io lo voglia biasimare giammai, essendo egli così mio buon amico particolarmente, quanto è amico di tutti voi che qui mi ascoltate. Anzi io vi esorto quanti qui siete, a non dipartirvi dalla strada da lui tenuta, e principalmente nel variare gli argomenti ad ogni vostro potere, e nel non prendere giammai di mira persona particolare nelle vostre scritture. Mi ha egli affidato il modo osservato da lui, ed io ve lo dirò; facciane poi ognuno quell’uso che vuole. Usciva egli di casa solo e pensoso, rivolto nel suo mantello, e postosi in cammino per le vie con gli orecchi aperti, stavasi attento a tutte le parole che si dicevano da chi andava, da chi fermavasi, da chi ragionava nelle botteghe, fino a tanto che gli feriva l’udito qualche sentenza, qualche breve questioncella, qualche voce che contenesse in sè sentimento; la quale tosto ghermita da lui col cervello, dentro ne la ritenea, e fattala quasi semente di suo argomento, vi lavorava con la fantasia intorno, cercando e meditandovi tutto quello che gli parea che vi si potesse adattare; e riconoscendo per suo maestro colui che avea ritrovato a caso a parlare, rinveniva il cuore umano generalmente nella parola profferita da un solo. Lungo sarebbe a dire quante volte una femminetta con una tela in capo fu la filosofessa che ne lo soccorse; e molti obblighi confessa di avere ai bottegai, agli artisti, a’portatori di pesi, e fino agli accattapane, i quali non sapendolo essi punto, gli somministrarono di che riempiere i suoi fogli. Non è la filosofia morale compresa ne’brevi confini de’libri, o in quelle sole persone che con gli studi hanno procurato d’intenderla; ma la si ritrova propriamente nel cuore degli uomini, occulto e buio per sè, ma che inopinatamente sbuca e si lascia vedere quando men sel crede; onde chi lo vuole intendere, dee starsi attento a guisa di chi pesca per tirar su la sua preda appiccatasi all’amo. Una parola dunque alle volte risveglia materia per un lungo trattato, ed è, come dire, il capo di una matassa, che quando si è ritrovato, trae dietro a sè il continuato filo di quella sino alla fine. Di che si dee comprendere che la sola meditazione è quella che ingrossa gli argomenti, senza la quale egli è impossibile lo andare avanti, o almeno il non riempiergli di borra e di vento. Questo modo posto in pratica da lui, e comunicatomi all’orecchio, l’offerisco a voi, o compagni miei, pel migliore. Non vi date un pensiero al mondo di ripescare ne’libri quello che avete a dire, e molto meno di esplorare i casi particolari delle case altrui, nè i difetti de’vostri conoscenti: ma usciti la mattina di casa vostra, chi qua, chi là, con un taccuino intellettuale, prestate orecchio a quello che udite per le vie così d’improvviso; che se starete bene attenti, ritroverete tanta alterazione negli animi di chi va e viene, che vi basterà a cogliere gli argomenti vostri. Quando gli avete segnati, allora è il tempo [440] di razzolare dentro a’vostri cervelli, e ritrovarvi il meditato e lo studiato di prima, per creare le ossa, i nervi e le polpe, e per dare spirito e vita al novello corpo che vorrete formare. Ricordatevi sopra tutto, che a guisa di una statua scarpellata da perito maestro, abbia in sè tutte le sue belle e giuste corrispondenze, e che vi si vegga una regolata dipendenza dell’un membro dall’altro. Non vi consumate intorno ad una sola parte trascurando tutte l’altre, sicchè si vegga che avete posto tutto il vostro vigore in un braccio, perchè il restante vi riesca poi monco, sciancato, azzoppato e peggio. Dall’armonia, che forse così al primo non è conosciuta, nasce una certa incognita dilettazione e ammirazione segreta in chi vede l’opera, che appaga, solletica, non lascia luogo alla noia, ed invita nuovamente a rimirare. Questa è quella principale arte, che tenne per tanto tempo e mantiene ancor verde la memoria di tanti nobili scrittori i quali, come se fossero vivi tra noi, sono da noi conosciuti. Su, compagni; su, amici; su, confratelli. Io parlo non solamente a voi, i quali avete proposto al pubblico di dare alla luce gli Osservatori, ma a qualunque altro l’umilissimo nome porta di quest’Accademia, e sotto le insegne di quella vigorosamente combatte. Escasi da queste nostre private adunanze al chiaro splendore del pubblico. Si tenti di spargere pel mondo quell’onorata semente di dottrine e virtù che furono in ogni tempo da voi coltivate; e tutte le anime e le menti vostre congiunte insieme divengano un’anima ed una mente sola, che spaziando per campi a voi aperti dall’Osservatore, ricolga anch’essa novelli frutti degni di lode e d’approvazione.

Risposta dell’Atticciato

Va’, Velluto, non dubitare. Quanti qui siamo, abbiam tutti un’opinione. Io non so se ci vedesti domenica in Piazza mascherati. Non fu disutile l’andata nostra. Prendemmo esempio dalla varietà di que’tanti umori, per diversificare l’opere nostre. Quella diversità di facce, di vestiti, di frastagli, di dondoli, sarà da qui in poi il nostro modello. Di qua si faceva un ballo tondo a suono di piva, con mille scambietti e saltellini intorno intorno, e v’aveano circostanti che a bocca aperta stavansi a guardare tutti lieti e ridenti. Di là apparivano Magnifici, Zanni, Tartaglie, e dietro aveano un codazzo di persone che gli seguivano con tanta costanza, che non si curavano di essere mezzo infranti. In un altro lato certi nasacci di Pulcinelli, e certi loro valigiotti sulle spalle e sul petto, fra i quali era sotterrato il collo, e quel loro ragionare rauco traeva a sè un’altra quantità di persone. Chi si sfiatava per correre a’fianchi d’una villanella, che non si curando punto del verno, era scollacciata un poco più di quello che richiedesse la fine di gennaio. Altri s’erano fatti seguaci di un colascione, altri d’uno che facea apparire e sparire certe pallottole: v’erano visi vòlti allo insù a studiare i cartelli delle commedie; altri si pasceva nelle pitture che promettono quelle maraviglie, che poi non vi si veggono nei casotti. [441] Chi era innamorato dell’eloquenza de’salimbanco; chi porgeva l’orecchio alla canna degli strolaghi per sapere quello che non avverrà mai. Andrienne, pendenti, scarpe, e ogni altra cosa finalmente avea i suoi seguaci e gli ammiratori; e di tutti que’vari umori riusciva una gratissima complicazione, un bulicame universale che dava la vita a vedere. Non è quello forse un bello esempio per comporre i nostri fogli? Non daremo noi forse nell’umore ora a questi, ora a quelli, imitando un dì la vivacità de’ballerini, un altro le bizzarrie de’pulcinelli, e di giorno in giorno i capricci di tutti gli altri? Non ne riuscirà forse in fine un ammassamento vario, di più colori e vivace? Sì, ne son certo. Non perdiamo altro il tempo in considerazioni. Sciolgasi il nostro congresso. Vada ciascheduno a fantasticare ed a scrivere. ◀Metatextualidad ◀Nivel 2 ◀Nivel 1