Cita bibliográfica: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio VI.", en: Osservatore Toscano, Vol.1\06 (1783), pp. 75-90, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3559 [consultado el: ].


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Saggio VI.

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Sullo studio degli Antichi

Per antichi noi intendiamo tutti i grandi scrittori, tutti i grandi artisti che son pervenuti fino a noi colle loro opere, o nella storia di esse. Chi son dunque costoro? Già l’abbiamo detto, uomini grandi, uomini che riportaron la vittoria sull’invidia, e sulle persecuzioni sofferte ne’loro tempi, e per conseguente degni di sopravvivere tanti secoli, e pervenire fino a noi. Questo sicuramente vuol dir molto; ma non è forse quel che intendiamo di spiegare. Noi vogliam piuttosto vederli nelle parti, onde son composte le loro sublimi eccellenze, che tutti interi, stupendi, e gloriosi. Chi son dunque costoro? Sono uomini, che ne’primi lor anni attesero alle arti, ed alle scienze, le cercarono da per tutto, da tutti le appresero, che si formarono in capo qualche gran disegno, che per quello studiarono, che per vegliarono le notti, e i giorni, onde venirne a fine, per presentarsi poi con esso agli uomini, vale a dire con tutti i lor talenti, con tutta l’aria sublime della loro eccellenza sulla fronte. Se riuscirono dunque, bisogna che le loro opere siano state veramente sovrane; giacchè gli uomini da prima le perseguitarono coll’invidia, dipoi colla più severa censura, ed in ultimo ne riconobbero i pregi, le cercarono, le studiaro-[76]no, e se ne fecero tanti modelli. Vi son dunque degli uomini che si distinsero talmente sugli altri, mediante il loro talento, e le loro fatiche sempre ostinate, che ci lasciarono delle opere così finite, che sono state l’ammirazione, e lo studio de’ secoli. Fin qui pare che ci siamo bene spiegati, e meglio intesi.

Ora dobbiam fare a noi stessi un’altra quistione, forse non meno importante della prima. Chi siamo noi quando ci gettiamo tutti sullo studio? Siamo uomini, che nulla sappiamo, che tutto vorremmo sapere, che anche senza nulla sapere ci siamo ideati un gran fine, ed a quello sacrifichiamo i nostri sonni, i nostri piaceri, la gioventù, le sostanze, la vita. Siamo noi dunque con tutte le nostre potenze in fiamma, la quale ci consumerà, se non perveniamo al nostro gran disegno. Dunque nulla sappiamo? Nulla. Se noi sapessimo, cioè se uscendo dal fluido materno, ove stiamo pe alcuni mesi, portassimo con noi alla luce qualche cognizione, noi penseremmo tosto, ed i nostri sensi, che sono il principio della nostra sapienza avvenire, sarebbero per noi un peso di più. E così la Natura, l’ammirabil Natura farebbe delle cose, che sono inutili affatto per noi. E così ella ci avrebbe offerto indarno alla vista il quadro di tante sue produzioni, le quali umilieranno sempre il nostro ingegno superbo, quando ce ne avesse scolpito in mente le idee, e perciò ci avesse prima di nascere insegnato quel che è buono, quel che è bello, quel [77] che è grande, e quel che va al di là di tutti i nostri sensi, e di tutte le nostre potenze. Ma la Natura è in tutto stupenda, per quanto ci è dato di comprendere. Dunque nulla sappiamo, dunque tutto dobbiamo apprendere di quel che ci sembra necessario, e per mezzo di lunghe e pertinaci fatiche. Ma quali saranno que’libri, quelle opere, che poco fa abbiam dette modelli, per cominciare la nostra apprensione? Io dirò che son due, le Memorie che ci an lasciato scritte gli uomini de’lor pensamenti, e la Natura. Questi esser debbono i due grandi oggetti del nostro studio. Ma preferiremo noi quelle Memorie alla Natura, o questa a quelle? Questa è una bella, ed utile quistione. Non si può negare, che l’aspetto della Natura così grande, e così bella, non innamori, e non tragga a se. Ma non si può negare altresì che ella il più delle volte non ci vuol far grazia di se, vuole starsi nascosta, e solo a prezzo di osservazioni, e quasi di astuzie, ella lascia trasparire alcuna parte di lei. Dunque il correre in un tratto al seno di essa è lo stesso, che starsene lungo tempo alle porte del tempio prima di vedere la deità protettrice. Ma il tempo è la più grande delle nostre ricchezze, se sappiam conoscerne il pregio. Dunque non è saggio consiglio l’assacciarsi subito a lei, andarle dietro sitibondi, sicuri di non fare gran tesoro. Che dobbiam noi fare pertanto? Studiare prima d’ogni cosa que’grandi che ci mostrano ancora quel che furono, quel che aggiunsero alla scienza ne’ loro li-[78]bri. Noi dobbiam pensare che prima di presentargli agli uomini, gli studiarono assai, ne fecero il pensiero di tutta la lor vita, e perciò dobbiamo credere che volessero lasciare in esse una eterna memoria di se. Or chi nutre in se idee così grandi, procura che il lavoro corrisponda in tutte le sue parti ad esse; e così è appunto avvenuto. Noi dunque dobbiamo leggere gli Antichi, dobbiamo farne il nostro pensiero, non perché sieno antichi, ma perchè dati certi talenti, certe circostanze di tempi, e di vita, poterono là innalzarsi, ove di radi gli uomini possono aspirare. In loro noi troviamo quella pienezza di perfezioni, se posso dir così, che di rado veggiamo in altri che vennero dipoi. Ma quel che da noi si dee pensare è questo, che le loro opere sono superbi edifici, ove troviamo tutto quel che può illustrare il nostro spirito, e farlo maggiore di se. Noi vi ammiriamo una stupenda varietà di cose, un disegno fondamentale, una grandezza d’ingegno, una libertà, un naturale che v’incantano. Prendiamo Omero. Le bellezze che anno i suoi poemi son così fresche, così pure, che sembrano essere state dipinte a’nostri giorni. Egli è quell’uomo che, per una fortunata combinazione di tempi, seppe mettere nelle sue opere quella varietà di dottrine che così piace, ed illustra, senza farne alcuna pompa. Niuno direbbe che un uomo sola possa esser arrivato a tanto. Pure l’ingegno di quest’uomo unico è così grande che si piega a tutto senza il minimo sforzo. Che non è mai nel dipingere le [79] passioni! Noi abbiamo un bel dire che son facili a dipingersi, che son sempre le stesse, che si risentono anche oggi, che oggi pure si posson dipingere colla stessa varietà di colori. Omero nondimeno è sempre il primo, e forse il solo. Nivel 3► Cita/Lema► La Natura, dice quel grand’uomo de’ nostri giorni, il Diderot, mi ha dato il gusto della semplicità, ed io procuro di perfezionarla collo studio degli Antichi. ◀Cita/Lema ◀Nivel 3 Ed a chi mai si rivolta, come ad un perfetto originale? Ad Omero. Infatti par che sia la Natura medesima che parla nelle forti passioni. Quando si è letto quel che ha di più naturale, e di più movente sembra che non siasi letto un uomo che ha scritto, ma udito l’infelice stesso, che ha introdotto a parlare. Veggiamolo anche noi, riportiamone due luoghi, che ne riporta il Filosofo francese, i quali proveranno quel che noi abbiam detto, e nel tempo stesso non potranno non dilettarci sempre, quando si fossero letti, e riletti mille volte.

Ecco dunque Priamo addolorato per la perdita del figlio suo. Nivel 3► Cita/Lema► Allontanatevi, amici, lasciatemi solo; la vostra consolazione m’importuna. Io andrò sulle navi de’ Greci; sì io vi andrò. Io vedrò quell’uomo terribile, io lo supplicherò. Forse avrà pietà de’miei anni; egli rispetterà la mia vecchiezza. Egli ha un padre di età come son io. Oimè! questo padre l’ha messo al mondo per la vergogna, e pel disastro di questa città. Che mali non ci ha fatto a tutti? Ma a chi ne ha fatti tanti come a me? Quanti figli non mi ha egli rapiti, e nel fiore della loro gioventù? Tutti mi erano cari. [80] Io gli ho pianti. Ma la perdita di quest’ultimo mi è sopra tutto crudele; io ne porterò il dolore fino agl’inferni! E perchè non è egli morto nelle mie braccia? Noi ci saremmo saziati almen di piangere sopra di lui, io e la madre infelice che gli diede la vita. ◀Cita/Lema ◀Nivel 3

Sentiamo ora il medesimo Eroe, che piange a’piedi d’Achille uccisore del figlio suo. Nivel 3► Cita/Lema► Achille, ricordati del padre tuo; egli è della medesima età mia, e gemiamo tutti e due sotto il peso degli anni. Oimè! forse egli è incalzato da nemici vicino senz’ avere accanto di lui alcuno che possa allontanare il pericolo, che lo minaccia. Ma se egli ha sentito pur dire che tu vivi, il suo cuore s’apre alla speranza, ed alla gioia, e passa i giorni ad aspettare il momento che rivedrà il suo figlio. Qual differenza dalla sua sorte alla mia! Io avea de’figliuoli, ed io sono come se gli avessi tutti perduti. Di cinquanta che io ne contava intorno di me, quando i Greci sono arrivati, non me ne restava altro che uno che potesse difenderci, ed è perito pur ora per le vostre mani sotto le mura di questa città. Rendetemi il suo corpo, ricevete i miei doni, rispettate gli dei, rammentatevi vostro padre, ed abbiate pietà di me. Vedete ove son ridotto. Vi fu egli un monarca più umiliato; un uomo più da compiangersi? Io sono a’vostri piedi, e bacio le vostre mani tinte ancora del sangue del mio figlio. ◀Cita/Lema ◀Nivel 3 Si può egli far più vivo, più naturale, più semplice il dolore di un padre sciagurato per la perdita di un figliuolo che amava! La Natura in questa eloquenza può esser più bella e più pura! Chi non ha talento, chi non ha cuore per sentire, per [81] conoscer queste bellezze, lasci pure lo studio delle cose umane. Qual semplicità! Noi siamo stati mossi nel solo trascrivere quel dolore eloquente. Ma la semplicità è ella fatta per tutti? Io non temo di affermare di no. Quanti anno il capo pieno di greco, e di greche usanze, senza che sieno stati fatti per gustare Omero! Quanti miserabili ingegni non saprebbero che trovar di bello ne’due lamenti riportati del greco padre? Ma questo sarebbe appunto il contrassegno che non saranno mai alcuna cosa ne’grandi studi, nella grand’arte di ritrarre la Natura. Quì ognun sente che non ci sono arguzie, non ci è filosofia, tutto è semplice, tutto è naturale, tutto sembra così facile che ognun direbbe: io pure scriverci così, dovendo dipingere il turbamento, le lagrime di Priamo nella perdita del figliuolo. Ma quanto è diverso poi il provarsi dal credere di esser capaci! Vantate, vantate pure, o Giovani mal accorti, la filosofia del nostro tempo. Ella è grande, non può negarsi. Ella ha spiegato il suo imperio con tanta forza per tutto, che niun angolo della terra ci è ormai, che ella non abbia occupato. Gran pregio, gran merito è questo della sublime età nostra. Ma per iscrivere le passioni, che ha scritte Omero, tutta la nostra filosofia serve ella? La varietà sorprendente delle cognizioni, che a poco prezzo ancora ognuno può ora acquistare, servirà mai ad aver l’anima di Omero, a farci piangere come egli fa in quelle due lamentazioni? Ognun vede che non serve quel che dipende dalla volontà, [82] dalla forza, dalla ricchezza degli uomini. Dunque dobbiam pregare la gran madre Natura di far nascere gli uomini coll’ingegno, e col cuore ben disposti, vale a dire capaci di pensar forte, e di sentir anche più forte, ed allora avranno il tatto sicuro sulle bellezze di questo poeta grandissimo, ed allora saremo forse capaci di far sentire agli altri quel che abbiam sentito noi scrivendo. Or serve che abbiam parlato di Omero, quando abbiam voluto raccomandare l’amore degli Antichi, per conto de’belli studi. Egli è quel fonte, che da tanti secoli in quà, scorre sempre maestoso, sempre limpido, e bello, ed a cui tutti i grandi ingegni ne’secoli più luminosi sono andati a difettarsi. Non occorre che io venga a secoli posteriori, a raccomandare Virgilio, ed Orazio, Basta il dire, che son essi pure i più finiti originali. Dobbiam su tutti fare i nostri studi, le nostre osservazioni, e sopra tutto dobbiam sempre mettere a prova il nostro cuore. Noi stupiremo sempre dell’ingegno di essi, e saremo tentati assai volte di gettare tutti i nostri scritti, tutti i nostri disegni alle fiamme. Questa tentazione sarà forse il colmo della nostra eccellenza, e che maggiori idee, e più dolci speranze c’impediscono di vedere. Ma a’nostri giorni queste tentazioni seguon di rado, per la ragione che si parla sempre, e non s’intende mai nulla.

Quel che ho detto di questi uomini, che son sempre il nostro incanto, intendo che sia detto anche degli altri uomini in altre scienze sublimi. Noi [83] gli nominiamo spesso; ma in generale non sappiamo tutto il loro valore, perchè non gli abbiamo studiati come modelli. Così, per esempio, non ci è medico novello che non rammenti Ippocrate, e Galeno; ma sa egli prima di tutto la storia della lor vita, che è quella de’loro tempi, quella delle loro opere, l’eccellenza, il vantaggio delle opere stesse? Non già. D’Ippocrate s’imparano generalmente gli aforismi. Ma quante utili cose non si trovano mai negli altri suoi scritti? Quante belle erudizioni non son necessarie per bene intenderle? E che diremo di Galeno? Lasciamo la sua eloquenza. Quante utilissime osservazioni non si trovano ne’suoi libri, quante belle cognizioni appartenenti alla istoria naturale, alle cose de’suoi tempi, e di quelli che non eran suoi? Ma noi gli lasciamo da un canto. Il nome, il nome di essi è la grande scienza de’nostri medici novelli. Non fu gran cosa freddo il gran Boerhaave per i Medici antichi. Ei gli studiò, ei gli ammirò, e trasse da essi tutti que’ lumi che si leggono nelle sue opere.

Quelli adunque che vogliono sollevarsi a qualche cosa di grande, non debbono trascurare gli antichi, Troveranno in loro que’tesori che non avrebbero mai sperati di trovare. Il medesimo dicasi di Platone, di Aristotele, e di tanti altri filosofi dell’antichità veneranda. Furon uomini sommi. Bisogna ricorrere a’loro volumi, nè starsi a quel che se ne scrive da molti. Si apprenderanno grandissime cose, moltiplicheremo le nostre idee, impareremo la [84] maniera di scrivere di que’tempi, e ci faremo de’fondi di sapere, che non avremmo pensato mai. Noi riuniremo nel nostro capo le dottrine, ed il gusto de’più be’secoli, e quel che potrà farci il maggiore onore, sarà di far tutto nostro. Lo convertiremo tutto in nostra sostanza, in nostra carne. Così fece il sommo Medico che citammo. Così fece il gran Raffaello per conto dell’arte sua. Gli furono a cuore le belle forme degli antichi. Di esse andava in cerca per tutto, per esse era perduto. Non solo egli le copiava per se stesso, ma le facea copiare da altri. Così quel che era in Italia al suo tempo di bella antichità greca e romana, era un fiore che egli avea già copiato, che riguardava spesso, e conservava. Nè solo l’antichità venerabile fu per lui una fiera passione, uno studio il più grande. Volle vedere i quadri di coloro che eran vivuti prima di lui, gli volle considerare, e trarne quel che incontrava il suo genio. Si fa che egli venne apposta da Siena a Firenze per vedere alcuni Carroni fatti dal Vinci, e da Michelangelo. Non fu più quel di prima. Prese fuoco la sua fantasia. Cambiò tosto la sua maniera, ed appoco appoco s’andò innalzando a quel grado di venustà, di perfezioni, a cui pervenne. Ma la veduta poi delle stupende opere antiche che sono in Roma gli fece veder nuovo cielo, e nuova terra; e per ingrandir poi la sua maniera, e darle per così dire, più sveltezza, più natura, le pitture di Michelangelo che vi andava lavorando, fecero l’ulti-[85]mo colpo. Quest’uomo adunque sì raro al mondo, e che lo farà finchè si potranno contemplare le opere sue, da tutti gli artefici prendeva, purchè avessero alcuna cosa che gli piacesse. Così da Bartolommeo da S. Marco, imparò il colorire, perchè gli piaceva assai, ed ei gl’insegnò la prospettiva; così avea prima imparato da Masaccio il naturale, e così prese il fiore da tutti coloro, ne’ quali vedea risplendere alcuna gioia di singolare eccellenza. Da questo suo modo di apprendere, e di studiare venne poi a formarsi un carattere originale, pieno di tante bellezze, che niuno ha avuto finora, e pochi per avventura avranno ne’ secoli avvenire.

Agli antichi, agli antichi in tutte le arti, in tutte le scienze, a coloro cioè che furono i primi. E quand’anche pochissimo si dovesse apprendere, nondimeno è preziosa la storia delle prime mosse dello spirito per ogni maniera di sapere. Le pitture di Cimabue, e di Giotto possono istruire anche a’nostri giorni chi le osservasse per istruirsi. In raccomandando in questa guisa lo studio de’nostri primi padri, non pretendo già di dispregiare que’moderni illustri che possono paragonarsi agli antichi. Anche questi si debbono studiare; perché questi anno aggiunto tante cose al sapere di quelli che rendono sempre il tempo prezioso, ed il sapere più difficile. Anzi io gli raccomando per quanto so, e posso; e non perchè son moderni, debbono trascurarsi, non posson essere eccellenti. Io non son di coloro che come non sentono greco in bocca degli uo-[86]mini, non gli stiman sapienti, nè grandi scrittori. Che sapea di greco tra’Francesi il loro favoleggiatore? Non son eglino i suoi scritti l’opera la più originale che abbia la letteratura francese? E che sapea fra di noi il Berni? Non è egli un originale nelle sue poesie, a cui niuno è arrivato finora? Io intanto ho scritto questo Saggio sulla necessità di studiare sulle opere degli antichi, perchè la bella età nostra, per quanto filosofica sia, ha ora la sua gioventù che si va perdendo dietro alla lettura di bagattelle canore, le quali inondano ormai tutti i paesi. Son cose che costano momenti, ancora debbon durare. Che può dunque imparare da esse questa Gioventù? A perdere il tempo, ad imparar parole forestiere, a corromper la propria lingua, a sapere lo stile della conversazione, a saper solo la superficie delle cose, e non più. Questo sarebbe male. Veggiamo anche peggio. Da tante opere momentanee che si veggono facilmente alla luce, imparando cose superficiali, imparano a dispregiare le profonde, ad amare la satira, a non aver per gli antichi quella riverenza, in cui si debbono avere, ed a farsi in ultimo tanti faccenti che pensano di saper tutto, quando si son sognati d’imparar mai nulla di buono, e molto meno di saperlo mai bene. Non si posson mai dunque raccomandare abbastanza le grandi opere dell’antichità in questa presso che generale inondazione di leggerissimi scritti, ed anche licenziosi. Bisogna ritirarsi verso le prime istituzioni. Ad allontanarsene [87] tanto si corre pericolo di perdere la diritta via. Diceva il Pussimo celebre pittore, che gli conveniva di tornare a Roma, perchè in Francia perdeva quel che là avea acquistato, colendo significare che non bisogna allontanarsi dallo studio de’perfetti modelli. Abbiate giorno, e notte sotto gli occhi, e fra mano le opere de’Greci, disse Orazio, critico tanto fino, e poeta tanto vario, e perfetto nell’arte sua. In una sua epistola al gran Lollio gli rende conto di quel che facea in Preneste, di quel che studiava, e gli dice in una parola che rileggeva Omero, che insegna assai meglio la virtù, e l’utilità di quel che non fanno gli altri greci filosofi. Tutto dunque cospira a confermare quel che abbiam detto fin quì. Studiando sulle opere degli antichi, non si vedranno i Giovani compiacersi più delle bagattelle che si stampano alla giornata. Non si guasteranno la salute a leggere giorno, e notte quel che può guastare il costume, senza nulla insegnare. Impareranno a non istimarsi gran fatto in iscrivere qualche verso; anzi mal proveduti di dottrina, e di studio, non ardiranno di scrivere nè prosa, nè verso, e molto meno scrivendo si penseranno di esser poggiati all’eccellenza dell’ingegno. Non si vedrà più dispregiare i maestri che fanno quanto ci voglia per giungere a quella, i maestri che son sempre in atto di spiegare gli antichi originali, mostrarne il bello, ed il brutto, se ve ne ha. Avendo appreso le difficultà di esser sublimi, non si scriverà alcuna cosa, o scritta che sia senza chiederne il parere o la correzione a [88] chi più ne sa. Non si vedranno infine tanti superbi spiriti che pensando di esser giunti al sommo dispregiano i consigli, e la correzione, e se la chiedono lo fanno solo in apparenza. Quel dire correggete questi versi, questo scritto, vuol dire nella loro intenzione, lodate quel che ho fatto. Noi parliamo per esperienza. Ultimamente fummo consultati sopra di una tragedia fatta da chi non era del mestiere. Bisognò aver la pazienza di starla a sentir legger tutta intera dall’autore. Non si dirà nulla che non vi era principio, nè fine, nè ombra di poesia. Questo si tacque, perchè si conobbe la grande ignoranza delle regole, ed il poco talento per la tragedia. Solo si ebbe l’indulgenza di fargli notare due o tre espressioni ben cattive, non perchè sapessimo che questo fusse un rimedio al suo male, ma per mostrare di aver fatta alcuna correzione. Non si crederà? Quest’uomo, stimava di essere impeccabile. Questo è accaduto a noi. Una volta ci trovammo a udire la donna lamentarsi assai, perchè un amico avea ardito di dire il parer suo sopra alcuni versi di essa. Un tanto ardire le fece assai male; e la ragione di essa era questa, che non gli avea richiesto di correzione. Tantae ne animis celestibus irae! Così è appunto. L’insensato amor proprio di certe anime le conduce ad un eccesso di orgoglio, senza aver in se, non dirò l’eccellenza, ma neppure i semi dell’eccellenza. Non anno avuto mai il dolce contento di esaminarsi, di paragonarsi con quelli che son già superiori, per conoscere che nulla san-[89]no, e prender così il maggior coraggio per incaminarsi al sapere. Gran fermezza è necessario per osservarsi a sangue freddo, riconoscersi, e confessarsi per quel che si è! In oggi tutto si fa, tutto si tratta, tutto si afferma, e si nega come si vuole, e sempre in aria di decisione. Il tale o tal altro metterà in fronte a qualche produzione infelice il suo nome, il suo casato, ed aggiungerà poi dottore di medicina, di legge, e che so io! In leggendo sentite poi che chiede scusa all’età sua per esser egli un giovinetto. Ma Dio buono! che titoli sono mai questi? Sull’albore della vita siamo già maestri di un’arte, o di una scienza? Questo è troppo veramente. Questo vuol dire nel linguaggio della verità non esser possibile che siasi in età sì fatta neppur cominciato a studiare. E chi non ha cominciato, per così dire, a studiare dovrà comparire sulla scena del mondo in aria di maestro? Ed un giovinettto che appena avrà pelo in viso, dovrà dire agli uomini: io son già superiore, io ho pensato, io ho scritto, imparate?

Da questa maniera di pensare nasce, che grandissimo è il numero di coloro che non fanno nulla, e che per dovere sarebbe necessità che sapessero assaissimo. Da questa ancora nasce che mai non riconoscendosi, non imparano mai nulla, o se imparano è questo malamente. Tutto dipende da’primi studi ben fatti. O Lettere, o voi che siete chiamate sempre belle, senza saper che mai siate veramente, voi siete il gran sostegno di tutte le arti, [90] di tutte le scienze. Voi ne siete una parte; perchè scienza, nè arte si dà, che non abbia bisogno de’ vostri pennelli, e de’ vostri colori. Si pensa dagli stolti che siate un puro passatempo. Ma voi siete quelle che tutto abbelite; e senza il bello che si vede sparso per tutta la Natura, e per tutte le grandi opere dell’arte, che mai saremmo? Come saremmo usciti dalle barbarie? Come sarebbero così dolci i nostri costume? Come la virtù sarebbe tanto in pregio, perchè sì ben colorita? Se voi dunque siete state in onore per tutte quelle passate età, che son per noi venerande, se gli uomini di stato, se i fisici, se gli scultori, i pittori, i capitani, che vi an coltivato, bisogna che senza di voi fossero men luminosi i loro scritti, e perciò meno impressiva la storia de’loro fatti. Siate dunque sempre in onore presso di noi, come siete sempre state. Voi siete le pittrici di tutti i nostri pensieri sopra qualunque maniera di scienza. Or senza voi niun può essere egregio in alcun’arte. Voi dunque siete le prime, e le più degne ad essere apprese. Con voi grandissimi ingegni son tutto, senza di voi non sono alcuna cosa. Così noi pensiamo. ◀Nivel 2 ◀Nivel 1