Cita bibliográfica: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio I.", en: Osservatore Toscano, Vol.1\01 (1783), pp. 1-12, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3554 [consultado el: ].


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Saggio I.

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Origine delle leggi, e della milizia. Senza ragione si disprezza generalmente il soldato.

Se l’iniquità degli uomini non fosse stata, è naturale che non sarebbero mai nate le leggi. Molto meno avremmo veduto nascere de’ caratteri nell’uomo, che debbon esser tutti violenza, quali son quelli appunto di coloro, che determinano le pene. Noi non possiamo avere un’idea rassomigliante della prima iniquità, se non da alcuni pochi libri, che arrivarono fino a noi. Gli uomini nondimeno debbon essere stati assai più tristi prima che si pensasse di scrivere quel che si è visto, e pensato. Inoltre si fa, che le parole dipingono fino ad un certo segno le passioni. L’anima, il bello di esse è la sola azione viva, e presente. Sarà dunque sempre imperfetta l’idea, che ne danno que’ libri. Io per me credo, che l’idea la più vicina all’originale, che possiamo averne, sia la schiera de’supplicj inventati per punire. Egli è almen certo, che se la maggior ferocia si armò allo strazio, ed all’offesa degli uomini, non minore su la rabbia, e l’atrocità, che si scatenò per frenarli. Or siccome i generi di suppli-[2]cio, che si trovano nella storia delle nazioni son vari, e terribili, dobbiamo pensare, che meno terribili debbon esser stati i delitti. Dovette esser molto naturale, che in certi tempi, che gli uomini vissero nella barbarie, le leggi stesse si dovessero risentire de’ tempi medesimi, e che molte di esse dovessero esser pure un delitto. Non mancherebbero esempi da farci tremare ancora per confermare questa verità.

Le leggi dunque, le sante leggi anno avuto un’origine sì rea. E come sarebbero mai nate, se fra noi tutto fosse stato bontà, ed uguaglianza la maggiore? Non pare sicuramente, che mai seguir potesse. Egli è dunque vero, che alla tristezza umana dobbiamo le leggi. Noi le dobbiamo anche molte virtù, le quali mai sarebbero nate, se quella non fosse stata. Tali sono per esempio il perdono, e la clemenza. Nè si può dire, che non siano grandi virtù; poichè elle mostrano in chi può esercitarle delle cognizioni assai vaste, ed assai nette della natura universale, tutte applicate al diletto di non affliggere le opere sensitive di essa, e molto meno far perire le ragionevoli fra gli strazi. Non importa, che l’origine sia tanto bella; perché a me pare che questi siano gli andamenti della Natura stessa. Infatti dal fermento di alcuni umori corrotti se ne cavano degli spiriti da rallegrare in un tratto le nostre afflizioni. Similmente da un ammasso di corpi distrutti vedremo germogliare fiori, ed erbe salubri, cioè quella parte di vitto, senza di cui il corpo umano si corrompe, e si distrugge naturalmente. [3] Queste leggi, nate appena la scelleraggine è comparsa, suppongono l’unione, e la pace di alcuni. Né può essere altrimenti. Eccole dunque nate colla società. Ma se alcuni buoni si sono uniti, elle saranno state pure inutili fra loro? La prima idea di quelle deve essere stata di farli incontro a’ cattivi, la seconda perchè niuno de’ buoni potesse cambiarsi, e fare attentati. Eccole pertanto sempre formate col fine di reprimere questi attentati medesimi, ed in conseguenza metter sicuro le vite, e le fortune de’ buoni. E’ dunque santissimo il lor fine, che altro non è in sostanza, che la concordia. Egli è facile nondimeno, che le passioni in società oscurino agli uomini la natura delle cose, e che gli facciano per questo pensare assai male. E’ facile similmente che gli uomini vogliano vedere eseguiti i dettami delle passioni. Quindi può seguirne l’ingiustizia, l’oppressione, e le strida degl’ innocenti. Ci volea perciò una forza sempre vegliante, che eseguisse contro i falli delle ree passioni, quanto anno stabilito le leggi. Ecco pertanto armati di una forza superiore alcuni per andare contro di alcuni altri.

Ma gli uomini di una società non cospirano sempre contro di se per loro fini privati, vale a dire non si armano di forza aperta, o segreta contro alcuno de’ lor fratelli solamente. Spesso una regolata moltitudine di uomini, ed armata delle armi più fine dell’ accorgimento si volge contro di un’ altra, o perché le ha usurpato vantaggi, o perchè la vede armarsi per usurparli, o per venirle contro alla [4] distruzione. Si fa dalla storia delle nazioni ormai passate, che molte cercarono d’ingrandirsi sulla rovina di altre. Si fa altresì, che il genio di estendere il dominio è naturale, ed è simile a quelle parti di mare, che a poco a poco ricuoprono molta terra, ove era fertile la vegetazione. E’ notissimo infine, chè insorgono improvvisamente delle differenze tra nazione, e nazione, alle quali succede tosto la violenza per terminarle, con farsi quella giustizia, che si pensa conveniente. Poste adunque in tale stato le nazioni di esser sempre incerte di lor sicurezza, o del pieno esercizio de’ lor diritti, è necessario che una parte della nazione sia destinata o dal capo di essa, o da alcuni, che ne rappresentano la maestà, alla difesa del resto. Nessuno può negarsi a tanta necessità. So che queste società anno diversi nomi, perchè essenzialmente i loro oggetti son diversi, e che le leggi ancora debbono avere una differente natura; ma so altresì che nella difesa dello stato, tutti i cittadini sono obbligati a farsi difensori di se stessi, cioè di tutti se, e degl’ impotenti. Non parlo della difesa del Capo, perchè s’ intende nella difesa di tutti. Se egli si perde, tutto è perduto.

Ora la società ha bisogno di un buon numero de’ suoi, perchè sieno sempre desti alla difesa comune. Ma si è detto che tutti sono obbligati a interessarsi per tutti ne’ vari accidenti. Dunque in ogni caso il comune tutto dee farsi pronto alla difesa di tutti. Quantunque sia verissimo ciò, tuttavia perché la forza stessa da impiegarsi ha bisogno [5] di regole, e di esercizio, e tutto questo non si fa in un giorno, è pur d’ uopo che una parte della città sia dedicata alla difesa comune, e per tanto affare addestrata. Ha bisogno per conseguenza di esser mantenuta dall’altra parte de’ cittadini, che attende a fare il commercio, o a far fruttare la terra. E la ragione è pur questa, che una tal parte non può darsi ad altro mestiere, o non ha altri soccorsi per vivere, e per vestirsi. Veniamo dunque a conchiudere che il mestiere di coloro, che fanno il soldato, è mestiere importante, perchè si tratta di vegliare i giorni, e le notti alla difesa dell’ altra parte che dorme tranquilla, che passeggia ridente a godere i frutti della proprietà, e della sicurezza. E se dalla importanza nasce il pregio veramente maggiore delle cose, dovremo pensare che farà da stimarsi assaissimo colui, che si destina spontaneamente a sì fatto mestiere. Ma chi merita stima per l’importanza de’ suoi talenti, e dell’ esercizio della sua vita, dee nella mente degli uomini avere qualche grandezza, alcuna nobiltà sopra degl’ altri, che anno fini meno rilevanti nelle azioni de’ loro giorni. Adunque pare che venga essere il soldato assai nobile, perché importante, perché sempre in atto di esser benemerito della patria, perché sempre pronto a spargere il suo sangue per la difesa di tutti. Ma quando son cambiate le idee, quanto cambiati i tempi! Non son più i soldati in quel pregio, che si aveano un tempo, perchè si è perduta la vera idea del cittadino. Non si sa più che egli [6] si destina per alcuni anni, e spesso per tutta la vita a star desto per la difesa comune; che niente lo stima; che ora vola da un luogo dello stato ad un altro, o per cacciarne il nemico, o per lasciarvi la vita; che si fa incontro alle congiure; che cominciando dal principe, egli impiega se stesso, e le sue forze in soccorso del minimo degli uomini. In ultimo no si sa più, che data una guerra, egli corre ove vuole la dura necessità; che assai fatica, e poco riposa; che egli pure dee soffrire i concenti raggi del sole, i crudi freddi del verno, che nè i ghiacci, nè le pioggie debbon ritenerlo da far fronte al nemico, dall’ assalire, dal cercarlo ove sia trincerato, dall’ascendere un muro, un poggio, dal passare un fiume, senza che lo spaventi il fischio delle palle per l’aria, nè il fuoco del cannone, nè le armi taglienti impugnate. E che non è forse vero, che spesse volte si computa dal Generale la perdita di qualche migliaio di soldati per occupare un posto importante, che può decidere di una grande vittoria? Si manda la truppa feroce, e prima di arrivare ad occuparlo cade la metà, e non di rado ben tutta. Se tanto sangue non si sparge, un’altra parte non è difesa, nè passa più oltre. Or io dico uomini sì coraggiosi, e fatti per esser così poco felici, debbon esser poi nel tempo della pace sì poco stimati dal generale degli uomini? Come! chi difende la nostra vita non è il migliore degli uomini? Quelli, che riuniti in truppe affrontano il nemico, che saccheggerà il nostro paese, rapirà le figlie, e [7] le spose, taglierà a pezzi i nostri corpi, perchè ostinati a resistere, quegli che in tutti i tempi, in tutte le stagioni son sempre li stessi, si dovranno poi trascurare a segno da un curarsi, e da dispregiarsi quando la pace è succeduta alla guerra, quando si veggono carichi di ferite, e che potrebbero esser superbi delle lor fatiche, de’ lor disagi, de’ loro allori? Se mai gli uomini sono stati ingiusti, lo sono ne’ nostri tempi.

Si dirà però da non pochi aver qualche giusto motivo questo disprezzo. Si accuserà la licenza, l’albagia, l’ignoranza che anno molti, o sia la grossa pasta, di cui son fatti. Queste accuse gravissime confesso che sono senza alcun fondamento, ed il male di esse è appunto l’ esser troppo generali. Ora ognun ravvisa che pecca un sì fatto argomento per essere appunto così generale. Se questa è la colpa in una milizia, ella non viene punto dalla radice, vale a dire vizi sì fatti sono puramente accidentali, nè provenienti dalla natura di essa. E’ moto da creder che vengano dalla disciplina, cioè dal non far sentire alle milizie qual’ è la loro istituzione, e per conseguente la natura del loro stato, e de’ lor doveri. L’esercizio delle armi è assai, ma è forse il meno nel soldato. Il gran segreto dell’arte è nelle gambe, e non già nelle braccia, e chiunque fa diversamente, dice nelle sue memorie il Maresciallo di Sassonia, Nivel 3► Cita/Lema► è un ignorante; e non è anche a’ primi principj di quel che si chiama mestiero della guerra (chap. I. Art. I.) ◀Cita/Lema ◀Nivel 3 Senza di che qual corag-[8]gio, qual passione può aver mai in maneggiarle, e farsi agile in tutto, se non sa qual sia il vero fine di esse, chi sia egli sì riguardo a se, che riguardo agli altri uomini? E se non ha una giusta idea di se, come può egli conforme ad essa vergognarsi di una viltà, arrossire della scostumatezza, come non lasciarsi piuttosto trafiggere da mille colpi, che mancare a un dovere così sacro, qual è quello di mancare alla patria, ed al principe? Ne’ buoni tempi di Roma era il soldato qualche cosa di mirabile. Al nome di patria ciascuno diventava un eroe, e se non avesse la fortuna presentata l’occasione di segnalarsi, invano avrebbe offerta quella di oscurarsi la vita col disonore. Leggasi qual fosse la milizia di Cesare. Ella fu vittoriosa nelle Gallie, ella entrò in Brittannia, ruppe gli ordini serrati di Pompeo a Farsaglia, ella si mantenne così ordinata, e ferma in quell’impeto, e nel tempo stesso ruppe, e fece tale strage de’ nemici, che Cesare stesso esclamò: Si perdoni a’ cittadini. Se non poche truppe, sì ne’ moderni tempi che negli antichi, anno esercitata la licenza contro a’nemici, quando non potean fare alcun male, questo non è stato se non difetto della disciplina. E questa era santissima presso i romani, e sempre ferma. Se ora non è più eguale per tutto, ed in conseguenza se per tutto non è il soldato quel che era un tempo, questo non viene, come dissi, dall’ arte, ma piuttosto dall’ ignorare chi egli è in origine, e quel che esser dee, finchè veste le divise dello stato.

[9] Se vogliamo dunque che la milizia sia milizia cittadina, rammentiamole spesso l’ esser suo, il suo onore, le sue glorie. Le nostre armi, come volea il Segretario fiorentino siano armi proprie, o come pensava il Maresciallo di Sassonia, si faccia una legge che ogni uomo di qualunque condizione si sia, debba obbligarsi a servire il suo principe, e la sua patria per cinque anni (chap.I. art. I.). Essendo così, si stima, come egli si merita. E per istimarlo quanto basti, si pensi che ogni uomo che si vanta cittadino, se non è soldato per una colorata divisa, è tale in essenza come colui che la porta. Egli ha tutto l’interesse di difendere quello stato, in cui vive, e per cui gode sotto l’ asilo delle leggi sicurezza, e libertà. L’esserlo in un tempo, e non esserlo in un altro, non vuol dire che non sia soldato, purchè il bisogno sia alla porte della città. Non ci vergognate dunque, molli cittadini, di ammetterlo alla vostra amicizia, di dargli un posto negli spettacoli, poiché egli non è diverso da voi. Forse è di voi più benemerito, perché sempre è desto, ed attento, sia notte, sia giorno, alla vostra difesa. E voi che siete suoi capi, rispettate questa utilissima parte della umana specie, con insegnarle quello che esser dee, e quello che è sempre stata ne’ più regolati governi, che già furono. Insegnatele qual sia il principe, quale la società, quali i doveri, quale la virtù de’ migliori. La religione, il giuramento sian sempre ad essa presenti. Ritorni l’antico valore ne’ vostri petti, come lo era ne’ tempi andati. Non si stimi [10] opera vana il saper maneggiare la penna al pari della spada, ed il saper parlare con quel vigore stesso, con cui un Cesare parlò, nè di chiamare i vostri soldati, come ei gli chiamava, col dolce nome di commilitoni. So che i vostri doveri sono assai più sublimi di quelli del semplice soldato. So che non vi dovrebbero essere ignote le lettere, lo studio de’ classici, le osservazioni de’ gran capitani, gli assedi, gli errori, le vittorie, le perdite, e le loro cagioni; e so ancora che tutte le regole di ordinare gli eserciti, di marciare non servono in alcune contingenze, perchè cambiando la natura de’ luoghi, delle armi, de’ nemici da assalirsi, dee cambiarsi altresì ogni maniera di ordinarsi, e di combattere. Ma non per questo vi dee esser meno a cuore la vostra milizia. Se ella non ha costume, se ella non ha imparato a conoscersi, tutto è perduto. Ognun di voi saprà le virtù d’ un Sassonia, del vincitor delle Fiandre, di colui che pochi anni sono meritò gli elogi del gran Federigo. Amò sempre i suoi soldati, e, ridottosi a godere all’ombra de’ suoi allori gli ultimi anni della vita, non potè fare a meno di tenere presso di se una valorosa truppa, di esercitarla, e di risguardarla con quel tenero cuore stesso, con cui un padre amoroso guarda la sua famiglia.

Avendo il semplice soldato maggiori idee, avrà similmente maggior opinione di se, e quella generale degli uomini, che è quasi sempre di disprezzo, si muterà senza fallo. Sì gli uni, che gli altri apprenderanno a dare il giusto valore alle cose, tolto loro [11] o affatto oscurato dalla ignoranza. Si sarà allora un perfetto accordo del cittadino soldato col cittadino arista, nobile, e commerciante. La concordia, la stima vicendevole sarà il prezzo del rischiaramento. Diventeranno le vostre milizie come furon quelle del Montecuccoli, di un Carlo Re di Svezia, di un Maurizio di Sassonia, e quali or sono quelle di colui che dà legge alla Prussia, che ha insegnato all’ Europa come bene riunire le armi, e le leggi, come filosofare, come scrivere con quella forza stessa di animo, con cui ha guidati gli eserciti. E voi, o grandi della terra, che nasceste nelle ricchezze, voi che ignorate le fatiche, i disagi del soldato, voi che lo risguardate con quella stessa indifferenza, con cui guardate gli altri uomini, imparate a conoscere chi è mai questa parte di società, che si dà tutta alle armi, e conoscendone l’origine, la necessità, e l’ importanza, sappiate apprezzarla quanto conviene, nè siate tentati di pensare che il semplice soldato non sia degno de’ vostri sguardi, della vostra mensa, del vostro discorso. La stima giustissima, che ne sarete, sarà per lui un incorraggimento il più efficace per attaccarsi a’suoi doveri, alla patria assai più; e potrete quindi gloriarvi di cambiare colla chimera stessa della grandezza l’opinione del popolo; giacchè il cieco popolo sa riguardar sempre inverso di voi, perché abbagliato dalla gran luce di quelle cose che non impongono al grande medesimo, se è saggio, ed al piccol numero di coloro che son saggi, non già nella grandezza, ma in [12] una povertà che è tanto bella, quanto più oscura, e dalla grandezza lontana. ◀Nivel 2 ◀Nivel 1