Osservatore Toscano: Saggio XI.

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Saggio XI.

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Necessità di una Storia della filosofia e delle lettere in Italia. Noi vantiamo il nostro secolo quello della filosofia, e forse lo vantiamo a ragione; perchè questa filosofia ha ormai preso l’imperio quasi del tutto. Noi c’ingegnamo di tramandare alla posterità tutte le nostre cose, e più le piccole, e nulla importanti, che le grandi e degnissime di memoria. Ma noi senza fallo facciamo tutto, quello di cui si sdegneranno forse i posteri nostri. Questi se vorranno conoscere la nostra età, riguardo alla filosofia, ed alle lettere, bisognerà che rivoltino un gran numero di volumi, con perdere molto tempo che fuggirà anche a loro, come a noi fugge. Potranno riprendere giustamente i loro padri per avergli condannati alla dura fatica di consumarsi a leggere molto libri con pochissimo o niun frutto. Ove siete potrà dire qualche anima ragionevole che conosca il prezzo delle cognizioni e del tempo, ove siete, o voi che esaltavi tanto questa bella età vostra? Per conoscerla a fondo, noi non sappiamo donde cominciare. Le nostre librerie son piene di giornali, di novelle, di dizionari, i quali an seco il loro vantaggio; ma noi vorremmo conoscere l’età, in cui viveste con meno dispendio di vista, di sanità, e di talenti. Voi sapete che una lettura vasta, che è spesso necessaria, rovina i nostri occhi, e fa come arruginire i talenti che si anno. Usi a leggere, ed a spogliare quel che si legge, ad altro non si attenderebbe; e dopo un certo tempo, abituato lo spirito a questa fatica, d’altro non si compiace. Voi ci avete lasciati de’ gran materiali tutti in un monte. Vi sono dei mattoni, de’ graniti, de’ marmi bianchi, ve ne sono de’ rosati, ed anche varie spezie di tufo, mescolati insieme tra molte pomici, e molta rena. Voi non ci avete innalzato un palagio, che rinnovasse alcuno di quelli di Tebe o di Palmira, il quale nell’aspetto avesse eleganza e natura, e nell’interno comodo ed agi. Avete fatto cose belle, cose grandi; ma ce le avete lasciate sotto un cumulo di materie ineleganti. Ne avete forse concepito il gran disegno; ma come forse troppo grande, vi siete poi spaventati dall’eseguirlo. Aspettiamoci questo rimprovero da quelli che verranno, e noi Toscani specialmente, ai quali pare ormai che la bella Italia ceda il vanto della più casta, e della più dolce favella. Infatti noi non abbiamo in questa età un istorico della filosofia, vale a dire dello spirito umano, che ha fatto il maggior uso della ragione, noi non l’abbiamo neppure delle cose nostre, delle nostre vicende. Vi è chi ha tentato di scrivere la storia della filosofia; ma per iscrivere in questo genere bisogna saperla. Nè serve il ricordarsi come ha pensato questo filosofo, o quell’altro, perchè questo contenta il maggior numero; bisogna sapere come ha pensato, e se questo, che ha pensato, è originale, se ne ha preso i semi altronde, se la ragione ci ha più guadagnato, o perduto; e come ella si è andata avanzando, e per quali vie alcuni uomini sovraggrandi l’anno condotta a questo termine. Or tutto questo è filosofia. Adunque per iscrivere una storia delle scienze bisogna esser filosofi, vale a dire rigidi esaminatori di tutti i pensieri, di tutte le opinioni, senza esser prevenuti per alcuna setta. Tutto questo è anche poco sicuramente. Bisogna essere scrittori. Quelli che conoscono le proprietà dello spirito umano intenderanno per questa voce quel che è tanto raro, quanto può essere un gran filosofo. In questo poi tutto lo studio della natura, e degli uomini non basta. Conviene avere in dono dalla natura il talento della eleganza. Se ella non fu la dolce dispensatrice di questo gran dono, tutto è vano per entrare nel numero di coloro che scrissero, per così dire, all’eternità. Non serve tutta quanta la filosofia che si può mai acquistare, quando si voglia, ostinati; fa d’uopo aver molte proprietà che formano quel talento prezioso. Quì non ci è luogo di mezzo, o bisogna averle avute dalla natura o conoscersi, e lasciar per sempre di scrivere al pensiero degli uomini. L’arte non può dare quel che non si ha. Ella non è altro che la severa ragione applicata ad osservare se si son descritte le cose secondo la lor natura, vale a dire se questa natura delle cose è tal quale ella è, senza che sia in alcuna parte alterata, o diminuita, se la penna dello scrittore ha raggiunta la semplicità, che la natura, che la natura suole usare nel formarle. Ognun vede che ella può assai quando si ha il talento di osservare le cose, di bene intenderle, e quello poi di renderle evidenti ad altri, perchè le vegga come noi le vedemmo; ma l’arte sola non può supplire al vuoto che lasciò la Natura. Dunque bisogna bene esaminarsi su di ciò, e consultare anche il pubblico, altrimenti si corre un gran pericolo di scrivere senza averne i talenti. Or noi non abbiamo un quadro di quegli uomini rari, che pensarono il più, da presentarsi a coloro, che la ragione coltivano, che la ragione anno in pregio, e che senza di lei nulla gradiscono. Chi ha tentato di farlo non è riuscito. Non può esser mai uno storico della filosofia chi in vece di fare la narrazione limpida, naturale, con proprietà di parole, e senza ridondanze, si perde a confutare or questo, or quell’altro scrittore, che sarà lontano qualche secolo da quel filosofo, di cui si narrano le idee. Di più, che serve l’intralciar tutto con mille citazioni, con mille detti di questo o di quell’altro antico? Il narratore filosofo apprende, considera, e scrive. La sua ragione è la guida del suo narrare. Ella trova tutto in se, senza aver bisogno di farsi imprestare dagli altri quel che gli altri trovarono in se. Quando ella espone le opinioni o i pensieri è fedele, ma serva non mai. Se questo non fosse, come potrebbe ella guidare uno scritto ove fusse unità, candore, e libertà? E come può esser mai uno scritto originale, se la ragione non è abbandonata a se, anche quando deve altrui il fondo delle cose, di cui si brama l’istoria? In fine come si potrà egli parlare alla ragione, se il tuono non è semplice, se la favella non propria, e candida quanto esser può? Il sublime non è mai stato nel rumore delle voci. Nasce solo dal pensiero, il quale potrebbe forse non apparir sublime, quando fosse involto in un meschino apparato di parole. Se non abbiamo una vera Storia della filosofia, degna de’ pensatori del secolo, neppure abbiamo quella della letteratura. Intendo sempre di una storia che non lasci lo spirito come lo trova, di una storia ove il bello spirito, l’artista, il filosofo, e lo scrittore si faccian sentire. Noi non vogliamo un tetro apparecchio di citazioni. Vogliamo il fondo de’ fatti preso da’ buoni fonti, e narrato poi dal più bel talento. Non vogliamo esser rimessi a questo o a quello scrittore, per essere informati assai meglio delle cose. Vogliamo una storia delle vicende che an sofferto le lettere con profitto della ragione; e qualche preme, con uno stile nato dalla natura delle cose stesse bene apprese, e digerite, vale a dire, con uno stile chiaro, semplice, nuovo, elegante. Egli deve fare più accetti i pensieri, perchè presentati con sobrietà di voci, perchè spieghino in un tratto quali sono, e così si succedano gli uni agli altri senza che il paziente leggitore provi un gran numero di sensazioni noiose, quali son quelle delle tante parole ridondanti, che affogano i pochi pensieri di chi non è scrittore. In una parola vogliamo una libera narrazione, ove la verità, e la chiarezza abbiano il primo seggio, ove si parli alla ragione, o sia alla facoltà nostra di pensare. Che importa a me di sapere, per esempio, che Orazio fu a scuola da un certo Orbilio per imparare arimmetica, da un certo Livio per fare de’ versi; che ebbe un padre molto sollecito, che era sempre intorno a’ maestri del figlio; che gli mostrava gli uomini buoni, e cattivi, perchè imparasse da’ primi e fuggisse i secondi? Queste son piccole cose, necessarie bensì, ma che non formano la storia dell’uomo di lettere, e molto meno quella del poeta. Noi bramiamo la storia del filosofo e del poeta, quando si vuole scrivere, a cagion d’esempio, quella del Venosino. Dobbiamo considerare i suoi principj non tanto di filosofia, quanto di poetica, il genere di scritti, in cui si distinse, il carattere di essi, paragonato a quelli che gli furono innanzi, a quelli che vissero dipoi; e se il poeta è grande veramente, qual è mai il supremo talento tutto suo, che lo separa per sempre da tutti gli altri, che vollero correre la stessa acqua. Tutto questo mi rende preziosa la storia non mi ecciti a pensare, perchè ha già pensato il mio narratore, tutto è perduto per me. Una storia sì fatta non è certo per coloro, che leggono per trovare un diletto, e non più. Ma noi parliamo di una storia degna de’ tempi della filosofia, degna di emulare i primi storici dell’antichità. Confessiamo di non averla ancora. Diciamo che l’Italia si è perduta con gusto ne’ mari della erudizione, e se ha voluto scrivere storie o della natura, o delle lettere, le ha fatte di pezzi cuciti insieme, presi di quà e di là senza fine. Ma Dio buono! è egli questa una storia? Tali non sono quelle di Tacito, e quelle del Segretario Fiorentino. Tali non sono neppur quelle di un Voltaire, di un Robertson, di un Raynald. Questa erudizione io per me non so quanto possa stimarsi, quando non ha sofferto, per così dire, disfacimento nel nostro intelletto, nè si è fatta nostra a segno, che al suo comparire sia tutt’ altra da quel che parve. Non so qual merito ella possa produrre, quando non è stata come fecondata dalla forza della filosofia. È impossibile che non debba annoiare anche quelli, che sembrano fatti a posta per leggere tutta la lor vita de’ fatti isolati, e nulla pensare. Ma quando la ragione tutto vede, e tutto accompagna, quanto è bella la storia! quanto è più breve di quel che soglia farsi comunemente! La storia della filosofia, e delle lettere, scritta come abbiamo accennato, sarebbe un libro che non è per anche in Italia, e forse non è fralle altre nazioni più culte. Da esso solamente è da separarsi di vedere quel che suol far la Natura, e quel che possono gli uomini, riguardo a’ principj, ed all’aumento delle umane cognizioni. Dico che è da sperarsi da esso solo; perchè in un quadro sì grande, e sì vario, animato da un colorito che quasi incarni le cose, può un’anima pensatrice osservare ed abbracciare il tutto, senza che le fugga alcuno degli oggetti che la compongono. Può sentire ivi l’eloquenza della ragione, vale a dire un tessuto di voci che mostri in tutti gli oggetti, per cui trascorre, il loro valore intimo, la loro natura, senza che sia in alcuna parte fatte men bella dalle immaginazione. La proprietà delle cose spiegata che sia, come conviensi, è già bella, è già sublime appena si mostra. Da essa solo ben espressa s’impara quella che dicesi sapienza; anzi la sapienza non è altro che il valore intimo, la natura, come ella è, delle cose. Adunque dalla storia filosofica della Sapienza solo si può apprendere quel che ci risparmi una lunga e penosa fatica di leggere molti libri, e meditarli. Una ragione, consumata nella riflessione, mette dinanzi alla ragione ancor nuova quel che dee pensare di tutti gli oggetti, su cui ha diritto la Filosofia. Allora non si consuma una ragione novella, e desiderosa di apprendere a studiar quelli altri, tanto poco conosciuti dallo studio profondo degli antichi e pochissimo più dall’altezza, e dalle vigilie de’ moderni. Allora solamente può vedere qual viaggio siasi fatto in alcuni, e quale sia da sperarsi di più. Nelle scoperte stesse della Natura potrà vedere quante parti ci sono ignote, e come in questo campo sarà sempre da cogliersi allori fino agli ultimi secoli. Nella storia delle lettere, e perciò anche delle arti gentili, vedrà i sommi talenti, che vi si sono distinti, passerà di diletto in diletto, e saprà che il sommo artista non può costar meno alla Natura, al secolo, ed agli uomini che danno favore agli studi, di un sommo filosofo. In ultimo da questo quadro si vedrà quanto la povera, e sempre perseguitata ragione abbia fatto i suoi sforzi per elevar se stessa a quel grado di sublime, per cui è stata fatta dal Creatore del tutto. Se avrà da lamentarsi della incertezza di molte parti del sapere, del poco lume che si ha, dovrà concludere ciò nonostante, che lo studio di molte è utile, è il conforto di certuni, e la sciagura di certi altri. Dovrà dire a se stesso, che il leggere i gran pensieri degli uomini è la strada più corta per animarne degli altri; e che l’animarne ce’ nuovi e de’ grandi è il primo, e l’ultimo de’ piaceri, è l’esistenza la più felice dell’uomo, è tutto l’uomo filosofo, e glorioso.