Osservatore Toscano: Saggio VII.

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Saggio VII

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Riflessioni sullo stato presente della nostra Poesia. Quasi tutti gli uomini sentono l’incanto delle arti, e più facilmente quello della poesia. Non tutti lo sentono in egual modo, ma lo sentono e l’amano. Per sentirlo in una maniera distinta, bisogna averne i talenti, e questi esercitati ad osservare il più bello, se non a ritirarlo. Il sentimento generale è un sentimento grossolano, capace però di raffinarsi, e di ridursi il più gentile. Con tutto questo la passione per la poesia è generale, ed agita ancora, senza che se ne abbiano i talenti. Di quì è che il numero de’ verseggiatori è stato sì grande in ogni tempo; e se lo sia stato in Italia, basta leggere le nostre storie, e le nostre poesie, ove anche nella loro nativa rozzezza fanno trasparire il nostro genio. L’Italia dunque ha sempre coltivata la poesia, come si fece in Atene ed in Roma. Dunque, dirà taluno, grande sarà sempre stato il numero de’ poeti. Trista conseguenza; anzi piccolissimo sempre. Lasciamo i tempi andati, e veniamo a’ nostri. Che cosa è mai al presente la nostra poesia di qualunque genere in Italia? È una miserabile imitazione di quella che ha ritrovato quel bellissimo ingegno del Metastasio. Si vuole una canzone, si vuole un sonetto? I sensi di Catone, e di Temistocle, e bisognando gli affetti di Aristea, sono in campo. Si vuol egli verso sciolto, egloga, stanze, e qualunque altra maniera di versi? Il tronco linguaggio per la musica, quello cioè de’ drammi vi viene subito innanzi. In somma quasi tutti gl’ingegni italiani, presi dalla dolcezza di quel grandissimo poeta, altro non fanno che sfigurare le sue idee, le sue immagini, e le sue espressioni. Non parlerò di coloro che anno posto mano alla severa tragedia, o al dramma; che i più di questi infelici non sono stati altro che freddi copisti. Costoro non si sono vergognati, non dirò di comparir secondi dietro le tracce di quell’uomo sublime; ma neppure di comparire in istampa rivestiti delle spoglie di esso. Quindi senza le idee, e senza le voci del Metastasio non avrebbero saputo fare un passo. Ma ditemi, o Poeti seguaci, Poeti che tanto indegnamente usurpate questo nome, che pensate di esser mai agli occhi di un gran talento, di un fino osservatore delle cose, di alcuno che elevato su di se, altro non conosce, altro non sente che se, e la Natura, ove trova il suo modello? Aspirate voi forse alla gloria per mezzo di una vilissima imitazione? L’imitazione non già del naturale, ma di quel che anno scritto i veri poeti, non è il talento del gran poeta. Imitare il Metastasio, e copiarlo vuol dire lo stesso. Per esser quel che egli è stato, bisogna essere un altro se. Infatti che cosa è mai un gran poeta? È il frutto di una maniera singolare di sentire, di apprendere, d’immaginare, di pensare, di osservare, di esprimersi, e di tutte poi le circostanze, in cui si trova l’uomo, ed il poeta, e forse in tutto questo ci entrerà anche un non so che, non dato forse mai d’intendersi all’uomo; un non so che, forse il gran fondamento, il primo principio, il gran privilegio di colui che sarà chiamato poeta. Adunque se è così, se ormai dopo tante infelici esperienze, niuno finora lo ha raffigurato nel minimo lineamento, si lasci in pace una volta. Non si lacerin più le opere di un uomo, che sarà in ogni tempo la delizia dell’Italia, e di quelle nazioni che gusteranno l’atticismo della lingua d’Italia. Lasciamo alla Natura il pensiero di farne un altro, sebbene io non ne vegga la necessità. Non voglia alcuno affrettarne la nascita, con pensare di esser egli l’eletto; che ormai sembra disperato il caso di vedere il secondo, il quale non potrebbe esser poi grande abbastanza, appunto per esser secondo. Oltre di che la Natura stessa non potrebbe farlo. Poichè, quantunque ella operi sempre sopra di un modello già fisso, nondimeno ella è di una varietà presso che infinita, anche nelle opere sue più luminose, e della specie medesima. Infatti il più bel viso della moderna Giorgìa sarà tanto somigliante ad uno de’ più belli dell’Italia, quanto la Galatea di Raffaello raffigura alla Venere di Tiziano. Mi servo di queste somiglianze, perchè rilevano assai quel che io voglio dire. Se è vero poi, come io lo credo pur troppo, quantunque non ne sappia precisamente il perchè, che la natura, la disposizione del nostro materiale abbia della influenza sul maggiore o minor grado di spirito, bisognerà dire essere impossibile un ingegno simile a quello del Metastasio. Ma noi, sento sussurrare molti di coloro che si pensano di esser poeti, e anche drammatici, noi vogliamo scrivere, com’egli ha scritto. Che forse non sentiamo i nostri talenti, forse non sentiamo di avere una certa facilità, un immaginare caldo e potente? Guardate, Poeti, che non sarà poi così. Questa facilità, questo immaginare che presumete di aver sì forte, sarà un misero effetto del leggere che fate o il Metastasio, o alcun altro poeta. Volete voi un disinganno? Rileggete quel che avete scritto, ed osserverete con occhio nudo che la vostra poesia è quell’alimento stesso che avevi ingoiato poco fa. Non è stato possibile che vi si converta tutto in sangue. Or che vuol dire ciò? Che non avete talenti. E la miglior medicina di guarirvi dalla mania di scriver drammi, o altre poesie, copiando le frasi del Metastasio, qual sarebbe? Il pensare ad un altro mestiere. Ma voi che siete nati con talenti da signoreggiare qualche bella parte di mondo letterario, non dovete scoraggirvi per questo. Il Metastasio è una rara apparizione nel Cielo d’Italia, lo confesso; ma voi potete esser altri gran poeti, senza esser quel medesimo. Potete voi pure esser la dolcezza, e l’incanto del cuore umano, quando la Natura vi chiami. Per far ciò afforzatevi colla dottrina, ovvero colla filosofia. Se questa non è il fondo de’ vostri versi eleganti, se questa non gli domina dall’un capo all’altro, non è da sperarsi che sieno durevoli. La dottrina dunque è il grande e sostanziale apparato della poesia. Una lettura considerata di coloro che ormai son modelli, non è meno necessaria; ma dopo i vostri primi disegni, per dir così, fatti sulle opere di essi, è forza di lasciarli tutti quanti. Pensate allora che per avere un primato, basta essere originali; e per esser sì fatti, basta il gran quadro della Natura. Specchiatevi in esso, avvezzatevi ad osservarlo finalmente, copiatelo ov’è più bello, voi vi appassionerete del suo fare scelto e sublime, nè sarà più in vostra mano di non gareggiare con sì potente maestra. Allora scrivendo sarete sicuri di esser letti, di piacere senza essere il Poeta di Cesare. Quello però che io non saprei raccomandarvi abbastanza si è di esso la correzione, o sia il finissimo senno di mutare quel che non è d’accordo colla proprietà del nostro spirito, nè con quelle che si veggono in tutto il resto delle cose. Nelle sue poesie non ci è voce che non sia pesata. Nulla dirò della eleganza delle idee, vale a dire della scelta che apparisce in quelle. Il linguaggio delle muse, che è il gran segreto dell’arte, quanto è in lui maraviglioso! Chi non ne ha il privilegio, chi non sa i pregi di questo segreto, lasci pur le vie di parnaso. Un gran pittore, ed era Tiziano, dopo di aver fatto il suo quadro, diceva che la maggior fatica che egli durava era quella di nascondere la stessa fatica. Non vuol forse dir ciò che egli spendeva molto tempo a mettere dell’accordo ne’suoi quadri, e tutto questo non era correzione? Ed il Pope inglese non disse da quel gran poeta ch’egli è, l’arte la più difficile di tutte essere l’arte del cassare? Questa è il principio di ogni maniera di eccellenza nelle arti. Ma prima di averla imparata, qual ingegno! quali osservazioni! quali fatiche! Da quel che abbiamo detto ognuno può intendere che i nostri vari generi di poesia ora altro non sono che il Metastasio in mille brani. Parlo del tempo, in cui siamo, con pochissime eccezioni. Se non è il pensiero, l’immagine, è l’espressione, o si l’uno che l’altra; e fuori di ciò versi strani, versi degni di andare a finire nella strada de’ profumieri, che era in Roma al tempo di Orazio. Non vi è dunque tempo il più infelice del presente per la nostra poesia, perchè tempo di servitù. Rivolti tutti a seguitare quel raro poeta senz’averne l’anima, ed il sapere, si può dire che l’abbiano corrotta, come seguì al tempo del Fontenelle in Francia della prosa. Imitavano tutti il suo stile senza averne lo spirito e la dottrina. E che ne addiveniva da ciò? Che l’eloquenza francese si riempiva di falsi pensieri, e di fredde allusioni. Lascio molte cose che si potrebbero dire di vantaggio a questo proposito. Solo aggiungerò che non è per anche così sterilita la Natura da non presentare molti e molti oggeti (sic.) da ritrarsi, e da meditarsi, non tocchi per anche da veruno. E che? Ha forse il Metastasio, per esempio, dipinto il cuore umano or tenero, or grande, or perverso, or in pianti, che altri punti di vista non ci siano per farsi di esso signori? Non è certo così. Vadasi al fonte originario, vadasi alla Natura; ma si vada provveduti di un certo squisito giudizio, e di una sublime passione. Voglio dire di quel giudizio che si rende assai più fino con istudiare i grandi originali, e di quella passione che aborrisce ogni tracci di servitù. Al leggere Teocrito e Virgilio nelle cose pastorali, pareva che non si potesse dire di più. È venuto però fuori ultimamente un illustre tedesco il Gessner, che ci ha mostrato ne’ suoi idili una pittura di oggetti i più semplici, così viva, così parlante, che non bisogna aver talento, nè cuore, per non sentirne il più soave diletto. Pitture sì fatte non sono per certo da uomini volgari. Bisogna esser già abituati ad osservare il naturale nel suo più semplice, vale a dire in quello che ha di più bello, altrimenti sfuggono all’occhio ed al cuore gli oggetti i più gentili, e certi tratti di pennello, che non si saprebbe dire come ci siano venuti fatti. Quelli dunque che si sentono come inspirati per la poesia, non dico io che non leggano le belle cose del Metastasio; dico solo che non si mettano al vano cimento di volerlo rassomigliare. Egli ha veramente un incanto che si fa sentire a tutti, e non so se in Grecia ed in Roma siasi imparato con tanta facilità alcun poeta, come segue ora di esso in Italia; ma chiunque aspira alla palma anche nella poesia drammatica deve mirare ad essere originale. Sembra certo che ormai non possa parlarsi meglio in questo genere del Metastasio, e quelli che finora anno scritto drammi an copiato il suo linguaggio; nondimeno, dati certi talenti, certa passione, e quel che importa di più, un buon fondo di sapienza, si possono scavare altre sorgenti di cose, e di maniere di trattarle, non sentite da altri. In una parola non è prescritto il termine delle combinazioni che posson farsi de’ pensieri, delle immagini, e delle parole. Cessi pertanto lusinga di potere esser gran poeti, seguitando a copiare quel grand’uomo. Si scriva in quel genere; ma si pensi a formarsi, prima di comparire in pubblico, un carattere originale. Non è cosa difficile. Basta seguitare le proprie inclinazioni; e quel che poi le rende signore del cuore altrui, quando si scrive, è la pertinacia lunghissima di avere scritto assaissimo in segreto, provato e riprovato. Le passioni umane sono un fondo che non si vuoterà quasi mai. So che tutte anno un principio fermo, e sempre lo stesso; ma le combinazioni che se ne potranno fare se ne anderanno forse all’infinito. A queste attenda il grande ingegno quando voglia scrivere tragedie. Sappia che son forse queste le sole per cui si può primeggiare nelle arti, e nelle scienze. A pensare altrimenti, quanto povera saresti, o Natura! Ma non sei attesa gran fatto. Tu sei bella, e feconda ovunque; e la tua maggior bellezza è forse la varietà. In quante dolci situazioni tu muovi il pianto, e la compassione! In quante altre tu non formi gli eroi, onde abbiano sensi, e voci che son tutte del momento che parlano! Se dunque tu sei così bella, varia e feconda, son pur folli coloro che aspirano a farsi grandi col talento, senza che ti studino gran tempo per iscoprirti, e farsi degni di tue grazie. Se a te non si affacciano, se a te non riccorrono, se tu non gli degni di un guardo, se non apri loro i tuoi tesori, cercano invano di farsi immortali fra noi. Quel che l’anima pensatrice può dare, sarà sempre segno del gran pensare; ma l’effetto del gran pensare, ed anche del grande immaginare è sempre Natura? Non già. Dunque ella ci apra i suoi tesori, e già siamo vincitori dell’invidia, e del tempo.