Osservatore Toscano: Saggio VI.

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Saggio VI.

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Istoria d’un delirio. Si contano di assai terribili effetti, e funestissimi alcuna volta, per aver mangiato di qualche formaggio spesso in molta, e spesso in poca quantità.

Niveau 3

Exemple

Navigava un anno di Alessandrietta per Cipro un Capitano mio amico, e seco avea molti che faceano quel tragitto. Sarpò la mattina per tempo, e con un vento gagliardo diede fondo in Cipro dopo la mezza notte. La sera della partenza fu imbandita la mensa; e, fatta buona cena, ognuno se ne andò a riposare. Bisogna sapere che fra quei passeggieri era un Frate de’ minori fiammingo, uomo d’alta statura, ben fatto nella persona, e di una complessione robusta. Questi, sebbene avesse le febbri terzane, che sono famigliari nel principio a’ nuovi abitatori di que’ paesi, si mise a mangiar del cacio inglese, del quale era stata posta in tavola una mezza forma, e ne mangiò fuori di misura. Niuno seppe dirgli che nel suo stato di mezzana convalescenza, gli avrebbe potuto far male il caricarsene troppo. Si osservava l’aspetto del buon Padre, ed ognuno pensava a se. Ne mangiò dunque molto, e poi andò a coricarsi. Il Capitano della nave era egli pure come convalescente dalle febbri stesse, e quantunque avesse fatta una parchissima cena, non perciò egli potè prendere buon sonno. Essendo adunque così mezzo desto, dopo quattro ore che tutti gli altri riposavano, sente farsi del rumore a lui vicino. Sorge sul letto, e vede il Frate si agitava assaissimo senza parlare. Chiama un servente, il quale dice che egli è moribondo. A questo detto subito si fa svegliare un medico, che vi era per buona sorte, ed un altro frate. Accorrono; ma il medico forse non si era trovato in casi somiglianti, dichiara che muore, ed anche in breve. Non potendo fare alcuna cosa a prò dell’infermo, lo abbandona agli ultimi offici della religione. Si arriva intanto a Cipro, e si vuole subito trarlo fuori della nave per dargli un miglior soccorso, giacchè la durata del male facea sperare. Ma il mare era grosso, e il battello che si spedisce a tal uopo non può vincer le onde, e perciò conviene tornare indietro malconcio da esse. Il padre se ne stava sempre nel suo delirio. Sul far del giorno per buona ventura il tempo si cambia, e sebbene seguitasse il mare ad esser grosso, nondimeno permette di trasportarsi a terra. Si cala adunque nel battello, e si trasporta alla riva. Nel trasportarlo non è possibile di guardarlo da alcuni flutti, che i marinari chiaman colpi di mare. Sicchè arriva tutto bagnato, ancorchè ben coperto. Si riceve da alcuni suoi frati, e posto spora di una carretta, si porta all’ospizio. Quì si mette in una stanza apparata colla guardia di un greco, perchè veniva di Alessandrietta, ov’era la peste. Sta quivi due giorni senza dare alcun segno di miglioramento. Finalmente si risveglia, si alza, e sciolto da un letargo, a cui si era ridotto il suo delirio, domanda ov’è egli? Gli si risponde esser egli all’ospizio de’ frati in Cipro. E come, e d’onde? egli replica. Allora i frati gli vanno dicendo come l’anno ricevuto, come trasportato, e qual’era il suo stato. Egli se ne fa le maraviglie, nè si sovviene d’alcuna cosa. Nondimeno egli è prostrato di forze, bisogna stare in letto, e prendere alcun rimedio. Il medico rimante attonito vedendo che una delle più terribili burrasche avesse finito così bene, e fosse scampato dalla morte uno che vi era già vicino. Egli giudicando allora secondo i principj di sua professione, disse che quell’assalto improvviso di male, non potea aver altra origine che da quel formaggio mangiato in troppa quantità, poichè nè egli, nè gli altri ne avean risentito alcuno incomodo. Pare certo che non vi potesse esser causa alcuna più probabile, e forse sarà la vera.

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Exemple

Questo caso è ben più terribile di quel che narra l’illustre Targioni avvenuto Firenze ad alcuni Gesuiti che avean mangiato di certo lor cacio sulla minestra; poichè i sintomi che ad essi sopraggiunsero furon tormini fierissimi, tensioni a basso ventre, ansietà, mancanze, sudori freddi, i quali finiron ben presto con violenti evacuazioni, con vomiti, e con qualche poca di febbre in alcuni, senza più.
Il nostro fatto pare che si assomigli assai più agli effetti anch’essi terribili che suol produrre quella pianta dolorosa, che i Naturalisti dicono Iusquiamo. Questa pianta che, secondo il dottor Targioni, non è originaria della Toscana, ma vi si propaga spontaneamente suol produrre delirio violentissimo, vertiggini, affanno, e perdita di loquela.

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Exemple

Si può leggere ne’ suoi Viaggi un orribil caso di due persone, moglie e marito contadini, i quali, mangiata della radice di quella pianta, provarono tutti que’ sintomi, senza che si potesse dar loro alcun sollievo. Il marito durò sette ore con frenesia sì forte, che senza la man soccorrevole di più persone si sarebbe gittato dalla finestra. Dopo questo spazio di tempo riprese la loquela, si trovò un poco abbattuto, nè ebbe più altro. La moglie che mangiò più tardi della radice venefica, ebbe anche più tardi il medesimo assalto del marito. Cominciò con una certa stupidità a manifestarsi quel doloroso effetto, e dipoi le sopraggiunse il delirio egualmente violento come quello del marito; e se pietosamente non fosse stata guardata, avrebbe rovinato quel che avesse potuto, e terminata la tragedia con qualche precipizio. A lei durò assai più questo delirio, cioè fino alla sera dipoi, dopo di che ella si rimase libera affatto, se non che restò per alcuni giorni con un piccolo impedimento nella lingua, il quale si sciolse dopo sei giorni, e in tutto questo tempo si trovò sempre stupida.
Da questi casi può ricavarsi con libertà che certe piante contengono in se de’ sali corrosivi, capaci di alterare il sistema nervoso nella maniera la più terribile, e quasi mortale. I fatti non ne lasciano dubitare. Quel che ho riferito del Padre de’ Minori mostra quanto poco sia da fidarsi de’ formaggi mangiati in abbondanza, e spesso anche in pochissima dose, non sapendosi se ne’ latti vi sia passata la malignità di certe erbe, che talvolta soglion mangiare gli armenti.