Osservatore Toscano: Saggio II.

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Nível 1

Saggio II.

Nível 2

Stato della Toscana~i, riguardo all’agricoltura, prima del 1765

Se s’interroga il Naturalista sulla situazione del nostro paese, sulla varietà delle produzioni, noi siamo un popolo di felici. A noi non manca terreno, non colli, non monti, non pianure, non valli, non canali, non mare. Abbiamo grani bellissimi, abbiam vini eccellenti, ogni sorte di legume, ed ogni pianta, ogni fiore fa ottima prova nel nostro suolo. Non ci mancano neppur boschi, nè marmi, nè altre pietre, nè molti animali, almeno i più necessari agli usi della vita. Fin qui il Naturalista è veritiero. Se poi vogliam sapere se siamo un popolo nuovo, oppure antico, basta legger la storia, basta osservare non dirò le memorie de’ nostri pensieri, e delle nostre arti belle, cioè i libri, le statue, e le pitture, gli edifici che si veggono per tutto il nostro paese, ma le mura soltanto di qualche chiesa, o di qualche casa. Queste fanno conoscer certo che abbiamo avuto dell’ingegno, che è stato favorito, che l’abbiam coltivato, e per conseguente che siamo stati anche ricchi, anche agiati. Poichè non si può certamente pensare che nella guerra, nelle miserie, nella fame abbiamo imparato a conoscer la Natura, a fissarne il più bello, ed a ritrarlo poi colle tinte. Tutto adunque ci fa intendere che siamo stati facoltosi. Chi potrebbe negare questa verità sì dolente un tempo? Nessuno. Ma ond’è mai che in un terreno sì fertile, in un paese che è stato de’ primi a spogliarsi della barbarie, siamo stati nella povertà, ed abbiamo sofferto delle carestie? Il nodo non è difficile a sciorsi. La nostra agricoltura era rovinata. Peggio per voi, dirà taluno, se le fatiche vi dispiacevano. La vostra era una miseria, una povertà che vi stava bene, e perciò non punto da compiangersi. Eh no, non è punto così, replicherò io. La nostra agricoltura era rovinata, perchè non ci era libertà, perchè per tutto la nostra proprietà non era tale nel fondo. Si dovea dunque vendere il nostro grano, il nostro vino, il nostro olio, le nostre carni al prezzo che era fissato, non già a quel prezzo che è guidato dalla natura delle cose, e che risulta dalla quantità, e dal bisogno in un libero commercio. In conseguenza questo prezzo era quasi sempre al di sotto, o poco al di sopra alle spese medesime che importavano le coltivazioni. Se era sì fatto, ognun vede che si dovean trasandare, senza la speranza di un maggior guadagno. Da questo abbandono, da questa trascuraggine, quanti mali non ne dovean venire per necessità. Il primo la rovina della nostra agricoltura. Si dovean lasciare senza sementa molti campi, senza potarsi molte vigne, senza moltiplicazione molti germi sì di piante che di animali. Il secondo la miseria degli uomini. Perchè spendere a seminare, a piantare, a disegnare abitazioni nuove per gli uomini, e per gli animali, a risarcire le vecchie, a oppor de’ ripari alle acque che senza grande avvedimento, e gran vigilanza tutto rovinano, perchè far tutto ciò, senza la sicurezza di trovar un guadagno maggiore delle nostre spese? Non era dunque possibile che la nostra agricoltura fosse in fiore. Dopo tutto questo ci faremo le meraviglie, se siamo stati tutti poveri, senza lasciare i ricchi medesimi? Chi vede con occhio acuto le cose vicine, e le lontane, è costretto a confessare che dovea esser pur così. Si dovea esser poveri in un paese, che è stato fertile, e ricco altre volte. Infatti sono meno di venti anni che l’olio delle nostre pendici pisane era ad un prezzo che facea pietà. Si dovea consumare da noi stessi, quando dal prezzo si conosceva esserne la quantità superiore a’ nostri bisogni. Non si ricavavano le venti lire il barile. Si trovò allora chi di Calci ne mandò a Pisa qualche barile. Chi lo crederebbe? dovette darlo alle lire diciotto, e spesso non trovare chi lo volesse. Questa apparente abbondanza che era ella mai se non miseria la più crudele? Eran quasi disperati molti possidenti, i quali dovean pagare le gravezze, anticipare a’ contadini, e mantenersi. Non sapeano molti come farsi, sì perchè tutte le annate non son le stesse, sì perchè i prezzi eran sì vili. Ma quì dicono i nemici della libertà del commercio, la gente che non possiede, gli artisti, i lavoratori potean vivere assai meglio. Questa è una falsità. Come posson vivere coloro che vivono di lor fatiche, se i ricchi coloro, cioè che debbon far lavorare, non anno con che supplire alle loro spese le più necessarie? Tutti questi infelici bisogna che si trovino nella miseria di tutto. Oltre di che se il ricco vende a tal prezzo le sue raccolte, a quale potrà pagar le fatiche, che son così preziose, considerato, che la terra la più fertile è quasi come se non fosse senza di quelle? Bisognerà che ad egual prezzo le paghi. Ma vada male una raccolta d’olio, o di biade, il possidente farà egli lavorare tutte le sue terre, sugare i suoi ulivi, vangarli, pulirli, piantarne de’ nuovi? No certo. Dunque ecco miseria sopra miseria. Lodiamo dunque Iddio che vennero i giorni della libertà. Quanto si farà maggiore, tanto saranno maggiori i nostri vantaggi. Sì; vadan pur via tutti i nostri grani, tutti i nostri oli, tutti i nostri vini, che questa sarà la nostra fortuna. Come! tutte le nostre raccolte al forestiere? dice il vile nemico della libertà. Sì; tutte di volo al forestiere. Ma noi sarem subito nella fame, egli insiste. No, non temerne. Saremmo sì bene nella carestia, se le nostre raccolte dovessero tutte consumarsi da noi. Dunque sia pur lungi ogni timore di penuria, e di fame. Si estenda la libertà il più che si può. Si lasci al possidente far quel che vuole della sua roba, quando nulla deve allo stato. Si sostenga, si onori l’agricoltura; che quando ella è in fiore, e la libertà non ha limiti, tutto è felicità sulla terra.