Zitiervorschlag: Antonio Piazza (Hrsg.): "Num. 98", in: Gazzetta urbana veneta, Vol.3\098 (1789), S. 777-784, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Dickhaut, Kirsten / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.2419 [aufgerufen am: ].


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Num. 98

Mercordì 9 Decembre 1789.

Ebene 2► Ebene 3► Brief/Leserbrief► Al Sig. Gazzettiere di Venezia
Cicaleccio

Al problema enunziato nel vostro foglio al N. 86, che dice: Essendo la Società piena di Medici parte dotti e veramente grandi, parte sciocchi e ignoranti impostori, si domanda con quai caratteri si possi distinguere fra questi il Medico sapiente dall’impostore, era stato in quel foglio stesso risposto adequatamente coll’indicare le disposizioni ed i mezzi senza dei quali nessuno può esser mai dotto e vero Medico, e quale sia del Medico sapiente il costume, le parole, ed il metodo di curare; per lo che sembrava che l’A. del Quesito restar potesse appagato e convinto, e con esso anche quello che poi al N. 90 della vostra Gazzetta, riferisce con sensi alquanto diversi il medesimo tema, distinguendo, concludendo ec., come appresso vedremo.

Essendo la Società piena di Medici sì veri che falsi, si dimandano i segni caratteristici degli uni e degli altri, a scanso d’inganni funesti.

Le voci vero e falso, non sono equivalenti a dotto ed ignorante; il Medico falso non è il Medico ignorante, ed il mio amico Petussa distingue la differenza che vi ha tra Oro vero, Oro basso, Oro falso, e sostiene che l’Oro falso non contiene punto di Oro; posta la qual cosa che è incontrastabile concludiamo anche noi che chi alterò il primo quesito non ha distinto il vero dal falso.

La risposta poi ch’esso diede al problema suddetto dimostra chiaramente esser lui un sottilissimo argomentante, di quelli cioè che putiscono di sofistici, e sono assaliti da frequenti tumultuanti riflussi di spiriti animali, enti di fantasia da tanti come tali riconosciuti, e da altrettanti con massimo ardore combattuti quai corpi infesti e nocivi. Mi spiego. Ragionando egli a sproposito distingue da principio cui sia che dimanda quei segni se il popolo, o la porzion colta, illuminata e dotta di una Nazione. Ma se il popolo per di lui asserzione è essenzialmente ignorante, non può esser nemmeno capace di cosiffatte riflessioni e richieste, e ben contro ogni ragione conclude che chi sciolse nell’altra Gazzetta questo Problema direttamente non lo abbia inteso nel senso in cui conveniva. Oltre a ciò molto più irragionevole ed assurdo, . . [778]  . . . . . . . . . . . . . . è il dire che il popolo, e non un popolo sia essenzialmente ignorante, come non meno assurdo è l’immaginare che questo popolo essenzialmente ignorante sappia e possa distinguere chi ne sà, se non in Medicina, almeno nelle scienze affini ed ha buon senso per ricorrere a consiglio da questi, onde non andar errato nel giudicare il Medico, e nel decidere se sia grande o picciolo.

L’A. di tanti assurdi che con offesa del buon senso ha distinto se il popolo, ovvero la porzion colta illuminata e dotta di una nazione faccia il quesito, e che ha senza la menoma verosimiglianza deciso per quello, se fior avea di ragione non solo avrebbe concluso che chi sciolse nell’altra Gazzetta questo Problema lo aveva inteso nel so senso vero e diretto in cui conveniva; ma gli avrebbe accordato ancora lo aver soddisfatto alle richieste dei dotti, e l’aver esso dati alla gente incolta ed ignorante dell’Arte Medica e delle scienze affini i segni materiali ed esterni per farle discernere il Medico dotto dall’ignorante. Il Medico sapiente, (sono le stesse parole del tentato a rispondere la prima volta al quesito) e veramente dotto nell’Arte sua, sarà quello, che in moltissimi casi, anche delli considerati i più difficili, minorerà gli incomodi a’suoi ammalati, e saprà più presto degli altri restituirli in salute; parlerà poco; si farà intender da tutti; deffinirà le malattie; farà il suo prognostico veritiero, nè parlerà, come suol farsi dagli impostori furbi, da Oracolo. Ecco dunque provato all’acutissimo Sig. Logico di F. L. che in quesito Veronese (così è nominato il quesito al Num. 86.) è stato risolto con quella distinzione che da lui agitatamente si cerca.

Ma come dunque illuminarlo questo popolo? dice la risposta di Treviso. Rispondo. O si dimandando dei segni esterni per far distinguere il Medico dotto dall’ignorante anche a quella parte di popolo, che destinata a sostenere il bene della Società col vigore e coll’azione de’suoi muscoli, ignora le scienze, o si dimanda con quai mezzi si potrebbe instruire questa parte di popolo, acciò non errasse nella scelta del Medico. Alla prima dimanda ha soddisfatto il primo. Alla seconda pretese di rispondere quel di Treviso, il quale, chi sa perchè, intendendo di parlare di questi mezzi, dopo di aver mandato il suo popolo ignorante ad interrogare i dotti, egli vorrebbe che il Governo tanto col reprimere quelli, che senza scienza, e senza facoltà esercitano la Medicina, quanto col sostenere e decorare quei membri della facoltà ch’hanno una fama distinta e ferma, aprisse gli occhj al popolo. Non sì sà quì per altro di qual Governo questo Scrittore intenda parlare, del Nostro Serenissimo, nò certamente, ove spesso puniti si veggono i contraffacenti dell’Arte Medica a norma delle sapienti leggi del Principato, amministrate da incorrotta giustizia, e da vigilante prudenza. Ma che con egual procedura abbiasi a punire da un Governo tutti quei Medici, che legittimamente addottorati ed approvati nell’esercizio pratico, non posseggono quindi grande estensione di dottrina, come pare ch’egli vorrebbe, io lascio a’Medici il darne risposta, e ad ogni uomo di buon senso assoggetto la proposizione di questo all’altra parte che vorrebbe tutti decorati quei Medici, che nella Letteratura risplendono, o hanno la pretesa di risplendere, mercè qualche lor scipitezza, che diedero alla stampa.

Tornando sulla via. Se i segni esterni dati da chi rispose al primo quesito non bastano per istruire un popolo essenzialmente ignorante, dotato per altro di senso comune, non bastano neppure certi altri che urtando la vista e la fantasia potrebbero imporre e persua-[779]dere questo popolo, come farebbero quelli che usano alcuni dotti Medici, i quali con marmoreo portamento passeggiano per le vie della Città a passi pesantissimi e misurati, cogl’occhj bassi, e colle ciglia aggrottate, col cappello inchiodato sulla radice del naso, e ravvolti in un succinto smantellato mantello; o alcuni altri che frettolosi camminano quà e là dal dì alla notte, facendo apparenza di continue visite, tutti per altro attillati, pettoruti, e serj, ora di spada, ora di bastone muniti, rassembra che vogliano scacciare i mali armata mano. Sono questi, mi si dirà, gli artificj degl’Impostori e dei Furbi. Sì certo; ma per questi, come ben dice l’A. di Treviso, i furbi e gli impostori troppo spesso hanno ingannato il popolo, e colla loro scaltrezza hanno tolto la mano ai grandi filosofi. E ciò è lo stesso che dire, che da costoro sono stati ingannati anche quelli che ne sanno nelle scienze affini alla Medicina, e che hanno buon senso.

Ma come dunque illuminarlo questo popolo, e come far che i furbi e gli impostori non tolgano la mano ai grandi filosofi?

Ciò è facile da insegnarsi, ma impossibile da ridursi alla pratica per due gran ragioni. La prima è quella certa facilità con cui ognuno di leggieri si dà a credere ciò che vorrebbe, e che desidera. La seconda è quella profonda ignoranza che offende tanto i massimi quanto i minimi filosofi intorno le vere cagioni delle cose. Per la prima il più zotico ed ignorante uomo che eserciti la Medicina, sia pur senza scienza, o senza facoltà, purchè molto prometta, e molto vanti sarà di buon grado anteposto e spalleggiato dagli uomini pure di buon senso affronte di dottissimo ed addottoratissimo Medico, la cui prudenza vuole che poco prometta, e di rado si cimenti a grande e pericolosa impresa, avvertendolo che, dall’incertezza di un favorevole o contrario evento, prende la sua fama, o il suo disonore.

Per la seconda gli uomini malgrado la ragione si avvezzano a giudicare con abuso dall’esito delle cose, e per quanto dotti siano, rari sono, che in materia di salute non argomentino col hoc post hoc, ergo per hoc. Quindi l’ignorante di sua natura temerario tutto promette e tutto azzarda, certo di andar impune, e non avendo di che perdere, e come arriva co’suoi cianciumi a trovar preferenza in confronto dell’uomo saggio, così pienamente persuade qualora possa impiegarsi in qualche malattia chirurgica, e mutilare un membro o separarne un altro senza la morte dell’infermo: anzi uno o due di questi fatti bastano altresì per prova di un’estrema ed illimitata sapienza Medica nell’operatore.

Da questi errori tanto facili e comuni come allontanarlo questo popolo essenzialmente ignorante se non sà evitarli la porzione illuminata, dotta, e colta di una Nazione? Io credo impossibile l’effetto della più sapiente intrapresa. Ma io m’inganno, ed ogni ostacolo verrà forse tolta dalla lettura di quell’opera, di cui da poco tempo è uscito in Treviso dai torchj di Giulio Trento il seguente frontispizio.

Saggio sul Perfezionamento della Medicina di G. B. Marzari

Nel quale si espongono, si annalizzano, si giudicano i differenti metodi proposti, e ristaurati da Tissot e Sims.

Libro grato a’Medici veri, perchè dimostra la nobiltà della lor professione, e il modo di coltivarla, utile ad ogni culta persona; perchè acquista per esso l’idea del vero Medico, onde distinguerlo dall’ignorante, e dall’impostore, cosa ch’è tanto interessante: necessario finalmente a tutti quelli i quali per il loro grado, e per i loro impieghi devono invigilare, e proteggere le pubbliche scuole, e la pubblica sanità.

[780] Si cet ouvrage contient des veritès utiles, si on y à, comme on le croit, traitè la matiere d’après ses vrais principes il ne serà pas venù trop tard.

D’Halembert Melang. Tom. V. p. 271. a Leyden 1783.

L’Opera di codesto Letterato Medico, noto per qualch’altra sottile produzione del suo sublime e perspicace ingegno, potrà forse, siccome diceva, rendere della comune intelligenza i caratteri del vero, e dell’ignorante Medico, ma non giugnerà giammai a distruggere i comuni pregiudizj nella scelta del Medico.

L’ammalato è senza un soldo
Onorato Manipoldo.

P. S. Portava questo foglio scarabocchiato dalla villa in Città, ed era sul punto di suggellarlo e spedirvelo, allorchè mi venne recata la vostra Gazzetta Num. 93, e vi lessi in questa ciò che alla questione predetta appartiene, e che mi pare di tal natura da non dar l’esclusione al mio scritto, ma piuttosto di farvi sopra alcuna riflessione. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Non è vero che la prima risoluzione del mentovato problema non contenga alcuni caratteri esteriori per far conoscere l’impostore da chi non lo è a chi non è Medico, e noi ne abbiamo riportate di sopra le parole, e ci siamo ingegnati di provare succintamente contro il secondo risolvente, che il primo aveva soddisfatto sì alla capacità delle persone illuminate per istituire un processo de vita & moribus del buon Medico, come ancora all’incolto popolo per distinguerlo. E voi imparzialissimo Signore vedrete, che il scrittore su questo proposito non ha fatto che estendere le proposizioni, ed i generali cenni del primo, aggiugnendo ex abundanti ciò che basta presso taluni per deridere la Medicina, finchè sono in salute; è sopra di che io non mi fermerò per ora a parlarne. È poi vero che la seconda risoluzione non dice che poco o nulla su questo importantissimo argomento.

26. Nov. 1789. Mane. Colleg 25.

Debitore Dom. Domenico Grandi verso il Sig. D. Giulio Pellizzari di varia summa di soldo, dipendente da Instromenti rogati in Atti di Pubblico Nodaro, passò tal Credito nel Sig. D. Prospero Pellizzari quale praticò li di lui Atti di Tenuta ed Intromissione sopra li Beni obbligati esistenti in Cologna e contro D. Francesco Grandi erede del Debitore.

Vedendo il detto Grandi la quantità delle spese, che cadevano contro di lui, pagandosi il Creditore con li ordinarj Atti, li 6. Decembre 1732. con positivo volontario Constituto, cedè al Creditore il Possesso delli Beni.

Rimase in pacifico possesso il detto Rev. Pellizzari di detti Beni sino li 14. Gennaro 1783, quando in tal giorno insorte le Figlie ed Eredi del Debitore, impugnarono li Atti di Tenuta, ed Intromissione con Dimanda di Taglio sostenendo, che adonta del Constituto volontario, dovesse il Creditore procedere regolarmente con li Atti, ed instando per tal effetto il Taglio degli Atti in prima praticati dal Creditore, onde avere la restituzione delli Fondi dichiarando di esser pronte al pagamento del Credito e de’Prò, non che delli Miglioramenti.

Si difese il Possessore de’Beni instando l’Assoluzione, e sostenendo, che dopo pagato volontariamente onde salvarsi il Debitore dalle Spese, non si possi toglierli il pagamento volontariamente datogli.

In tal questione seguì Spedizione absente a favor delle Sorelle Grandi in Cologna li 2. Aprile 1784. che appellata dall’Abb. Pellizzari fu nel detto giorno tagliata con il seguente Spazzo. [781] Al Taglio + 15. Al Laudo 7. N. S. o. Avv. al Taglio Ecc. Girol. Bagolin.

Ecc. Vicenzo Silvestrini

Interr. Niccolo Mistura

Interv. Giuseppe Vanetti

Avv. al Laudo Ecc. Antonio Orlandi. Ecc. Niccolò Sola

Interv. Giulio Casilini.

Per Osella non tutti i leggitori di questo Foglio intendono una moneta, e siamo debitori della spiegazione di questa voce a quelli almeno degli Esteri Stati. Per farlo poi in modo, che si appaghi la curiosità di quei che ignorano l’origine della medesima, trascriviamo il seguente Paragrafo della Storia Veneta del Sig. Ab. Tentori.

“Fu antico costume de’Dogi Veneziani nelle Festa Natalizie di N. S. di mandare ad alcuni Cittadini a sè bene affetti de’Doni cibarj; questo costume durò sino all’anno 1361, nel quale li Correttori stabilirono che il Doge (sono parole di marco Sanudo) sia obbligato di dare i Presenti incominciando al primo di Dicembre per tutto il mese a’Nobili, e mandi buone offelle, e non le mandando, dia Grossi 12 per cadauno: fin qui il Sanudo. Crescendo in appresso la delicatezza de’cibi, furono alle offelle sostituiti gli uccelli; e quindi la moneta agli uccelli sostituita fu detta Osella. In fatti nell’anno 1521, sotto il Doge Antonio Grimani si cominciò per la prima volta l’Osella, ossia moneta Congiario da distribuirsi a tutta la Veneta Nobiltà, del valore, secondo alcuni di soldi 33, onde il suo peso era di caratti 47 e mezzo, e secondo altri pesava caratti 45, ed il suo prezzo veniva ad essere di soldi 30: e questa opinione è più probabile, essendo il numero 33 numero rotto, e non divisibile. Questa Osella del Grimani aveva dal diritto tre figure in profilo: S. Marco sedente su i gradini del trono, e il Doge in ginocchio, che da S. Marco ricevea lo stendardo. Sulle Oselle si nota l’anno del Dogado: l’Osella finalmente d’Antonio Grimani era della lega di caratti 60 per marca; onde pesando grani 180, aveva di fino argento grani 170 e mezzo crescenti.

Tanto sia riferito in conseguenza del cenno fatto nel precedente Foglio dell’Osella di quest’anno.

Estratto d’una Lettera a noi indiritto.

Mi cercate nuove, caro Amico, della Tragedia dell’Alessio Comneno, che si recitò nel Teatro di S. Gio: Grisostomo la sera avanti della vostra partenza. Per trattenervi più dilettevolmente, io credo non poter far meglio di notarvi ad una ad una le critiche, che a questa rappresentazione vennero fatte con la risposta, che in quà in là da chi la difendevano raccolsi. Dell’aspettativa comune, della felice riuscita io già ve ne aveva informato. Sentite il resto.

Si critica

I. Che a quel tempo non v’erano bombe.

II. Che non s’è mai veduto erigere un Trono nella pubblica Piazza.

III. Che i sentimenti forti di cui si serve l’Ambasciator Veneto non è verisimile, che sieno stati fatti innanzi ad un monarca.

IV. Che i Veneziani hanno combattuto, e preso Costantinopoli, non già a loro s’è resa questa Città.

V. Che i Veneziani in questa impresa erano uniti a’Francesi, di cui non vien fatta nemmeno menzione.

VI. Che Alessio non era maritato.

VII. Che suo Padre non era già morto, come lo si vuol far supporre.

VIII. Che Alessio non sopravvisse alla crudeltà del suo tiranno.

IX. Finalmente che la Storia ci [782] rappresenta Murtzulfo il traditore fuggito, nè altrimenti preso da’Veneziani.

Si risponde.

I. Le bombe s’alzano con uno sparo, per aria non sono che illuminate dalla loro spolletta, cadendo si spezzano con susurro. I fuochi, che si videro alla rappresentazione s’alzavano senza sparo, per aria erano una massa interamente illuminata, cadevano e incendiavano senza susurro: dunque non erano bombe, ma bensì fuoco Greco.

II. I Troni si videro eretti in Piazza per mostrare pubblicamente al Popolo il suo Sovrano le mille volte. Questo esempio ha imitato, anche il Signor di Voltaire nella sua Semiramide, per non dir di tanti altri.

III. I sentimenti del Veneto Ambasciatore sono analoghi alle circostanze, al potere, alla ragione de’Veneziani, ed alla storia, da cui sono stati tratti. Vedi Laugier Stor. Ven. Tom. 2.

IV. Si confondono i tempi. L’anno prima per rimettere in Trono Alessio, Costantinopoli fu preso: l’anno seguente, morto questo imperatore, e fuggito il traditore, Costantinopoli s’è reso: e questa è l’azione che da questa Tragedia vien rappresentata.

V. Erano a questa impresa uniti anche i Francesi, ma i Veneziani facevano la principale figura, tanto egli è vero, che li stessi Francesi volevano eleggere Imperatore il Veneto Doge.

VI. Non si vorrà permettere al Poeta un’episodio, e un episodio, che tanto interessa la sensibile udienza?

VII. Era necessario far comparire vivo suo Padre, e cieco?

VIII. e IX. I Poeti non hanno mai giurato di fare i Storici, nè può chiamarsi delitto il lasciar fuori una circostanza, che non interessa, o il metterne un’altra, che abbellisce una Teatrale rappresentazione.

Credetemi, ch’io sarò sempre ec.

4. Decembre.

30 Nobili rimasti alla palla d’Oro

s. Gasp. Vendramin qu. Gir.

s. Gius. Barbaro qu. Lor.

s. Vic. Soranzo di s. Lod. M.

s. Marc’Ant. Pasqualigo di s. Giov.

s. Marco Magno qu. Stef.

s. Franc. Barbaro di s. Ang.

s. Nic. Balbi di s. Spiridion

s. Lor. Mosto di s. G. Alv.

s. G. Got. Catti di s. Ales.

s. Franc. Barbaro di s. Marco

s. Alv. Balbi di s. G. Ant. M.

s. Giulio Bembo di s. Vic.

s. G. Alm. Tiepolo qu. Ales. Alm.

s. Ang. Balbi qu. Fed.

s. Gir. Valier qu. Ottavian

s. Ant. Gasp. Zorzi di s. G. Carlo

s. Alv. Corner qu. G. Franc.

s. Silv. M. Venier qu. Cam.

s. Gir. Fini 2do di s. Gir. pr.

s. Tom. Correr di s. G. Franc.

s. Zac. Bonlini di s. Alv.

S. Giov. Morosini di s. Giorgio 3zo

S. Annib. Papafava di s. G. Roberto

s. Franc. Correr di s. G. Franc.

s. Pietro Minotto di s. Michel

s. Ales. Molin qu. Ignazio

s. Fed. Barozzi di s. Gir.

s. And. Ales. Contarini di s. Giac.

s. Alv. Corner di s. Fr. Alv. Ant.

s. Ant. Badoer di s. Franc.

In Senato.

5 detto.

Sopra Prov. alle Biade. m. 12

s. Pietro Carlo Beregan

2 Savj contro l’Eresia m. 24.

s. Zuanne Molin

s. Franc. Vendramin

In M. C. 7. detto

Avvogador del Comune m. 16.

s. Niccolò Pisani. 2da muta.

F. s. Giac. Corner a’7. Gen.

Castellan a Peschiera m. 16.

s. And. Balbi di s. Spiridion

F. s. Luca Balbi di s. Zorzi.

[783] Pagat. alla Camera dell’Armamento

s. Seb. Soranzo qu. G. Fanc.

f. s. Zuanne Soranzo qu. Seb.

Prov. al Cottimo di Londra

s. Franc. Soranzo di s. Zuan.

F. s. Pietro Alv. Barbaro 7mo

Prov. al Cottimo di Damasco

s. Ales. Zorzi qu. Alm. G. Franc.

F. s. Marc’Ant. Semitecolo qu. Lot.

Gov. dell’Entrate pub.

s. Gaet. Molin qu. Marco

F. s. Dom. Trevisan qu. Ben.

Offiz. alla Tavola dell’Uscita

s. Alv. Ang. Diedo qu. Ant.

F. s. Alv. Priuli di s. Ales.

Offiz. al Formento a Rialto

s. Vic. Dolfin qu. Ant.

Luogo di s. Ales. Bon + qu. Franc.

In questa Riduzione del M. C. fu ampiamente ratificata la Parte di dispensa dal Reggim. di Verona di S. E. Marc’Ant. Michel.

Ebene 3► A Londra nel 1666 a’ 2 Set. prese fuoco, per quanto s’è creduto comunemente, al forno d’un Pistore, che si comunicò rapidamente alla sua Casa, indi alle vicine, e alla Città tutta in appresso, perchè all’incominciar dell’incendio si sciolse un vento dal Nord, che soffiò tre giorni interi con un’estrema violenza. Le fiamme distrussero 89 Chiese, le Porte e il Palazzo della Città, molti Ospitali, Scuole, Bibliotecche, gran numero di belli Edifizj, 400. strade, e più di 23 mila case. Di 26 Quartieri della Città, 15 furono interamente rovinati, ed 8 considerabilmente pregiudicati.

Ecco il tremendo promesso esempio dell’attività distruggitrice d’un incendio spinto a volo da’venti. Benchè gl’Inglesi dello scorso secolo non fossero gl’Inglesi de’nostri giorni, non è però da credere che siano stati colle mani alla cintola nemmeno quelli d’allora in tanto pericolo delle loro vite, e delle loro sostanze.

Per conservar la memoria d’un fatto sì orribile eretta fu quella superba colonna trà il Mercato delle biade, e il ponte di Londra, chiamata il Monumento, la qual’è la più alta che siavi in Europa, rotonda, scanalata, d’ordine dorico, e d’arditissima architettura. La sua altezza è di 202 piedi dal pian terreno, e ne ha 15 di diametro. Il piedestallo s’alza a 40 piedi, e s’estende a 20 in quadrato. Una scala a lumaca con una branca diferro conduce sino al balcone da cui si scopre la Città, e la Campagna.

Si cominciò questo lavoro nel 1671 e fu compiuto nel 1677. Si osò di scolpire sopra una delle basi di tal Monumento la seguente calunnia.

Questa colonna fu innalzata affine di perpetuare la memoria dell’orribile incendio dell’antica Città, cagionato dalla malvagità, e dal tradimento de’Papisti, col disegno d’assicurare il successo della loro cospirazione per la distruzione, della Religione Protestante e dell’antica Libertà d’Inghilterra, e per l’introduzione del Papismo, e della servitù.

Questa inscrizione fu cancellata per ordine di Giacomo II. e rimessa sotto Guglielmo III.

Non è solo l’illustre Pope, ch’abbia smentita tale inscrizione. Burnet istesso assicura, nella sua Storia d’Inghilterra, che la cagione di quell’incendio è assolutamente sconosciuta ed incerta, e che il Cattolicismo nulla avrebbe potuto guadagnare con una colpa sì atroce. Li Cattolici sono stati sì poco colpevoli di questo incendio di Londra, quanto lo furono i primitivi Cristiani di quello di Roma sotto Nerone. ◀Ebene 3

Dalla traduzione di questo passo storico, a cui ci chiamò il recente incendio del quale s’è parlato ne’Fogli precedenti, avvalorasi la gran verità profferita, che per lo più l’origine di simili desolanti disgrazie resta nelle te-[784]nebre dell’incertezza; che certi fatali accidenti da cui posson essere accompagnate mettono a rischio le intere Città. Riflettasi, che ciò che avvenne nello scorso Secolo, può succedere anche nel nostro; che il fuoco è un elemento sterminatore in qualunque Parte di Mondo, e si troverà poi degne di venerazione, e di lodi le nuove provvidenze fissate da questo Eccelso Cons. di X. in materia d’incendj. Ma quel che più preme è il far concepire a tutti un salutare spavento produttore di quelle diligenze, e cautele, non mai derisibili benchè inutili, onde allontanare da noi questi tristi spettacoli.

Ecco una seconda traduzione del Distico in elogio della Sig. Banti.

Nove noi siam, e per la Banti sola (Disser le Muse) Apollo a noi s’invola.

Bastim. arrivati Primo cor.

Nave la Madre amorosa Cap. Simon Budenich. Ven. da Cipro e Alessandria colle mercanzie alg’infrascritti Signori.

Gius. Treves qu. Em. Gotton B. 115. Caffè B. 192. e un fardo. Pece bar. 6. Gomma scaffasci 7. Zafroni scaf. 7. Vin di Cipro c. 16. Giovanni Nenada detto c.3 Gius. Padoan c. 5. Giacinto Visich c. 4. Pietro Ralli c. 3. Dom. della Bona c. 32. Droghe scaf. 1. Caffè coffe 9. Dom. e Gius. Frat. Venerando detto Fardi 1. Men. Vivante B. 13. e un fardo. Em Jacur B. 10. Nic. Venerando B. 5. Ant. Salce fardi uno. Gius. Aide B. 1. Lor. Bernardi B. 5. Franc. Centenari B. 3. Giov. Heinzelmann B. 1. Simon Gagrizza B. 1. Giam. Rossetti B. 4. Filati B. 2. Pietro Sermonti Droghe Scaf. 5. Elia V. Todesco Caffè B. 21. e un fardo. Contaria di ritorno cas. 1. Daniel Bonfil Caffè B. 61. Gomma scaf. 5. Mirra scaf. 2. Incenso scaf. 1. Giov. Rastopulo Caffè B. 6. Cuoj salati pel’ 239. Zaffroni scaf. 3. Del Capit. detti scaf. 3. Caffè B. 8. Vin di Cipro c. 37. a chi presenterà c. 4.

Forastieri allo Scudo di Francia.

Li Signori Sandri e Richardson Inglesi.

Li Signori Olivier, Despilly e Frispiet Francesi.

Il Sig. Del Corto Milanese

Continua la sua dimora nel Casino vicino a questa Locanda S. E. il Sig. Conte di Prelada Grande di Spagna.

È partito dalla med. S. E. il Sig. Principe Caraffa Duca di Matalona.

Avvisa questo Locandiere di tenere un Appartamento sul Canal Grande, onde se per il prossimo venturo Carnovale qualcuno volesse abitarlo se la intendi con esso lui.

Al defunto Piovano di S. Giovanni di Rialto fu dato in successore dal nostro Serenissimo Doge nella dignità di Canonico di S. Marco il Reverendissimo D. Giov. Valier Piovano di S. Giovanni in Oleo. È ancora vacante il Piovanato della sud. Chiesa di Rialto.

Commedie per questa sera.

San Lucca, Il Padre di Famiglia.

S. Angelo Li Americani Trag. mai più rappresentata

A S. Gio: Gris. replica di Alessio Comneno.

È dovere l’avvisar il Pubblico, che il Pittore delle Scene di questa Tragedia, come pur di quelle che servirono al Dramma Il Vero Cittadino, a S. Luca, di cui jeri si fece l’ultima Recita, è il Sig. Lorenzo Sacchetti.

Domani i Soldi della Recita, che si farà in questo Teatro a S. Gio: Grisostomo, passeranno a benefizio delle più povere Famiglie ch’abitavano le Case distrutte dal descritto incendio de’28. pros. p.

L’Opera di pietà con cui questa Comica Compagnia nobilita i suoi sentimenti è sempre in sè stessa degna della lode comune; ma se il suo ottimo esempio avrà la sperata influenza saranno molto considerabili i soccorsi, che otterranno per essa queste miserabili Famiglie.

Morti

S. E. il Sig. Leonardo Emo della Par. di S. Moisè, nato li 22. Agosto 1713. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1