Cita bibliográfica: Anonym [Eliza Haywood] (Ed.): "Libro Sesto", en: La Spettatrice, Vol.1\06 (1752), pp. NaN-405, editado en: Ertler, Klaus-Dieter (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.2266 [consultado el: ].


Nivel 1►

Libro Sesto.

Nivel 2► Avvi una qualità, che veramente ha un non so che di celeste, poichè quando la possediamo in grado più eminente, tanto più ci avviciniamo al grande Autore della natura: ella trova la sua ricompensa in se medesima più che ogni altra virtù, e ci rende più gradevoli alla società, servendo quasi di equivalente agli altri nostri difetti. Tra tutte le perfezioni questa ci concilia un’ammirazione universale, e costante, fa comparir più graziosi tutti i nostri detti, e le nostre azioni, e ci rende amabili in tutti gli stati, e nelle circostanze tutte di questa vita. In oltre ella non è sì ardua, che con un poco di applicazione non si possa acquistare. Questa non è altro, che un’affabilità ne’nostri tratti, e nella nostra condotta, ovvero, come si di-[341]ce comunemente un buon naturale, ma dev’essere costante, sincero, lontano d’ogni affettazione, e prodotto da una vera interna benevolenza, di maniera che si adoperi con piacere a contribuire, per quanto si possa, all’altrui felicità.

Io ho creduto sempre, che il buon senso debba produrre un buon naturale, perchè ci dimostra in che consiste il nostro vero interesse, e ‘l nostro bene, e qualunque cosa possa dirsi in contrario, io non crederò giammai, che si abbia l’uno senza una buona porzione dell’altro. Può un uomo essere eccellente Matematico, valente Filosofo, profondo Teologo, dotto Giureconsulto, o Poeta: avrà della scienza, della memoria, della fantasia, e del talento in grado eminente, ma se io scorgo nel suo procedere la menoma tintura di arroganza, di asprezza, d’umore stravagante e bisbitico, o qualche tratto indicante un naturale cattivo, io non dirò mai, che abbia un giudizio giusto, e sano. Se i di lui straordinarj talenti fan che tratti con dispregio, e con impazienza le idee degli altri, che fan meno di lui, o le qualità d’altri, che sieno men luminose, dà a divedere essere le sue ingombrate, e ricoperte di nuvole, ed ancorchè di tratto in tratto si vegga splendere qualche lampo, il fondo però essere opaco sempre, ed oscuro, aver [342] un animo pieno d’illusione, e di pregiudizj, tal che è incapace di mai diventare un grand’uomo, secondo il vero significato di questa parola.

Prendendo questo termine nel senso più largo, un buon naturale abbraccia ancora la pietà, poiche non si lascierà in alcuna occasione fare ad altri ciò, che non vorremmo, che gli altri a noi facessero, ed ancorchè io non voglia trattare da empj tutti color, che non hanno questa felice disposizione di spirito, dirò senza esitanza, non essere infetti di questo vizio quelli, che l’hanno. Può darsi una persona, che osservi con esattezza i precetti, e con tutto questo far molto male nel mondo; può schivare tutte le azioni vili & indegne, aborrire le colpe più gravi, e poi con le sue aspre maniere, e co’suoi tratti sprezzanti ridurre gli altri a commettere qualche reità, di cui se non è l’agente, n’è certamente la causa.

Nivel 3► Exemplum► Una persona di condizione, creduta al suo tempo un abile giudice delle opere di spirito, tra le varie composizioni che aveva sul tavolino da esaminare, trovò un manoscritto d’un autore anonimo, con un viglietto, in cui lo pregava del suo giudizio intorno quell’opera. Dicesi, che questa fosse una Tragedia intitolata Marianna, ma non si sa, se fosse scritta non con tutta la forza ed energia, che conviene ad una storia così atetica, come è quella di questa Prin-[343]cipessa Ebrea, ovvero se a questo illustre Lettore paresse tanto cattiva, per essere egli in quel giorno di mal umore. Comunque la cosa fosse, egli ne restò sì poco soddisfatto, che datale una scorsa leggera, prese la penna, e scrisse immediate sotto del titolo le parole seguenti: Poeta, chiunque tu sia, va alla malora, appiccati, e brucia la tua Marianna Questa fu tutta la risposta, ch’egli degnossi di dare, e quando tornò qualche giorno dopo l’autore, glie la consegnò il servo di questo Signore per di lui ordine. Sollecito, come lo è d’ordinario un Autor giovane per la sua prima opera, egli era impazientissimo di rilevare come fosse stata accolta la sua, ma la crudele sentenza data da questo giudice illustre fu per lui un colpo così terribile, che sul fatto stesso eseguì il decreto, condannando alle fiamme la sua composizione, e ad un laccio il suo collo. Nessuno crederà mai, che fosse intenzione di questo Signore causare un effetto funesto della sua severità, sovra un incognito, che poteva essere un uomo di merito, ancorchè non fosse un eccellente Poeta: e pure questo fu un tratto di naturale cattivo, che volle dimostrare in quella occasione, e che serve di ammaestramento, quanto possa essere pericolosa la derisione, e ‘l dispregio. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Pare, che questo Poeta mancasse di vivacità, di presenza di spirto, poichè [344] l’una o l’altra che avesse avuto, era facil cosa ritorcere contro di questo Signore la sua medesima sentenza, e farlo almeno scomparire: io non credo, che tanta improprietà vi fosse nella tragedia, quanta nel giudizjo datone da questo critico severo. Non vedeva egli come fosse rovesciato il buon ordine, e ch’era impossibile all’Autore d’impiccarsi, e poi abruciare la sua Marianna Con tutto il rispetto dovuto alla memoria di questo grand’uomo, egli ha fatto in ciò un solecismo, che non sarebbe scappato al più volgare tribunal di giustizia. E pure egli scrisse sul fatto quelle parole crudeli, e probabilmente per soddisfare un capriccio che in quel momento lo portò via senza punto riflettere. Ma io me n’appello al mondo tutto, e a lui medesimo me n’appellerei, se fosse ancor vivo; non sarebbe stata una prova maggiore della sua capacità, e di quella buona disposizione, e compiacenza, che vicendevolmente dobbiamo usare l’uno con l’altro, se con meno di asprezza avesse disapprovato quel componimento, e con modestia avesse sottomessa la sua critica al giudizio dell’Autore anzi non avrebbe punto derogato alla sua dignità, se avesse avuto la bontà d’indicargli i passi, dove avesse fallito secondo le regole della Poesia, se gli avesse suggerite le correzioni da farsi, e le cautele da prendersi per non cadere in si-[345]mili errori, imprendendo un’altra opera di tal natura.

Per sentir piacere in dare agli altri disgusto bisogna rassomigliare ad una furia, e pure quanti si trovano, che si fan gloria, e trionfano in certe occasioni della loro possanza? Quanto più son capaci di tormentare gli altri, tanto più si credono d’essere stimati. Opinione ridicola d’una falsa superbia? Allegorie► Una vespa, o pure una mosca ordinaria, che venga a suffurarci intorno gli orecchi, non inquieta per un istante? non ha la stessa forza l’infetto più vile e non è in tal caso un rivale di naturale cattivo, che vanamente si pregia d’una ragion superiore le persone di tal carattere, spargono, dovunque vanno, la tristezza: appena compariscono, la conversazione ammutisce, svanisce la giocondità, e pare che ognuno sia infetto del male medesimo; all’opposto l’arrivo d’una persona conosciuta di buon naturale spande per tutto una gioja novella, infonde la giocondità in chi non l’aveva, e l’accresce, se v’era. ◀Allegorie Chiunque rifletterà su due persone di genio sì opposto, vorrà naturalmente schivar la prima, e cercherà la compagnia dell’altra, ancorchè non abbia a fare con l’una o con l’altra; che se abbiasi da esse qualche dipendenza, ovvero se abbiasi solamente a vivere con una delle due, si sente certamente dell’affetto, o della ripugnanza a proporzione delle buone o [346] cattive qualità di quella, che ci destina la sorte.

Desidera ognuno di trovare della dolcezza, e amorevolezza in quelli, in compagnia de’quali è obbligato passar la vita, e particolarmente se sieno persone di autorità. Quando i capi di famiglia son buoni amici reciprocamente, quando trattano i loro inferiori con dolcezza, e con cortesia, qual perfetta armonia non ha a regnare in tutto il corpo? Che se per accidente s’incontrano alcuni di genio austero, cercheranno di nasconderlo, anzi di correggerlo coll’esempio de’lor superiori: una pronta e volontaria applicazione a i loro particolari doveri renderà tutto facile, raddolcirà il rigore delle disgrazie, e darà alle prosperità un’aria nuova di grazia. Che se que’che governano, mostrano un disamore, ovvere una reciproca inimicizia, se con alterigia risguardano i servigj, che loro prestano gl’inferiori, son cagione de’mali di que’, che loro stanno d’intorno, il disgusto si fa generale, gli ordini vengono eseguiti con ripugnanza, e alla peggio; possono bensì forsi temere, ma non amare, e i figliuoli medesimi non avran per loro se non un rispetto apparente. Ma è peggio ancora, se una persona dolce e compiacente si trova maritata con un’altra di carattere affatto diverso, e in vece di una corrispondenza affettuosa incontra evidenti contrassegni di disgusto; [347] se in vece di reciprocamente comunicarsi, e consultare i loro interessi gli due sposi si trattan con un tetro silenzio, ovvero se si parlano, i loro discorsi non son altro che rimproveri, o contraddizioni senza ragione. Quanto è miserabile un simile stato?

È poi molto peggio, quando si maritino insieme due persone di carattere aspro egualmente, ed intrattabile; pare che vadano a gara a chi sappia dare più dispiaceri, la casa diventa un vero inferno, e si può benissimo paragonarli alle furie, che in se non trovano nè consolazione, nè riposo, e nè pur vogliono ch’altri goda di questi beni.

Da due principj nasce quello che chiamasi naturale cattivo; l’uno è un principio di tiranna superchieria, l’altro è puramente accidentale, e proviene dall’abito. Per isvellere il primo non sarà così facile impresa; usare buone maniere sarà un far vie più insuperbire, e stabilirsi un genio impetuoso, ma non domarlo, adoperare maniere aspre, ancorchè pratiche opportunamente e con differezione, arriverà con grande stento a vincerlo: laddove la sola ragione, e le riflessioni Pasteranno a correggere un naturale cattivo proveniente dalla seconda cagione. Ho conosciuto parecchie persone, le quali dopo un attento esame accortesi di avere disposizione all’una o all’altra maniera di far comparire un natura-[348] le cattivo, sono anche riuscita a correggersi. Han dovuto senza intermissione stare vigilanti su le sue parole, su le sue azioni, e con questa assidua attenzione hanno sempre frenati quegli impetuosi movimenti, e li hanno per sempre tenuti in calma.

Questa a mio parere dovrebb’essere una cura comune, in qualunque stato si trovi: la religione, la morale, la politica lo esigono, e per quante difficoltà si possano incontrare, e quanta fatica sopportare, io sono certa, che il buon esito servirà di ampia ricompensa. E l’otterressimo più facilmente, in considerando chi sieno coloro, su i quali possiamo scaricare questa nostra asprezza. Egli è un puro accidente, che quelle persone vi sien soggette, poichè nè i superiori a noi, nè i nostri eguali digeriranno un aspro trattamento, e pochi son quelli, che vogliano esporsi a questo cimento. Dovrebbesi per tanto riflettere, che i vecchi e i fanciulli, i poveri e gl’infermi in una parola tutti coloro, che han bisogno di compassione, e di ajuto, hanno un diritto indispensabile di ottenere queste due cose, e siccome non ci arroghiamo il privilegio d’insultare se non le persone, che si trovano nell’uno o nell’altro di questi differenti casi, non è egli proprio d’un animo vile, e corrotto il far servire que’mezzi, che ci ha dato una sorte più propizia, ad aggravare l’-[349]afflizione di quelli, che avressimo debito di consolare? Se tutti gli uomini reciprocamente trattassero con certa umanità, e con una mediocre bontà, non si troverebbero tanti infelici nel mondo. Un buon naturale è il vincolo dell’amicizia, il legame della società, un motivo di gioja per il ricco, e ‘l rifugio del povero. Egli mantiene dovunque la pace, l’armonia, la gioja, e dove manca, tutto è confusione, e discordia.

Nivel 3► Retrato ajeno► Ma tra tutti i vizj un genio austero meno ancora conviene alle donne, di quello che agli uomini: io non vedo carattere più dispregevole di quello d’una donna altiera, e gonfia del proprio merito, la quale si crede di far comparire il suo spirito dominando, ingiuriando, strepitando: la fuggono, e la odiano le altre donne d’un genio più dolce, e gli uomini la deridono, e ne fan giuoco. La dolcezza, e l’affabilità hanno ad essere fedeli compagne della modestia, e dove mancano queste due prime qualità si può sospettare qualche difetto in quest’ultima. Ma poichè la corrutela de’costumi comparisce sotto forme diverse, un naturale stizzoso, e contraddicente è sovente tanto disgustoso, quanto un carattere violento, e imperioso: guai a chi s’attacca ad una femmina di questo o di quel temperamento; ma è più infelice ancora il marito, il figliuolo, il ser-[350]vo, d’una moglie, d’una madre o d’una padrona di tal fatta. ◀Retrato ajeno ◀Nivel 3

Mi è sempre paruta strana cosa, che le Dame per conservare le grazie del suo volto, e per acquistarne di nuove, non risparmino spesa, fatica, patimenti, e poi con una male disposizione di spirito voglian distruggere ciò, che l’arte non potrà mai riparare. Un naturale cattivo è un nemico maggior della bellezza di quello che sia il più feroce vajuolo: altera le fattezze del volto, scarna le gote, e carica gli occhi o d’un rossore terribile, o di una languidezza disgustosa. A misura che questa disposizione procede da un eccesso di stemma, o di collera, si gonfian le labbra, smarrisce il colore, s’incaracan le ciglia, e prima ancora del tempo il volto si copre di rughe. Se le gelose della loro bellezza facessero un tale riflesso, so di certo, che molte di loro cangierebbero considerabilmente maniere.

Per quanto la natura sia stata produga de’suoi favori, non si può sempre conservare nello stato medesimo la forza attrattiva della bellezza. Si può qualche tempo mantenersi in credito, e parere senza difetti, ma quando quella brillante bellezza, che da prima si riguardava con ammirazione e con trasporto, diventa familiare agli occhi d’un marito, il suo splendore più non lo abbaglia, e vi sco-[351]pre de’vizj, cui per lo passato non badava, e forse vi troverà dell’alterigia, della vanità, una prevenzione eccessiva di se medesima, un sommo dispregio degli altri, con tutte quell’altre follie, che si attribuiscono d’ordinario alle più deboli del nostro sesso, e che si faranno allora vedere a traverso di quella bellezza tanto una volta ammirata. Confuso, e mortificato d’essersi così ingannato, cerca di riformarla, e ridurla a quel grado di perfezione, che in lei supponeva, la esorta, la stimola, la minaccia, ma forse in vano. Ella incorrigibile, e risoluta di non cangiarsi, si lamenta di questa di lui penetrazione, gli dà dei rimproveri, la indifferenza passa in disprezzo, non finisce una contesa se non per cominciarne un’altra, e possono star sicuri, che tutta la loro vita sarà una serie continuata di disgusti, e di divisioni.

Ciò tanto comunemente avviene, che mi maraviglio, come una moglie possa credere di conservare la sua autorità, usando quelle armi solamente, che il nostro sesso può adoperare con vantaggio. Quando una donna rinunzia alle graziose maniere proprie del suo sesso, e sciocamente si vanta di poter essere la padrona dispotica, un uomo ha diritto di usar la sua forza per farle capire la vanità del di lei disegno. La compiacenza, l’affetto, la fedeltà avran sempre [352] una forza invincibile con un uomo di senno, ma tratti aspri ed austeri non potran superare se non un sciocco. Mi si dirà, che sovente una donna di buon senso, e unita ad un uomo di assai mediocre capacità, è d’un umor sì intrattabile, che non può mai piacergli, ancorchè faccia il possibile, e che mostrerebbe troppa bassezza continuando a dar pruove di affetto a chi non n’è degno. Non niego essere molto sgraziata quella donna, che in tale stato si trova, ma ella deve pensare, che cercando di scuotere le sue catene, diverrebe ancora più misera. Anche il più gran sciocco conosce il poter, che ha un marito, e ben sesso lo esercita, quando ha meno ragione; perciò appunto per amor della pace dovrebb usar tutta l’attenzione di non mettere in moto il suo umore fantastico, e se non può vincerlo, sopportarlo con una lodevole tolleranza.

So benissimo, che alla maggior parte delle femmine non piacerà questa dottrina; mi appello a quelle, che n’han fatto la pruova, han elle mai guadagnato niente con l’alterigia? In somma io non accetto scuse per un naturale cattivo. Vi sono veramente delle occasioni, in cui non è nè ingiustizia, nè imprudenza risentirsi d’un’ingiuria, ma non dovressimo giammai rifare i danni nella stessa maniera, essendovene molte altre da mostrare il nostro risentimento, senza imitare [353] la condotta tenuta contro di noi, ch’è l’argomento delle nostre querele. E molto meno abbiamo da vendicarci de’nostri dispiaceri con chi non ne ha avuto parte, quando crediamo d’essere state offese da quelli, che per dovere, pe rinteresse, o per qualche altro motivo siamo obbligate di risparmiare; sarebbe un punir l’innocente in vece del colpevole, e pure così praticano spesso e gli uomini, e le donne d’ogni età, d’ogni condizione. Quante volte non ho io veduto delle persone tornando a casa vendicarsi su tutto ciò che loro viene alle mani di qualche dispiacere incontrato fuori di casa? La moglie, i figliuoli, i domestici, per fino il cane favorito, pruovano in quell’incontro gli effetti del suo bisbetico umore, ancorchè tutti questi non ne abbian dato motivo, nè sappiano la cagione di tali trasporti. Arriva tal volta una tale stravaganza a sfogarsi contro le cose insensate, e rompere porcellane, vetri, specchi, tavole, sedie, e quanto s’incontra. Che stupidità mostruosa! Che idea può formarsi d’un uomo in così strani trasporti!

Nè quì si fermano gli effetti d’un naturale cattivo; se chi primo ha ricevuto un’offesa si vendica sovra un altro, questi per la stessa ragione può farlo su un terzo, e questi su un quarto, e così in infinito: di maniere che può darsi, che molte famiglie vengano a patire per [354] la mala condotta d’una sola persona. Allegheranno forse varj pretesti per giustificazione di un tal procedere; diranno d’essere soggetti ad accensione di bile, stati iprocondriaci, ad anfiagione di amilza, a un abbattimento di spirito, che sono malattie del copro, dalle quali attaccati non sono più padroni di se medesimi, in quella guisa che un uomo assalito da una febbre ardente non può a meno di vaneggiare. Non niego, che queste sieno malattie del corpo, ma se riflettiamo alla grande influenza, che ha lo spirito sovra il corpo, dobbiamo accordare, che rettificando gli errori del primo, impediransi in buona parte i disordini dell’altro.

Quanti intifichiscono per qualche grave dispiacere? Quali stragi terribili non ha fatto nel genere umano certe furiose passioni sotto nome di febbri, di pleurie di convulsioni? È cosa evidente, nè potrà negarla alcun medico, che in molto maggior numero gli suicidj nascono da violente agitazioni di spirito, di quelli che si son fatto col veleno, col ferro, o col laccio. Se dunque può darsi, che le male disposizioni di spirito producano una continua agitazione nell’interno, turbino il moto de’spiriti animali, e cagionino gli accennati disordini le scuse, che si portano in tal proposito accrescono, in vece di sminuire la colpa. Non dico già, che in tutti temperamenti lo spirito abbia [355] sul corpo un’influenza così gagliarda, che possa egli solo renderlo infermo, o sano, allungare ovvero accorciare la vita; ma afferisco senza esitanza, che lo può fare in alcuni temperamenti, e che su tutti ha più o men d’influenza. So benissimo, che da i nostri genitori ereditiamo alcuni incomodi, che altri si contraggono nell’infanzia, e che arrivati ad una età matura, o il suo troppo sonno, o le veglie eccessive, un freddo violento, ovvero un estremo calore, un cibo mal sano, un’aria cattiva, troppo ovvero poco esercizio, e mille altri accidenti, di cui non ha parte alcuna lo spirito, possono cagionare delle infermità nel corpo, e accelerarne la dissoluzione, ma in tale caso ancora le buone o le cattive disposizioni dello Spirito modereranno, ovvero aumenteranno la violenza del male.

Nivel 3► Exemplum►Questa è una massima tanto chiara ed evidente, che non ha bisogno di esempi per prova; con tutto ciò non posso trattenermi dall’addurne uno, che ha dato motivo di ammirazione. Una persona, da me familiarmente conosciuta, è stata tormentata sette e più anni da una infermità dolorosa: l’ho veduta più volte contrastare tra la vita e la morte, sospese quasi le funzioni animali, che parevano dover finire per sempre; ma finalmente ha superati tutti i dolori del corpo, e ricuperata la sanità e la forza [356] per sì lungo tempo perduta, e chi secondo tutte le apparenze aveva preso l’ultimo congedo da essa, la vede presentemente quanto dirsi possa sana e robusta. Ma ciò, che reca in questa guarigione maggior meraviglia, si è, che la medicina non ne ha avuto parte, come i medici stessi confessano, ma unicamente la sua estrema pazienza, la sua costante giocondità, la sua costanza inconcussa in mezzo a tutti i dolori, che l’affliggevano. Tra tutti questi mali del corpo (cosa per essa molto più gloriosa ora che li ha superati) aveva a cotrastare con molti interni rammarichi, al minore de’quali avrebbe creduto uno spirito, che non fosse stato superiore a tutti gli accidenti, e non rassegnato intieramente a i voleri dell’essere supremo. A questo solo esempio d’un vero eroismo potrei opporne molti altri di natura affatto diversa. ◀Exemplum ◀Nivel 3 Poche son le famiglie, nelle quali non siensi vedute molte persone, che negligenti a reprimere questi moti sregolati di spirito si sono tirate addosso gravissimi incomodi, e con una proporzionata piccolezza di spirito sono restate oppresse da i medesimi mali.

Nivel 3► Retrato ajeno► Satire► Taumanico è conosciuto da tutti per il più gran malaticcio, che vi sia al mondo. Egli trema in sentire anche una sola persona attaccata da qualche malattia, soffre ella lontana molte leghe, con-[357]sulta immantinente il suo medico per sapere, se i sintomi, ch’egli s’immagina di sentire, sieno un indizio d’essere anchesso attaccato dallo stesso male; fugge dalla città, sotto che sente qualche maggior numero di morti, e vi ritorna alla notizia, che un fanciullo siasi amalato in campagna: di estate teme la febbre continua, e d’inverno la terzana: L’autunno e la primavera apprende qualche fatal cambiamento di stato. Aveva sentito dire, che la positura del corpo nel giuocar di scherma sollevava lo stomaco, e impediva ogni indisposizione de’polmoni; impiegava perciò tre quarti del suo tempo in tal esercizio: ma siccome da poi gli fu detto, che quel moto era troppo violento, sicchè poteva cagionare delle debolezze, e de’sudori pericolosi, mise da banda i fioretti, nè d’allora volle mai portare spada, per paura che a qualche insulto non avesse ad essere obbligato a tirarla con pregiudizio de’suoi muscoli. Quando il vento spira da Levante patisce negli occhi; quando spira da Tramontana, prende un raffredore; quello da Mezzogiorno gli leva l’appetito, quel da Ponente gl’interrompe la digestione. Non può senza incomodarlo soffiare da alcun punto; ed ogni variazione gli risveglia nuovi timori. Per tre minuti di seguito non è mai contento della situazione del Sole, o della Luna, e della temperie dell’aria: [358] l’agitazione continua, che prova ad ogni menomo movimento de’copi celesti o terrestri, lo ha fatto diventare di umore così bisbetico, che probabilmente non tarderà molto ad affliggerlo con quelle malattie, che tanto spaventa, e da cui tanto studia di preservarsi. ◀Satire ◀Retrato ajeno ◀Exemplum

Nivel 3► Exemplum► Mirando era una volta una figura molto graziosa, occhi vivi, colori in volto forse troppo delicati per esser uomo; altro non ambiva ch’essere eccetto alle Dame; ma l’invidia della buona fortuna d’un suo fratello minore lo ha fatto diventare uno scheletro, di aspre maniere, pallido e livido in volto, che fa compassione. Vedeva Placida, che le sue bellezze si andavano scemando, e perde ancora quelle, che avrebbe potuto conservarsi nell’età avanzata, diventando mal contenta di se medesima, e troppo austera cogli altri. Drascalle s’immaginava, che suo marito non avesse per essa quell’affetto, che esternamente mostrava, e che per altro si credeva dovuto; con questa prevenzione ella divenne tanto dispettosa, e tanto lo tormentò con la sua ingiusta gelosia, ch’egli finalmente annojato di compagnia di tal fatto cercò altro di che consolarsi, lasciandola in afflizioni mortali, di cui furon cagione i di lei trattati scortesi. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Quante persone sono cadute in disgrazie reali per cagione di ridicoli spaventi! Quante, volendo schivare un perico-[359]lo, che pareva imminente, si sono precipitate in sciagure, che sorpassavano di gran lunga quelle che avevano preveduto? L’immaginazione non è giammai oziosa, ed ancorchè il corpo sia indolente, o non curante, ella di continuo rappresenta allo spirito idee di varia natura. Dovressimo per tanto stare in guardia, e non fissare se non su quelle, che ci vengono in una dilettevole prospettiva, e quando nostro malgrado volessero introdursi nello spirito immagini funeste, ed orribili, farli possibile per discacciarle. Se vorremo coltivare, e dar pascolo a tristi pensieri, questi tanto più si radicheranno nel nostro animo, e non contenti di dipingerci sotto una deforme apparenza ciò, che per se medesimo è dispiacevole, veranno a renderci odioso ciò ancora, che potrebbeci ricolmar di piacere. Da per tutto ci annojeremo, diverremo molesti a tutte le compagnie, arriveremo a segno di odiar noi medesimi, e la vita istessa ci farà di perso, e di aggravio. E allora …. ma quì mi fermo per non riuscire molesta a chi legge, spiegando tutte le conseguenze funeste prodotte pur toppo sovente, e particolarmente in questi ultimi anni, da una tale disposizione di spirito.

Ma siccome chi può solo disporre della nostra vita e della nostra morte ci ha dato forza a poter reprimere questi atti di disperazione, come potremo mai adem-[360]pire i doverj d’un buon Cristiano, e di uomo onesto, continuando a tormentar noi medesimi: In questo caso si estinguon nel nostro cuore tutti i sentimenti d’amore, e di amicizia; non ci curiamo de i mali, e delle avventure del nostro prossimo; anzi al vedere una persona lieta e giuliva sentiamo raddoppiarsi il nostro rammarico, e cerchiamo d’inquietarla con mille maniere, tutte provenienti da un naturale cattivo: insensibili a qualsivoglia soddisfazione fuorche al piacere diabolico di far del male, tutti quelli che han qualche relazione con noi, sono sicuri di aver a provare la nostra perversità, e così lasciando in libertà la nostra bile, anzi mettendola maggiormente in azione, e comunicando lo stesso genio ad altri di più debole costituzione (il che serve infinitamente a distruggere la lor sanità) non so, se realmente siamo rei d’un omicidio, ancorchè non abbiam disegno di commetterlo.

Qualunque nome si dia a questa malattia dell’animo, stati ipocondriaci, gonfiezza di milza, languore di spirito; provengano essi da una causa reale, ovvero immaginaria, cagionano certamente il maggior male, che dar si possa. L’arte de’medici è inutile, poichè non avvi altro rimedio se non quello, ch’è in noi medesimi, quando a quest’incomodi si lasci prendere troppo vigore, [361] non siamo più in istato di praticarlo. Pochi ne sono guariti, ma tutti possono preservarsene con opportune cautele. Se dunque desideriamo una lunga vita, se vogliamo godere de’beni, che la sorte ci promette, cominciamo per tempo a mettere il nostro spirito in una perfetta armonia con tutte le cose, che abbiamo d’intorno, ad ispirargli una costante tranquillità in tutte le circostanze della vita, ad essere perseverantemente rassegnato a i voleri del sommo Dispensatore di tutte le cose, a conservare la pace dentro di noi medesimi, ad avvezzarci a tutti i tratti di benevolenza, di affabilità, di cortesia con tuti quelli con cui viviamo. Sentimenti, ed azioni di tal fatto sono il solo antidoto da usare contro quelle contagiose disposizioni, che corrompono i costumi, stravolgono l’intelletto, e ci privano di ogni cosa, che ci dovrebbe esser più cara.

Metatextualidad► Preveggo d’essere condannata da taluno de’miei Lettori per essermi espressa in tal proposito con troppa forza; e da altri biasimata, per aver commesso più cose, su le quali con l’autorità de’sacri libri poteva insistere maggiormente. Vorrei rispondere a i primi, che gli esempj funesti che vedo ogni giorno, o sento raccontare, congiunti al desiderio di giovare generalmente al genere umano, non mi permettono di sta-[362]re con una indifferente freddezza: a i secondi poi, che mi è paruto convenevole di lasciare i più forti argomenti agli Ecclesiastici, che sono in caso di meglio maneggiarli, anzi per la loro professione sono obbligati a farlo. ◀Metatextualidad Sia come si voglia, non si potrà negare, che tutte le irregolarità, e le stravaganze descritte, e molte altre ancora nascono principalmente dalla decadenza della religione tra noi. Se non abbiamo tutta la dovuta considerazione per quell’essere onnipotente, che ci ha dato la vita, che ci conserva, e da cui tutte le nostre speranze dipendono, non è da meravigliarsi, se trattiamo nella stessa maniera coi nostri simili. Se mettiamo del pari l’umana natura con quella delle bestie, non può aspettarsi se non che si viva a guisa di queste, nè si siegua altra regola che ‘l proprio capriccio.

Metatextualidad► Qual vasto campo per le mie osservazioni quì si presenterebbe al mio sguardo ma ho forse oltrepassati i confini, che si deve prescrivere una Spettatrice: confesso, che varj funesti accidenti ultimamente avvenuti, altri che minacciano delle famiglie, per cui ho un interesse sincero, m’han fatto un poco uscir di cammino; ma torno al proposito a soddisfazione e vantaggio di quelli, in grazia de’quali ho intrapresa quest’opera. ◀Metatextualidad [363] Uno de’falli più grandi, che gli uomini commettano nella vita privata, ovvero il maggiore ostacolo per ottenere ciò che desiderano, si è il cercare di ottenerlo solamente per la strada della violenza. L’altiero, ed ostinato non troverà gli altri più compiacenti di se, e tutti non faranno che reciprocamente confermarsi nella ostinazione, e nella perversità: Laddove una dolce e modesta condotta insensibilmente guadagna il cuore più duro, è vittoriosa, quando pare che ceda, e se ordinariamente sono tarde le sue vittorie, sono però intiere, e durevoli. Ancorchè la depravazione degli abiti, e delle passioni viziose possa render l’uomo per qualche tempo austero e intrattabile, evvi però non so che nel di lui cuore, che non lo lascia resistere ad una benevolenza, e ad una cortesia seco lui usate di continuo.

Nivel 3► Exemplum► Il nostro secolo ci somministra un esempio di questa verità in una persona di primo rango. Abbiamo avuto un Eroe esposto alla indignazione di suo padre, e del suo Re, caduto in disgrazia, minacciato, imprigionato, e finalmente obbligato a dar la mano di sposo ad una Principessa, per la quale non sentiva allora se non ripugnanza. Egli la sposò, è vero; si fece la cerimonia, ma nulla più: il matrimonio non fu consumato, nè si lasciò persuadere da alcun riflesso [364] ad assumere altro che il nome di marito. Restò lungo tempo in tale stato la Principessa, e lungo tempo fu in necessità di nascondere le sue segrete amarezze: ella non si langò mai col marito della ingiustizia che le faceva; ella in privato gli dimostrò sempre una compiacenza, ed una tenerezza costante, e compariva in pubblico con una giocondità, che sorprendeva il Principe stesso, e tutti quelli, cui era ben noto quanto tra di loro passava, e dava ad intendere agli latri, che questa Principessa godesse della più desiderabile felicità.

Finalmente con la morte del Re suo padre venne a finire la situazione violenta di questi due sposi, e la povera Principessa non più allora dubitò, che il nuovo Re cominciasse il suo regno dall’annullare il loro matrimonio. Giacchè non era stato mai consumato. Complimentato ch’ebbero i Capi della nobiltà il loro nuovo Sovrano, passarono tutti per lo stesso uffizio all’appartamento della principessa, la maggior parte per semplice formalità, incerti se lungo tempo ella avesse a godere del titolo, che le davano: ella però accolse i loro complimenti con la sua ordinaria affabilità, ancorchè sentisse nell’animo la maggiore agitazione, e fosse persuasa, che la riverenza e l’omaggio, che allora se le prestava, altro non fosse che una com-[365]media, sicchè quando il Re avesse dichiarata la sua intenzione, la propria disgrazia diventasse molto più sensibile. Ma non si può esprimere il suo turbamento e’l suo timore, quando vide gli astanti far largo a Sua Maestà, che in quel momento entrava nella di lei camera. Ella credette certamente, che questa visita inaspettata fosse per intimarle di dovesi ritirar dal Palazzo, e si persuase, che il Re, per mortificazione maggiore, volesse dichiararle la sua intenzione alla presenza di quelli, che allora le facevan corteggio. Appena potè levarsi in piedi per accoglierlo, ed alzatasi tremante non potè reggersi senza appoggiarsi ad una delle sue Dame. Incominciava ella a proferire qualche parola di scusa per questo suo visibile turbamento, quando il Re la prevenne, e così le disse.

“Madama! È noto al Regno tutto con quale ripugnanza io vi abbia accompagnato all’altare, e voi medesima sapete in qual maniera abbia passata la vita con voi dopo questa epoca: questi due riflessi forse vi persuadono, ch’io divenuto arbitro delle mie azioni, sia per rinunziare a quegli obblighi, ne’quali m’han fatto entrare per forza, e che dal canto mio non ho mai soddisfatti: ma sappiate, Madama, che la vostra pazien-[366]za, la vostra tenerezza, la vostra costante dolcezza, e mille altre virtù che vi adornano, mi hanno da gran tempo aperto gli occhi a conoscere le perfezioni della vostra persona, ancorchè fossevi certo che nel mio naturale (dategli qual nome vi pare) che non mi lasciava confessarlo, fino a che potessi farlo in maniera da convincere voi, e il mondo tutto, che questo era un effetto della mia pura volontà: è venuta questa occasione, ed io v’invito al presente ad essere a parte di un trono, il quale tanto siete degna di occupare, ed un letto, donde siete stata per tanto tempo lontana. Scordatevi delle mie passate ingiustizie, o se volete ricordarvele ancora, servano esse ad illustrare il vostro trionfo.”

Il principio di questo discorso, che al di lei credere pareva confermare le sue crudeli apprensioni, fece sul di lei spirito tale impressione, che ne avrebbe appena potuto intendere l’ultima parte, se alla conclusione non si fosse trovata in braccio del Re, che la stringeva con tutta la tenerezza: grazia, che non le aveva mai fatto in passato, nè poteva perciò dubitare del favorevole cangiamento di sua condizione. Alla vista d’una scena così patetica pianse di gioja tutta l’illustre assemblea, ammi-[367]rando le virtù della Regina, ch’erano state la cagione di tal mutazione, e la generosità del Re in questa circostanza. Che non dovette sentire quest’amabile Principessa in un così inaspettato passaggio da uno stato d’angoscie, e d’amarezze, ad un altro che prometteva solamente gioja, e felicità! In vece d’una avversione, e d’un implacabile disdegno ricever prove di rispetto, e di amore il più forte; in vece della disgrazia, che riputava inevitabile, vedersi a parte della suprema autorità; e riflettere, che questa mutazione era effetto della sua prudenza, e della sua tolleranza, era un’ampia ricompensa di tutte le pene sofferte. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Questo, a mio giudizio, è un notabile esempio de i prodigj, che è capace di produrre un buon naturale, e le qualità che da esso han origine. Quanto infelice sarebbe stata in tale circostanza questa Principessa, se alla indifferenza del suo illustre marito avesse corrisposto con una triste scontentezza, con secrete rimproveri, con palesi querele, e con tutti gli altri segni di risentimento per l’affronto, ch’egli faceva alla di lei beltà, e giovinezza? Una sì fatta condotta non avrebbe in buona parte giustificata la condotta di questo Principe? Dall’altra parte quanto amabili saranno a lui parute la dolcezza, e la [368] bontà di questa Principessa! E quanto sarà stato più contento quel cuor generoso, che non aveva voluto cedere all’autorità, in arrendersi e darsi vinto alla forza più efficace dell’amore, e così sublime, e quando avvengono, si conciliano l’ammirazione del mondo tutto, quantunque nelle condizioni inferiori ancora si veggano degli esempj egualmente degni d’imitazione.

Nivel 3► Exemplum► Quando si maritarono Dorimone e Alitea, erano ancor troppo giovani per conoscere i doveri del nuovo loro stato: ma siccome erano d’un buonissimo naturale, dimostravano ne’loro discorsi, e nelle loro azioni un reciproco desiderio di obbligarsi l’un l’altro; ed ancorchè sì fatta compiacenza non nascesse da que’teneri movimenti, che rapiscono il cuore con una forza, cui non si può resistere, e portano il nome di amore, gli effetti però tanto a quelli rassomigliavano, che non era possibile distinguerli. Il primo anno del suo matrimonio Alitea diede alla luce un erede. Li parenti delle due famiglie gareggiarono a darne segni della maggiore soddisfazione. Essi ricevettero le congratulazioni di tutti gli amici, e l’allegrezza, e la più perfetta tranquillità regnarono [369] lungo tempo non solo nella loro casa, ma tra tutte le persone congiunte di sangue.

Alitea divenuta madre cominciò a grado a grado a provare per il marito maggior affetto, e sicura ch’egli ne provasse per essa altrettanto, si considerava felice, quanto mai esser possa una donna. Ma non era così di Dorimone: era bensì giunto il tempo, in cui doveva sapere cosa fosse amore; le speranze, i timori, le inquietudini, le impazienze e tutte l’altre cure innumerabili, che si attribuiscono a questa passione, avevan preso possesso nel di lui cuore: egli languiva, egli ardeva; ma ahi! non già per la moglie. Egli aveva per disgrazia veduta all’Opera una giovane, che a lui parve superare in bellezza tutte l’altre del suo sesso, e trovandosi nella medesima loggia, potè ragionare con essa, ed ancorchè il discorso versasse su un ordinario argomento, trovò tanto spirito nelle risposte di questa Dama, che concepì un ardente desiderio di fare amicizia con essa. Favorì la fortuna questo suo desiderio, la trovò il giorno seguente nel parco, accompagnata con una Dama e con un Cavaliere, ch’egli conosceva; al primo incontro contentossi di far loro riverenza, ma fattosi coraggio la seconda volta, si accortò loro, e vedendo, quel Cavaliere at-[370]taccato più all’altra Dama, profittò di questa libertà per dire mille galanterie a quella, ch’era l’oggetto della nuova sua fiamma.

Melissa, che chiamerolla con questo nome, era vana, bizzarra, e per tutti i riguardi una di quelle Dame alla moda, di cui uno Spettatore prima di me ha fatto il ritratto. S’immagino egli, che non le fosse discara la sua conversazione, e cadendo il discorso su la mascherata, ella disse, quasi per caso, di dovervi andare, e che uscendo del parco portavasi con l’amica a ordinare degli abiti in un luogo, che nominò. Non fu inutile questo cenno. Pareva a Dorimone troppa arditezza chiederle la prima volta permissione di andarla a visitare in casa; pensò dunque di rilevare, s’era possibile, qual abito avesse ella a vestire, con la lusinga, che la libertà ordinaria della mascherata renderebbe a lui facile l’occasione di palesarle le sue premure, senza ch’ella potesse formalizzarsene. Partite dunque che furon le Dame, egli le seguitò da lungi, e si consolò in vedere di non essere stato ingannato da colei, ch’era l’oggetto della sua nuova fiamma. Terminate ch’ebbero le loro faccende le Dame, e partite, entrò Dorimone nella bottega, e sotto pretesto di ordinare per se un Dominò, cominciò a ragionare con la mercantessa, [371] e si fece informare con solamente degli abiti ordinati dalle Dame, ma della loro condizione ancora, e del loro carattere. Rilevò che Melissa aveva una pingue facoltà, che i di lei genitori eran morti, ch’ella era sotto tutela, ma non viveva col suo tutore, e che abitava vicino alla contrada di Grosvenor, ch’ella era molto universale, e vaga d’essere amoreggiata da molti, ancorchè fino allora si fosse mantenuta in riputazione, ed in credito: che l’altra Dama era figliuola d’un Gentiluomo di Provincia, sua parente, e prossima a maritarsi con un uomo di primo rango.

Lieto Dorimone di questa scoperta, concepì facilmente speranza di far conoscenza di Melissa, ed aver libertà di farle visita. Ne’primi giorni della sua passione egli forse non aveva ulteriori disegni, ovvero se le sue viste miravano più lontano, prevedeva pure di non incontrare que’difficili ostacoli, che avrebbe trovato, s’ella fosse stata più riservata nel suo contegno, di già maritata, o sotto la direzione di qualche suo parente. Il tempo non gli parve mai tanto lungo, quanto da questo momento fino all’ora della mascherata; l’impazienza lo fece andarvi uno de’primi, ed ebbe agio di osservare le persone, che intervenivano. Aveva saputo, che Melissa doveva essere vestita da Suora, e [372] sebbene molte altre fossero nella stessa guisa vestite, la riconobbe alla statura, tosto che vi comparve. Se le avvicinò immantinente con le ordinarie espressioni: mi conoscete voi? io vi conosco; e senza molto perdersi in altri discorsi le palesò un attaccamento particolare, dicendole tra le altre cose, che la perdita del suo cuore, fatta la mattina nel parco, lo aveva stimolato a cercare l’amabile rubatrice, che ritrovava, ancorchè contrafatta, in una sì numerosa assemblea. Questo, ed altri discorsi della stessa fatta le fecero capire esser questo quel Cavaliere medesimo, che la mattina precedente le aveva dette tante politezze. La di lei vanità si compiacque molto di questa nuova conquista; egli compariva uomo di spirito, e di condizione, sicchè ella deliberò di metter in opera le arti tutte per assicurarsi di questo amante. Affettò per tanto sul principio, siccome è solito delle donne di tal carattere, di ascoltar con piacere le proteste, ch’egli faceva, della sua passione; lasciava cadere, quasi per negligenza, qualche espressione, che tendesse a persuaderlo di non aver a fare con una ingrata, quanto persistesse con costanza, a darle prove del suo affetto.

La massima ordinaria delle femmine di questo carattere è questa, che la dolcezza, ed un tratto obbligante han forza [373] tale, che ad essa non si possa resistere; che con queste qualità s’indorano le catene degli amanti, e si rendono contenti, e soddisfatti della lor forte. Ma la disgrazia si è, che una sì fatta condotta il più delle volte è fatale a loro medesime: elle vanno tanto scherzando co i dardi d’amore, che quando meno vi pensano, restan trafitte, e l’amabile ingannatrice, che fa languir tanti amanti, diventa in fine la preda di quello, che o men degli altri meritava una tale vittoria, o men vi pensava. Siasi come si voglia, era Dorimone fuori di sè per la gioja, che fosse così bene accettata l’oblazion del suo cuore, e seppe tanto profittare della facilità di trattenersi con essa tutto il tempo della mascherata, che ottenne licenza di accompagnarla a casa, e poichè l’ora era troppo tarda per continuare la conversazione, di farle visita il dopo pranso del giorno seguente.

In questa guisa cominciò a stringersi la loro corrispondenza, egli la visitava ogni giorno, era ammesso, quand’anche non accettavasi altra compagnia, egli era quel felice mortale, che l’accompagnava all’Opera, alla Commedia, al Parco, e da per tutto. Questa intrinsichezza con Dorimone non potè occultarsi agli occhi de i parenti di lei; fecero con essa qualche discorso, mettendole in vista tra le altre cose, che questo era un [374] uomo maritato; ma ella non fece che ridere di queste rimostranze, e loro rispose, che quì non trattavasi se non di qualche civiltà, che questo Cavaliere le usava in pubblico; ch’ella non si curava di sapere quale fosse lo stato di lui; che s’egli era maritato, toccava a sua moglie pensarvi; che quanto a se, le pareva un Cavaliere compito, e proprio per quell’uso, che ne faceva; e per fine che quando ella potesse giungere ad essere padrona del di lui cuore, non si prendeva fastidio, che ad altri appartenesse la di lui mano.

È probabile, che Melissa in gradire le galanterie di Dorimone non avesse altra mira se non quella, che aveva avuto con tanti altri, cioè di compiacersi in sentirsi lodare, e di tormentare qualcheduno de’suoi adoratori, ricevendolo più di raro alla sua conversazione. Ma quanto è pericoloso aver un troppo grande legame con una persona di sesso differente! quante donne, assai più riservate di Melissa, l’hanno per lor disgrazia provato? Questa Dama imprudente cadde da se medesima nella rete, che tendeva al suo amante, in fine egli le piacque, ella lo amò quanto mai può amare una donna di tal carattere, e provò in se tali effetti della più forte passione, che Dorimone non ebbe che desiderar di vantaggio.

[375] Nel corso di questa passione Alitea perdeva ogni giorno del di lui affetto: ella ogni giorno gli pareva men bella, tutto ciò ch’ella diceva o faceva, gli pareva sgarbato; non gradiva da lei cosa alcuna; s’ella voleva piacergli, la di lei tenerezza a lui pareva puerile ed inetta; se stava ritenuta, la trovava cupa, ed incomoda. Ora mostravasi disgustato, s’ella parlava, un momento dopo si offendeva del di lei silenzio. In una parola, egli di continuo cercava delle mancanze nella di lei per altro irreprensibil condotta, e provava un estremo dispiacere di non trovar cosa da condannare. Conseguenza fatale, ma infallabile d’un nuovo attaccamento! Chi vi s’impegna, non si contenta d’essere ingiusto, vi aggiunge ancora il cattivo genio, e desidera un’occcasione [sic.] di poter odiare l’oggetto, che più non ama.

Conosceva la povera Dama un cangiamento cotanto sensibile, ma era molto lontana da penetrarne la vera cagione; l’attribuiva perciò qualche rovescio de’di lui affari, il che per altro non era sì facile, avendo avuta una dote considerabile, e dovendo dopo la morte del padre andar senza contrasto al possesso d’una pingue facoltà. Gli domandò, in quella maniera che conveniva ad una moglie amorosa, se avesse ricevuto qualche dispiacerre da’suoi parenti, ma le rispo-[376]se date con un tuono disgustoso la fecero desistere da ulteriori ricerche, immaginandosi piuttosto d’inquietarlo, se mostrava troppa premura di sapere quel segreto, ch’egli non giudicava opportuno di confidarle. Contrastò più d’un anno con questo mal umore con le armi sole della piacevolezza, della moderazione, e d’un tratto il più obbligante, ed ancorchè allora cominciasse a sospettare di aver perduto l’affetto del marito, tollerò con ammirabil pazienza questo triste pensiero, senza abbandonar la speranza, che un giorno o l’altro conoscerebbe suo marito, ch’ella non meritava sì fatto trattamento. Ella non aveva provato ancora alcuna puntura di gelosia; aveva avuto in sua casa più volte delle Dame belle e graziose, nè mai s’era accorta, che suo marito fosse portato alla galanteria, trattando egli con esse con un contegno anche troppo riservato per un uomo della sua età; tal che ella credevalo piuttosto d’un genio poco portato al sesso, di quello che capace di qualche attaccamento particolare.

Con questo innocente e sincero carattere ella visse all’oscuro, fino a che una sua amica venne ad aprirle gli occhi, su la vera cagione del raffreddamento di suo marito. Questa Dama aveva saputo quanto era passato tra Dorimone e Melissa da una femmina, la quale avendo lungo [377] tempo servita quest’ultima Dama, era bene informata degli amori di lei, e per qualche disgusto era stata licenziata.

Questa creatura infedele le avea palesato, che Melissa era divenuta madre, e che il bambino era stato consegnato ad una persona, la quale per il prezzo di cinquanta guinee lo aveva preso sopra di se, di maniera che non fosse mai per comparire a confusione di chi gli aveva dato l’essere. Tutte le più minute circostanze di questo affare furono svelate da costei, parte in vendetta d’essere stata licenziata, parte per acquistarsi la grazia della nuova padrona, che mostrava piacere di simili confidenze.

Alitea voleva battezzare per favoloso questo racconto, e persuadere l’amica, ch’era un puro tratto di malizia di colei, che lo afferiva; ma questa sostenne la verità della cosa, pretendendo essere impossibile, che quella femmina avesse inventata una storia di tal natura con tante particolarità, e con tanta apparenza di verità. Per altro, continuò a dire, se non fosse il vero, sarà a noi facilissimo convincerla di bugiarda, se andiamo a trovare la donna, che deve educare il bambino, della quale m’ha detto il nome, e’luogo di sua abitazione. Costretta arrendersi a questa prova della sua calamità non potè trattenere le lagrime, e le querele; ma il suo senno, Nivel 4► Diálogo► e’l suo [378] buon naturale achetarono questi primi moti, e quando l’amica le domandò qual giustizia ella volesse fare a se stessa, che posso io fare, rispose questa moglie degna d’ammirazione, se non procuare di diventar, s’è possibile, più obbligante, più amabile, più attrattiva della mia rivale, acciocchè Dorimone non trovi in Melissa ciò, che non possa del pari trovare in me? O Cielo! gridò l’amica, e voi potete perdonare una ingiuria sì grave? , replicò Alitea, soffocando i sospiri, che suo mal grado stavano per uscire, l’amore è una passione involontaria. E voi non gli rimproverete la sua ingratitudine? non pubblicherete, l’infamia di Melissa disse l’amica. Nè uno, nè l’altro; freddamente rispose Alitea; questi due metodi mi renderebbero egualmente indegna di riacquistare il suo affetto; e vi prego, e vi scongiuro, per quell’amicizia, che mi dimostrate, di non parlarmi mai più di questo affare. ◀Diálogo ◀Nivel 4

Non si può per qualsivoglia cosa restar più sorpreso, quanto restò questa Dama a tale moderazione: le promise di tacere, poichè così ella voleva, ma non le fu possibile mantener la parola, e passarono appena tre giorni, che tutte le sue conoscenti furono appieno informate, non solamente del fallo di Dorimone, ma della maniera ancora, con cui sua moglie ne avea ricevuta la prima notizia. [379] Appena restò sola Alitea, e in libertà di pensare su la relazione fattale, che incominciò di nuovo a dubitarne; ma trovando il dubbio più tormentoso della certezza, deliberò di chiarirsi intieramente del vero, se fosse possibile. Confidò questo affare ad una vecchia sua balia, della cui fedeltà, e discrezione poteva promettersi, e tra di loro accordarono di far tener dietro a Dorimone, dovunque andava, e d’informarsi da i vicini di Melissa del carattere, e della condotta di questa Dama. Bastò una informazione leggera per discoprire tutto il mistero, e per confermare quanto era stato detto ad Alitea. L’emissario seppe in breve tempo, che non passava giorno, in cui Dorimone non visitasse colei, che possedeva il suo cuore, che sovente uscivano insieme di casa, e particolarmente la sera in una carrozza a pigione, e che la Dama non tornava a casa se non verso la mattina; che si era osservato qualche mese prima, ch’era grassa più del solito, e che di continuo portava una veste sciolta; ch’era stata tre o quattro giorni lontana, e ritornata poi molto indisposta, ch’era stata a letto più d’una settimana senza chiamar nè medico, nè speziale, e sovra tutto, ch’era voce comune, ch’ella in quel tempo avesse partorito.

Procurò di tollerare con tutta la prudenza, di cui era capace, la sgraziata [380] moglie di Dorimone l’infedeltà del marito tanto certa, quanto se l’avesse veduta cogli occhi proprj, e si condusse in maniera, che il marito non potesse mai sospettare, ch’ella avesse alcuna ombra di questa sua tresca. Più volte egli condannava se medesimo, ma non era risoluto a bastanza per romperla con Melissa, ancorchè ella non si potesse trattenere di amoreggiare in di lui presenza con altri Cavalieri; più volte avevano dibattuto insieme per tal motivo, e a dispetto della sua passione vedeva qual differenza passava tra un amante, e una moglie.

Quando Alitea rifletteva al cambiamento di suo marito, il che faceva sovente, ciò che in questa avventura le pareva più strano, si era, che una Dama ben nata, e educata come Melissa abbandonatasi a i trasporti di sua passione a tal segno, che per soddisfarla si spogliò d’ogni riguardo di modestia, e d’ogni sentimento d’onore, potesse tenere sì poco conto dell’innocente bambino, frutto del suo colpevole amore, ed esporlo ad una infinità di mali, che non si potevano prevedere. Questa barbarie a lei pareva, che sorpassasse ancora la colpa di averlo penetrato, e le avrebbe perdonato più volentieri l’ingiuria fatta a se stessa, che quella che si faceva a questo sgraziato fanciullo. Quanto più vi pensava, [381] tanto più restava sorpresa, che una donna potesse operare in sì fatta guisa, e contro natura, e immaginandosi i mali, che sovrastavano a questo povero abbandonato, prese una risoluzione, di cui pochi sarebbero stati capaci.

Era stata dall’amica informata del nome, e dell’abitazione della donna, cui era stato affidato questo povero infante, e senza comunicare a chi che sia il suo disegno, involtasi nel suo cappuccetto, montò in una carrozza a pigione per andarla a trovare. Fu accolta da costei con rispetto, e con maniere obbliganti, immaginandosi, che fosse venuta per il motivo medesimo, per cui v’era andata Melissa, e molte altre, le quali aborriscono la vergogna, e non la colpa. Ella introdusse immediate Alitea in una camera particolare, dicendole, che a lei poteva liberamente confidare qualunque segreto, avendo ella la confidenza, di molte persone, le quali per tutto l’oro del mondo non vorrebbero, che di loro nè pure si sospettasse un passo falso. Arrossì la virtuosa Alitea in sentire di lei formarsi un tale sospetto, ella che al sentire i falli dell’altre stomacavasi al maggior segno, e interrompendo gli elogj, che colei faceva della sua prudenza, della sua condotta, e della sua fedeltà, Io qui non vengo, disse la moglie di Dorimone, per quel motivo, che v’immaginate, [382] ma per un altro, ch’esige egual secretezza: io non ho un bambino sfortunato da lasciarvi, ma voglio liberarvi di uno, di cui vi siete poco fa caricata.

Parve eccessivamente sorpresa la mammana a questo dire, nè sapeva quale risposta darle, ma Alitea la tolse d’imbarazzo dicendole, ch’era confidentissima amica d’una Dama, che incasa di lei s’era sgravata al tal tempo, e le aveva dato cinquanta guinee per liberarsi intieramente d’ogni pensiero del nato bambino: io sono, disse Alitea, parente stretta del cavaliere padre di questo infelice, il quale non può tollerare di abbandonarlo, e lasciarlo esposto alla sorte comune di tutti i bambini illegittimi; io per tanto vi prego, s’egli ancor vive, di lasciar che lo veda, e provveda meglio alla di lui sussistenza, di quello che voi possiate fare col poco denaro lasciatovi da sua madre.

Cominciò allora la donna a rappresentare l’impossibilità di assistere come vorrebbe a i bambini, che le venivan lasciati con questa condizione, ma sa Iddio, ch’ella faceva tutto il possibile, e sovente spendeva più di quello che avea ricevuto. L’assicurò, che viveva ancora il bambino ricercato, ch’era bello, e ch’era in casa di persona, che veramente allattava per la parrocchia, ma ch’era una donna onesta, e attenta al suo dovere. Sarà, disse Alitea, ma io voglio, [383] che si muti balia; e se potete trovarne un’altra, di cui si possa promettere, ho ordine dal padre di pagarvi per la vostra assistenza assai più, che non potete desiderare; in tanto, continuò mettendole in mano cinque guinee, prendete questo per caparra della mia promessa, e fate che domani a quest’ora sia qui portato il bambino, ma fate ancora venire un’altra balia, cui lo possiate raccomandare, ed io ritornerò per darle i miei ordini. Ragionarono a lungo di questo affare, e in conclusione accordò la donna di fare quanto ricercava Alitea, ed era tanto allegra per le promesse della Dama incognita, quanto essa lo era in preservare dalla miserie una innocente piccola creatura, per cui di già sentiva un certo affetto naturale, poichè apparteneva a Dorimone, ancorchè non l’avesse ancora veduta.

Ritornò il giorno seguente questo eccellente modello di buon naturale, e di amor conjugale, e portò seco tutto il bisognevole per un bambino, che aveva risoluto di far suo per adozione; lo vide appena tra le braccia della sua nuova nutrice, che se lo prese, l’abbracciò, lo baciò con una tenerezza quasi da madre, e accordato il prezzo per il mantenimento dell’infante, lo fece in sua presenza vestire degli abiti, che aveva portati, ch’erano di valore, ed avevan servito a [384] quella età per il proprio figliuolo; ripigliò poscia il cammino per tornarsene a casa con una secreta contentezza di spirito, che non si potrebbe esprimere con parole. Nè questo era già uno di que’trasporti di bontà, e di generosità, che di quando in quando si veggono in certe persone, di cui poscia sovente si pentono: quanto più ella vi rifletteva, tanto più compiacevasi di quello che ha fatto. Non lasciava passar settimana senza andare a veder il bambino, per assicurarsi del suo trattamento. Non avrebbe potuto prendersene maggior cura, se fosse stato veramente suo figliuolo, ed erede della più ricca facoltà.

Continuava in questo frattempo Dorimone nel suo attaccamento a Melissa, ancorchè il procedere di questa Dama dasse occasione a frequenti disgusti tra di loro, tal che più volte furon in procinto di romperla intieramente. In tanto questa lunga tresca dava troppo motivo alla critica: que’ch’eran portati meno degli altri a giudicar male, non potevano ritenersi dal dire, non essere convenevole ad un uomo maritato di comparir sempre in pubblico senza la moglie, e con una Dama che neppure era da sua moglie conosciuta; ma altri delle particolarità di questo intrigo meglio informati ne parlarono con tal libertà, che le loro dicerie presto giunsero a notizia [385] de i parenti dell’uno, e dell’altra. Si sdegnarono all’eccesso i parenti di Alitea, intesa la maniera, in cui veniva trattata una donna, che l’invidia medesima non sapeva di che biasimare, ma vollero esser meglio informati del vero, non contenti delle pubbliche voci, e cominciarono ad interrogarla su la condotta di suo marito, e sul trattamento che a lei faceva, esprimendosi senza riguardo, che il mondo aveva di lui una molto sinistra opinione.

Ma non rispose questa donna eccellente se non parole, che dimostravano quanto poco ella amasse discorsi di tal fafta, dicendo, non doversi far conto delle vane relazioni di alcune persone, unicamente occupate a raccogliere tutte le nuove, ancorchè senza verun fondamento; esser ella in questo proposito il miglior giudice, non avere alcun motivo di querelarsi della condotta di Dorimone, in somma non riputare persona a se ben affetta chi cercasse di riempirle il capo di sospetti in questo proposito. Con sì fatta risposta chiuse la bocca a tutti quelli, che prendevano interesse a’di lei vantaggi: e i suoi parenti prudentemente pensarono, che supposta ancora la verità di quanto si era divolgato di Dorimone, era il maggior male, ch’ella ne fosse persuasa.

Ma il padre di Dorimone, non si con-[386]tentò di simili risposte. Era egli un uomo di bontà e di saviezza distinta, ed amava e stimava sommamente Alitea per le sue virtù: fece per tanto un’acre riprensione a suo figlio, e siccome questi negava tutte le cose imputategli, e addossava la colpa di questi rimproveri alle querele di sua moglie, No, gridò il vecchio Gentiluomo, ella sopporta con troppa pazienza l’ingiuria, che voi le fate, ed ella o non fa, o mostra di non sapere ciò, ch’è noto alla Città tutta. Passò ad esaltare il dolce carattere di questa Dama, e gli disse, che la di lei compiacenza nasceva da un naturale incapace di sospettar male; ovvero che se diportavasi in sì fatta guisa per prudenza, e per riacquistarsi il suo amore, l’una o l’altra di queste due qualità non doveva perdere il suo pregio appresso un uomo di buon senso, anzi dovrebbero, soggiunse, farvi arrossire, ogni volta che faceste riflesso, ch’ella mette in opera tutto il suo amore, e tutta la sua virtù per perdonarvi.

Non fu inutile affatto questo discorso: Dorimone s’era più volte meravigliato, che la fama sparsa della sua tresca con Melissa, probabilmente arrivata all’orecchio di sua moglie, non l’avesse mai mossa a fargliene qualche lamento, e dirgli almeno, che nel di lui cuore temeva di una rivale. Sapeva benissimo, ch’ella era [387] donna di fino discernimento in tutto, e non sapeva comprendere, come in un affare della più grande importanza ella potesse restar così cieca. Aveva udito più volte parlare, anzi aveva cogli occhi proprj veduto, come si fosse diportata con suo marito una moglie gelosa, ed Alitea parevagli tanto differente dall’altre del suo sesso, che non sapeva indovinare il motivo di una condotta sì straordinaria. Vedevasi costretto a sottoscrivere nel suo animo la sentenza di suo padre; ed o fosse effetto della innocenza di sua moglie non credere facilmente il male, o della di lei prudenza, e forza di spirito in sopportar questa ingiuria, in ogni maniera conosceva d’essere il più fortunato marito, che potesse darsi in tal circostanza, e malgrado la sua rea passione per Melissa, pensandovi a sangue freddo, riconosceva Alitea sempre più degna d’essere amata.

È molto probabile, che maturamente pesando il vero merito di sua moglie, e paragonandolo colle frivole attrattive dell’amante, avrebbe renduta una volta giustizia alla prima, e abbandonata ogni premura per la seconda; ma la virtù di Alitea era stata messa a pruova a bastanza, e a Dio piacque di ricompensarla, quando ella meno se l’aspettava. Avvezzatasi a soddisfare i doveri di madre verso il figliuolo di Melissa, cominciò ad [388] amarlo come se fosse tale veramente, e divenne a poco a poco un tenero affetto quel, che da principio era solamente pietà. Ella facevasi spesso portar questo bambino, quando Dorimone era fuori di casa; e facendo nel tempo stesso recare il suo, divertivasi de’bamboleggiamenti, che questi due fanciulli si facevano insieme. In tal guisa ella occupavasi un giorno, quando all’improvviso tornò Dorimone a casa, ed entrò nella di lei camera. Per quanta indifferenza avesse per la moglie, aveva dimostrata sempre una grande tenerezza per il figlio; se lo prese in braccio, e come era solito, lo baciò più volte. Nivel 4► Diálogo► Vedetene un altro, gli disse Alitea sorridendo, che ha qualche diritto alla vostra tenerezza, e gli presentò il figliuolo di Melissa. Qual diritto, Madama, replicò Dorimone con un’aria scherzevole. Perché appartiene a me, rispose sua moglie. A voi! egli gridò. , ella rispose, egli mi appartiene per adozione, e voglio, che voi pure lo consideriate per vostro figlio. Per compiacervi, egli disse, io sono pronto a far tutto, ma poichè son sicuro, che voi non fate cosa alcuna senza averne giuste ragioni, vorrei sapere il motivo di questa vostra straordinaria condotta.

In quel momento si pose a gridare un de’bambini, ordinò Alitea alla balia di portarli in un’altra camera, e vedendo [389] Dorimone di buon umore servissi rapita da una forza interna a dirgli così: Il bambino, che avete veduto, e della cui educazione ho preso la cura, nasce da due persone di condizione; ma essendo illegittimo, il pensiero della riputazione ha superato i moti della natura, ed io ho trovato questo innocente frutto d’una sconsigliata passione abbandonato, miseramente derelitto, ed esposto a morire, ovvero a vivere in una condizione peggior della morte. Mi ha commosso questo pensiero, e ho deliberato di toglierlo a quelle calamità, che gli sovrastavano, e mantenerlo a mie spese, in maniera che non gli abbia a riuscire odiosa la vita. Questo è un atto molto caritatevole, disse Dorimone, che si trovò alquanto confuso, man non è questa la ragione che mi aspettava; con questa pietà potrete raccoglierne delle centinaja, che troverete sicuramente nello stesso caso. Bisogna dunque, che vi sia qualche motivo più gagliardo della sola compassione, che vi fa così distinguere questo fanciullo.

Alitea, che aveva preveduta questa risposta, andava seco pensando, mentre le parlava il marito, se fosse meglio tener occulta la verità di questo affare, o pur confessarla: non sapeva qual partito prendere, e dimostravasi cotanto turbata, e confusa, quanto se avesse dotuo confessare qualche grave sua col-[390]pa. Un motivo! sì, ve n’è uno, ella disse, ma …. è qui mancandole la voce, e ‘l coraggio; non potè dargli con la risposta la ricercata soddisfazione. Dorimone era confuso all’eccesso; non sapeva cosa pensare di questo insolito procedere, che dinotava essere la Dama agitata, trattandosi di un segreto di somma importanza: la guardò fisso alcuni momenti, ed accorgendosi, ch’ella cambiava di colore, e teneva gli occhi fitti a terra, aveva un’estrema impazienza di chiarirsi di ciò, che incominciava di già a sospettare, siccome lo ho da poi confessato. Qual motivo? allora gridò. Qual mistero? Un mistero, ella riplicò, che vorrei piuttosto lasciare a voi indovinarlo, ch’essere costretta a farvelo palese. Oh Dorimone dopo una breve pausa continuò di un tuono più serio, non sentite alcun naturale istinto, che ve lo faccia intendere? Il mio amore per il padre mi rende caro il figliuolo, sia chi si voglia la madre. Infino che amo Dorimone, io non posso odiare Melissa, e quando adempisco i doveri di madre con questo pargoletto, mi scordo della parte ch’essa ne ha avuto, per unicamente ricordarmi di ciò, ch’io gli devo, come proveniente da voi. ◀Diálogo ◀Nivel 4

Alla descrizione supplisca la fantasia del lettore: è impossibile rappresentare con parole una giusta idea di ciò, che [391] deve sentire un marito nelle circostanze di Dorimone. Vedere, che il suo fallo era noto intieramente a chi avrebbe voluto tenerlo per sempre nascosto; restare con la maggior obbligazione ad una persona, da cui non poteva aspettare se non risentimento; sentire quella, che aveva offeso, parlargli, come s’ella fosse la rea; lo agitavano in sì fatta maniera tutti questi riflessi, tra il rimorso, lo stupore, la vergogna, che non aveva più forza di aprir la bocca. Passeggiava inquieto per camera, cercando, ma in vano, di ricuperare la presenza di spirito, che in questo incontro parevagli necessaria; finalmente lasciandosi cader su una sedia di rimpetto a quella della moglie, Dio buono! gridò, sono io desto? È possibile che si trovi al mondo una femmina di tal sorta? Non potè la buona e dolce Alitea vederlo così agitato senza pentirsi d’avergliene data occasione; corse a lui, e gli disse abbracciandolo, mio caro, mio amato Dorimone, non vi rincresca, ch’io sappia un segreto, che non ho ricercato, nè mail palesato a chi che sia, dopo che in certa maniera sono stata costretta a saperlo. Considerate chi io sono, vostra moglie, porzione di voi medesimo, e sarete allor persuaso, ch’io sempre sarò pronta a scusare i vostri falli, ovvero quanto sarà possibile coprirli, [392] a nasconderli. Giudicate della mia sincerità dalla mia condotta, ch’è sempre stata la stessa, con tutta la notizia che aveva di questo affare.

O Alitea gridò egli, stringendola affettuosamente tra le braccia, io conosco quanto poco abbia meritato tali prove d’una bontà, che mi confonde; la mia anima è incondata di amore, e di gratitudine; ma come mai potrò espiare i passati miei falli? Col non parlarne più, ella interruppe, e col lasciarmi una porzione di quel’cuore, che le poche mie qualità non mi promettono di possedere intieramente. A queste ultime parole egli non rispose se non con qualche interrotta espressione, che dinotava i sentimenti del suo cuore meglio, che non avrebbe fatto il più eloquente discorso. ella era allora persuasa d’una compita vittoria, e ne avrebbe provata una perfetta allegrezza, se avesse potuto facilmente persuaderlo a perdonare a sè stesso. Tenevala tra le braccia, in tanto ch’ella raccontavagli come aveva saputa la sua tresca, e gli esponeva senza riserva tutto ciò che aveva sentito dire, i passi ch’ella avea fatti dopo che fu informata della sua disgrazia, e le diverse agitazioni del suo animo in tutto quel tempo, in cui s’era dimostrata con tanta indifferenza. In questo racconto discoprì non so che di ammirabile, e quanto più conosceva la [393] grandezza del di lei animo, e la dolcezza del di lei carattere, tanto più sentiva aumentare il suo amore, e la sua ammirazione.

La prima prova che le diede di non aver per l’avvenire a più temer di Melissa fu lo scrivere a questa Dama una lettera, in cui le rappresentava d’essere arrivato a conoscere l’ingiustizia indegnamente usata verso la migliore di tutte le donne. Le metteva in vista nella maniera più patetica la vergogna, e la follia della passata lor tresca, e l’esortava a far il possibile per riacquistare quella riputazione, ch’egli pur troppo aveva contribuito a farle perdere, assicurandola di aver presa una risoluzione costante di non vederla mai più, e di resistere immobile a tutti i tentativi ch’ella fosse per fare, pregandola di seguitare il suo esempio, e dimenticarsi quanto era passato tra loro. Questa lettera, ch’egli fece vedere ad Alitea, diede a questa Dama una nuova occasione di mostrare l’eccellenza del suo naturale. L’obbligò a scriverla di nuovo, per temperare certe espressioni, che le parevan troppo aspre con una persona un tempo amata; e l’avrebbe forse resa troppo languida per il fine propostosi, se avesse potuto indurre il marito a farvi tutte quelle mutazioni, che le suggerivano la sua dolcezza, e la sua com-[394]passione: ma egli meglio conosceva il genio della persona, a cui scriveva, e non voleva prender congedo in una maniera, che le lasciasse qualche speranza di riconciliarsi.

Quantunque egli non ricercasse risposta, n’ebbe una piena de i più vivi rimproveri contro di lui, e di molte espressioni di sprezzo verso di sua moglie. Non si commosse punto di quanto era detto contro di lui, ma non potè vedere offesa Alitea senza perdere quel resto di stima, che conservava per essa. Lacerò in mille pezzi la lettera, e per dimostrare a questa Dama il disprezzo e ‘l suo sdegno, le rimandò, senza aggiungere una parola, involta in una sopra coperta la di lei lettera così lacerata. Restarono da quel tempo in una perfetta tranquillità. Melissa non fece verun tentativo per richiamarlo a se, e le bastò di mettere in ridicolo da per tutto lui, e la virtuosa Alitea, ma siccome la maggior parte sapeva il motivo di queste sue punture, così la sua malignità non serviva che a render essa medesima ridicola. In tanto fece una nuova amicizia, e il parlare che di questa facevasi su cagione, che non si parlasse più della prima. Da un altro canto la virtuosa Alitea godeva il premio della sua virtù nella costante tenerezza di un marito, che non l’avrebbe cotanto ap-[395]prezzata, se non avesse impiegato in altro oggetto il suo amore, poichè non avrebbe conosciuto mai così chiaramente le di lei virtù, ch’erano il fondamento vero del suo affetto.

La compassione dimostrata da questa Dama al bambino di Melissa non fu già un tratto di bontà passaggera; ella continuò prendersi tutta la cura di questo fanciullo, lo fece allevare come fosse suo proprio figliuolo, e per mitigare la disgrazia della di lui nascita persuase Dorimone a metter da pare una somma considerabile di denaro per dargli uno stato conveniente, arrivato che sarà in età da poter da se procciarsi qualche fortuna, sicchè da quanto si può conghiettare, sarà tutta colpa di lui una cattiva riuscita. Se in questo racconto mi sono stesa più dell’ordinario, mi pare, che nella condotta ammirabile di Alitea non dovesse ommettersi alcuna circostanza, concorrendo tutte le particolarità a dimostrare, quanto giovi un naturale eccellente a sopportare, e perdonare le offese. Non vorrei però che si fidasse alcun marito di un simile esempio, e prendesse coraggio a diventar un Dorimone con la speranza di trovare un’Alitea in sua moglie; sarebbe un metter l’amore e la virtù d’una donna d’un troppo pericoloso cimento; e quanto più si vuol crederla capace di perdona-[396]re, tanto meno si deve offenderla. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Quante altre virtù non nascono da un buon naturale! quanti vantaggi non si ritraggono per sè medesimi, e si spandono sovra degli altri Ma sebbene ognuno parla di questa qualità, pocchissimi, per quanto osservato, son quelli, che ne concepiscono una idea chiara, e distinta; la maggior parte la confondono con un’altra, che le rassomiglia bensì in qualche cosa, ma in fatti è molto inferiore. Si può con ragione chiamarla la serva di questa gran Dama, ella ubbidisce a i di lei comandi, eseguisce le di lei risoluzioni, e la serve in ogni aziozione [sic.] . La virtù, di cui io voglio parlare, suppone un certo tratto manieroso, una compiacenza a tutto quello che viene proposto in compagnia, delle attenzioni per piacere altrui, e divertirli, della ospitalità, e della liberalità: e pure può darsi, che una persona abbia tutte queste qualità, e manchi poi di quel buon naturale, che ho procurato di descrivere, e dal quale nascono azioni tanto ammirabili. Io non vorrei per tanto dare a questa inferior qualità se non il nome di buon genio, ovvero di genio obbligante, per esprimere s’è possibile la grandissima differenza, che passa tra questa disposizione di spirito, e un buon naturale.

Un genio obbligante ha i suoi gra-[397]di, più ristretti, è vero, e men durevoli; e quando se ne abusi, degenera facilmente nel suo estremo. Ma un buon naturale è sempre lo stesso, e incapace di mutazione: rassomigliando in qualche maniera alla bontà Divina rende benefizj per ingiurie, procura di correggere con le persuasive, e compatisce quel che non può raddrizzare. In somma un genio obbligante dipende dalla condotta degli altri, ma un buon natuarle si sostenta da se medesimo. Con tutto ciò queste due disposizioni tanto si rassomigliano tra di loro, che non è così agevole il distinguerle, quando perfettamente non si conosca il soggetto, in cui si trovano; così che d’ordinario le confondiamo, ancora quando si tratta di noi medesimi. È dunque necessario assolutamente riflettere alle nostre azioni, ed esaminare nella lor origine, ed allora possedendo l’una di questa qualità facilmente vi si potrà aggiungere l’altra.

Una gran prova di un buon naturale, è l’essere comunicativo, e quanto si può far parte delle nostre cognizioni a chi manca di capacità, e di occasioni d’imparare. Un genio obbligante ci porterà a riconoscere, a lodare forse più del dovere le buone qualità degli altrj; ma un buon naturale ci poterà ad istruirli, come possano perfezionare queste qualità. Un genio obbligante non isfugge mai le [398] occasioni di far servigio; ma un buon naturale le cerca con tutta l’industria. Un genio obbligante promette tal volta più di quello che può mantenere, ma un buon naturale fa di più di quel che si aspetta. Serviranno con un poco di applicazione questi caratteri a conoscere la differenza di queste due qualità: ogni savia persona ha da cercare di rilevarle in coloro, con i quali ha qualche interesse da maneggiare, ovvero ha qualche dipendenza da essi, e stare attenta di non concepire troppa stima dell’uno, e non aver poi per l’altro quella buona opinione che merita.

Si danno certe persone, le quali non provano maggior piacere, quanto fare ad altri del bene, che vi fanno tutti i servigi possibili, prima ancora che li domandiate che si contenteranno di perdere qualche cosa del proprio, purchè al suo vicino possano procurare qualche considerabil vantaggio, e pure con tutta questa naturale benevolenza fanno i benefizj con tal mala grazia, che chi li riceve, perde la metà del piacere, e chi li fa, perde più della metà degli elogj dovuti alla sua generosità. Una persona di tal fatta ha l’animo adorno di tutte le belle qualità, che costituiscono quello che chiamasi un buon naturale, ma per qualche difetto di educazione, o di temperamento non hanno quel puro [399] e vivo splendore, che si concilia l’amore, e l’ammirazione del genere umano, e’l più bel titolo, che una tale persona riceva da quelli, che le hanno obbligazione, è quello di buon uomo, ancorchè molto austero.

Un benefizio fatto con sgarbatezza, o con un’aria di alterigia, fa troppo vivamente sentire la necessità che si ha di riceverlo, e si danno persone di tanta delicatezza, che si contenteranno di patire le più crudeli miserie, piuttosto che trovarsi sollevate da una persona di sì fatto carattere. Così un genio obbligante è il propiro canale, per cui devono scorrere gli effetti di un buon naturale, per comporre insieme un carattere degno veramente di amore. Per genio obbligante intendo politezza, affabilità, ilarità, e certa dolcezza di tratto, che si rende ben affetti gli altrui cuori, e di quelli particolarmente che ci hanno qualche obbligazione. Mi pare di poter paragonare questa qualità a dei ruscelli, che non hanno tanta profondità, onde si possa trarne considerabil vantaggio, ma pure ci piacciono, e ci allettano col mormorio soave delle lor acque; ma un buon naturale è il fiume, che loro provvede le acque, ed è la sorgente di tutti i piaceri, che nascon da essi; ma senza di questi ruscelli, che da esso han la sua origine, si gonfie-[400] rebbe troppo, disgusterebbe la vista, offenderebbe l’orecchio di tutti quelli, che stassero vicini alle sponde.

Nivel 3► Exemplum► Surinto, e Montano sono tutti e due portati del pari alla benevolenza, ed alla generosità, e pure sono tal volta molto differenti nella loro maniera di procedere. Un mercatante era stato lungo tempo amico intrinseco dell’uno e dell’altro, quando alcune perdite fatte in mare, ed altre disgrazie lo ridussero in somme angustie: ogni momento si esigeva da lui qualche pagamento, e quantunque soddisfacesse al possibile, e si contentasse di patire piuttosto che perdere il credito, con la speranza di rimettersi, se ben riuscivano alcuni suoi negozj, che aveva in altri paesi, era però in procinto di fallire. Venne a trovarlo Surinto, che aveva intesa qualche voce del di lui stato infelice, e abbordandolo con un’aria brusca: Come, gli disse, è vero, che siete in rovina? Si dice che in due o tre giorni voi dovete fallire, senza poter più rimettervi. Ancorchè il mercatante sentisse un grave disgusto di un complimento di tal fata, confessò ingenuamente, che pur troppo aveva il suo fondamento questa pubblica voce, e che dovrebbe soccombere alla sua contraria fortuna, se non trovava sul fatto mille pezze: ma che con questo denaro potrebbe accomodare intieramente i suoi [401] affari fino all’arrivo d’una nave, con la quale aspettava sicuramente novelle migliori. Questo è incerto, replicò Surinto con la medesima asprezza, io però vi darò anticipatamente questo Denaro: venite da qui due o tre ore alla mia casa, sarà tutto pronto. Ma bisogna certamente che non vi siate ben diretto, se vi è accaduto questo infortunio, e seguitò dicendogli, che non approvava ch’egli avesse a fare col tale e col tal altro, che commerziasse in questo o in quell’altro paese, e che da gran tempo aveva pur troppo temuto cò, che al presente vedeva accadergli, secondo la massima del Poeta che Nivel 4► Cita/Lema► nelle disgrazie ogni sciocco pretende di dare il suo consiglio, e se la fortuna si cangia, e diviene propizia, si attribuisce il merito di questo cambiamento. ◀Cita/Lema ◀Nivel 4

Il povero mercatante dovette con pazienza tollerare questo discorso per cagione del benefizio, che gli veniva fatto, il quale per altro era in fondo amichevole, e generoso, ancorchè esibito in una maniera aspra e rozza ad un uomo di cuore, avvezzo piuttosto a far piacere, che a restare obbligato. Ma prima che potesse fare certe riflessioni su questo punto, eccoti Montano che viene a visitarlo. Aveva egli intese le stesse voci, come Surinto, e mosso dalla stessa ragione veniva ad offerirgli soccorso, ma con un’aria affatto [402] diversa. Non gli disse parola delle sue disgrazie, e dopo aver parlato con la solita sua ilarità di alcuni interessi indifferenti, io provo, gli disse, un sommo piacere di avervi trovato in casa, avendo a pregarvi d’un favore, il quale, se vogliate farmelo, mi solleverà da una grande inquietudine. Il mercatante risposegli d’incontrare con sommo piacere un’occasione di servirlo, e l’altro soggiunse: riscosso mille e cinquecento pezze, e a dirvi il vero non so come impiegarle: non vorrei tener in casa questo denaro, non ho presentemente un banchiere, e non so dove poterlo mettere a mio gusto: vi farei per tanto infinitamente obbligato, se voleste voi prenderlo, e trafficarlo; so che le persone, che han, come voi avete, molti e grossi negozj, han sempre qualche occasione d’impiegare il loro denaro. Restò sorpreso a due esibizioni di tal natura fatte lo stesso giorno da due uomini, che non avevan con esso lui se non quelle obbligazioni, che sono comuni, e reciproche tra persone di pari fortuna, e di egual condizione, ma restò molto più sorpreso di questa seconda offerta fatta in così obbligante maniera. Ma siccome dubitava, che Montano fosse ben informato dello stato presente delle cose sue, non volle abusarsi d’una così generosa amicizia, e gli discoprì liberamente tutto ciò, che l’amico sa-[403]peva benissimo, quando egli medesimo.

In tanto che andavagli ad una ad una esponendo le sue perdite, Montano lo interruppe più volte dicendo, che non era da maravigliarsi di tali accidenti, che quel che in un anno perdevasi, si poteva risarcire nel seguente, e che lontano dal temere, che anche una somma più grossa non fosse sicura in sue mani, resterebbe con somma mortificazione, s’egli non accettasse quella che gli offeriva: vi assicuro, Signore, gli disse, che vi offerisco quello di cui non ho bisogno, e se la fortuna fosse con voi tanto ingiusta, e vi togliesse il modo di restituirmi questo denaro tra uno, due, tre anni, e più ancora, non avrei alcun pregiudizio da questo ritardo; e mi farebbe un grande rammarico il vedere, che voi v’inquietaste in questo proposito, fino a che con tutto il vostro comodo possiate pagarmi. Un sì fatto discorso fece determinare il mercatante ad accettare l’offerto contante, e ricevuto che l’ebbe, passò immantinente alla casa dell’altro amico, per ringraziarlo come doveva, e gli disse, che con un impensato colpo di buona fortuna lo aveva messo in istato di soddisfare i suoi creditori, senza bisogno di far uso della generosa assistenza, ch’esso gli aveva offerta.

A questa notizia non dimostrò Surinto nè piacere, nè disgusto, ma con la stessa aria brusca di prima, ancorchè fosse di un’ottima intenzione gli disse, che andava bene, che se avesse avuto bisogno di quel contante, glie lo avrebbe dato, e che se mai in avvenire ne avesse bisogno, sapeva dove trovarne. Ognuno certamente, che si fosse trovato nelle medesime circostanze di questo mercatante, avrebbe tenuta per somma fortuna trovare un amico come Surinto; ma non si può negare, che questo benefizio perdeva molto di pregio in confronto della maniera graziosa, con cui sapeva farlo Montano. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Mi pare cosa assai strana, che persone affettuose e zelanti per i suoi amici non vogliano andare un poco più innanzi, e vestirsi di certa compiacenza, e di buona grazia, che loro non costerebbe niente di più, anzi con tale virtù accrescerebbero infinitamente il valore del benefizio. Bisogna credere, che non si accorgano di questo difetto, poichè non vorrebbero al certo diminuire il merito de’loro favori, facendoli con mala grazia, essendo molto agevol cosa correggerlo. Vorrei per tanto dare ad intendere a quelli, che sono in procinto di fare un benefizio, di meditarvi, e disporlo in maniera, che paja, ch’essi vi guadagnino in farlo. Per questo solo tanto più stimabile fu l’esibi-[405]zione di Montano di quella di Surinto; con questo si dà un nuovo prezzo anche a i menomi benefizj, e si obbliga a maggior segno chi li riceve, senza incomodarlo. ◀Nivel 2

Il Fine. ◀Nivel 1