La Spettatrice: Libro Quinto

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Libro Quinto.

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Metatextualität

Per compiacere, e dimostrarsi grata al primo corrispondente, che ci ha fatto quest’onore, ha risoluto la nostra Compagnia di lasciar da parte ciò, che in oggi aveva disegnato di pubblicare, e d’inserire in vece d’altro l’obbligante lettera, che ha ricevuto, discorrendo su la materia, di cui essa tratta; materia che non sarà mai troppo per quanto si riproponga, e si tratti con energia.

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Brief/Leserbrief

Signora Spettatrice.

Metatextualität

„Ancorchè non abbiate creduto proprio de’discorsi da voi pubblicati in ciaschedun mese d’invitare altre persone a farsi vostre corrispondenti, ed io sia incerta, se vorrete benignamente accogliere ciò, che in questa maniera io sono per comunicarvi, con tuttociò, siccome è manifesta l’intenzione della vostra opera di correggere gli errori, ne’quali inciampiamo, che ci strascinerebbero al vizio, e ci renderebbero tutta la nostra vita infelice, se li trattassimo con troppa indulgenza, ho risoluto di comunicarvi il mio sentimento su la vostra intrapresa, e sul buon successo della medesima. Voi ben sapete, che tutto ciò, che colle stampe si pubblica, incontra tanti censori, quanti sono i leggitori, che pensano diversamente, ma io vi assicuro, che sono uno di quegli, cui gli Autori danno con ragione il titolo di amico lettore, e che sono molto più portata ad applaudire, che a condannare. Io volontieri mi unisco a tutte le persone savie, e virtuose, che vi hanno lodato, e procuro di far noti al pubblico i vostri elogi, quanto in questo luogo mi è permesso. Io difendo con zelo la vostra casa contra tutte le dicerie de’profontuosi ignoranti, e de’libertini, e se mi pare, che in qualche parte non corrispondiate alla mia aspettazione, allora non parlo. Io penso, che questo sia un procedere da vera amica, e perciò spero che non vi farà discaro, se di tratto in tratto vi darò degli avvertimenti, come attualmente faccio in questa lettera, o quando verrà l’incontro, vi ricorderò qualche omissione, che nel frequente discorso possiate risarcire, ovvero vi comunicherò qualche mia idea particolare, poichè vi lascio in piena libertà di sopprimerla, o di pubblicarla secondo che vi verrà più in acconcio. Non si può dare certamente una più giusta definizione delle passioni, o una descrizione più patetica de’mali ch’esse producono, di quella che voi date; ma parmi, che abbiate troppo leggermente toccato, o almeno che non vi siate tanto fermata, quanto si aspettava da una Spettatrice, su alcuno di que’mezzi innumerabili, ultimamente inventati da i parziali d’un lusso smoderato per raddolcire, o a dir meglio per irritare le inclinazioni più pericolose della gioventù,
Io non sono cotanto austera, che non faccia differenza alcuna tra le età, e nieghi alla gioventù gl’innocenti divertimenti, che ad essa convengono, anzi permetto a’giovani il godere con moderazione de’piaceri, ma non vorrei, che di questi piaceri si formassero un’occupazione, e che in tal maniera vi si applicassero, che non restasse loro come attendere a cose più importanti, poichè questo sarebbe un far diventare pericoloso ciò, ch’è di sua natura innocente, e far pagar troppo caro all’avvenire quel che al presente si gode. Vi sono de’moderni ministri de’nostri piaceri, i quali non si contentano d’inventare ogni giorno nuovi divertimenti, con cui passare la sera, vogliono che loro sagrifichiamo ancora tutte le mattine, quasi che non fossimo nati se non per il solo piacere. Wauschall, Cupers, e luoghi simili, se eccettuinsi i giardini di Ranelagh non occupano a dire il vero se non quella porzione di tempo, che d’ordinario si dà al divertimento, ma per quest’ultimo luogo si vuol anche impiegar quelle ore, che la natura, e la ragione destinano ad altro uso. Io non sono tanto avanzata in età per non ricordarmi, che dopo fatte le preghiere, dopo d’essermi acconcia, e dopo aver fatto colezione, le ore che restavano fino al mezzo giorno erano occupate da’miei Maestri, di ballo, di musica, di scrivere, da persone, che m’insegnavano qualche lavoro, e generalmente tutto quel che conviene alle persone del mio sesso. Mi pareva allora una grazia singolare la permissione di fare una passeggiata nel Parco di S. James, ovvero nel nostro domestico giardino per agguzzar l’appetito. Ho allevato l’unica mia figliuola nella stessa maniera, nè mi è venuto mai sospetto, ch’ella non ne fosse contenta, fino che giunta all’anno quattordicesimo, quando per disgrazia gl’impressarj di Ranelagh fecero sapere, che ogni mattina avrebbero dato una pubblica colezione. Ciò mi dispiacque all’eccesso, e pregiudicò molto all’educazione, che voleva dare a mia figlia; m’accorsi in breve, ch’ella s’infastidiva di tutte le sue lezioni, e che in fine aveva un totale aborrimento a qualsivoglia occupazione. La sua maestra di lingua Franzese l’è divenuta una compagnia molesta; il suo ago una cosa odiosissima; il suo clavicembalo non è mai accordato; i suoi libri di musica son gettati in un cantone; nessuna cosa è degna della sua attenzione se non l’abito più galante, con cui possa comparire a Ranelagh. Ogni mattina la mia casa è piena di Dame giovani, le quali vengono ad invitare mia figlia alla colezione di Ranelagh, e tornate che sono, d’altro non si parla che di ciò che fu detto a Ranelagh, e dell’abito, con cui la sera si ha da ritornare a quel delizioso luogo, talchè la giornata è tutta perduta. Ditemi di grazja, Signora, conviene mo ad una donna prudente permettere ad una giovane, dal Cielo, e dalla natura assoggettata alla mia autorità, di vivere a questa guisa. Ma in tanto come sradicare un male che cresce a gran passi? Se io voglio mettere qualche freno a questa licenza, non veggo in casa che svogliatezze, e non sento che querele; fuori di casa poi sono certamente condannata per troppo severa. Sono inutili tutte le mie rimostranze su questa maniera di perdere il tempo; non fa alcuna impressione tutto quello, ch’io posso dire; e se volessi obbligar mia figliuola a non partire di casa, temerei di ridurla a qualche strano partito. Chi sa dove possa giungere il trasporto d’una giovane inconsiderata? Quante in questa età sono troppo ingegnose per ingannare la vigilanza di chi presiede alla loro educazione? E crederei d’essere condannabile, e proverei un perpetuo rammarico, se volendola preservar da un pericolo, la facessi precipitare in un altro. Il dilemma è terribile. Io vi scongiuro pertanto, giacché non potete essere insensibile all’afflizione, che devono provar molte madri nel mio caso, quando si vedono in procinto di perdere il frutto delle lor cure, e della lor tenerezza, io vi scongiuro, dissi, di rappresentare nella maniera la più toccante, e la più patetica, che sia possibile, la pazzia di accorrere perpetuamente in questi pubblici luoghi. Fate comprendere alle nostre giovani, che questa usanza è di sommo lor pregiudizio, che le rende inabili a soddisfare i doveri della società, che le conduce a trascurare quanto devono a Dio, ed a quelli, da cui hanno avuto l’essere, che loro impedisce il diventare a suo tempo mogli lodevoli, madri buone, amiche da farne conto, in una parola, che questa prepara per il futuro uno stato infelice non meno ad esse, e alle altre persone, le quali avranno qualche relazione con loro. Una pubblica censura fatta da voi sarà forse più efficace di tutte l’esortazioni de’loro genitori, prese da esse ordinariamente per discorsi d’usanze, gli avvisi di una persona, che nel darli non ha altro interesse se non la parte generosa, che prende del bene delle sue simili, faranno senza dubbio una gagliarda impressione su lo spirito di quelle, che non sono del tutto insensibili a i proprj vantaggi, e soddisferanno al desiderio della maggior parte de’vostri leggitori, e della Vostra vera ammiratrice, ed umilissima serva Sarah Odlfashion1 Dalla contrada d’Hanovre li 2. Agosto 1744. P.S. Se da voi non ottengo quanto desidero sono risoluta di mandare Biddy, mia figliuola, da un mio parente in Cornovaille; dove il più vicino è almeno quattro leghe lontano, e dove non avrà altri oggetti se non roccie alte e scoscese da una parte, e dall’altra orride miniere, e lasciarvela fino a che durerà in questo furore per i pubblici ridotti.”
Merita al certo d’essere compatita questa Signora, e particolarmente da chi è madre, o lo è stata. Se i figliuoli potessero intendere le cure, le vigilie, le inquietudini infinite, che accompagnano la tenerezza paterna, e quanto è loro impossibile soddisfare alle proprie obbligazioni, e compensare queste pene procurerebbero al certo di schivare tutto ciò, che potesse impedire il buon frutto della cura, che si prende per loro vantaggio, la gratitudine, e l’amore li porterebbe a fare ogni sforzo per ridurre a perfezione l’educazione, che ricevono. Ma ho di già a sufficienza dimostrato quanto sia difficile avvezzare la gioventù ad una giusta maniera di pensare, e come ho letto in certo autore,

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Zitat/Motto

in vano si pretende di trovar nella gioventù l’esperienza, ed è un pagarla troppo cara, averla da acquistare coll’età.
Quanti si trovano, che non sanno viver nel mondo, ancora quando sono in procinto di lasciarlo,

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Zitat/Motto

e come dice Dryden che han lasciato passare la loro vita quasi per un setaccio che niente ritiene!
Ella è dunque una vera miseria, che in questa guisa si dia maggioranza alla sciocchezza naturale de’giovani, e che le persone di età matura autorizzino col loro esempio quelli, che se corron dietro a’piaceri, meritano qualche scusa. Ma pure qual piacere si gusta mai in questi passeggi? Quante persone di qualità, che frequentano questi luoghi, hanno ritiri più deliziosi? Ranelagh ed altri luoghi simili, dove per entrarvi si paga, sono forse da paragonarsi in buon gusto, e in magnificenza a que’giardini, ne’quali uscendo dal loro appartamento, possono passeggiare nessuno al certo dirà in contrario. Che se dicessero, che tali luoghi son necessarj per le persone, le quali o per gli impieghi di Stato, o della Corte obbligate a fermarsi lungo tempo in Città, han bisogno di questo sollievo, io non m’oppongo, e sarebbe un’arroganza, ed una ingiustizia censurare le persone di condizione inferiore, se non perchè vi corron dietro senza misura. Il male si è, che ciascheduno di qualsiasi condizione vuole imitare le persone di qualità, perchè ciò, che fanno esse, è sempre alla moda. Le adunanze di Ranelagh non sono già tanto numerose per le belle vedute, per i deliziosi passeggi, per il magnifico amfiteatro, o per le melodie dell’orchestra; ma piuttosto per la vanità che ha ciascheduno di eguagliar, se mai può, i suoi superiori, di vantarsi tornando a casa, d’essere stati osservati dal tale o tal altro Signore, da quella o quell’altra Dama di condizione; di parlare della loro foggia di vestire, e de’loro diportamenti, di pretendere d’avere scoperto l’amante della tal Dama; qual maritata di fresco amoreggi l’amico del marito, qual Duca non abbia per la moglie se non un‘esterna, e sforzata compiacenza, se quell’amante sia cotanto compiacente ed attento riguardo alla persona, o alla roba. Questa ridicola voglia d’essere creduti pienamente informati di cose superiori al loro stato, ed inutili, regna all’eccesso in un gran numero di persone, e in quelle particolarmente di condizione mediocre. Questa è una delle principali cagioni di concorrere, dove si radunano le persone di rango superiore. Non è solamente propria d’una età questa sorta d’affettazione, ella si estende da i sedici anni a i sessanta; ma s’ella si fissa nel cuore d’una giovanetta come Madamigella Biddy, unita alla vanità, di farsi vagheggiare, e ritirarsi dietro una folla d’amanti, vanità, che nelle figlie si manifesta ordinariamente, quando toccano i tredici anni, non è in tal caso da farsi maraviglia, se tanto difficile si rende il ritenerle di andare in un luogo, dove per questi due motivi si lusingano di soddisfare la loro ambizione. Io temo per tanto, che riescano inutili tutti gli tentativi della Signora Oldfashion, quando non adoperi la forza, a praticar la quale non mostra molta disposizione, e che io medesima non posso approvare, poichè il rimedio sarebbe peggiore del male. Io non la consiglio neppure di mandarla in Cornovaille. Una giovane così spiritosa, e che mostra tanta passione per i divertimenti della Città, quando si vedesse separata in tal guisa da tutto ciò che le piace, e condannata ad una orribile solitudine, non sarebbe più capace di alcuna moderazione. S’ella è di un temperamento dolce, e flessibile, verrebbe consumandosi lentamente in una nera malinconia, non patirebbe solamente la salute, ma ancora il cervello, e diverrebbe cagionevole, e stupida. Che se al contrario ha uno spirito di ostinazione, e di malizia, sentirà al vivo la crudeltà di un tale trattamento, e siccome in quella età non è da pretendersi certa riflessione, sprecipiterà forse in mali peggiori di quelli, da cui volevasi preservarla, se non altro per sottrarsi elle ristrettezze, e alla dipendenza. L’una o l’altra di queste conseguenze ha da far paura ad una madre; ed io mi dichiaro assolutamente contro quest’uso rigido di autorità materna.

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Exemplum

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Fremdportrait

Alvario è un ricco Gentiluomo, e fa nel mondo una figura distinta; egli restò vedovo con due figliuole, eredi per parte della madre d’una facoltà di più di mille pezze.

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Fremdportrait

La primogenita, che chiamerò Cristabella era dotata d’una rara bellezza, e piena di spirito; Lucilla sua sorella era di temperamento cagionevole, e in conseguenza più seria, e più ritirata. Questa non si curava mai di uscire di casa, o di aver compagnia; ma Cristabella d’un genio vivace non si fermava in casa di buona voglia. Il parco, la commedia, l’opera, la corte erano i suoi idoli, e tutti i suoi pensieri erano occupati in abbigliarsi, in cercar di farsi ammirare, in desiderio d’essere corteggiata. Gioventù, bellezza, e ricchezza di rado s’incontrano senza una proporzionata mescolanza di vanità, e non si può negare, che questa Dama non ne avesse la sua parte. Ella trionfava delle conquiste, che ogni giorno facevano i suoi vezzi, ed ancorchè avesse uno spirito sufficiente per distinguere le sincere proteste dalla finte adulazioni, non ne aveva a bastanza per difendersi dal piacere, che provava in sentirle.
Ancorchè non abbia ella mai fatto cosa contraria al dovere, ed alla virtù, la sua vivacità, e’l suo trasporto per i piaceri la esposero alla censura di alcune, che volontieri sparlano di quelle, che sono di se più degne d’amore. Dall’altra parte suo padre era un uomo pratico della galanteria, e per conseguenza disposto ad interpretare per segni d’innamoramento le più piccole libertà, che si può prendere il nostro sesso; sicchè diede orecchio a i suggerimenti, che gli venivano fatti contro di Cristabella. I parenti di questa Dama giovane erano i suoi maggiori nemici, essi la odiavano per aver messo in ridicolo la rigidezza delle loro regole; capo di questi era una vecchia Zia ancora nubile, che stava in casa di Alvario, ed era in certa maniera la governatrice delle due sue figliuole. Questa creatura maligna ascoltò tutte le dicerie invidiose contro della nipote, le riferì alla sua maniera caricate ad Alvario, insistendo perchè usasse la sua autorità, per obbligare questa Dama ad un più serio contegno. Fu estrema la sorpresa di Cristabella in sentirsi accusata di colpe, che non l’erano passate mai per la mente, anzi aborriva più della stessa morte; ma nè’l dispiacere, ch’ella dava a suo padre, nè la cura, che si doveva prendere della propria riputazione, furono bastevoli a farla risolvere di abbandonare alcuna di quelle libertà, cui s’era avvezzata, e come ella era conscia di non aver colpa alcuna nel suo procedere, mostravasi con tutta l’indifferenza sul giudizio, che di lei faceva il mondo. Tutte le rimostranze d’Alvario, le proibizioni di trovarsi in certe compagnie, di comparire in certi luoghi, dov’era solita andarvi frequentemente, sotto pena di perdere la sua affezione, furono inutili; il riflesso della ubbidienza dovuta al padre non pose alcun freno alle sue inclinazioni, ed ella figuravasi d’essere più offesa da lui, che aveva dato ascolto alle calunnie, di quello ch’ella potesse offendere lui col non ubbidirlo. Non avrebbe avuto forse tanto coraggio, se non avesse saputo di avere un dì a possedere una facoltà, che neppure suo padre poteva toglierle; e questa sua condotta mostrava ad evidenza, che poco lo temeva, e meno la amava. Irritato giustamente il padre, lo racchiuse nella sua stanza, non permettendole di veder altri che sua Zia, la compagnia della quale era a questa giovane la più disgustosa, ed una serva che le portasse da mangiare, ed ogni altra cosa bisognevole. Ma questo severo trattamento, in vece di umiliare la di lei alterigia, accrebbe piuttosto la di lei ostinatezza, e riputandolo un tratto di tirannia, più che un effetto di tenerezza paterna, non considerò più Alvario come suo padre, ma come un barbaro carceriere, nè volle mai abbassarsi ad alcun atto di sommessione; e quando la Zia le disse, che se promettesse di far un uso migliore della sua libertà, ella cercherebbe di ridurre suo padre a perdonarle il passato, ella rispose di non sentirsi rea di alcun delitto, e non intendere di cangiare in menoma parte la sua condotta. In somma ella mostrò così poco amore, e rispetto a suo padre, ch’egli riconobbe d’aver usato un cattivo metodo, e si pentì di non aver impiegato mezzi più dolci per condurla ad una miglior maniera di pensare. Ma, poichè l’amava all’eccesso, pensò che al suo carattere non convenisse di cedere il primo; la onde continuò a tenerla ristretta, con la lusinga che col tempo ella fosse almeno per implorare la libertà. Ma frattanto ch’egli in vano sperava di umiliare quello spirito altiero, ella pensava alla maniera di fuggire dalla casa paterna, risoluta, quando avesse potuto mettersi in libertà, di prendere una casa, ed obbligare suo padre a consegnare a lei, o a chi avesse a nominare per suo tutore, quella porzione della facoltà materna, ch’ella sapeva di non poterle esser contesa. Con queste mire procurò di tirare al suo partito la cameriera; ma non essendosi lasciata muovere da tutte le promesse questa fedele domestica, ella si appigliò ad uno stratagemma, che non si avrebbe creduto mai, che potesse venir in mente ad una giovane non ancora giunta all’anno sedicesimo. Non avevan per fatalità pensato a levarle la penna, l’inchiostro, la carta, onde scrisse moltissimi piccoli viglietti, in cui lagnavasi dell’ingiusto trattamento di un padre inumano, che l’aveva rinferrata per farla morire di tristezza, onde far passare all’altra figlia favorita tutte le sue facoltà. A tutti questi viglietti vi aveva messa una tale soprascritta.

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Ad ogni persona caritatevole che passerà di quì, e che avrà pietà per ajutare una figlia maltrattata a fuggir dalle mani del più barbaro padre.
Gittava di notte quantità di questi viglietti in istrada, ma venivano calpestati, o non erano osservati, ovvero chi li leggeva non sapeva che farne, o non volevano prendersi questo imbarazzo, tal che vedendo la stupidezza, e la insensibilità di chi passava, incominciava a disperare di riuscire con questo mezzo; quando l’ultimo viglietto, destinato all’ultimo sperimento, cadde per accidente su la spalla d’un uomo, ch’era quanto bastava Cavaliere errante per tentare la liberazione di questa Dama afflitta. Osservò la finestra, dond’era uscito il viglietto, col benefizio d’una lanterna rimpetto alla casa; arrivato al suo albergo ne lesse il contenuto, e trovò certa bizzarria in quest’avventura, che deliberò d’informarsene pienamente. Egli non aveva beni di fortuna; col favore del giuoco aveva sostenuta la figura di Gentiluomo, e perciò pensava, che se la Dama rinferrata era quale si diceva nella sua lettera, egli non doveva negligere una così bella occasione di darsi un comodo stato. Il giorno seguente di buon mattino s’informò da i vicini dell’essere di Alvario, e rilevò tutte le circostanze. La sicurezzea, che questa Dama giovane, la quale implorava la sua assistenza, aveva una facoltà indipendentemente da suo padre, o da qualunque altro, era una cosa, che lusingava le più ardite speranze, ma non trovava modo di farle sapere, ch’egli era pronto ad eseguire i di lei comandi per la ricupera di sua libertà; pensava essere inutile lo scriverle, e supponeva, ch’ella non avesse alcuna persona confidente, poichè s’era ridotta a un così straordinario espediente, ovvero non sapeva indovinare qual fosse: finalmente dopo molto pensarvi, inventò un modo di darle notizia di se, pericoloso veramente, ma bisognava arrischiare. Non era molto alta la finestra donde era venuto il viglietto, e come questa era una stanza al di dietro della casa, che riferiva su una picciola corte pochissimo frequentata di notte, benchè fosse pubblica strada; pensò di salirvi coll’ajuto d’una scala di corda, cogliendo l’ora medesima, in cui aveva ricevuta la lettera, e siccome nel salire non fece alcun rumore, ebbe agio di guardar per i vetri , non essendo chiuse affatto le cortine, e vide questa bella afflitta in una triste positura colla testa appoggiata alla mano. Vedendola sola, battè leggermente alla finestra: lo strepito la riscosse; ma siccome non era punto timida, s’avviò alla finestra, ch’egli aprì, e fattale una riverenza profonda; per quanto permetteva la sua positura, non vi spaventate, adorabile Signora, le disse, io vengo ad esibirvi l’assistenza che vi bisogna, come da questa lettera intendo. Così dicendo le presentò il viglietto, ch’ella aveva gettato dalla finestra, a vista del quale ella non dubitò di alcun reo disegno dell’avventuriere, e graziosamente se gli protestò obbligata della cura, che s’avea preso, e del pericolo, cui s’era esposto. Poscia, giacché non v’era tempo da perdere in cerimonie, gli disse, che la prima richiesta da fargli era, che le trovasse alloggio in una casa onorata, e che ritornasse la notte seguente per ajutarla a calarsi da quella finestra, non avendo altro modo di fuggire dalla sua prigione. Egli le promise di tutto puntualmente eseguire, ed ella le protestò per un tal benefizio tutta la gratitudine, che una donna virtuosa potesse dimostrare, o dovesse esigersi da un uomo di onore. Egli discese, ed ella chiuse la finestra. Erano ambedue soddisfattissimi di questo abboccamento, benchè fossero differenti i motivi: Cristabella era piena di speranza di ricuperare la cara sua libertà e’l Cavaliere si lusingava di presto ridurla a mettersi sotto un più durevole giogo. Non fu negligente il nostro Avventuriere a preparare tutto ciò, che poteva assicurarlo di una preda sì ricca; preparò un alloggio benissimo fornito, appresso di una persona, cui comunicò la faccenda, e che per varie ragioni doveva assisterlo in questo affare. Andò all’ora stabilita sotto la finestra, e trovò Cristabella impazientissima del suo arrivo, al quale senza perdere momento di tempo si calò per la scala di corda, nè dal suo liberatore altro cercò, se non quello che gli aveva chiesto la notte passata. Poco prima della sua partenza aveva scritto una lettera a suo padre, e lasciolla in un sito, dove ella era sicura, che sarebbe stata trovata, tosto che si fossero accorti della sua fuga. Ella così in questo foglio si esprimeva.

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Brief/Leserbrief

Signore Il trattamento crudele che m’avete fatto, mi fa credere, che voi non mi consideriate più per vostra figliuola, e mi dispensa dai doveri, che avrei verso di voi come mio padre; Io vi lascio per sempre, e spero, che non mi costringerete a prendere quelle misure, che non converrebbero al carattere di figlia, per ottenere il possesso delle mie facoltà: voi avete pur troppo goduto di questi beni, è ormai tempo che ritornino alla Vostra maltrattata figliuola Cristabella.
Montò in una carrozza, che l’aspettava in fondo alla strada, e si condusse al suo nuovo alloggio. Il suo conduttore usò tutto i tratti, che potessero darle un’idea sublime della sua probità, e persuaderla, ch’egli non cedeva a lei punto nè in nascita, nè in fortune. Giunti che furono al luogo, ancorchè l’ora fosse tarda, la invitò a servirsi in una fontuosa colezione, che aveva fatto preparare. Ella su da principio soddisfattissima di questa buona accoglienza, ma levato il rinfresco, egli cominciò a spiegarsi più apertamente, e rappresentarle, ch’egli non s’era messo a quel rischio se non per giungere a possedere la di lei persona, e insieme le facoltà; ma questa dichiarazione fu fatta nella maniera la più rispettosa, unita alle proteste della più viva passione. Siccome era avvezza a sentirsi fare proteste di tal natura, non turbossì punto a quelle espressioni; anzi rispose con qualche scherzo, e ne mostrò quel sentimento, che altre volte aveva dimostrato a’suoi passati amanti; ma ahi! Ben presto conobbe, ch’egli non la voleva passare nella stessa maniera, poichè esigeva da lei con tutta la insistenza una promessa di diventare sua moglie la seguente mattina, esprimendosi esser questo un affare di somma premura, e non volersi da lei separare, se non era sicuro di diventar suo marito. Cominciò allora a tremare, e siccome lo confessò di poi ella medesima, a desiderare d’essere ancora in casa d’Alvario: si vedeva in mano d’uno straniero, risoluto di eseguire qualunque attentato, non vedeva modo di sottrarsi al minacciato pericolo senza aderire alle di lui pretese, e quanto più rifletteva sul presente suo stato, più lo trovava terribile, sicchè con tutta la sua alterigia non potè trattenere un torrente di lagrime, che le usciron dagli occhi. Egli destramente colse quella occasione, le fece le più graziose espressioni, imputando ad un eccesso d’amore la violenza, ch’era costretto di farle, aggiungendo, che se passava questo incontro, temeva, ch’ella non fosse più per ascoltare le sue premure, e per accettare le offerte del suo cuore. L’assicurò, che se mai Alvario venisse a discoprire dove ella si fosse ritirata, in virtù dell’autorità paterna potrebbe sforzarla a ritornare in quella prigione, donde l’aveva tratta con tanto pericolo; che s’ella acconsentiva a sposarsi con lui, e il padre perdeva tutti i suoi primi diritti, ed ella restava soggetta solo ad un marito, che si sarebbe fatto legge d’ogni di lei volere. A questo discorso ella provò diverse passioni successivamente: ora sentivasi calmare dalle lusinghiere espressioni di stima, e d’amore; un momento dopo sentivasi accendere di sdegno, riflettendo alla temerità di costui, che pretendeva di far forza al suo genio. Allora vedeva chiaramente la sua passata imprudenza di affidarsi senza riserva ad uno sconosciuto: ora dolcemente gli rappresentava quanto il rispetto, che le dimostrava, fosse incompatibile con quell’impegno, che voleva farle prendere; poco dopo lo rimproverava aspramente, e per lui mostrava non curanza e disprezzo; in una parola ora lusingavalo, ed ora lo caricava d’ingiurie, ma inutile fu l’uno e l’altro ripiego. Egli rispondeva sempre con tutta l’umiltà d’un amante il più compiacente, e’l più sommesso, ma nello stesso tempo si lasciava intendere d’essere costante nella sua risoluzione, ch’ella non poteva schiavare d’essere sua, e che non le lasciava se non la libertà di scegliere, per essere o sua concubina, o sua moglie. L’ora era tarda, e non molto lontano il giorno, ch’ella non aveva potuto rimoverlo dalla sua deliberazione, e le convenne cedere alla necessità, ed accordare lo sposalizio. Allora egli la lasciò prender risposo, se pure in questo rovesciamento di fortuna era possibile riposare, ma perchè non avesse tempo di trovare qualche nuova maniera da deludere le sue speranze, la obbligò a cedere la metà del suo letto alla padrona di casa. Restata in libertà da poter riflettere al presente suo stato, non trovava cosa che tanto le dispiacesse quanto la violenza che le faceva. Non le dispiaceva la figura, ed il tratto del preteso marito, egli aveva un’aria di persona di condizione, le aveva mille volte giurato essere di tale nascita, e di tali fortune, che i di lei parenti non avrebbero potuto condannarla di tale elezione, le aveva palesato il suo nome, che per fortuna era quello d’una famiglia illustre, ancorchè niente avesse a fare con quella casa. Ella pensava per tanto, che l’avversi in avvenire a chiamare con un tal nome, non recava alcun pregiudizio al suo rango, sicchè lusingavasi, che il di lui amore violento fosse la sola cagione, per cui egli usasse queste maniere a lei dispiacevoli: pensiero, che troppo ben accordavasi con la sua vanità, e che perciò giovò molto a calmarla, e ridurla ad eseguire con meno di ripugnanza la promessa, alla quale era stata sforzata. In somma si fece lo sposalizio, ed egli immantinente la condusse in campagna col pretesto di divertirla, ma veramente per sottrarsi dalle ricerche, che di lui si farebbero per avere rapita una erede di considerabili facoltà. Dall’altra parte Alvario, trovata ch’ebbe la lettera della figlia, la fece ricercare per tutte le case, dove poteva sospettare che avesse qualche conoscenza, e non riuscendogli di trovarla, giudicò, che fosse fuggita con qualche Cavaliere suo amante. In questo frattempo Cristabella tranquillamente godeva della sua nuova fortuna; ella credeva il marito di molte fortune, e di riguardevole nascita, quale si era dipinto, onde lo stimolava di continuo a costringere suo padre per la restituzione de i beni a lei appartenenti; ma egli era troppo avveduto, e ben conosceva non essere quello il tempo, tal che fingendo di non curarsi delle ricchezze della moglie, contento di possedere la sua persona, guadagnò il di lei animo, e si acquistò il più tenero affetto. Non la condusse per tanto in Città, e non volle pubblicare il matrimonio, se non quando fosse incinta, quando egli potesse assicurarsi di esser padrone del di lei animo, e ch’ella non mai si unirebbe ad altri contro di lui. Finalmente si manifestò il matrimonio, e appena pubblicato, se ne seppero le circostanza da tutta la Città. Alvario era attonito, e fuori di sé; i parenti, e gli amici di Cristabella erano inconsolabili, e in tutte le conversazioni il principale argomento del discorso era questo avvenimento. Cristabella medesima, intesa ch’ebbe la soperchieria fattale, provò un inesprimibile risentimento. Ella minacciò di trattare questo indegno marito col rigor delle leggi, e di già aveva fatto fagotto delle sue gioje, e de’suoi abiti per andarsene a questo effetto; ma le preghiere del marito, la passione che dimostrava per essa, lo stato in cui ella trovavasi, e l’infamia del figlio vicino a nascere, se il padre fosse stato condannato al suplizio, la determinarono a restare con esso lui, contentandosi di sfogar la sua collera co i più amari rimproveri, e le villanie più pungenti. Egli vedeva, che non era il tempo ancora di usare la sua autorità, e sopportava con pazienza ammirabile questo trattamento, del quale non era per iscordarsi, e disegnava a suo tempo farne vendetta. Per non annojare con un lungo racconto, mi ristringerò a dire, che gli fu troppo astuto, ed essa troppo buona in accordargli il perdono. Ella fece tutto ciò ch’egli le chiedette, a quanti parlò di questo affare disse, ch’ella non era stata ingannata, che sapeva benissimo lo stato vero di suo marito, e che trasportata dall’amore per esso lui aveva sorpassato la disuguaglianza della di lui condizione. Ella impiegò un Avvocato contro suo padre per le sue pretese, e prima che la faccenda fosse ridotta al termine, per la morte di sua sorella, restò sola erede di tutta la facoltà. Alvario, che non vi vedeva rimedio, fu in necessità di cedergliela intieramente. Cristabella non conobbe tutta la sua disgrazia, se non dopo che fu al possesso della sua facoltà: la tenerezza apparente, e la sommessione del marito, le facevan credere da prima, ch’ella sarebbe sempre padrona de’suoi beni, e di vivere a suo talento, ma finita che fu la faccenda, nè avendo egli più di che temere per parte di lei, le fece immantinente provare gli effetti della sua autorità, e della memoria, che conservava, del dispregio usatogli nel forte della sua passione. Non era cosa la più facile il domare uno spirito sì orgoglioso, ma in pochi mesi vi riuscì; ed al presente a lei tocca supplicare, e il più delle volte inutilmente, per qualche piccola porzione delle sue facoltà, in tanto ch’egli malamente ne consuma la maggior parte co’suoi antichi amici, compagni di fortuna, lasciando lei in casa con la sola libertà di querelarsi del suo stato infelice. Non vi fu tiranno di lui più crudele, non le permetteva far visite, nè riceverne in propria casa. Nè il padre, nè alcuno de’suoi parenti più la vollero vedere dopo la sua fuga dalla casa paterna, e dopo la pubblicazione del suo matrimonio; la sua condizione è miserabile a segno di non potersi esprimere, nè altro la resta che la morte donde aspettarne sollievo.
Egli è vero, che non merita certo compatimento la disgrazia d’una figlia sì poco ubbidiente, ma questo caso deve servire di avvertimento a tutti i padri, che hanno a cuore il vantaggio de’proprj figliuoli; prima di arrischiarsi a trattarli con asprezza è d’uopo attentamente indagare il loro temperamento, ed è meglio abbassarsi a trattar con dolcezza, e blandire un carattere ostinato, di quello che prendere di correggerlo con la forza. Uno spirito dominato dalla vanità, e da certa opinione di se stesso, non può ridursi al dovere se non col tempo, e con le riflessioni. Permettendo loro piaceri più innocenti di quelli, a’quali s’erano abbandonati, si verrebbe forse ad indebolire le prime passioni, e instillarvi una tal quale indifferenza per i piaceri di tal natura. Si faccia un poco l’esperimento di questo metodo, e sono certa, che non sarà sempre inutile. Così la Signora Oldfashion farebbe ottimamente, se lo usasse, per estinguere nella figlia Biddy la passione che ha per Ranelagh, e per la compagnia che vi trova; che se condannasse questa giovane ad una solitudine, dove non avesse a vedere che oggetti di orrore e di tristezza, verrebbe in questa maniera ad accender vie più la di lei passione per que’piaceri, che le sarebbero più desiderabili, perchè perduti.

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Fremdportrait

Se ragioni di Stato, che a me non appartiene di esaminare, non c’impegnassero in una guerra colla Francia, io la consiglierei di mandar sua figliuola a conversare con quella polita nazione: troverebbe questa giovane in quel paese una vasta diversità di piaceri, che ben presto darebbero una differente rivolta al suo genio, e le farebbero concepire disprezzo per quegli altri, che da prima aveva amati cotanto. A questo passo mi condanneranno forse alcuni de’miei leggitori, mi diranno, che seguendo ella questo mio consiglio perderebbe il gusto de i divertimenti, che sono particolari della sua patria, e s’innamorerebbe di quelli d’un altro paese. Parrà a taluno plausibile questa objezione, che a ben considerarla non è molto vigorosa; imperciocchè, lasciando da parte la memoria degli amici, e delle persone più care, quella parzialità naturale, che tutti abbiamo al luogo dove siam nati, le sarebbe un incentivo a desiderare di ritornarvi, così che ella sarebbe guarita di questa smoderata passione per i piaceri più presto, che se avesse avuto l’intiera libertà di soddisfarla in un luogo, dove nessuna cosa le restava da desiderare. Si abbandoni quanto si vuole ad ogni sorta di divertimenti, ovvero ad alcuni solamente in particolare, per due ragioni sarebbe un tale abbandonamento meno dannoso in Francia di quello che sia in Inghilterra. La prima si è, che colà non è mai perduto affatto il tempo, che s’impiega ne’divertimenti, e serve piuttosto a perfezionare che a pregiudicare alla prima educazione, siccome tutti i pratici delle usanze di quella nazione devono confessarlo. Appena si fa essere giunta una Dama forastiere, che la invitano a tutti i loro divertimenti: ella è immantinente introdotta a i balli, a i ridotti, alle mascherate; questi sono per essa continui piaceri ne’palazzi de’Principi, e nelle case di persone in qualità più distinta, dove è trattata con proprietà, e con magnificenza, e dove non sente alcuna di quelle inpertinenze, e di quelle oscenità tanto comuni in quelle nostre adunanze, dove non mai si niega di entrare a chi paga. Una donna d’onore dovrebbe tremare, allorchè pensa, che può trovarsi in conversazione con certe persone, che di poi si vanteranno di questa conoscenza e ne daranno pubblici contrassegni, quando anche in altri luoghi verrano ad incontrarsi con essa.

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Exemplum

Pochi de’nostri Zerbini Inglesi avrebbero quella discrezione, che in certo incontro dimostrò un Cavaliere Franzese. Si trovava egli a Parigi all’Opera in una loggia, dove si vide a fianco una Signora molto meglio addobbata, di quello che d’ordinario sieno quelle persone, che sogliono occupare que’posti; la prese per tanto per donna da partito, e si mise a ragionare con essa con tutta quella libertà, che si può usare con le donne di tal carattere. Ella non si curò di scoprirsi, e toglierlo dal suo inganno, ma non gli permise di accompagnarla a casa, come egli aspettavasi. Avvenne pochi giorni dopo, ch’egli la vide in Corte con un treno numeroso di paggi e un seguito di Domestici; domandò a un suo vicino chi fosse quella Dama, e seppe ch’ella era Madamoisselle de Charollois, una delle Principesse del sangue.

Dialog

Vergognandosi allora del suo procedere passato, cercò di nascondersi tra la folla, ma la Principessa avendolo osservato, e fatto chiamare a sè, Come Signore, gli disse ironicamente, la Dama, con cui pochi giorno sono avete ragionato all’Opera con tanta libertà, ora non merita, che vi degniate di salutarla? O Madama, egli rispose con una ammirabile presenza di spirito, nella loggia eravamo tutti eguali; ma quì conosco il rispetto, che si deve a Madamoisselle de Charollois.
Le piacque infinitamente questa risposta, dalla quale rilevò, che non doveva condannare se non se medesima, per essere andata in un luogo, dove non si avrebbe creduto di trovar lei, non per altro che per soddisfare un capriccio.
Se un tale avvenimento fosse nato in una delle nostre pubbliche adunanze, probabilmente la Dama non avrebbe avuto bisogno di chiamare il Cavaliere: questi, come un uomo che sa il vivere, non avrebbe mancato di farle una riverenza profonda, e non sarebbe stato contento, se non fosse andato per tutte le botteghe di caffè della Città, ad informare il pubblico della sua amicizia con una Dama di primo ragno, ed avrebbe saputo in guisa delinearla, che non si potesse errare a riconoscerla. Mi appello alle nostre medesime, se non hanno sovente avuto motivo di arrossirsi in vedersi trattate con indecente familiarità da persone dell’uno e dell’altro sesso, con le quali s’erano per accidente trovate in questi ridotti aperti a qualsivoglia condizione di gente, quando non si sarebbe nè pure potuto pronunziare il loro nome da costoro senza qualche scapito del proprio decoro.

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Fremdportrait

L’altra ragione per cui mi pare non essere tanto pericolosi l’abbandonarsi a i piaceri in Francia, siccome lo è in Inghilterra, si è, che le innocenti libertà, che si prendono in Francia le persone del nostro sesso, non rendono baldanzosi gli uomini per lusingarsi di ottenere favori di maggior conseguenza; imperciocchè fuor di dubbio regna in quel paese più che in ogni altro la vivezza, colà non si scandalezza così facilmente, e non ha frequenti occasioni la maldicenza. I Cavalieri corteggian le Dame, danno loro delle feste, e loro fan de’regali per il solo fine di galanteria, e politezza, e le Dame ricevono tutti questi contrassegni di rispetto, piuttosto come un privilegio del loro sesso, che come pruove d’un particolare attaccamento.

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Selbstportrait

Devo dirlo, ancorchè mio malgrado, le Dame di qualità più distinta sono trattate in Inghilterra con molta indifferenza, se eccettuare si voglia que’Cavalieri, che hanno per esse qualche interessato disegno; riguardo poi le altre di condizione inferiore sieno quanto si voglia dotate di tutte le qualità di animo, e di corpo, e compariscano pure quanto vogliono in tutti i luoghi pubblici, elle non saranno nè pure osservate, quando non sieno risolute di comperare a troppo caro prezzo una tal distinzione.
Quindi è, siccome la vanità, e’l piacere di farsi ammirare, sono i principali motivi, che portano le nostre Dame giovani a questi spassi continui, la Francia è per tutti i riguardi il solo luogo dove possono intieramente soddisfare il loro genio, senza esporre a pericolo nè la loro virtù, nè la loro riputazione. Ma giacchè per cagion della guerra, che regna tra le due nazioni, non può mettersi in pratica questo consiglio la mia corrispondente potrebbe mandare, la giovane Biddy, a Bath, a Tumbridge, e Scarborough, e se non può ella accompagnarla, la affidi a qualche sua parente, ovvero ad altra, di cui si possa promettere; finalmente potrebbe mandarla in qualunque altro luogo, purchè questa giovane vi trovasse de i piaceri, che la facessero scordare di quelli, di cui ora tanto dilettasi. Sarebbe un ottimo incontro per essa, se qualche sua parente o amica avesse a maritarsi, e a celebrare lo sposalizio in campagna in quel tempo, in cui è nel suo più alto periodo la passione, che per i divertimenti di Ranelagh: suppongo ch’ella pure vi si portasse in compagnia de’nuovi sposi, a godere delle ricreazioni campestri, che in tale occasione inventerebbero gli abitatori di campagna, e che sarebbero per essa uno spettacolo cotanto nuovo, che non potrebbe a meno di compiacersi: le selve, i prati, i boschetti, il dolce mormorio dell’acque, il suono degli strumenti, le grida de’cacciatori, e mille altri passatempi metterebbero sotto l’occhio una piacevolissima diversità di divertimento. Io crederei, che in questa maniera, e quasi insensibilmente si verrebbe ad instillare nel di lei animo un nuovo genio, ed avvezzarla ad una maniera di pensare più ragionevole senza parere di volerlo fare. Siamo al presente in una crisi, che per parte de i genitori esige delle maggiori cautele. Persone, che tutto giorno ad altro non pensano che a divertirsi, mi hanno assicurato esservi sul tapetto una soscrizione per avere il prossimo Inverno ridotti, e mascherate a Ranelagh; se questo progetto è vero, probabilmente le nostre Dame giovani vi passeranno la notte, siccome ora fanno il giorno; e senza essere un eccellente indovino si può predire, che queste notturne gite a 2Chelsea saranno di conseguenze pericolose, come furono quelle di Haymarchet.

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Satire

Dialog

Comunicai questa notizia ad una giovane, che attualmente passa la maggior parte del tempo a Ranelagh; e posso dire di non avere in tutta la mia vita veduto una persona tanto fuori di se; le scintillavano gli occhi di gioja, le palpitavan le labbra, era tutta in agitazione per la premura di sapere qualche cosa di più certo intorno di un affare di sì grave importanza, e quando le dissi la mia apprensione, che effettuandosi questo disegno potrebbe recar nocumento alla sanità di chi colà intervenisse, luogo tanto vicino al fiume, in tanta umidità della stagione. O! Signora, ella gridò, è impossibile raffreddarsi a Ranelagh. Le parlai di qualche altro inconveniente, andando in luogo sì lontano, in ore che potrebbero dar ansa agli arditi contro la modestia del nostro sesso, ed ella non mi rispose se non queste poche parole: Dio buono, Signora, come parlate! Sicchè tutte le mie rappresentanze altro effetto non fecero, che farla da me partire più presto, credo, per comunicare a qualche sua amica i nostri discorsi, e per mettere in ridicolo il mio gusto cattivo.

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Fremdportrait

Ella ha certe particolari ragioni, che non vorrebbe per altro confessare, di anteporre le mascherate ad ogni altro pubblico divertimento, cioè che quando è stata senza maschera, non ha mai trovato chi si trattenesse con essa in giocosa conversazione. È vero, che la natura è stata più che bizzarra in formare il di lei corpo, e che il vajuolo, quel nemico spietato della bellezza, l’ha crudelmente maltrattata; con tutto questo ella comparisce d’una taglia passabile coll’ajuto di un busto nuovo ogni mese, che la tiene ben stretta, ma appunto per la troppa violenza che si fa di stringersi, diventa rossa il collo, ed ella copre alla meglio questo nuovo difetto con un fazzolletto, ovvero con una larga mantelletta, e con questi artifizj ella si fa ammirare da quelli, i quali non hanno gli occhi tanto penetranti per ben distinguerla. Non è perciò da maravigliarsi, se una mascherata è l’idolo del suo cuore, poichè così comparisce nella più vantaggiosa figura: ma ancorchè ella sappia il suo bello e il suo brutto, poichè spessissimo si contempla allo specchio, ebbe la debolezza l’inverno passato di levarsi la maschera, talchè divenne l’oggetto del rifiuto, e del dispregio di tutta l’assemblea, il che servì in tutte le conversazioni di argomento di discorso, e di derisione.

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Exemplum

Per mettere in tutta la comparsa la sua bellezza, vestissi un giorno da Diana, con un abito di veluto verde, guernito di frangie d’argento; ma così stretto, che la sua cameriera, per quanto fu detto, si ammaccò due dita per abbottonarla. In questo vestito compariva più gentile ancora la sua taglia; una mezza luna d’argento splendevale su la fronte, e tutta era acconciata de’proprj capelli, biondi, e adornati di fila di perle di fiori mischiati insieme. Non si può negare, che sorto la maschera non facesse una bella comparsa, e che quella notte non fosse l’oggetto dell’ammirazione comune. Ma più di tutto servì a pascere la di lei ambizione l’essere stata osservata dal grande Imperio, il quale supponendo, che sotto l’abito d’una Diana si nascondesse una vere Venere, ordinò ad una persona distinta, che aveva a fianco di avvicinarsele, ed invitarla a venire a smascherarsi al tavolino. Questo Cavaliere, che in uffizj di tal natura non era novizio, volò sul fatto ad eseguire la commessione, e gonfiando all’eccesso la vanità di questa Dama co i più stravaganti complimenti, le disse per coronare l’opera, chi l’aveva mandato, e qual era il di lui desiderio. Ancorchè si compiacesse infinitamente degli elogj fattile, stette irresoluta qualche tempo se doveva accordare ciò, che le ricercava, finalmente pensando nulla doversi negare ad Imperio, si lasciò condurre ad una tavola fatale, dove Imperio le presentò di propria mano un bicchiere di vino, con molti complimenti da essa accolti con una sommissione riverente, e nello stesso tempo levossi la maschera. Ma fu fatale alle di lei speranze questa compiacenza; Imperio attonito a quella vista, senza saper dissimulare il dispiacere d’essersi ingannato nella sua aspettazione; questo non è per me, Milord, disse alla persona di qualità, e mi duole d’avervi dato tanto disturbo. Prima ch’ella potesse di nuovo mettersi sul volto la maschera, fu da molti veduta, che per curiosità s’erano raccolti in quella parte, e molti pure intesero le parole, che le disse Imperio voltandole la schiena, tal che lungo tempo non sentì se non a ripetere le parole medesime, questo non è per me: e le meritate fischiate. S’ella fosse stata costante in resistere alle importunità di questo nobile emissario, ed all’autorità d’Imperio, ella forse non avrebbe sentito in quell’adunanza se non gli elogj della graziosa Diana; ma svelato il mistero, e conosciuta la vera Diana, le sue più intrinseche amiche non poterono contenere le risa per la mortificazione, ch’ella patì, e quando insieme avevano qualche piccola differenza, le ripetevano per vendicarsi le parole d’Imperio.
Alcune altre Dame, e molto più amabili di questa, hanno di quando in quando sofferto qualche piccolo affronto, e patita qualche mortificazione della loro alterigia. E come schivarlo?

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Fremdportrait

Sono gli uomini tanto portati alla critica, che riguardano le persone del nostro sesso, che troppo sovente si fan vedere in questi luoghi pubblici, come si vi andassero a mettersi in vendita: talche in qualità di compratori si prendono la libertà di esaminarle cogli occhi da capo a piedi: e siccome la più perfetta bellezza, considerata con tanta attenzione, può non piacere a taluno, così poche si trovano, e forse nessuna, dinanzi a cui non si passi con qualche movimento di testa, indicante dispregio, forse con maggior energia di quello che esprimessero le più incivili parole.
Ora perchè mai non hanno a procurare le donne di acquistare quelle qualità, con cui sono certe di conciliarsi la stima di tutti? Non avvi bellezza tanto perfetta, che uomini d’animo vile dopo un lungo esame non trovino in qualche parte difettosa. Ma quella, che non si pregia di bellezza, può quanto le piace tenere in un rispettoso dovere l’uomo più ardito, ovvero il più delicato libertino, e costringerlo a confessare, che ben ella meriti un serio attaccamento. Voglio, che l’indigenza, e la eccessiva economia de’genitori, non abbia permesso di coltivare il suo talento, ed acquistarsi a gran prezzo queste qualità, che la metterebbero in istato di fare quel che chiamasi una figura brillante nel mondo: ella ha però sempre la sua innocenza, e la sua modestia, nate con essa, a conservar le quali niente le costerà, e che sole, e senza altro ajuto la difenderanno da ogni insulto.

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Selbstportrait

La modestia è quella, che caratterizza il nostro sesso; ella è l’origine di tutte quelle grazie, per cui siamo amate, e stimate, della dolcezza, della bontà, e dell’affabilità nel nostro trattare, della carità ne i nostri giudizj, della prudenza a schivare i discorsi su i difetti altrui, ne’quali noi medesime non siamo esenti: ella è la custode della nostra castità, e del nostro onore; e quando questa una volta siasi perduta, tutte l’altre virtù si vanno insensibilmente indebolendo, e si mettono in pericolo di svanire affatto: chi la conserva, non commetterà giammai colpa alcuna, ma chi l’abbandona è in cimento di cadere in ogni sorta di sregolatezza.
Chi ha osservato la condotta delle nostre Dame nelle pubbliche adunanze, giudichi un poco, s’ella accordasi con quella decorosa riserva, e con quella dolcezza, che sì ben conviene al nostro sesso. Esse non camminano, ma si lanciano, come Granatieri, a salti, e sgambettate; gettano i suoi spropositati guardinfanti quasi sul volto di chi loro passa vicino, allungano il collo, e volgono continuamente di qua e di là gli sguardi, quasi per dispetto di non potere in una sola occhiata vedere tutta la compagnia, e se vedono una persona, che non sia vestita all’ultima moda, van gridando, ecco una perfetta anticaglia! Una pittura del secolo passato! Così detto si smascellano dalle risa, e si fanno sentire un miglio lontano, riputando un gran pregio lo sbalordire quell’oggetto infelice della loro derisione. E ad un tale procedere darassi nome di modestia, di buone maniere; e di buon naturale? Io non intendo di dire, che tutte le Dame, che si danno un’aria sì ardita, unicamente perchè tale è la moda, abbiano in conto alcuno offesa la lor castità; molte possono essere savissime, ancorchè non compariscano tali all’esterno, ma non diremo, ch’elle sono nemiche di se medesime in addossarsi l’apparenza de i vizj, che non hanno? Sono alcune in grado tanto sublime, che la loro condotta è superiore ad ogni critica; vi sono dell’altre, che col loro dichiarato libertinaggio sono di già lacerate dalla maldicenza: io parlo a quelle, che hanno una riputazione da perdere, e che non sono in tale stato, che loro non giovi di farsi stimare nel mondo. Molto meno pretendo di voler escludere il mio sesso da questi luoghi pubblici, che a questi tempi fanno in città tanto strepito: ogn’uno d’essi può frequentarsi senza pericolo, purchè si faccia con moderazione, e vi si stia come conviene. Diventa colpa farne uno smoderato uso, ovvero abusando di ciò, che dipende da noi. Qual cosa più grata, quanto la libertà nella conversazione ma qual cosa più abominevole, e più odiosa s’ella degenera in oscenità? Il piacere è senza dubbio necessario all’uomo; quando si prende con moderazione, fortifica lo spirito, e’l corpo, ma qual ora vi si abbandoni eccessivamente, pregiudica del pari all’uno, ed all’altro, nè dovrebbe mai usurparsi quelle ore, che le persone di età matura possono impiegare ne’loro affari, e le giovani ad istruirsi. Il tempo, ch’è sempre prezioso, lo è più che mai ne i nostri primi anni: le prime idee formano l’impressione più forte, e più durevole. Prima che lo spirito sia occupato da i pensieri di questa vita, e fin che l’anima agisce coll’intervento degli organi senza essere frastornata dalle passioni, dalle malattie, o dalle disgrazie, quello è il vero tempo, in cui dovressimo farci un fondo di cognizioni per tutta la nostra vita; bisognerebbe allora cercare di far acquisto di quelle virtù, che sole possono renderci pregievoli, e stabilire nel nostro cuore de i soldi principj di virtù, i quali, messi in pratica, contribuiscono al vantaggio del prossimo, ed alla nostra felicità. Se trascurasi questa occasione, non s’incontra mai più, e presto o tardi proverassi un amaro pentimento. Non è ella una cosa dolorosa ad una Dama sentir lodare dell’altre, che hanno saputo fare un miglior uso del tempo, quando ella è conscia a se stessa, che avrebbe potuto acquistare le medesime qualità, se non avesse lasciato inconsideratamente sfuggire il favorevole momento per applicarvi? Le ore, che si danno al piacere, non sono la perdita più considerabile che si faccia, particolarmente se questi piaceri ci trattengono lungo tempo fuori di casa; la sola memoria di questi divertimenti ci può rendere indolenti per i nostri interessi in quel poco tempo che testiamo in casa: con tutto che ne siamo lontano vola il nostro pensiero là, dove è il nostro cuore; l’oggetto favorito occupa troppo lo spirito attendere ad alcuna altra cosa, e non è da stupirsi, se le Dame, giovani, che mancano d’esperienza, pajon sì negligenti a profittarsi del tempo, quando ancora le maritate di molti anni negligono i mariti, i figliuoli, la famiglia, per correr dietro ad ogni novello piacere, che si prepari. Ma purtroppo è da temersi, che questa moderna generazione così profondamente sia immersa nel lusso, e nella indolenza, che non sia capace di ascoltare alcuna rimostranza; vorrei dunque persuadere almeno le Dame giovani a diportarsi in maniera, che la generazione seguente ci dia più belle speranze. Siccome elle penseranno un giorno a maritarsi, ed è cosa naturale e degna di lode, che desiderino un buon marito, non dovrebbero applicarsi a rendersi degne d’un affetto durevole per arte d’un uomo di senno? Un marito di questo carattere, per usare l’espressione graziosa del Sig. Rovve

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Zitat/Motto

si compiacerà sempre della propria felicità, in quella maniera ch’ella si compiacerà di renderlo felice, e persuaso delle perfette qualità della moglie non sentirà mai, che si diminiusa il suo amore.
Si vedono comparire ogni giorno tanti oggetti di nuovo, e tanto vezzosi, e son diventati gli uomini delicati a tal segno, che una bellezza di sedici o diecisette anni loro pare di già svanita. Qual ferita alla vanità d’una donna vedersi all’età di venticinque anni, e non ancor maritata, o se è maritata, avere un marito, che non la consideri se non come una rosa appassita? E ciò avverrà sempre, per quanto vogliano adularsi le donne, quando per fissare un cuore naturalmente volubile ed incostante, non vi sia un vincolo più forte dell’avvenenza della figura: convinta di questa verità, ella in vano si volgerà a dietro a considerare que’giorni, che ha così male impiegati; in vano si pentirà di aver consumato il tempo in bagatelle; in vano cercar di rimediare alle passate follie con una condotta affatto diversa: tutto ciò, che può fare allora, è troppo tardi. Ah! Il sole è tramontato su le sue speranze; ella non è più un oggetto di ammirazione, ella non sente più le altrui adulazioni, per essa non v’è più piacere, una triste languidezza, ed un nojoso ritiro, formeranno il suo assegnamento per tutto il resto di sua vita.

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Exemplum

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Fremdportrait

Amasina è una bellezza tanto perfetta, che l’invidia medesima non potrebbe trovarvi alcun difetto; quando ella si fa vedere, tutte l’altre bellezze perdono il loro splendore, siccome spariscon le stelle allo spuntare del Sole. La sua nascita illustre, le qualità del suo spirito danno un risalto maggiore alle grazie di sua figura, e forse non ha prodotto alcun secolo un oggetto più di questo ammirato universalmente.
Ma di tutti gli amanti, che ad essa offerirono i loro voti, Palemone fu il più favorito da i di lei illustri genitori, ed il più amato da essa:

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Fremdportrait

quanto eglino lo stimavano per le sue maniere, per la sua prudenza, e per la sua virtù, altrettanto ella trovava, che la sua avvenenza lo rendeva superiore a tutti que’, che la corteggiavano, ancorché alcuni di essi fossero più ricchi, e si dimostrassero più innamorati. Era certamente Palemone uno di quegli amanti, che devon piacere a tutte le donne di buon senno; le sue espressioni non erano accompagnate nè da adulazioni, nè da stravaganze, contentavasi di rappresentare l’ardente suo desiderio di vivere in compagnia di essa, non però mai protestava di voler morire per lei. Il suo affetto era veramente sincero, lontano da gelosia, e da trasporti, poteva conoscere i suoi rivali senza pensare a combatterli, e s’ella qualche volta affettava di trattarlo con qualche superiorità, e dispregio, non lo sentiva mai a giurare di volersi passare il petto con la sua spada.
Amasina, la quale ben conosceva la sua bellezza, non era sempre contenta, poichè vedeva di non poterlo accendere più vivamente, e figurandosi, che Palemone non aveva per lei la deferenza, ch’ella meritava, fece gli sforzi possibili per estinguere la passione, che incominciava a sentire in favore di questo amante. Con questo disegno ella si abbandonò alla sua naturale inclinazione per i piaceri, frequentò tutti i pubblici divertimenti, diede orecchio alle espressioni amorose d’ogni altro, nè si guardò di amoreggiare con tutti; credendo questo l’unico mezzo di accrescere la passione di Palemone, e restituire nello stesso tempo quella libertà al proprio cuore, che incominciava a perdere. Altro non desidero in questo mondo, ella disse un giorno a persona, da cui l’ho saputo, che di vedere l’insensibile Palemone morire da disperazione a’miei piedi, e poter disprezzarlo, e odiarlo con tutto il mio cuore. Ancorchè questo artifizio producesse di tratto in tratto qualche effetto, non pertanto corrispose al fine propostosi da Amasina, e Palemone in vece di diventare più sommesso, trovavala ogni dì meno degna del suo attaccamento. Siccome egli l’amava da vero, e figuravasi che dovesse tra poco diventare sua moglie, riguardava i di lei più leggeri mancamenti come tante macchie del proprio onore, e perciò le rappresentò essere cosa poco onorevole per lei, e per sè, ch’ella tanto di sovente si trovasse in luoghi, e con persone, per cui s’esponeva alla censura del pubblico, cosa, che da sè medesima ella ben poteva conoscere. A questa libertà di parlare ella dimostrò qualche risentimento, ma internamente si compiaceva di vedersi riuscita a pungerlo, immaginandosi esser questa una prova del suo amore, come in fatti era tale. Ma per questo appunto ella troppo confidava su la forza di questo amore, e lusingavasi di finalmente umiliarlo, e renderlo l’adorator più sommesso. Ella perciò studiavasi eternamente di dargli qualche nuovo motivo di dispiacere, affettava di essere sempre fuori di casa in quelle ore, in cui aspettava la di lui visita, lasciava ordine di avvisarlo, che se desiderava di vederla, andasse alla casa di Myladi Diamond, della Sig. Toyvel, o di qualche altra sua amica dello stesso carattere, benchè sapesse, ch’egli disapprovava infinitamente la condotta di queste Signore. Ella scherzava liberamente alla di lui presenza con quel scioccherello di Tristè, la cui conversazione nessuna donna d’onore poteva tollerare; in somma ella faceva violenza al proprio cuore, nè aveva riguardo alla propria riputazione, dal oggetto unitamente di sperimentare fino a qual segno potesse l’amore di Palemone resistere a tale cimento. Povera, e imprudente dama! Ella non prevedeva le conseguenze di questo suo procedere, e siccome in fondo non aveva alcuna reità, così negligeva troppo le apparenze, e non pensava a quello, che poteva succederle. Ancorchè sua madre medesima amasse molto i divertimenti, vedeva però con dolore, che sua figliuola dasse in tutti gli eccessi e poichè tutti i suoi parenti, ed amici, altamente la biasimavano di lasciarle tanta libertà, ella fece il possibile per insinuarle un maggiore contegno; ma Amasina ascoltò tranquillamente tutti i rimproveri senza riformare le occasioni de’medesimi, e immaginandosi d’esser ella delle proprie azioni giudice migliore d’ogni altro, continuò lo stesso metodo di prima. In somma ella affettò per sì lungo tempo un’arditezza intieramente opposta al suo carattere, che perdette finalmente quella semplicità, e quella dolce timidezza, che conviene sì bene ad una giovane; i suoi occhi brillavano di un fuoco più vivo, la sua voce divenne più acuta, continuamente parlava, rideva a sproposito, non più arrossiva a sentir cantare una canzone troppo libera, e non più dimostrava quell’avversione a certe licenze, che una volta aveva dannate, come contrarie al decoro, ed a’buoni costumi. Palemone era attonito, e insieme afflitto in vedere tal mutazione in una persona da lui amata con la maggior tenerezza, e destinatasi per essere un giorno la sua felicità; la pregò con tutta l’eloquenza, che poteva suggerirle il suo affetto, di riflettere per amore di se medesima, se non voleva farlo per lui, su la sua presente condotta, e di pensare a ritornare di nuovo così amabile, com’era da prima; le rappresentò, ch’ella si metteva in compagnia di persone, che n’erano indegne, che non poteva trovare se non un debol piacere in questi tumultuosi divertimenti, a’quali da poco tempo s’era abbandonata; le ricordò, con tutta la dolcezza possibile, le censure, che il pubblico faceva del suo procedere, i pericoli, a’quali esponevasi, lasciandosi strascinare indifferentemente in ogni sorta di compagnie, e in luoghi frequentati dalle più sregolate persone dell'uno e dell’altro sesso. Ella affettava tal volta di mettere in ridicolo tutte queste rimostranze, ed ora ne mostrava risentimento. Non era già, ch’ella mancasse di giudizio per riconoscere quanto fossero giuste, ma siccome in questo suo procedere aveva per mira di ridurlo a tal segno, che sottomettendo la propria ragione fosse disposto sempre ad approvare ogni suo capriccio, deliberò di non mutar punto la sua condotta, finché egli potesse dire con quell’amante introdotto in una Commedia del Signor Centlivre,

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Zitat/Motto

che tutto è bello in una persona, che si ama.
Egli è vero, che molti uomini, i quali prima di maritarsi han dimostrato questa dipendenza servile, sono da poi divennti veri tiranni, ed han fatto pagare a caro prezzo alle loro mogli tutte le sommissioni, che avevano da essi preteso in qualità di amanti. Ma Palemone era di un genio tutto diverso: egli non bramava di sposare Amasina, se non per viver con essa in quella dolce eguaglianza, che senza dubbio si è proposta nello stabilimento del matrimonio: ed ancorchè sentisse per essa la più viva, e più sincera passione, non poteva risolversi a prenderla in moglie, fino a che ella persisteva in questo sregolato amore per i divertimenti poco decenti, e non voleva essere costretto d’impiegare l’autorità di marito per distornarla. La prima parevagli incompatibile col suo onore, la seconda con la sua tranquillità, due cose a lui care egualmente; ed ancorchè avesse qualche ragione di credere, di non essere affatto indifferente nel di lei animo, trovava però, ch’ella faceva poca stima di lui, non volendo astenersi da quelle cose, alle quali egli mostrava la maggior ripugnanza. Prese dunque la risoluzione di romperla intieramente con essa, qualunque violenza dovesse fare a se stesso, piuttosto che esporsi a maggiori dispiaceri, e che potevan durare fino al termine de’suoi giorni. Quante difficoltà non ebbe egli a superare nel prendere una tale risoluzione! per intenderlo bisognerebbe aver provata un’eguale passione; e certamente in questo incontro ebbe d’uopo di tutto il suo coraggio, e di tutta la sua forza di spirito. Uno de’suoi particolari amici, confidente de’suoi più segreti pensieri, m’ha assicurato di aver veduto questo amante infelice in angoscie tali, che gli facevano temere di sua vita, e di aver più volte creduto, che dovesse cedere a tutte le prese risoluzioni, se l’esito non gli avesse fatto vedere in contrario: tanto è tormentoso privare il proprio cuore d’un oggetto, quando si è fatto un lungo abito di amarlo, e quando questo oggetto abbia tali qualità, che possano pareggiare i difetti! Se Amasina lo avesse veduto in questi contrasti, forse la bontà del suo temperamento avrebbe fatto cedere la sua vanità, e le prese di sommissione, a riflesso delle pene che sofferiva; avrebbe senza dubbio rilevato, che queste erano una prova di quell’amore violento, chi ella cercava di accendere in quell’uomo che avesse a scegliere per suo marito. Ma non potè sapere le di lui inquietudini, egli non le comunicò ad alcuno di quelli, che avrebbero potuto riportargliele, ed ebbe tal forza di spirito per contenersi in di lei presenza in guisa, ch’essa non potesse leggere sul di lui volto ciò, che nascondeva nell’animo. Null’altro ella sapeva, se non ch’egli presumeva di tentare di farla pensare come pensava egli, ed obbligarla a vivere secondo le sue proprie idee; e appunto per questa ragione, ella avrebbe creduto di usare un’ingiustizia a se stessa, se non gli avesse fatto conoscere la vanità di questo suo disegno, e che doveva approvare quanto ella faceva, per questa sola ragione, ch’ella così voleva fare. Durò qualche tempo questo dibattimento tra di loro, e quello che Palemone faceva con se medesimo: ma finalmente provocato da tanti continui insulti il suo amore, cedette alla ragione: tutti i vezzi, e le grazie, alle quali s’era reso schiavo, in un momento perdettero la loro forza; si mise al tavolino, ed in presenza di quell’amico, solo depositario de’suoi secreti, le scrisse in questi termini

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Brief/Leserbrief

Alla troppo amabile, ed inconsiderata Amasina. Poichè voi siete ingiusta e crudele con voi medesima, non meno che alla passione più sincera, che mai siasi data, e poichè più stimate certi frivoli divertimenti, che neppure meritano il nome di piaceri, e le galenterie di persone, che nell’animo vostro dovreste disprezzare, di quello che la vostra riputazione, e la mia perpetua tranquillità, voi non dovete, e suppongo che non farete diversamente, non dovete, dissi, accusarmi d’incostanza, se più non voglio confondermi tra una truppa di amanti, a’quali non solamente avete permesso, ma avete da qualche tempo fatto coraggio di corteggiarvi. Io non posso risolvermi di passare tutta la mia vita con una Dama, che pare determinata a vivere in una maniera incompatibile con la felicità dello stato conjugale: le mie preghiere, le mie rimostranze, le mie inquietudini, per sino le mie lagrime non solamente non han potuto ottenere, che alteraste in menoma parte la vostra condotta, ma non han fatto altro effetto, se non essere un oggetto di derisione tra i vostri amici di piacere. Per tanto voi non sarete più importunata, ed ora per sempre io prendo congedo; l’avrei fatto in persona, e più volte sono stato alla vostra casa per farlo, ma ho sempre trovato, che voi eravate in luoghi, dove io non poteva venire a vedervi senza offesa di quel carattere, che cercherò sempre di conservare. Non v’è bisogno che vi esprima la pena, che ho provato in prendere una tale risoluzione, poichè sapete quanta forza abbiano sopra di me le vostre bellezze: ma ne son contentissimo, e voi pure ne sarete contenta, avendovi preso tanta cura di mettermi in istato di sciormi da questa molesta prensione, e per farmi sapere essere questa la sola cosa, che possa incontrare nel vostro genio per parte dello Sfortunato Palemone. P.S. Non posso trattenermi dal darvi un nuovo addio, e di augurarvi, che possiate ritrovare in un più felice mortale quel merito, che vi determini a farlo perfettamente felice: allora vi basterà di ripigliare quelle qualità, che la vostra avversione per me vi ha fatto abbandonare per qualche tempo.
Amasina era alla mascherata, quando fu recata questa lettera, sì che ella non l’ebbe se non la mattina seguente al suo ritorno. Conseguenza amara de i piaceri della notte passata! Sul principio lo stupore, e la collera non diedero luogo ad altra men violenta passione: per allora parevale di non amare Palemone, e di non sentir dispiacere di vedersi abbandonata da lui, ma un momento dopo s’accorse del suo inganno: non si mise a letto, come era solita quando tornava da Heymarket: nè il suo cuore, nè i suoi occhi più trovarono riposo, ora piangeva ed ora smaniava, condannava l’incostanza di Palemone, e la debolezza di sua beltà, malediva l’alterigia di questo amante, che non aveva potuto umiliare, e addossava la colpa di questa sua disgrazia a tutt’altro, fuorchè a quello, che n’era la vera cagione, vale a dire la sua mala condotta.

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Dialog

Era ella in una terribile agitazione, non molto diversa dal furore, quando entrò nella sua camera Armico di lei fratello, e la interrogò della cagione di quel turbamento, che nel suo volto, e nel suo contegno così visibilmente appariva. Palemone, ella rispose spargendo un torrente di lagrime, m’ha trattata assai male. Come! gridò l’impaziente Armico, il quale rassomigliava molto a Chamont3, e che del pari amava sua sorella, come il Poeta ha rappresentato questo giovane guerriero. Presto, ditemi in che, onde voli a vendicarvi. Leggete, ella replicò mostrandogli la lettera, che aveva sul tavolino, egli ha l’imprudenza di rinunziare al suo amore, di abbandonarmi, e poi di addossare la colpa della sua infedeltà a’miei divertimenti innocenti.
Prese Armico fuoco sul fatto, e senza altro esame giurò, che Palemone era un vile, e ch’egli non avrebbe tollerato una tale offesa all’onore della sua casa, aggiungendovi mille altre espressioni di tal natura, che d’ordinario scappano a i giovani senza riflesso, per ragioni di tal fatta, benchè immaginarie, e senza fondamento. Trasportato per tanto dalla violenza del suo temperamento, e senza altro riflettere, uscì precipitosamente dalla camera, e mandò a Palemone un cartello, pregandolo di lasciarsi trovare con la spada e la pistola in un luogo assegnato, perchè gli rendesse ragione dell’affronto fatto alla loro famiglia nella persona di Amasina. Inviò questa sfida per un domestico, il quale doveva recarne la risposta; ma non potè costui eseguire la commessione, poichè il giorno antecedente s’era Palemone ritirato in campagna. Armico era in tutte le furie vedendosi tolto il mezzo di vendicarsi di Palemone, come andavasi lusingando; ma quando raffreddossi un poco la sua passione, giudicò più sano consiglio non pensar più al suo nemico, e principalmente per un comando assoluto di suo padre, informato di quanto era accaduto. Parve anzi, che non si potesse negare essersi Palemone diportato da uomo prudente, e che se Amasina considerava per una disgrazia questa perdita, ella non poteva incolpare se non se stessa. Dall’altra parte aveva appena Palemone spedita la sua lettera ad Amasina, che sarebbe voluto ritirarla: tornò a farsi sentir nel suo cuore una tenerezza violenta, che gli rappresentava meno colpevole Amasina, di quello che l’era altre volte comparsa. Condannava se stesso di essersi licenziato con troppa asprezza, desiderava d’essersi espresso con maggiore dolcezza, ma quando intese dal suo domestico, ch’ella era andata alla mascherata, si trovò più contento di quanto aveva fatto, persuaso ch’era necessario romperla con una donna, la quale non dava un raggio di speranza di diventare un giorno la sua felicità. Giudicò per tanto la lontananza per il più sicuro mezzo di prevenire le importunità de’suoi amici, per non avere a cambiare la presa risoluzione, per lo che non differì un momento la sua partenza, e sul fatto partì di città, conducendo seco l’accennato amico, la compagnia, ed i consigli del quale dovessero mantenerlo costante nella sua deliberazione, e consolarlo negli affanni, che provava per cancellar dal suo cuore l’immagine di Amasina altre volte sì cara. Recò più afflizione a questa sventurata Dama la di lui partenza, di quella che aveva sentito nel ricevere la di lui lettera; ella non poteva più dubitare, ch’egli non parlasse seriamente, ch’egli non fosse riguardo a lei perduto per sempre, e dalla violenza del suo presente dolore rilevava quanto in fatti lo amasse. Era mancata tutta la sua alterigia, e quella sciocca premura di sottomettersi Palemone, e renderlo schiavo de’suoi capricci; ella avrebbe di buona voglia accordato di rinunziare ad ogni altro piacere, purchè avesse potuto ricuperare il suo affetto, e forse sarebbe discesa a confessare il suo fallo, s’egli avesse preteso un tale risarcimento. Ma egli era troppo lontano, ed ella giudicava troppa viltà lo scrivergli, anzi temeva di esporsi ad un maggiore dispregio, piuttosto che lusingarsi di risvegliare nel di lui animo l’antico amore. Da questo suo cangiamento nacque finalmente ciò, che non aveva potuto ottenere nè con tanta sofferenza, nè con tanti tentativi, fino a che continuò ad essere di lei ammiratore. La disperazione la portò a fare ciò, che non aveva voluto accordare all’amore. Ella fece una seria riflessione alla irregolarità del suo vivere, che le avevano fatto perdere questo amante, ella si maravigliò di se stessa, ella condannò se medesima, e da poi era cosa tanto straordinaria il vederla ne’luoghi pubblici di divertimento, quanto prima pareva una stravaganza non incontrarvela. Dopo questa rottura ella fu sempre quella circospetta e prudente Amasina, siccome egli aveva sì vivamente bramato, che lo avrebbe reso il più felice de’mortali. Ma è troppo tardi: egli per essa non sente che indifferenza, e il più terribile si è, che la memoria della passata passione, e di tutto ciò ch’è accaduto, non le permetterà giammai di concepire la menoma inclinazione per chi che sia, ancorchè tra suoi adoratori ella vegga il fiore della gioventù della Gran-Bretagna. Qualche mese dopo il suo ritiro in campagna Palemone incontrò amicizia con una Dama, la quale a dire il vero non era una luminosa bellezza, come Amasina, ma aveva tali grazie da farlo scordare d’un’amante, da cui si credeva maltrattato, e in lei trovava tutte quelle qualità di spirito, e di cuore, ch’egli tanto apprezzava. In una parola egli la corteggiò, fu graziosamente accolto da i di lei genitori, e vide, ch’ella medesima corrispondeva alla sue premure, per quanto le permetteva la sua modestia. La loro unione fu differita per quel tempo solamente, ch’era necessario a soddisfare le solite convenienze; finalmente la cerimonia tanto desiderata venne a colmare la loro felicità, e sono ancora al dì d’oggi un perfetto modello dell’amor conjugale, in tanto che la povera Amasina vede svanire il fiore di sua bellezza, ed altro non sa, che dolersi in secreto, inutilmente pentirsi, e risentire un’afflizione, che diventa più violenta ogni giorno, per quanti sforzi ella faccia di nasconderla, ed i sopirla.
Doverebbero da questo esempio imparare le Dame giovani quanto sia pericoloso prendersi giuoco dell’affetto d’un uomo di senno; un sciocco, un sciumunito, che non conosce ciò che conviene alla Dama amata, e a se medesimo, può compiacersi di questi piccoli artifizj, che usan talune per accender i loro amanti; egli forse goderà di quelle gelosie, che non cagionano mai pene reali, nè portano alcun vero piacere: ma un uomo, che ama sinceramente, e che s’accorge di questi piccoli stratagemi, non può far di meno di non condannarli, e in fine sprezzarli. Forse non poche sono nel caso di Amasina, e per soddisfare un momentaneo capriccio hanno sagrificata tutta la felicità della loro vita avvenire. Al detto dell’immortale Shakspeare, il quale ha saputo così ben conoscere l’umana natura, nessuna cosa più ardentemente le donne desiderano quanto soddisfare la propria volontà; ma siccome è impossibile, in qualunque stato si trovino, ch’elleno possano sempre godere di tutto ciò , che lor piace, dovrebbero ben pesare, e maturamente considerare, quanto piccola mortificazione possano risentire contentandosi di privarsene, e stare attente di non arrischiare di perdere l’oggetto più degno de’loro voti, per ottenere ciò che non merita nè pure un loro pensiero. In somma, quando una Dama giovane voglia un poco riflettere, ella non deve credere, che abbandonandosi smoderatamente a i piaceri, che sono alla moda, possa mai piacere ad un uomo di merito. Quindi è, che dinanzi al tribunale della sua ragione ella non potrà mai giustificare le sue sollecitudini per guadagnarsi le impertinenti adulazioni di qualche sciocco senza giudizio, in tempo che non cerca di meritarsi gli elogj di persone virtuose, e di senno. Con tutto questo io sono persuasa, che parlo al vento: la musica, il ballo, la galanteria sono i piaceri favoriti delle giovani, che amano i divertimenti, e vanno a cercare questi passatempi in ogni luogo, dove credono di trovarli. Sarebbe perciò cosa molto utile, che le persone di qualità dassero nelle loro proprie case divertimenti di tal natura, poichè ivi non ammettendosi se non una compagnia scielta, verrebbero a schivarsi tutti i pericoli, tutte le sconvenevolezze, e tutti gl’inconvenienti, che tanto sovente accadono ne’pubblici ridotti. I Cavalieri trattarebbero le Dame con quel rispetto, che loro si deve, e si studierebbero di rendersi presso di loro degni di stima, e d’affetto, poichè saprebbero con quali persone trattassero. Le Dame pure potrebbero rendersi amabili, quanto volessero: cogli uomini di onore, e di senno son permesse tutte le innocenti libertà, non ha luogo la malizia o l’ignoranza d’interpretare sinistramente ciò che passa nella conversazione; tutto è libero, tutto è sincero; e non e da temersi, che la soddisfazione che vi si prova degeneri in qualche amarezza. Di tutti i divertimenti, di cui ogn’uno può essere a parte col suo denaro, secondo il mio carattere di Spettatrice, non so approvare se non quelli, che si danno al pubblico sul teatro: avverrà forse, che la più infame prostituita verrà nella loggia a mettersi vicino alla prima Duchessa, ed avrà anche la temerità di parlare con essa; ma tali esempj si vedono molto di rado, non già perchè queste sciagurate manchino d’imprudenza o di vanità per framischiarsi al possibile in tutti i pubblici ridotti con le prime e le più virtuose persone del loro sesso, ma perchè un tale procedere verrebbe ad essere in loro discapito. Una simil condotta verrebbe a rovesciare tutte le loro idee, poichè il più gran libertino si vergognerebbe di avvicinarsi ad esse, in presenza d’una Dama di onore, e di qualità. Alla Commedia non si possono prender quelle libertà, che si prendono al Ranelagh, Vauvvchall, &c&c, e alla mascherata, dove ogn’uno può condurre l’amante in qualche opaco e ritirato viale, ovvero ecclissarsi sotto la maschera, e senza che la compagnia se ne accorga. Non ha osato il vizio di comparire a capo scoperto ne i nostri spettacoli se non da qualche anno. Ancorchè si voglia far credere essere stato eccessivo il libertinaggio sotto il Re Carlo II, si sa però di certo, che non è comparsa al teatro senza maschera alcuna donna di mala fama; e molto tempo dopo, sotto i successori di questo Principe, Giacopo II, Guglielmo, e Maria, e forse in tutto il regno della Regina Anna han conservato questo segnale di vita dissoluta, o in vece della maschera portarono una cappa nera tirata sul volto a guisa di un velo, che le nascondeva e insieme le distingueva dalla parte sana de’spettatori. In tal guisa non era possibile, che si confondessero tra le Dame di qualità; ma per le ragioni di sopra addotte anche al presente non è sì facile questo pericolo. Quindi è, che non si possono allegare contro i teatri quelle ragioni medesime, le quali dovrebbero dissuadere le Dame di portarsi in altri luoghi in oggi tanto frequentati. Per altro un buon componimento è sempre un divertimento eccellente per le persone della più sublime capacità; e del più vivace talento; ma sono persuasa ancora, che le persone più stupide ed ignoranti ne possano ricavare qualche profitto. Oltre di che non si dà al teatro, se non quella porzione del nostro tempo, di cui possiamo disporre dopo avere soddisfatto a i nostri impieghi, nè siamo obbligati di sacrificarvi quelle ore, che la convenienza, e i riguardi della nostra salute devono destinare al riposo. Certamente non si possono passar tre ore con maggior piacere, e con più grande vantaggio, e credo, che la decadenza visible del teatro abbia ragionevolmente considerarsi come una delle disgrazie maggiori di questo secolo, poichè nessuna cosa meglio dà a divedere la general corruzione del gusto, quanto la preferenza che si dà oggidì ad altri passatempi, de’quali non si può dire, per dir pochissimo, se non che allettano i sensi. Nessuna cosa parmi egualmente ridicola che le ragioni, che adducono i nostri trafficanti, e alcuni de’nostri nobili, per iscusare la loro aversione alla Tragedia. Noi abbiamo, essi dicono, pur troppo delle Tragedie in casa nostra; impegnati in una guerra gravosa, caricati di tasse, e in una continua apprensione, che non si avvenga ancora di peggio, abbiam bisogno di essere divertiti, e non afflitti: le nostre miserie presenti, e quelle che sovrastano a i nostri posteri, pur troppo ci rappresentano immagini tristi, senza che vi aggiungiamo le rappresentazioni lugubri del teatro. Un tale ragionamento non può venire se non da uno spirito molto angusto, che non è capace per comprendere l’intreccio d’una composizione, e manca di penetrazione per intendere l’eccellenti riflessioni morali, di cui son piene tutte le belle Tragedie: questo è un non sapere, che i diversi accidenti di questa vita non si mettono su la scena in comparsa, se non per farci coraggie a tollerare con maggiore costanza le avversità, alle quali sono stati esposti tanti altri prima di noi. Ma chi si lagna, perchè una scena tragica troppo l’internisce, non ha la stessa scusa per non intervenire alla rappresentazione d’una Commedia. Se han bisogno di cancellare la memoria de i loro travagli, otterranno dal focco quello, che non può sfare il coturno; vedran con piacere le follie delle persone di qualità, e del volgo messe in ridicolo, e se non arriveranno a riformare le proprie sregolatezze, rideranno almeno in veder quelle degli altri.

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Allegorie

Io non intendo di presentemente parlare a questa parte della nostra Nazione, nè son questi i motivi, per cui le nostre Dame giovani fuggono il teatro, e vi antepongono le mascherate, e i ridotti. Poco pensiero si prendono delle correnti calamità, e nel loro cuore non v’è se non armonia, gioja, tranquillità: si affligerebbero con Melpomene, senza lasciarsi abbattere dagli infortunj, ch’ella rappresenta, e sarebbero sempre pronte a ridere con Talia.
Quelle, che sono vere Muse, e con le sue grazie ispirano tutto ciò, che si attribuisce alle nove Sorelle, non dovrebbero, a mio parere, disdegnare gli effetti del lor potere; se volessero tornare a fare la sua luminosa comparsa nelle loggie, i Poeti scriverebbero con maggiore spirito, e gli Attori rappresenterebbero con maggior forza, e più di energie; e appunto dopo ch’esse più non fanno grazia di frequentare il Teatro, ha cominciato esso a decadere, nè più corrisponde al disegno proposto nello stabilimento di questo spettacolo. Bisogna però eccettuare alcune Dame, che han dimostrato la finezza del loro giudizio, cercando di togliere dalla oblivione, in cui era quasi affatto sepolto l’ammirabile Shakespeare; con un animo generoso hanno eretto un monumento immortale alla di lui memoria, onorando frequentemente con la loro presenza la rappresentazione de’suoi componimenti. Merita gli elogj più sublimi questa loro condotta, alla quale non può mancare una giusta ricompensa, poichè preservando l’onore di questo antico Poeta, daranno un nuovo splendore alla propria estimazione, che passerà alla posterità più rimota. Vorrei per altro, che più si stendesse questa loro benevolenza: per un Poeta è un riflesso troppo melanconico, se crede di non arrivar se non dopo morte allo scopo che si è prefisso, ed all’onore che ambisce. Vi sono molti autori viventi, senza contraddizione meritevoli di qualche considerazione, e se rapiscono la nostra ammirazione, ancorchè negletti, dispregiati, e maltrattati, non sarebbero molto più capaci di conciliarsela, quando fossero accarezzati, ed incoraggiti? In quella guisa, come sovvienmi di aver letto,

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Zitat/Motto

che le piante crescono, e si nutriscono con l’influenza benigna del Sole, il favore è il sole, che fa prosperare i Poeti.
Non gettiamo pertanto con prodiga mano ghirlande su i morti, ma riserbiamne per coronare quegli, che oggidì si sforzano di darci piacere; la gratitudine lo vuole, la giustizia, l’equità, la generosità esigono dal canto nostro qualche compensa, e quando ancora tacessero tutti questi motivi, ce lo dovrebbe suggerire il nostro proprio interesse. Se faremo una seria riflessione, troveremo di mancar gravemente, ricusando di dar coraggio allo spirito, ed al talento. Sarebbe una vera prova di essere ornati di queste qualità, proteggendole, e promovendole in altri. Quante Dame poi avrebbero perduta la gloriosa memoria di se col finire della propria vita, o di quella de’suoi ammiratori, e vivono ancora immortali nelle opere di alcuni Poeti. Se fosse stata Sacarissa adorna di perfezioni maggiori ancora di quelle, che Waller le attribuisce, sarebbe da gran tempo perita nella obblivione , quando non vivesse gloriosa nelle poesie inimitabili di questo Autore. Sta a cuore delle nostre Dame presenti la brama d’essere ammirate, quanto mai in altri tempi, e dirò di più, che non fu mai sì universale l’amor della lode, ma si cerca di acquistarla con mezzi affatto diversi da quelli, che praticarono le Dame del tempo andato. Quanti costumi son diventati a’nostri giorni alla moda, che sarebbero stati generalmente disapprovati al tempo de’nostri antenati, e de’quali siamo veramente debitori a certe persone, che in una condizione sublime hanno un genio vile, e plebeo? Anche ne’nostri abbigliamenti studiamo di adattarci a quelle maniere, per cui crediamo di comparire amabili; oggi ci trasformiamo in Ninfe, domani in una spezia d’Amazzoni, mezz’uomini, e mezze donne: una Dama alla moda rassomiglia successivamente a tutto, fuorchè a quello che dovrebb’essere. Osservo tra noi una sì grande inclinazione alla rusticità, e alla barbarie, che m’aspetto, che si faccian venire degli abiti, che portano le Dame Pandure, e Talpache, e ci vestiremo alla moda loro in riconoscenza di quanto han fatto per noi i loro mariti nella guerra presente. Assurdi capriccj! stravagante forza dell’esempio! In somma se continuiamo a spogliarci del carattere di donna, di quel passo che abbiam fatto fin ora, in quali eccessi non caderemo, e molto contrarj alla dolcezza, e modestia naturale del nostro sesso, non che alla ragione, e ad una buona educazione e forse non passeranno molti anni, che ritorneremo a quella barbarie, in cui ci han trovato i Fenicj, la prima volta che approdarono a i nostri lidi. Nulla ostante tutto ciò ch’è arrivato all’eccesso, non può durar lungo tempo; e si può ancora sperare, che non durerà il medesimo gusto, che le nostre Dame condanneranno tutti questi esempj indegni, e lascieranno di fare un sagrifizio del loro carattere per compiacere altrui, ed il buon senso diverrà la regola de’loro diportamento: allora esse possono assicurarsi di conciliarsi quell’amore, quell’ammirazione, e quella stima, che tanto è loro naturale anzi lodevole di cercare.
Fine del Libro Quinto.

1Vale a dire moda vecchia

2Ranelagh è su l’entrar di Chelsea venendo da Londra, in distanza d’un miglio e mezzo in circa.

3Personaggio della Tragedia intitolata the unhappy Orphan, ovvero l’Orfana sventurata.