La Spettatrice: Libro secondo

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Libro Secondo.

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Metatextuality

Quando le mie compagne, ed io, cominciammo a metter mano a quest’opera, ci acordammo di osservar certe regole per conservare quell’armonia tra di noi, che tra tutte le Società, di qualunque numero sieno, dovrebbe trovarsi. Abbiamo concertato tra l’altre cose di consecrare a questo nostro disegno due sere alla settimana. Nella prima adunanza ci comunichiamo reciprocamente tutte le nostre notizie, e determiniamo le materie da trattare. Nella seconda mettiam sul tapeto ogn’una le nostre differenti composizioni, e fattane la lettura, resta in libertà chiascheduna di censurare quello, che non approva. In una parola senza un consenso unanime non si pubblica alcuna cosa. Si tiene la nostra adunanza in mia casa, e do severissimi ordini, perchè nessuno venga ad interrompere le nostre deliberazioni.

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Heteroportrait

Ma non sarebbe più difficile ritrovar un asilo contro del fulmine, che contra l’impertinenza di certe persone; e non dubito, che molti de’miei Leggitori, almeno una volta in sua vita, saranno stati tormentati dal susurro e dalla molestia di certi animali, la di cui amicizia, per quanto dura, riesce più incomoda di quello che sia l’odio d’alcun’altra creatura. Voglio dire di certa specie di mortali, i quali, saranno appena due ore che vi conoscono, verrano a dirvi tutti i loro segreti, e pretendono che voi dobbiate considar loro i vostri. Glielo permettiate o no, vi vogliono visitare; non serve rinserrarsi, verranno a tutte l’ore ad importunarvi, vi perseguiteranno in tutti i luoghi, vi ripeteranno tutto ciò che han veduto, o inteso a dire; e bisogna trattar con essi con una somma inciviltà, o abbandonare i vostri proprj pensieri, per quanto diletto, e per quanto utile vi troviate, per ascoltare tutte le sonore bagatelle, di che son pieni. Vi resta questa sola consolazione, che siete sicuri d’esserne liberi, quando abbian fatto qualche conoscenza di nuovo.

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General account

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Heteroportrait

Ebbi in questi ultimi giorni la fatalità, che mi si attaccò una di queste Tempo-mal-consumatrici (se pur senza offendere i Critici posso dar loro tal nome così che non poteva disporre un momento di me medesima in tutto il tempo, ch’ella mi dimostrava la maggior tenerezza. Venne ella alla mia casa una delle sere destinate alle nostre adunanze, e malgrado tutti gli ordini dati, e la resistenza de’miei domestici, ha voluto entrare a dirittura nella mia camera, dov’eravamo raccolte, e con tutto che mi vedesse in compagnia, non fece alcun complimento in iscusa di questa sua indiscretezza. Poteva ben accorgersi dalla mia sorpresa, e dal mio accoglimento, che non erami la sua visita molto cara, ma non volle perdere il piacere di recarmi notizie della maggior importanza, e tali, ella disse, che non avrebbbe potuto differirne al giorno seguente il racconto.
Siccome da una Dama della sua penetrazione io non poteva aspettare soccorso alcuno per la mia opera, e la sua venuta mi era nojosa, non risposi al suo complimento, ma essa non mostrando di accorgersi della mia indifferenza in tal proposito, senza aspettare ch’io diventassi più curiosa, cominciò a scaricarsi del peso, che aveva portato seco.

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Example

Ci riferì d’essere stata in quel giorno stesso alla Corte, d’avervi veduto l’amabile Mylady Bloumetta, comparsavi per la prima volta dopo il suo matrimonio. Ci descrisse ogni articolo della di lei acconciatura, ci disse quanto vezzosa ella paruta; come tutti i giovani invidiavano la felicità del vecchio Pompilio, e nello stesso tempo ridevano di soppiato di una unione sì malamente accoppiata, promettendosi di qualche buona fortuna; come alcuni, vedendo passare questi due Sposi, gridavano Maggio e Decembre; altri, fuoco e ghiaccio, e mille altri simili riflessi, che ben dovevano aspettarsi i nuovi Sposi, ed immaginarseli anche senza sentirli dall’altrui voce.
Detto quanto ella aveva a dire in tale proposito, si levò impetuosamente, mi promise, il che nè desiderava, nè ricercava, di venir a passar in mia compagnia la mattina seguente, partì senza cerimonie, siccome era venuta, e ci lascì in libertà di continuare i nostri discorsi.
Ma poiché sovente nasce il bene dal male, questo medesimo interrompimento fece cadere la nostra conversazione su un soggetto, al quale non si può pensare a bastanza; imperciocchè la nostra negligenza appunto in questa sorta d’affare cagiona quasi tutti i mali, che proviamo, o vediamo succedere nella vita privata. Egli è facile intendere, ch’io voglio parlare del Matrimonio, da cui dipende in buona parte la felicità del genere umano. In fatti è desso l’origine principale di tutti i beni, che possiamo godere e di quali ancora, che tramandiamo a i nostri discendenti. Questo è un vincolo, per cui non solamente si uniscono gli’interessi di due persone, ma quelli ancora delle intiere famiglie; questo impedisce i disordini innumerabili, da quali nascerebbe una confusion da per tutto, e per fine la distruzione della Società. Ma noi dobbiamo stare in guardia, che un’istituzione sì necessaria, sì onorevole, e cotanto vantaggiosa, non passi in un uso cattivo. Nè il violare i giuramenti, che ci avevano impegnato con altri, nè gli accordi clandestini conchiusi nel furore della passione, nè que’sordidi mercati, ne i quali son le ricchezze, e non il merito l’oggetto primario, nè una disparità di famiglie, e di genj, possono produr giammai una durevole unione, nè tra le parti più interessate, nè tra quelle che per tal mezzo contraggono un’alleanza: a nozze di tal fatta dovrebbero cantarsi piuttosto Elegie di quello che Epitalamj, e gli amici in vece di consolarsene, dovrebbero piangere la loro sfottuna .

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Example

Era vivuto Pompilio in una felice unione con la prima sua moglie, e nessuno l’avrebbe biasimato di sottoporsi la seconda volta al giogo d’Imeneo, purchè si fosse scelta una sposa, la cui età corrispondesse alla sua. Avrebbe perduto in parte il piacere, ma non sarebbe stato tacciato di mancare di giudizio, e nella sua età avanzata non avrebbe scemata quella fama di buon senso, che s’era acquistata da giovane. Non è cosa degna di compassione, ch’egli abbia voluto soddisfare una passione, donde non possono derivargli se non momentanei piaceri, ma necessariamente fa ingiuria al suo carattere, ed è più molesta ancora all’oggetto da lui amato? E che! se alla vezzosa Bloumetta fosse toccato in forte quel che bramava; se il troppo insensibile Palemone non avesse fatto più conto d’un poco d’argento, di quello che possedere la più bella di tutte le donne; se il risentimento dell’ingiuria fatta alla di lei gioventù e bellezza, unita all’ambizione de’suoi parenti, non avesse dato risalto alla pretesa di Pompilio, una brieve riflessione avrebbe dovuto bastare a questo vecchio Sposo per discoprirne il motivo; e s’egli veramente l’amava, doveva proporle qualche giovane amabile del suo casato, che avesse tal merito da poter bandire dal di lei cuore i sentimenti conceputi a favor di Palemone. Così egli avrebbe dato un testimonio di affetto veramente generoso, e nello stesso tempo di quell’imperio sovra sè stesso, che un uomo della sua condizione non deve perder giammai. Voglio che i piaceri dell’amore, e della tavola possano sino a un certo segno sopprimere i rimorsi d’un cuore, che non pensa se non a soddisfare i suoi più stravaganti desiderj; il cuore però dell’amabile Bloumetta deve provar certe pene, che quanto più ella si sforzerà di tener nascoste, tanto più moleste diverranno ogni giorno. Quale contrasto tra la sua sincerità e’l suo dovere, allor quando il vecchio rimbambito suo Sposo esigerà da lei una corrispondenza al suo affetto! Quanto ha ella a dolersi della dura necessità di fingere ciò, cui ripugna Natura! In un uomo, che non si ama, riescono disgustosi que’teneri trasporti, che con un amante distinto diventan reciprochi, e in vece di renderlo caro, mutano la indifferenza in avversione, e disprezzo. Finalmente non abbiam termini per esprimere il dispiacere di dover ricever per forza delle disgustose carezze; e quella che sacrifica all’ambizione, o alla vendetta la sua gioventù, maritandosi con un uomo odioso, non tarderà molto a pentirsene amaramente, quando non avrà più luogo il rimedio.

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Example

Si fa ad Aristobulo una grande ingiustizia accusandolo d’ingratitudine, d’infedeltà, di crudeltà. Egli è un esempio di questa verità, che l’amore non è in poter nostro, e quantunque sia doloroso al sommo lo stato della sua Sposa, non è il suo meno degno di compassione. Aveva questo giovane Signore pochi eguali per le sue qualità, degne di far molte conquiste, senza bisogno di trarre un sospiro, o di fare alcuna protesta. Celinda ebbe la disgrazia d’innamorarsi perdutamente di lui;

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Heteroportrait

Celinda d’una famiglia illustre, erede di molte fortune, e dotata di perfettissime qualità di corpo e di spirito: Celinda in somma, le cui disgrazie son tutte nate d’amore.
Ella tenne lungo tempo occulta questa sua passione per sino a quello, che n’era l’oggetto: procuravasi però il piacere di frequentemente vederlo, e con questa speranza andava in tutti i luoghi, dove lusingavasi di poter incontrarlo. S’accorse infine, ch’egli non aveva per lei se non que’riguardi, ch’esigeva la sua condizione: allora que’dolci movimenti, che da principio le avevano svegliato immagini dilettevoli, si cangiarono in orrori, e si avvicinavano alla disperazione. Si ammalò, ed accortisi i Medici del disordine del di lei spirito, raccomandarono a chi l’assisteva d’indagarne la causa. Le istanze de’parenti, le ricerche dell’affettuosissimo padre, furono inutili; la sua modestia non permettevale di confessarla, e quando solamente per giudizio degli altri, e per proprio sentimenti, si vide agli estremi di vita, si determinò a confessare, che per nessun’altra cagione desiderava di vivere, se non per vedere Aristobulo. Il padre, che aveva qualche sospetto della di lei infermità, contentissimo in vedere, che l’oggetto delle di lei inclinazioni non disonorava la sua nascita, assicurolla che se tanto premevale di vedere Aristobulo, non solamente lo avrebbe veduto, ma sarebbe ancora con lui vivuta, fino a che la morte fosse venuta a terminare la sua felicità. Tale promesse le fece, confidando, che il padre d’ Aristobulo darebbe con piacere il suo assento all’unione delle loro famiglie, e in fatti non s’ingannò, fu accolta la proposizione con la più grande soddisfazione, e fu segnato il contratto di matrimonio, prima che Aristobulo, il quale era andato a divertirsi in campagna, avesse avuto notizia alcuna di questo trattato. Fu subito informata Celinda del buon esito di questo affare; ricominciaron d’allora a comparirle sul volto le rose, ricuperò le forze, e la vivacità primiera, e divenne, com’era prima, un amabile oggetto di tutti quei che la conoscevano. Ma ahi! la notizia di tal affare fece un effetto ben diverso nell’animo di quello, che Celinda amava con tanto trasporto. Ricevuto un espresso che richiamavalo a Londra, fu sorpreso da un mortal dispiacere, quando ne seppe il motivo; e gettatosi a piè del padre, lo scongiurò per quella paterna tenerezza, che in tutti gl’incontri gli aveva dimostrata, e ch’egli non aveva meritato di perdere, di non obbligarlo a mantenere un impegno a lui più terribile della stessa morte. Nessuno restò mai più sorpreso del padre d’ Aristobulo a questo discorso, ma fu maggiore ancora la sua meraviglia, quando lo interrogò della ragione, per cui non volesse sposarsi con una Dama di sì nobil famiglia, giovane, ricca, e virtuosa, e null’altra ragione intese addursi, se non che egli non era inclinato a maritarsi, e non sentiva alcun genio per questa Dama. Il vecchio Signore trovava tali vantaggi in questo matrimonio, che non volle discioglierlo per un motivo sì frivolo, com’era quel solo di mancar d’amore; e perciò risoluto di farsi ubbidire dal figlio, lo minacciò di scacciarlo di casa, e diseredarlo, lasciandogli que’beni solamente, che dipendevano dal titolo, e non erano sufficienti al di lui mantenimento. Per un giovane di grandi idee, ed amante di tutti i piaceri della gioventù, questo fu un colpo terribile. Conosceva la rigidezza, e la fermezza di suo padre in farsi ubbidire da chi dipendeva da lui, e non poteva dubitare della esecuzione di queste minaccie. Per lo che pentitosi d’averlo irritato a tal segno, cominciò a fingere una minor avversione a questo matrimonio, lo pregò di perdono, e gli promise di visitare Celinda, sperando, diceva egli, di trovare nella conversazione con questa Dama quegli allettamenti, che non per anco vi avea ritrovato. Pare un poco placato il padre a questa promessa, e gli comandò di andare ad offerire a Celinda un cuore, ch’ella meritava, e che’egli doveva già averle donato. Per questa parte Aristobulo non ingannò il padre, fu a visitare Celinda, ma con un’idea molto diversa da quella che si credeva. Non le fece nella sua visita quelle tenere proteste, che pur tropo sovente si fanno con quella indifferenza medesima, ch’egli allora veramente sentiva, ma le confessò ingenuamente di sentire avversione al matrimonio, non essere in poter suo diventare un marito, quel ella doveva aspettare, e quel attendeva il padre con tanta inclinazione, ond’egli la pregava istantemente di fare, che dal di lei canto ne nascesse lo scioglimento. Può giudicare ognuno quale inquietudine dovesse provare un cuore innamorato all’eccesso a tale ricerca, e pure la di lei tenerezza, per quanto grande ella fosse, cedette a quell’ambizione, e a quella fierezza, che sono sì naturali alle femmine in tali circostanze. Si tacque per un poco, forse per impedir l’uscita a i sospiri, e gli disse poi, che la sola cosa, ch’ella potesse negargli, era quella appunto, che da lei richiedeva; che suo padre era molto portato a questa parentela, e ch’essa avvezza ad ubbidirlo in tutto non sapeva in qual maniera contraddire a’di lui voleri in una cosa, per cui mostrava tanto genio. Non poteva Aristobulo, in trattando con tale asprezza con una Dama sì nobile di nascita, sì ricca, e dotata di tante perfezioni, aver altro motivo, se non il riflesso della sua quiete, e perpetua tranquillità.

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Dialogue

Non restò però molto sorpreso di questa così placida risposta, dalla quale deducendo non aver essa per lui tutta quella tenerezza, che aveva voluto fargli credere, adoperò tutte le possibili ragioni per far servire questa medesima tenerezza al suo disegno di liberarsi da qualunque impegno; ma vedendo, ch’ella di continuo allegava la sua ubbidienza verso il padre, si ridusse alla disperazione, e mettendo da parte tutta la politezza, con cui fino allora l’aveva trattata, Madama, le disse, quando io sia obbligato di sposarvi per conservare il mio diritto di primogenito, non sarà possibile, ed io non cercherò mai di amarvi come mia moglie. Voi non avete ad aspettare da me che tristezze, nè i parenti, nè la cerimonia avranno tal forza da convertire in genio un aborrimento. A questa fiera dichiarazione replicò freddamente Celinda, ch’era veramente disgrazia, se non potevano accordarsi i loro cuori, quando erano l’un per l’altro destinati da quelli, che avevano autorità di disporre delle loro mani, e che dal canto suo ella era risoluta di fare il suo dovere, ancorchè dovesse restarne la vittima.
In questa guisa sotto il manto dell’ubbidienza nascondeva la tenerezza d’un Amante, ma da simil condotta risentì grave pregiudizio l’onore del nostre Sesso. Povera Dama: l’eccesso di sua passione non le lasciò vedere, quanto ella si abbassava, e le fece sperare, che con tutta l’avversione allora dimostrata egli potesse un giorno diventar sensibile a quella tenerezza, che le avrebbe palesata nelle più vive maniere, quando avesse potuto farlo legittimamente, e ch’egli le avrebbe accordato il suo affetto in riconoscenza di sì pura, costante, e violenta fiamma. Aristobulo da lei separatosi, tentò ancora, ma inutilmente, di far declinare suo padre, laonde scelse diventar piuttosto lo Sposo di Celinda, ch’essere diseredato. Si stabilì il giorno per la solennità delle nozze, si fece lo sposalizio con una pompa più corrispondente alla lor condizione, di quello che alla positura del loro spirito. Venuta la notte su non messi a letto con le solite cerimonie, ma si partì appena la compagnia, che lo Sposo levossi, e volle piuttosto passare il restante della notte solo, in un letto cattivo, di quello che tra le braccia d’una moglie, che avrebbe reso felice qualsivoglia altro uomo, che non sentisse questa antipatia naturale, di cui voler render ragione è difficile del pari che il superarla. Non è da porsi in dubbio, che Celinda non mettesse in opera tutti gli artifizj più teneri, e non usasse tutte le ragioni, che poteva suggerirle il suo amore, unito alle circostanze, in cui si trovava;

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Citation/Motto

ma l’amore, dice un nostro Poeta, non può tollerare alcun vincolo, quando egli medesimo non lo formi.
Aristobulo fu sempre inflessibile, e si ostinò a non volere se non il nome di Sposo; nè il tempo, nè la pazienza di Celinda in sopportare un trattamento sì indegno, non han potuto mai farlo cambiar di risoluzione. Abitan nella medesima casa, ma non s’incontrano mai nel medesimo letto, non mangiano mai alla stessa tavola, di rado si vedono, e pare, che i Domestici appartengano a due differenti famiglie. Son passati in questa maniera molti anni; Celinda è sempre nel medesimo stato, ed Aristobulo senza badare all’amore, ed alla afflizione della moglie, cerca altre maniere da divertire il dispiacere del suo matrimonio.
Pochi uomini troveransi, che da principio abbiano trattato con tanta sincerità, con quanta Aristobulo, e che prima delle nozze abbiano palesata la sua avversione; ma troppi son quelli, che lo han fatto di poi, e con la sua condotta han dimostrato di considerare questa sacra cerimonia come una cosa necessaria per eternare il suo nome, e per pagare i suoi debiti, o per dare la dote a i fratelli, e sorelle minori. Questi sono i motivi principali de’sponsali, che si fanno oggidì; quindi è un prodigio sentir parlare d’un matrimonio, che prometta quei beni, che si devono da tale unione aspettare, ed è una verità molto sospetta parlare d’una coppia veramente felice dopo il primo mese di sua unione. O la fama accresce il numero più del dovere, o egli è vero, che attualmente vi sono venti tre trattati di matrimonio sul tapeto tra persone di condizione, dei quali appena tre promettono la menoma felicità alle parti interessate.

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Example

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Heteroportrait

La Signora Tulipa è nell’Autunno della sua età, e tanto brillante ne’suoi abbigliamenti, quanto è il fiore, di cui porta il nome;
ma in vano ella spera di vincere il cuore orgoglioso, ed incostante del giovane Briskiomonne. Non manca già questo Cavaliere di senso, di onoratezza, e di un buon naturale, ed avrebbe dimostrata a Claribella la stima dovuta al di lei merito, se la situazione delle sue fortune gli avesse permesso di sposarla. Ma la pretesa sua sposa deve parergli ancora più degna di spregio, quando riflette alla di lei vanità, a segno di privare la graziosa sua Nipote di ciò, che l’avrebbe potuta fare tutta la sua vita felice, non per altro che per avere il titolo di moglie d’un uomo, che sarebbe ancor troppo giovane per esser suo figlio.

Level 3

Example

Chi ha mai veduto insieme Filimonte, e Daria, e non si è accorto, che Filimonte ama Daria sovra ogni cosa, e che nessuna cosa a Daria è più cara di Filimonte? Qual fuoco, qual passione negli sguardi di questa coppia amorosa? Non pare, per così dire, che ad ogni occhiata l’anima dell’uno passi nell’altra? Daria si trova mai all’Opera, al Parco, alla Commedia senza del suo caro Filimonte? Si diletta Filimonte di alcuna compagnia, e Daria è lontana? E pure Filimonte è vicino a sposare Emilia, e Daria da lungo tempo è promessa a Belamore. Che stravagante bizzarria di destino, e di amore!

Level 3

Example

Può creder Sabina avere qualità oltre le altre del suo Sesso, e può ella sperare d’esser per sempre l’oggettto della tenerezza di Teomene? Non s’è egli protestato amante della maggior parte delle donne della Città, e non si è contentato più di sposar questa, solamente perchè la fortuna di Sabina è più considerabile della sua, e con essa si mette in istato di pagare i debiti contratti con le sue stravaganze?

Level 3

Example

Quanto amaramente non è pentita Dalinda d’essersi abbandonata ad una inconsiderata passione, e messa in braccio di Macrone, quell’uomo di vil nascita, e di spirito ancora più vile, e di sì cattivo talento! Ella immaginavasi, come lo ha confessato di poi, che sposando un uomo tanto a sè inferiore, sarebbe ella sola padrona e di sè stessa, e delle sue ricchezze; che Macrone non ardirebbe mai senza il di lei assenso usare di alcun privilegio su l’uno, nè arrogarsi la menoma autorità su l’altro; in una parola, che in vece di essere sotto la potestà di un marito, ella avesse a trovare in lui uno schiavo compiacente, e ubbidiente alla sua volontà. Povera Dama! come si è ingannata! Appena ebbe Macrone il potere in mano, che le fece provare un doloroso rovescio di tutte le sue speranze. In vece di maneggiare gl’interessi, e governare la casa di sua moglie, siccome ella desiderava, e siccome era avvezza, apertamente mostrava di farsi un punto d’onore di contraddirle. In nessuna cosa mai consultava le di lei inclinazioni, ma alla sua presenza dava quegli ordini, ch’egli sapeva doverle essere di disgusto, e s’ella mostrava di opporsi, le diceva con la più incivile maniera esser egli il padrone, e come tale voller esser ubbidito. Sul principio ella s’infuriava, gli rimproverava la sua ingratitudine, e protestava di vendicarsene; ma, ahi! che poteva ella fare? Ella non aveva avuta l’antividenza di riservarsi i suoi beni in caso di disgrazia, e non osava ricorrerre a’suoi parenti che aveva disonorati, e disgustati con questa scelta indegna. Così il risentimento, che dimostrò, non servì, che a rendere più trista la sua condizione, e pesante quel giogo, che da sè medeima si è imposto con tal precipizio. Diminiuì il numero de i servi, scemò la tavola, riformò i di lei vestiti, nè le permise di fare, o di ricever visite, se non di chi egli voleva, di persone da lui dipendenti, a lei affatto ignote, le negò dinaro per le sue piccole spese, prese tutte le misure immaginabili per abbassare il di lei orgoglio, per affoggettarla a’suoi voleri, a segno che la vinse Macrone, e ridusse Celinda alla più vile schiavitù.
Tremate, Marianna, che l’Agente di vostro Padre non diventi un altro Macrone, e risolvetevi piuttosto di sofferir qualche corta pena combattendo un’inclinazione malnata, di quello che coltivandola esporvi a miserie durevoli tutta la vita.

Level 3

Example

Si dice che tra pochi giorni si adempiranno i reciprochi desiderj di Mirtano, e di Cleora. Vi acconsentono i parenti di ambedue le parti; sono segnati gli articoli del maritaggio; è preparato un superbo equipaggio; è fornita la casa di campagna; si è finalmente è pronto quanto ha potuto inventare un’ostentazione ingegnosa per render pomposa e magnifica la cerimonia delle loro nozze. Ma come può assicurarsi Cleora della costanza del suo caro Mirtano? Non ha ella un funesto esempio dell’incostanza di questo Cavaliere? Era forse Brillante inferiore a Cleora di nascita, di fortune, di qualità personali? Mirtano non ha egli con pari ardore corteggiata Brillante? Non ha egli fatto per lei, in vista di tutta la Città, mille stravaganze, che non potevan procedere, se non da una vera, e violenta passione, nè potevano scusarsi per altro motivo? E pure non ha egli abbandonata all’improvviso Brillante senza alcun pretesto, mostrandosi scordato intieramente d’averla amata, per dichiararsi adorator di Cleora?
Ah Cleora! voi trionfante, egli è vero, e faccia il cielo che trionfiate per sempre, che altri voti non permette di concepire la sacra cerimonia; ma avete poco a sperare, e molto a temere. Un cuore che si è cambiato una volta senza poter addurre alcuna ragione, può facilmente cambiare di nuovo, e forse un giorno avrebbe bisogno di quella compassione, che oggidì la vostra allegrezza, e la vostra vanità vi fa negare ad una sfortunata rivale, che non meritava un tal trattamento. Ella sarà guarita allora d’una passione sì mal corrisposta, e forse sarà accoppiata con un marito più costante, con cui goderà i beni d’una reciproca fedeltà, più soddisfatta che se mai non fosse stata ingannata.

Level 3

Example

Level 4

Heteroportrait

Belereo è un Cavaliere compito: egli ha fortune considerabili, e spende le sue rendite senza intacco de’capitali; egli è caritatevole versi i poveri, liberale con le persone di merito, e particolarmente quando sieno ridotte in miseria, benefico e generoso cogli amici, esatto in pagar gli operaj, mantiene buon numero di servitù, e fa un’ottima tavola, ama il piacere, odia il vizio; in somma non si trova nel suo carattere cosa, che non abbia a render felice una moglie ragionevole, e di buon temperamento.
Molti partiti a lui furon proposti, non diede orecchio al alcuno, nè volle cangiare stato fin che non vide Miseria.

Level 4

Heteroportrait

Ebbe il contento, non dirò la fortuna, d’incontrare in una festa di ballo questa Dama giovane; ella era grande, ben fatta, ballava con grazia, aveva un volto che piaceva, ancorchè non bello perfettamente, e nella conversazione e nelle maniere non so che di grazioso, che alletta.
In somma Belereo le dà la preferenza sovra tutte l’altre che aveva da prima veduto, s’informa superficialmente del di lei carattere, e delle fortune, e domanda al padre di questa Dama la permissione di visitarla in figura d’Amante. Non era di rifiutarsi un’offerta così vantaggiosa, il padre di Miseria vi acconsentì senza indugio, e la Dama accolse questo suo novello adoratore con quella buona grazia, che le permetteva la modestia del suo Sesso. Belereo non la corteggiò se non poche settimane, si fece presto lo sposalizio, e la condusse pochi giorni dopo a casa. Ma Dio buono! Quanti cambiamenti ella fece subito nella famiglia! Ordinò di vedere ogni mattina la lista de’piatti disegnati dal marito, e ne levò subito quattro quinti, e quando Belereo, vedendo questa diminuzione dolcemente le rappresentava mancare il bisogno ai Domestici, ella la rispose, che perciò appunto voleva scemarne il numero, che credeva peccato mantenere tanti oziosi, i quali potevano servire utilmente alla patria nella milizia, ovvero coltivar le campagne, e per le serve pure che avea deliberato di tenerne due solamente in vece di cinque. Lo pregai pure di non invitare altri a pranso cosi spesso, e da quel giorno i poveri furono scacciati dalla porta, nè ardivano di più appressarvisi per timore d’essere mandati alla Casa di correzione. Un tal procedere lo affligge oltre modo, ogni giorno più si rattrista, perchè ogni giorno ne ha qualche nuova occasione. Fan continua guerra nel di lui animo la ragione, e l’amore, ma a poco a poco la ragione guadagna. Ancorchè senta della ripugnanza a disgustare una moglie, che gli è cara, la sente più viva a diventar ridicolo presso chi lo conosce. Ha più riguardo alle debolezze di sua moglie, di quello che convenga ad un uomo sensato, e di spirito. Ha cominciato, non è molto, a esercitare l’autorità di marito, e a dispetto di tutte le lagrime di Miseria ha ripigliato al suo servizio alcuni Domestici da essa licenziati, ed ha rimesso a poco a poco sul piede antico molte cose relative all’economia della sua famiglia. Dal suo canto Miseria continuamente contende, tutti quei vezzi che aveva in volto si son cangiati in un’aria triste e pensosa; il suono della voce, le maniere non son più quelle di prima: se è in compagnia, o conserva un ostinato silenzio, ovvero se parla, meglio sarebbe che non aprisse la bocca. Il marito trova in casa sì poco piacere, ch’è obbligato cercar altrove divertimento, in una parola quanto passa tra loro par che conduca ad un reciproco disgusto, e se così avviene, che conseguenze funeste! Imprecazioni contro le nozze, dispiaceri, odio, dimostrazioni continue di scambievole sdegno, separazione, e la pace e la tranquillità perduta per sempre.
Non basta per tanto consultare una simpatia d’umori, bisogna consultare ancora la simpatia delle inclinazioni. Mi confermo tanto più in questa idea per aver conosciuto molte persone maritate, che da principio della loro unione poco si amavano, e son divenute in progresso l’una all’altra carissime, perchè si accordavano a pensare nella stessa maniera; ed altre che prima eran tutte fuoco e fiamma, e divenute poscia più fredde del ghiaccio, perchè non han potuto passar d’accordo in piccolissime cose. La nostra vanità naturale ci porta sempre a credere di aver ragione, e ci fa concepire della stima per quelli, che fanno esser sempre della nostra opinione; in una parola, la conformità de’sentimenti è il glutine d’una durevole unione, e di quella confidenza reciproca, che sono i beni principali dello stato conjugale. E pure con tanti esempi, che ci dimostrano esser necessaria alla nostra felicità una conformità di genio, questo è l’articolo, al quale men si riflette, come se maritandosi non dovessimo cercare se non la nostra soddisfazione presente, e non dovessimo temere ciò che può avvenire col tempo. Non basta una settimana o un mese a istruirci del carattere d’una persona; e son ben degni di biasimo i padri e le madri, che dan le figliuole per mogli a persone, che forse non han veduto che pochi giorni prima della sacra cerimonia, che li ha da unire per sempre.

Metatextuality

Crederà forse tal uno, che quanto ho detto in questo proposito sia la giustificazione d’un matrimonio fatto, non ha gran tempo, con meraviglia di tutti, il quale certamente si giudicherà che abbia potuto riuscire in bene, solamente per questa simpatia d’umori, ch’io ho raccomandata come una condizione essenziale alla felicità conjugale.

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Example

Non si può negare, che l’artificioso Vulpone ha saputo ridurre la graziosa Lindamira a pensare come lui su un solo oggetto; ma questa è puramente una conseguenza dell’amore, che ha saputo svegliarle per la sua persona, e in questo egli ha fatto ciò, che avevan fatto mille altri prima di lui, senza di che non avrebbero posseduto mai l’oggetto de’suoi desiderj.

Metatextuality

Non tengo per tanto questo fatto per un esempio della mia opinione, e mi figuro che il lettore penserà come io penso, quando gli avrò raccontato in qual maniera si è conchiuso questo matrimonio clandestino. Io lo so da un Silfo, che mi serve per esaminar la condotta di quelle persone, che la natura ha distinto con grazie al le altre superiori.

Level 4

Heteroportrait

Dimostrava Lindamira dalla sua tenera infanzia delle prerogative, che coll’avanzare dell’età crebbero, e si perfezionarono. Per parte del padre ella discendeva da un Principe, adorato in vita con tutta la ragione da’sudditi, e per quella della madre veniva da un Eroe, la cui memoria sarà rispettabile sempre: Ella era stata educata coi principj della più pura virtù, e i di lei genitori onorevoli del pari per le qualità luminose convenienti alla loro nascita, e per la reciproca conjugale corrispondenza, ne avevano avuto una particolare attenzione.

Level 4

Heteroportrait

Vulpone non discendeva da molto illustri maggiori; egli era un di que’ nobili moderni, che abbiam veduto nascere, e moltiplicarsi in questi ultimi tempi, ma per fargli la dovuta giustizia, era debitore del suo avanzamento più al merito proprio di quello che all’altrui favore. Aveva con l’educazione supplito a quanto mancavagli dalla nascita, nè poteva negare l’invidia medesima, ch’egli non fosse un Cavaliere compito.
Aveva la buona sorte di visitare frequentemente gl’illustri genitori di Lindamira, da essi trattato con la civiltà meritata dalle degne sue qualità. Ah! che non prevedevan le conseguenze, e non mai si aspettavano, che queste buone grazie potessero incoraggire Vulpone ad alzare gli occhi alla loro amabil figliuola, e molto meno che questa giovane Dama, allora appena di dieciotto anni l’idolo della Corte, e l’oggetto dell’ammirazione comune, potesse abbassarsi a concepire la menoma inclinazione per un uomo, che aveva passato il meridiano della sua età, e che per ogni altra ragione cotanto a lei era inferiore, che non poteva tra loro farsi confronto alcuno. E pure così avvenne. Il Dio delle tenere passioni diede a vedere la grandezza di sua possanza, superando ciò che parve sempre una opposizione della natura: questa bellezza che tutto giorno vedevasi a’piedi i giovani di prima sfera, i più amabili, i più compiti, non potè resistere alle sollecitazioni d’un amante più vecchio di suo padre. Poche volte ebbe l’incontro d’esser solo con essa, ma ne seppe approffitar così bene, che da lei ottenne una positiva promessa, ch’ella non avrebbe acconsentito giammai di sposarsi con altri, e l’ottenne più presto di quello che si avrebbe creduto volervi di tempo, per ottenere da essa il perdono alla temerità di dichiararsele amante. Con tutta la maggior circospezione mantennero questa loro corrispondenza, ma nell’amore e nel fuoco succede lo stesso, egli è difficilissimo tenerlo occulto, e ad onta di tutte le cautele qua e là si discopre. Forse non usarono tutta l’attenzione in ogni incontro, ovvero non sospettarono delle osservazioni di qualche persona. Comunque fosse non istette occulto il segreto, e furono osservate certe cose, che non parevano convenire a la condizione di questa Dama; la madre ne fu avvista da i domestici, ed ella ne fece avvertito il marito. Con tutto che paresse incredibile, si consigliarono insieme, e giudicarono non doversi in avvenire più ricever in casa Vulpone, e con tutta la buona maniera lo pregarono, senza palesargli il motivo, di astenersi dalle sue visite, e nel tempo stesso assegnaron persone ad osservare attentamente tutti gli andamenti di Lindamira. Non lasciaron però, ch’ella potesse avere alcun sospetto, ch’essi dubitassero del di lei procedere, perchè, s’era vera la relazione, ella non istasse tanto occulta, non credendo mai d’essere in qualche sospetto, onde più facilmente potessero venir in chiaro della cosa, senza dar mano a i rimproveri. Non può negarsi, che si deportassero con molta prudenza; ma Lindamira aveva essa pure le sue intelligenze. Gli stessi Domestici, che ne avevano avvertita la madre, ne fecero tra di loro qualche discorso; lo intese la di lei Cameriera, che lo riferì alla giovane sua padrona, che seppe con tant’arte nascondere i suoi sentimenti, ed affettare tale indifferenza verso di colui, che appassionatamente amava, che con tutta la lor vigilanza restarono ingannati i genitori, e credettero sicuramente essere stata senza verun fondamento la prima notizia, e in tanto gli amanti continuavano la loro corrispondenza con lettere, che segretamente portava una confidente. Passarono in questa guisa tre mesi intieri, nel qual tempo non ebbe la consolazione Vulpone di vedere una sola volta la sua adorabile Lindamira, la quale, volendo togliere ogni sospetto, gli aveva fatto intendere di schivare tutti i luoghi pubblici, dove potesse incontrarla, riservandosi a farlo, quando ella gliene darebbe l’avviso. Siccome ella vi andava di raro, se non con sua madre, o con qualche altra persona, datale probabilmente per osservare la sua condotta, e non poteva assicurarsi, che il contegno suo, o quel dell’amante tradisse l’arcano, aveva risoluto di niente arrischiare, e di non dare a i genitori nè pur ombra di scusa per metterla, siccome probabilmente avrebbero fatto, in qualche luogo, donde le fosse impossibile scrivere al suo amato Vulpone, ed ogni giorni ricevere da lui nuove proteste di amore, e di costanza. Finalmente se le presentò un’occasione con tanta brama aspettata. Sua madre si era riserbato i primi posti d’una Loggia alla Commedia, ma o fosse qualche leggera indisposizione, ovvero non avesse ella voglia di andarvi quel giorno, permise a Lindamira di andarvi con una Dama, per cui aveva molta considerazione, e ch’era stata di già invitata da essa per intervenire insieme a questo spettacolo. Non mancò Lindamira di avvisarne Vulpone, e di fargli sapere, che avrebbero potuta avere tutta la libertà, poichè la Dama, la quale doveva accompagnarla, non lo conosceva. Non fu inutile questo avviso; appena furon giunte alla Loggia, che vi entrò egli pure, e siccome quella sera v’era poca gente alla Commedia, nessun altro venne in quella medesima Loggia; e la Dama compagna di Lindamira, unicamente attenta alla rappresentazione, li lasciò in libertà di parlarsi senza timore, ch’ella sentisse nè pur parola del loro discorso. In quell’incontro egli ottenne da lei promessa di tutto avventurare per lui, e che la mattina seguente sarebbe sua moglie. Per adempir la promessa ella non mancò di uscir di casa quel giorno di buon mattino sotto pretesto di prender aria, e portarsi al luogo tra loro concertato, dove furono sposati; e ritornata a casa, passò il giorno intiero, senza che si avesse il menomo sospetto del fatto. Il giorno vegnente, o per accidente, o a disegno, qualcheduno riferì alla madre, com’ella si era trattenuta alla Loggia con Vulpone, con apparenza di qualche grave affare, così che niente avevan badato nè alla Commedia, nè a i spettatori. A questo avviso turbossi la Dama illustre, e non sapendo se avesse a crederlo come il primo, che non s’era rilevato, pensò di non avervi a prestar sede, fino a che se ne fosse meglio chiarita, immaginandosi di rilevarlo facilmente dalla Dama andata alla Commedia con la figlia. Ma quanto crebbe la sua inquietudine e i suoi timori, quando deponendo alla tavoletta i suoi abbigliamenti per isvestirsi, e mettersi a letto, si vide entrare il marito in camera con una agitazione oltre l’usato, e fatta uscire dalla stanza la Cameriera le domandò furiose dov’era Lindamira? Ella risposegli, ch’era momenti prima da essa partita, e ritiratasi al suo appartamento. Al che egli replicò sospirando, che molto dubitava, s’ella meritasse di avere ancora un appartamento in sua casa, e le narrò, come aveva saputo da persone, che l’avevan veduta cogli occhi propj, essere stata Lindamira la mattina del giorno antecedente in una carrozza da nolo con Vulpone, correndo verso la Città, per lo che non poteva dubitare o che fossero di già maritati, o ch’ella si fosse impegnata a segno di non poter ritirarsi senza pregiudizio del suo onore, e della sua riputazione. Avrebbe detto di più in quell’eccessivo trasporto di collera, e di dolore, se non lo avesse trattenuto l’amor della moglie, che vedeva afflitta oltre modo. Calmata un poco la loro inquietudine, chiamarono i Domestici l’un dopo l’altro, e s’informarono esattamente, se alcun d’essi avesse portato a Lindamira qualche lettera, o qualche imbasciata; ma tutti o niente sapevano, o negavano di saperlo, così che altro non si potè ricavare, se non che ella era uscita il giorno antecedente di buon mattino con un solo lachè, ch’ella aveva lasciato alla porta del Parco, e che questo non l’aveva più veduta, fin che non ritornò a casa in una carrozza a pigione. Passò tutta la notte in consulte, e dibattimenti per iscoprire la verità. Erano troppo inaspriti per poter conservare certa moderazione, e deliberarono, che il padre le scrivesse così.

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Dialogue

Lindamira. ˵Sento dire delle cose stravaganti di voi: se non siete rea di cosa, che possa offendere i vostri genitori, che vi amano teneramente, o sia indecente alla vostra nascita, non tardata a giustificarvi, e persuaderci di non aver avuta alcuna clandestina corrispondenza con Vulpone, o con altri: ma se mai siete colpevole, guardatevi di volerci ingannare, perchè una seconda colpa rende men degna di perdono la prima. Voi siete stata educata nell’amor della verità, dateci a divedere di non esservi allontanata da quelle virtù, che si ha avuto tanta cura d’istillarvi.˶ Le mandò questa lettera per la Cameriera, che tornò un momento dopo con questa risposta, sigillata come era sta la lettera. Riveritissimi Genitori. “Può essere, che qualche persona, che vuole ingerirsi in tutto, v’abbia informato di quello, ch’io non posso, nè voglio celarvi; il che facendo non pretendo altro merito che della mia sincerità, per ottenere perdono. Confesso per tanto di avere osato disporre di me senza della vostra permissione; siate certi, che non lo avrei mai fatto, quando avessi avuto la menoma speranza di ottenere un giorno il vostro assenso, o non avessi temuto di perdere per sempre la mia tranquillità, se abbandonava chi attualmente è mio marito. Compatite, vi supplico, la triste necessità, cui s’è veduta ridurre quella, che per voi sarà sempre l’ubbidientissima. Lindamira Vulpone.”
Letta questa risposta cessò ogni dubbio, e s’accorsero allora essere avvenuto ciò, che avevano con tanta attenzione cercato di stornare, e non esservi più rimedio. Quanto mai sarà stato il loro turbamento, e la loro agitazione? Bisogna esser padre, e trovarsi nelle medesime circostanze per concepirlo. Ma la collera fu ancora maggiore del dispiacere. Pareva loro un pò troppo ardita questa risposta, ed ancorchè le avessero comandato di dire la verità, stimavano, ch’ella avesse dovuto farlo in una più sommessa maniera; e considerandola come una persona, la quale s’era abusata della loro indulgenza, aveva offesa la loro autorità, disonorata la loro casa, e rinunziato in certa maniera ad ogni titolo di pretendere la loro grazia, le mandaron ordine sul fatto di ritirarsi immantinente dalla casa, e di non lasciarsi vedere mai più. Ricevuto ch’ebbe Lindamira quest’ordine, mandò replicati messi ad implorare la loro grazia, e la loro benedizione; ma essi furono sordi a tutte le istanze, ed ella si vide in necessità di partire, essi si ritirarono in campagna per sollevarsi dal suo dolore, e per non sentir parlare di cosa tanto disgustosa. Vulpone condusse l’amabile sua sposa in un luogo delizioso, ch’egli avevale preparato in caso, che si fosse discoperto il lor matrimonio più presto di quel che volevano. Molte conghietture si fanno per la Città intorno questo sposalizio; io penso, che abbia a riuscire felicemente, purchè Lindamira continui a ritrovare in Vulpone le medesime qualità, per cui ella lo ha prescielto, e che i suoi illustri genitori finalmente si degnino di approvarlo.

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Si fanno attualmente grandi preparativi per le nozze di Belfone e della giovane Tittup. Siccome tutti e due pensano nella stessa maniera, ed aman troppo sè stessi per prendersi certi fastidiosi pensieri l’un per l’altro, sino a che dureranno negli stessi sentimenti, possono sufficientemente passar d’accordo: ma se venisse un di loro a cambiarsi, il che per lui in altra circostanza sarebbe in un grande vantaggio, sarebbe allora una maledizione per ambedue: imperciocchè quando continuiamo nelle nostre follie, sopportiamo facilmente le debolezze di quelli, con cui siamo obbligati a vivere. L’augurio migliore che per tanto s’abbia a far loro, non potendosi aspettare una reciproca conversione, si è, che continuino ad essere così vani, così ciarloni, così storditi, come sono stati fin’ora. Così viveranno in casa tranquillamente, e comodamente, e non saranno ridicoli se non in pubblico.

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È ben compassionevole il caso di Altizira, la quale, ancorchè di spirito aggiustato, si vede costretta dalla tirannia di suo padre a sposare il più gran sciocco della nostra Città, pazzo per natura, e più ancora per una cattiva educazione. Egli pensa di dover aver più giudizio di sua moglie, per la sola ragione ch’egli è uomo, e che a lui convenga contraddirle in tutti i suoi fatti, e i suoi detti, perchè è suo marito. Ella è ragionevole quanto basta per istare a lui soggetta come a suo marito, ma si guarda di aprir la bocca in una compagnia, dov’egli si trovi, per paura che non faccia conoscere la sua pazzia; poichè in queste occasioni egli cerca di mostrare il suo spirito, criticando ciò ch’ella dice. Io non so cosa ella pensi in suo cuore, ma sono certa, che le di lei amiche non possono, nè devono perdonare a suo marito, se per la sua stupidezza, ed arroganza le priva del piacere della conversazione d’Altizira.
Mi sovviene di aver inteso, anni sono, da una Dama, che dalla nostra lunga pace nasceva quella quantità di sciocchi, e balordi, ond’eran pieni tutti i luoghi pubblici; ma che se insorgesse una guerra, tornerebbe tosto alla moda un vestire, e un fare più maschio, anche tra i giovani che restassero a casa, e che cangierebbero i suoi broccati forestieri in un bon drappo del proprio paese. Qualche accidente ha sospesa la nostra corrispondenza, sicchè non ho avuto il piacere di farle vedere il suo inganno. Siamo in guerra con tre diverse Potenze. Siam minacciati d’una invasione, di congiure, di molti altri pericoli. Si allestiscono flotte formidabili; si preparano armamenti terribili; si fan leve per terra e per mare; i nostri campi son coperti di tende; le nostre strade son piene di soldati, e da per tutto suonan le trombe, e i tamburi. In una parola, non si vedono che preparativi di guerra. Con tutto questo, i nostri bravi Cavalieri, per quanto vedo, compariscono proprj, e tranquilli come in passato, purchè loro non manchi alcun di que’comodi, che per l’interruzion del commerzio non ci posson venire; allora sì che si lagnano della miseria de’tempi. Chi non può tollerare se non gli abiti tagliati alla Franzese, grida da disperato in dover servirsi d’un goffo sarto Inglese. Un altro si sente avvelenato da i cattivi odori, e muore di voglia di aver della nuova essenza di arancio, o di bergamotto. Sa il Cielo quanto durerà questa eccessiva mollezza, ma non è così facile ch’ella sia estirpata: anche tra le persone di guerra vi sono alcuni che prima di entrare al servizio, infetti di questa malattia, provano difficoltà insuperabili in accomodarsi a quell’aspra vita, e a quella indifferenza di vestire, che conviene ad un soldato. Una persona, che ha avuto molto che fare col bel mondo, avendo ultimamente fallito, fu in necessità di vendere i suoi libri. Un mio amico di confidenza, ch’ebbe maneggio in questo fallimento, si prese cura di copiare, come una grande curiosità, una partita contro uno, che attualmente serve in armata, e me ne fece un regalo.

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Siccome io sono persuasa della verità di tutti quegli articoli, sentii un sommo diletto in leggerli, e spero che il pubblico ancora li leggerà con piacere.

Citation/Motto

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Satire

Il Cometta Lovely1è debitore a Rebecca Facemond da i 6. di Giugno 1743.
Una maschera da portare a cavallo per preservarsi dal caldo. I-- I-- 0 Una maschera da notte per impedir le lentiggini. I-- I-- 0 Sei libbre di manteca di gelsomino per i capelli. 6-- 6-- 0 Dodeci vasetti di schiuma di latte senza fuoco. I-- I0-- 0 Quattro bottiglie d’acqua di Belzoino. I-- 0-- 0 Trenta libbre di polvere odorosa. I-- 10-- 0 Tre scatole di polvere per i denti. 0-- 15-- 0 Una spugna da nettare i denti. 0-- 2-- 6 Una scopetta per i denti. 0-- 1-- 0-- Sei bottiglie d’acqua odorosa per nettarsi la bocca. 1-- 4-- 0 Un piccolo pettine d’argento per le sopraciglia. 0-- 5-- 0 Due oncie di polve d’ambra nera per l’uso medesimo. 0-- 18-- 0 Quattro vasetti di manteca squisita per i labbri. 1-- 0-- 0 Un oncia di carmino perfetto. 3-- 0-- 0 Sei bottiglie d’acqua di fior d’arancio. 1-- 10-- 0 Dodeci libbre di pasta di mandole. 6-- 6-- 0 Dodeci libbre di tabacco con odore di bergamotto. 8-- 0-- 0 Tre bottiglie di quinta essenza di bergamotto. 1-- 10-- 0 Sei para di guanti di pelle di cane. 1 -- 10--0 Somma totale 38 -- 9 – 6 Probabilmente per la sua campagna fece una tal provvisione quell’Eroe coraggioso: se mai ella cadesse in man de’nemici, è verisimile, ch’egli ne avrà più dolore di quello che se restasse intieramente disfatto l’esercito, purchè egli potesse salvarsi senza una sola cicatrice. Si può sperare, che facendo molte campagne si corregga di questa sua mollezza, e che l’esempio degli altri mostrerà a questi guerrieri, che or ora escon dal guscio, che se vogliono acquistarsi gloria, han da rinunziare a quella vita effeminata, in cui consumarono la sua gioventù.
Io non intendo, che perchè uno sia soldato abbia ad essere incolto, e che per dimostrare un intiero attaccamento allo Stato, abbia a trascurare tutte le convenienze. Anche in questo vi può essere affettazione, ed un Uffiziale, il quale possa avere una buona tenda per ripararsi dalle ingiurie dell’aria, e voglia dormir piuttosto su la nuda terra, ha tanta vanità, quanta quell’altro che avesse la sua tenda foderata di velluto, e di broccato. Tollerar con costanza e intrepidezza tutti i patimenti, e le fatiche della campagna, non temere il pericolo, quando il nostro dovere vi ci vuole esposti, è cosa sommamente lodevole, e degna di emulazione; ma incontrarlo quando non conviene, quando a nulla serve il valore, è una grande pazzia, e in questo caso il coraggio, siccome l’altre virtù, portato all’eccesso degenera in vizio. Ma più mi duole d’intendere, che un uomo abbia fatta un’azione coraggiosa sotto gli occhi di tutti, e se ne gonfi in maniera da credersi una piccola divinità, e pensi, perchè ha fatto il suo dovere per una parte, potersi dispensare da ogn’altra obbligazione.

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Un valoroso giovane Uffiziale, ch’io chiamerò Amaranto, poco prima dell’aprirsi l’ultima campagna, si mise a corteggiare Aminta. La sua passione fece tutto l’effetto bramato sul tenero cuore d’Aminta, la quale o troppo fidavasi dell’onestà di Amaranto, o non era scaltra a bastanza per dissimulare i suoi sentimenti. Egli era trasportato di giubilo di questa sua nuova conquista, le giurò la sua fede costante, e solennemente sì promisero di maritarsi subito che Amaranto fosse ritornato d’Alemagna, dove a momenti doveva passare il suo Reggimento. Pareva aumentarsi la lor passione ogni giorno, e forse non vi fu un’altra coppia, il cui amore fin dal suo principio, promettesse una più lunga felicità. Amaranto mostrava in ogni suo andamento di non avere altra volontà, se non quella della sua diletta Aminta, nè Aminta, esigeva dal suo caro Amaranto, se non ciò che sapeva essere di lui piacere. Giunse finalmente il momento fatale della loro separazione, accompagnato da tutte quelle pene, che non può concepire se non chi ama. La gloria, che in passato era stata l’idolo più caro di Amaranto, ora che lo distaccava da Aminta, non aveva più sovra di lui tutta la forza; ed Aminta vicina a perdere Amaranto, pareva di dover consecrare i suoi giorni alla tristezza, alle lagrime. Bisognava in tanto cedere a questa crudele necessità. L’ultimo tenere e melanconico addio tutto passò in pianti, e in proteste reciproche d’una costanza eterna. In vederli separarsi l’un l’altro era impossibile decidere qual di loro fosse più afflitto, ma se consideriamo le circostanze dell’uno e dell’altra, vi troveremo grandissima differenza. Amaranto era allora nell’ardore più vivo della sua passione, era sul punto di perder di vista l’oggetto della sua fiamma, e non sapeva quando potesse più rivederlo. Ma in questo caso egli non aveva altro nemico da superare se non la lontananza, laddove Aminta doveva provare altre pene ancor più terribili. I pericoli, cui vedeva esporsi una vita a lei mille volte più cara della propria, la riempivano d’un insopportabil terrore. Partito che fu il suo Amante, passò la maggior parte del tempo in voti per la di lui preservazione, nè le amiche, nè le compagne più confidenti poterono con tutte le istanze farla insieme con esse entrare in parte di que’divertimenti, ch’ella altre volte aveva cercati. Non andava alla conversazione, se non per sentir le novelle dell’armata, faceva su questo interrogazioni continue, era allegra o messa a misura che rilevava essere dessa più o meno lontana dal nemico; ogni corriere che arrivava, le faceva palpitare in petto il cuore amoroso, fino a che ricevuta una lettera d’Amaranto riconobbe senza fondamento i suoi timori passati. Più volte egli le scrisse avanti la battaglia di Dettingen, e nell’ultima lettera le indicava dover tra poco abbandonare Aschaffenbourg, per riunire tutte le forze a Hanou, donde poi le avrebbe scritto di nuovo. Questa notizia le recò maggior piacere d’ogni altra, poichè in caso d’una battaglia coi Franzesi il numero delle truppe combinate sgombrava qualunque suo timore riguardo alla persona, in cui erano tutti i suoi pensieri occupati. Ma che avvenne, quando in vece di questa lieta novella aspettata, che il nemico si fosse messo in fuga senza tirare un solo colpo, intese, che s’era attaccata una sanguinosa battaglia, che dall’una parte e dall’altra eran restati sul campo quantità di valorosi soldati, e che tra i morti v’era pure Amaranto! Sarebbe inutile voler descrivere le agitazioni del suo spirito a questa nuova; eccessivo fu il suo dolore, e la sua disperazione, e tanto violenti, che non potevano durare a lungo senza toglierle la vita, quando ella non avesse ricevute altre nuove differenti, e più liete. Le ferite, che avevano fatto credere morto Amaranto, erano pericolose, è vero, ma non mortali, e i di lui amici avevano più ragione di consolarsi con lui, di quello che compiangerlo, poiché s’era con esse acquistato un onore immortale. Egli si disportò in quell’azione con una indicibile intrepidezza, e lungi dal tremare in vedersi cadere a fianco i suoi compagni, pareva animato da nuovo coraggio a vendicare la loro morte, e quantunque avesse partito molto il Reggimento, in cui era, ed egli fosse in più luoghi ferito, non volle mai abbandonare il campo di battaglia, fin che un fatal colpo in testa lo stordì di affatto, e lo fece cadere creduto morto. Siccome il suo valore gli aveva fatto molti amici, anche di quelli che non avevano alcuna relazione con lui, fu immantinente alzato, ma senza dar per alcune ore verun segno di vita, così non è meraviglia, se nella confusione dell’esercito dopo la battaglia, s’era messo il nome di questo giovane Eroe nella lista de’ morti spedita. Intese Aminta la di lui guarigione, e gli elogj da ognuno dati al di lui merito con un piacere corrispondente al suo amore, ma fu per lei impossibile non provare qualche commozione, quando seppe, ch’egli aveva scritto ad altri, in tempo ch’ella non aveva ricevuta nè pure da lui un riga dopo la battaglia, ella che lusingavasi d’esser la prima, per cui dovesse metter mano alla penna. Ma ci costa molto il pensare sinistramente di quelli che amiamo; il suo affetto le suggeriva delle scuse, ch’egli forse non avrebbe saputo immaginarsi, e voleva imputare il silenzio del suo Amante a qualunque altra cagione, fuorchè al di lui cambiamento. La distanza era considerabile, i Corrieri forse eran partiti prima ch’egli avesse tempo di scrivere, la posta aveva potuto smarirsi, ovvero egli era stato distaccato in qualche luogo, donde non veniva alcun corriere, e le lettere da lui spedite capitavano in mano di certe persone, cui non voleva confidare il segreto della loro corrispondenza. Così ella andò calmando la sua disperazione fino al ritorno di Amaranto, e quantunque risoluta di rimproverargli la sua negligenza, si figurò, ch’egli avrebbe così bene saputo giustificarsi, ch’ella medesima sarebbe obbligata di chiedergli perdono d’aver di lui concepiti così ingiusti sospetti. Non cominciò dunque la sua vera disgrazia, se non dopo il di lui arrivo, quando passarono molti giorni senza vederlo, o avere alcuna nuova di lui. Questo era un passo, che tutto il suo amore, e tutta la sua tenerezza non poterono giustificare, e suo mal grado fu costretta a condannarlo come un ingrato, e disleale. La sua meraviglia per questo procedere, e una certa vanità in queste circostanze tanto naturale, la trattenne qualche tempo di fargli alcuna ricerca, finalmente gli scrisse, rimproverandogli questo suo cambiamento, ma con tale dolcezza, che dimostravasi ben disposta a perdonargli in quello stesso momento, in cui fosse venuto a scusarsi. Amaranto le rispose con tutta la civiltà, ma senza nessuna espressione di Amante. Scusavasi su la moltitudine degli affari, che gli avevano impedito di farle i suoi complimenti, ma che non avrebbe mancato ne’primi momenti di libertà. Terminava la lettera assicurandola, nessuno avere per essa più stima di lui, e volernela persuadere al primo incontro, e si sottoscrisse non già come in passato suo fedele Amante, ma suo umilissimo, obbligatissimo Servitore. Bisognava essere la donna più stupida, e più insensata per non accorgersi d’aver perduto affatto un cuore, di cui si credeva sicura, e di cui faceva tanta stima: sentiva il suo lacerarsi di rabbia, e dispetto, ma pure vi restava ancora qualche reliquia d’amore, così che non poteva nè rigettare questo disleale, nè rinunziare a qualche avanzo di speranza di un giorno ricuperarlo. Persuadevasi, che se una volta ancora egli l’avesse veduta, e fissato lo sguardo in quegli occhi, chiamati da lui più volte luce di sua vita, ed ora per sua cagione affogati nel pianto, non avrebbe potuto ritenersi di rientrare ne’primi teneri sentimenti. Ma avendo aspettata la di lui visita più lungo tempo di quel che bisogna per ridurre all’estremo la pazienza d’una persona che ama, gli scrisse una seconda lettera, scongiurandolo di non lasciarla più a lungo languire nell’incertezza, nè altro ricercando se non d’intendere dalla di lui propria bocca il suo destino, senza importunarlo mai più in tal proposito. Stimolato da un sì premuroso invito egli andò a visitarla. La violenza della di lei passione da me descritta, può dare idea della maniera , con la quale ella lo accolse, ma ella medesima non ha potuto esporre la freddezza, con cui egli rispose alle di lei espressioni più tenere. In somma egli le rappresentò, che una corrispondenza di affetto con una Dama a lui pareva incompatibile col carattere di un guerriero, e ch’era risoluto di attendere unicamente a i doveri della sua professione. Le disse, che se trovassesi in altra positura, o se potesse combinare con un altro genio la sua passione per la gloria, la preferirebbe ad ogni altra; ma che sperava di trovarla tanto ragionevole, che avesse a perdonargli questo cambiamento, il quale non nasceva da altro principio che dal suo zelo per servire il suo Re, e la sa sua Patria. In fatti egli non la ingannava su questo punto; imperciocchè gli avanzamenti ottenuti, gli applausi di tutta l’armata, gli elogj del suo Generale, i complimenti ricevuti da tutte le Dame di prima qualità al suo ritorno su la sua valorosa condotta a Dettingen, lo avevano renduto sì gonfio, che non si riconosceva più per quello di prima. Quel contegno sì dolce una volta, e sì modesto, si è cambiato in una aria sostenuta ed altiera, in un sprezzante moto di testa, in occhiate che non si degnano di fissarsi se non su la sua propria persona. In una parola compariva in tutti i suoi andamenti una tal mutazione, che se da i semplici gesti si può giudicare delle disposizioni o dello spirito, siccome se ne ha un sodo fondamento, devesi a lui attribuire una eccessiva arroganza. Direbbe si, ch’egli s’immagina di aver, per ciò che ha fatto, acquistato un diritto di esigere come un debito l’amore, e la riverenza di tutti, e di perdere molto mostrando qualche attenzione per altri, e molto più usando qualche riconoscenza. Non aveva dunque Sominta tanta ragione di essere mortificata, poiché non era stata un’altra bellezza, che avesse discacciata lei dal cuore di Amaranto (sic), ma solamente la di lui presunzione, che nessuna donna meritasse l’affetto d’ un uomo suo pari. Con tutto questo ella non fu capace di resistere a questo colpo, e vedendo impossibile riacquistare il cuor d’Amaranto, e non curando nuove conquiste facili a farsi da una giovane, ricca, e bella, si ritirò in una solitaria casa di campagna, dove tra i piaceri innocenti d’una vita campestre procura di scordarsi que’del gran mondo, e cerca sollievo dalla dolce melodia degli amabili abitatori de i giardini, e dei i boschi per cancellare la rimembranza di quella voce, che l’aveva sedotta. Alcuni approveranno forse questo procedere di Amaranto, che a me pare più da Selvaggio, che da vero Eroe. Non si può sostentare per cose incompativili amore, e gloria senza ragionare contro natura, e dare una mentita a molti famosi esempj de’nostri, e de’tempi passati. Una moglie savia e ragionevole, per quanto veemente sia la sua passione, non farà giammai così poco caso del vantaggio, e della riputazione di suo marito, che per pruova della sua tenerezza pretenda, ch’egli manchi al suo dovere.
Sembra avere un molto ragionevole fondamento la finzione de i Poeti intorno Marte, e Venere. S’insegna con essa dover le donne dare la preferenza alle persone di guerra, e perchè mai? non già certamente per la spada, e per le piume in testa. Quanti ne portano, che fan la sua vita affisi ad un banco, e non han coraggio di sfoderare la spada, o dar di mano ad una pistola? Per un guerriero, si suppone che abbia ad essere pieno di valore e di coraggio per difendere i suoi, e perchè nel mondo più comunemente si apprezza il carattere d‘un uomo valoroso, siccome il più dispregievole è quello di un vile e codardo. E si può dunque dare una moglie, la quale o sia per finzione, o perchè in fatti sia così persuasa, direttamente, o indirettamente, voglia obbligare il marito, che ama, a far cosa, che possa denigrare questo istesso carattere da lei medesima più degli altri stimato? Non lo stimolerà ella piuttosto a fare delle belle azioni, le quali possano giustificare la scelta da essa fatta? E quantunque in tempo della di lui lontananza ella peni; per quanti terrori l’affetto le risvegli, non si farà ella gloria di superarli, e dare a divedere di meritare la corrispondenza amorosa di suo valoroso marito - per la premura che ha della di lui fama?

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General account

Mi sovviene d’essermi trovata una sera alla Commedia, quando la moglie e due figliuoli d’un famoso Ammiraglio entrarono in un palchetto: alcuni, che li conoscevano, lo dissero a’suoi vicini, così che di mano in mano lo seppe tutta l’udienza: tutti in un momento cogli occhi, con la lingua, con la mano, fecero a gara per dimostrare il loro amore, e la lor gratitudine alla famiglia di questo Eroe. La voce del popolo è la miglior tromba che abbia la fama: non sono già gl’insipidi panegirici, o gli elogj di persone interessate, o finalmente certe ricompense distribuite sovente con parzialità, che distinguano il vero merito, ma gli elogj, e le benedizioni di tutto un popolo, e nascevano veramente dal cuore le acclamazioni che si facevano al ricordarsi di questo Ammiraglio. Se ne accorse la rispettabile Dama, e ne provò un interno compiacimento, che traspariva in tutti i suoi movimenti, nel volto, negli occhi. E pure ella certamente tollerava con dispiacere l’assenza del marito, bramava con impazienza il di lui ritorno, aveva sparso molte lagrime, e dato sfogo alle sue amorose inquietudini per gl’innumerabili imminenti pericoli, a’quali egli era esposto in quel tempo: ma ella preferiva la gloria del marito alla soddisfazione di averlo vicino, la preferiva alla di lui vita medesima, poichè tanto l’apprezzava egli stesso, ond’ella si compiaceva per sino ne i mali, ch’egli sofferiva in difesa della sua Patria.

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Molti esempj simili, o letti, o sentiti raccontare, potrei addurre in tal proposito in onor del mio Sesso; ma quell che vediamo cogli occhi proprj più ci colpisce, e fa impressione più profonda, e più durevole. Quindi è, che ho voluto parlare piuttosto di questa Dama con l’idea, che molti de’miei Lettori saranno stati spettatori, come lo sono stata io medesima, della di lei ammirabil condotta in questa occasione, e forse in molte altre, nelle quali io non ho avuta la buona sorte d’incontrarmi.
So che molte donne mancano di sufficiente forza di spirito per sostenere lo staccamento di un Amante amato, e da cui sono teneramente corrisposte senza manifestare delle angoscie capaci di muovere l’uomo più costante, tal che appena può distaccarsi, e quando sia costretto a farlo da una crudele obbligazione, pare che lasci addietro la metà di se stesso. Ma non pensano queste Dame, che bisogna bene accomodarsi alla fragilità del sesso, ma che un marito, che abbia troppa compiacenza per le loro debolezze con pregiudizio del proprio onore, non è più degno del loro amore.

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Example

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Heteroportrait

Vorrei in simil caso raccomandare l’esempio della moglie d’uno de’nostri Generali passati, la quale amava suo marito con una indicibile tenerezza, ed era da lui corrisposta con pari affetto. Ella non poteva per altro tollerare il colpo terribile d’una partenza, senza provare le più dolorose tentazioni;
e poichè s’accorgeva quanta impressione faceva il suo dolore nell’animo del marito, lo pregò, che da lì innanzi, quando fossero costretti a separarsi, egli partisse senza prendere da essa congedo. Egli, ch’era fornito di tanta forza di spirito, non poteva credere, che con la stessa costanza ella non avesse a sofferire una disgrazia senza rimedio, attesa la carica che sosteneva, ed era disposto a negarle ciò che gli ricercava: Non vi parebbe, le disse, ch’io fossi verso di voi crudele, e ingiusto, se facessi quel che mi ricercate? Posso io credere, che voi sareste meno afflitta, quando vi giugnesse la notizia della mia partenza, di quello che se voi medesima mi vedeste pronto a montare a cavallo? Non importa, ella rispose, non esaminiamo adesso qual fosse il mio spasimo; giacchè la mia folle timidezza non mi lascia diportarmi siccome conviene ad una persona, che ha l’onore di essere vostra moglie, sarà più vantaggioso alla vostra tranquillità, ed alla vostra riputazione, ch’io sfoghi il mio dolore senza esser veduta. Si lasciò persuadere da questo discorso, e ricevuto un ordine poco dopo di passare all’Armata, fece preparare tutte le cose necessarie alla sua partenza con tuttta la possibile segretezza, e opportunamente spedito innanzi alla porta della Città il suo bagaglio, partì di casa, come se dovesse lo stesso giorno tornarvi. Egli prese congedo con una tenera lettera, e s’ella parì molto nel leggerla, non ebbe altri testimonj che le sue Cameriere: ella non potè comandare a’suoi occhi, ma dispose della penna, e gli rispose in maniera di assicurarlo, che nessuna cosa più ardentemente bramava, quanto vedere accresciuta quella gloria, che in tante battaglie, e in mezzo a tanti pericoli s’era acquistato.
La separazione degli amici, e degli amanti, simile a quella dell’anima e del corpo, è sempre meno terribile, quando non è preveduta. Son più terribili i preparativi della cosa medesima, e siccome la nostra ragione non è sempre capace di superare la nostra timidezza naturale, è molto meglio ignorare il colpo, che sta per cadere, fino al momento che ci piomba adosso.

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Sarebbe per altro desiderabile, che una tal precauzione avesse a prendersi in maggior numero di famiglie: in qualità di Spettatrice io vi faccio tutte le possibili osservazioni, ma non trovo, con mio dispiacere, molti esempj di quell’affetto conjugale, che esige tanta superiorità sovra noi medesime, quanta cercò di acquistarne la Dama, di cui ho parlato.
Le separazioni delle persone maritate sembrano d’ordinario una puta formalità; alcune vi sono, che un momento dopo rassomigliano ad un prigioniero, cui si levino le catene; saltano e brillan di gioja, come se non potessero mai a bastanza risarcirsi del dispiacere della suggezione passata.

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Appena Melinda si trova libera dalla presenza di Romero, che si mette a correre per tutte le conversazioni, scherzando con quanti uomini incontra, si fa condurre da un estremo all’altro della Città, manda a cercare i Cavalieri per le botteghe da Caffè, in una parola è la più stordita che sia sotto il Cielo.

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Silace va spargendo, che la Città è piena di malati, persuade la moglie di ritirarsi in campagna a respirare un’aria più sana, e appena ha perduta di vista la carrozza che conduce la troppo credula moglie, che manda a cercare una mezza dozzina di amici del suo carattere, ed altrettante giovani da divertirsi. Diventa la sua casa un vero bordello, dove non si pensa che a mangiar, bere, danzare, e abbandonarsi ad ogni eccesso, fin che annojato di tante dissolutezze si va a riunir con la moglie, e ripiglia una vita più regolare, quasi volesse far penitenza della vita passata.

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Lelia adorava Macrobio fin tanto che lo aveva vicino; appena si portò egli dove chiamavalo il servigio del suo Padre, ch’ella cercò altri, con cui consolarsi della partenza di lui. E Macrobio l’aveva presa per moglie senza dote, e l’amava.

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Non avrebbe Dorimone fatta una figura degna d’invidia, se non avesse avuto la buona fortuna di piacere alla giovane, ricca, e bella Clotilde. Inutilmente cercarono le di lei amiche di dissuaderla da prenderlo per marito; ella lo ha voluto, ed è diventata la moglie più tenera, e più compiacente. E pure l’ingrato Dorimone, insensibile alle obbligazioni, che ha seco lei, tali da incatenare ogni uomo, non sa che cercar pretesti per abbandonare Clotilde, e passa la miglior parte dei giorni con altra donna da lui per accidente conosciuta in una casa di poca riputazione.
E chi può immaginarsi come sieno stati uniti questi due animi di tempra così diversa? Non è egli credibile, che qualche Demonio, inimico del genere umano, abbia avuto la permissione di disporne a suo talento? Di rado succede, che le persone formate in apparenza l’una per l’altra, ed atte a procacciarsi la loro reciproca felicità, servano tra di noi per esempio di quel destinato, di cui tanto si parla: il più delle volte vengono separatte (sic) da varj accidenti, e condannate a situazioni di molto differente natura.

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Chi può riflettere senza una straordinaria meraviglia alle stravaganti circostanze, che han separato Pantea dal suo caro Fedele, cui era stata promessa?

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Ma siccome è degna di rifletto l’istoria di questa Dama, e pochi ne sono veramente informati, io mancherei all’impegno presomi, se non ne comunicassi al pubblico le particolarità principali a me ben note, ond’io principio dalla origine delle sue disgrazie, incominciate nel momento medesimo della sua nascita.
Miletta sua madre era amata dallo scaltro ed opulento Lacrone, molti anni prima che la di lui moglie morisse, ed aveva saputo impegnarlo a sposarla, in caso che fosse mai restato vedovo, ovvero pagarle una somma considerabile specificata in una scrittura a questo effetto distesa. Parve che il destino favorisce i loro desiderj; Lacrone restò vedovo, e memore del suo impegno deliberò senza indugio di sposare una persona, non molto per altro amata, piuttosto che sborsare una somma tanto riguardevole. Allora Pantea era di undici o dodeci anni in circa: ella era stata allevata in segreto, nè sapeva chi fossero i suoi Genitori, essendo stata da Miletta consegnata a persona sua confidente, così che Pantea niente riceveva, se non per mano di questa donna, ch’ella considerava per madre. Miletta, che aveva conservato sempre un certo sentimento d’onore, e di riputazione, ebbe allora più ripugnanza che mai a riconoscerla, e con tutta la nuova grandezza della madre la povera figlia non migliorò condizione. Che stravagante capriccio delle donne! si vergognano del frutto del loro peccato, e non del peccato. Era già a tutti noto, ch’ella era mantenuta per suo piacere da Lacrone, e non era ella così debole di spirito da crederlo un segreto; ma pure ella non volle avere il titolo di madre, se prima non aveva quello di moglie, e nè pure dopo il matrimonio volle mettere in pubblico una così evidente prova delle debolezze passate. Ma non godè lungo tempo del titolo tanto desiderato; appena aveva cominciato a risplendere nella sua nuova fortuna, che assalita da un male, cui non sapevano i medici qual nome assegnare, ma che attaccava il corpo e insieme lo spirito, cadde in un delirio con sì violenti eccessi di frenesia, che fu necessario legarla in letto. Non aveva alcun sintoma di febbre, ma lentamente si andava consumando da un male interno, che in pocche settimane la ridusse a farsi un oggetto strano di compassione, e poco dopo morì col dispiacere di que’solamente, che dal suo segreto traevano non poco profitto. Morta Miletta, venne in testa a Lacrone di prendere Pantea in casa, l’informò della sua nascita, e non solamente la riconobbe pubblicamente per sua figliuola, ma la trattò con un’attenzione, e con un affetto veramente paterno. Ad un cangiamento di fortuna sì prodigioso, ed inaspettato quai trasporti non doveva risentire il cuor d’una gjovane! Ella aveva quantità di domestici, tutti pronti ad un suo menomo cenno, aveva abiti e gioje per far le più belle comparse, e si vedeva d’intorno ogni mattina i più eccellenti maestri d’ogni arte per istruirla di tutto ciò, che conveniva al suo Sesso, ed alla presente condizione: nè di tutte queste cose però ella si fece un argomento di superbia, e di alterigia, e la sua nuova grandezza, lungi da renderla vana ed arrogante, la rese più amabile. Ancorchè ella non sia una bellezza, l’invidia medesima non può negare che non abbia fattezze, e colori, che allettano, e se alcuni schivavano la di lei compagnia per il difetto della sua nascita, se per accidente con essa trovavansi, s’impegnavano insensibilmente nella di lei conversazione, e vi provavano un piacere, che si desideravan rinnovato sovente. Aveva quindici anni appena, che molti uomini si fissavano nelle di lei avvenenze nascenti, ma ne fu preso assai più degli altri un certo Cavaliere di merito, e di nascita, ch’io chiamerò Fedele. La passione, ch’egli ne concepì, giunse a segno di levargli tutti gli scrupoli, che altri s’erano formati sul carattere della madre di questa amabil figliuola, e su quello ancora del padre per varie cagioni comunemente poco apprezzato. Lacrone vedeva con piacere questo Amante appassionato, per motivo delle sue qualità, e Pantea godeva della di lei conversazione, e delle sue buone maniere. Ella lo amò lungo tempo, prima che la sua modestia le permettesse di palesarlo, ma finalmente superato ogni ritegno, lo consolò delle pene sofferte colla protesta d’una reciproca tenerezza. Allora s’impegnarono solennemente di non vivere se non l’uno per l’altro. Ah! non providero, ch’era per riuscir vano l’impegno. Fedele era padron di sè stesso, e Pantea aveva ordine positivo dal padre di fare il possibile per vie più accendere il di lui cuore. Bisognava però ricercarne colle solite forme il di lui assenso. Fedele lo fece nella più graziosa maniera, e Lacrone, ancorchè per nascondere il suo piacere volesse da principio differire la cerimonia, col pretesto della troppa gioventù di Pantea, si lasciò persuader facilmente a stabilirla pochi giorni dopo, nel qual tempo si potessero fare i convenevoli preparativi alla qualità dell’uno, ed alle ricchezze dell’altra. Ma quanto poco si può contare su queste cose nostre mortali! Allorchè questi giovani Amanti, accesi del pari, credevansi nella maggior sicurezza, ed eran sul punto di solennizzare la loro unione, venivano ad essere separati per sempre da un ostacolo il più crudele, e’l più tormentoso, che avesse mai potuto inventare la malignità del loro destino. Lacrone possedeva molte ricchezze, acquistate per altro con certe maniere, che nessuno prima di lui avrebbe usate impunemente. Avevano reclamato più volte quelli, che da lui erano stati ingiustamente oppressi, ma in tempi così corrotti seppe molto bene costui liberarsene, anzi era divenuto più temerario nel vizio. Giunse per fino ad accoppiare alla frode l’insulto, con che irritò a segno tale certe persone più potenti dell’altre, che avevan prima fatti ricorsi, che deliberarono, con pericolo ancora della propria rovina, di farlo castigare, siccome lo meritavano le di lui colpe. Ciò avvenne poco prima del giorno fissato per le nozze di Fedele e di Pantea. Erano questi Amanti totalmente all’oscuro di questa disgrazia, e vivevano con quel piacere, che poteva nascere dal loro affetto reciproco, unito alla loro innocenza; e Lacrone intanto metteva in opera tutte le finezze del suo spirito per ischivare il turbine imminente. Non gli restava altra speranza, che Imperio, personaggio di un’autorità, cui non si poteva resistere, e che lo aveva assistito in molte altre occasioni di minore importanza. Ma come promettersi della di lui protezione in questo incontro? Su questo punto studiava, nè sapeva trovarvi il modo. Finalmente il suo Demonio tentatore, che non lo aveva ancora lasciato senza un qualche suttersugio, glie ne suggerì uno, il più orribile, e scellerato, che gli fosse mai venuto in mente. Gli sovvenne d’aver sentito Imperio lodar le bellezze di Pantea, e prese l’empia risoluzione di sacrificarla all’infamia, quando con la di lei prostituzione avesse potuto mettersi in sicuro dalle giustissime persecuzioni de’suoi nemici. Con tale idea si presentò a questo gran personaggio, e lo pregò della sua protezione, artifiziosamente mettendogli in vista, che Pantea avrebbe per un onore distinto di essere schiava di quello, che avesse liberato suo padre. Imperio, naturalmente giusto e sincero, non aveva di Lacrone quella sinistra opinione, che veramente costui meritava, e senza dubbio lo avrebbe in questo caso assistito con tutto il suo potere, senza esigere questa condizione: ma siccome egli era molto portato alla galanteria, non seppe resistere alla tentazione di possedere una giovane, da lui più volte bramata. Prese dunque in parola Lacrone, egli promise d’impiegare tutta la sua potenza per accomodarlo co i suoi formidabili avversarj. Tornò a casa Lacrone contentissimo, sicuro, che i suoi nemici avrebbero avuto tutti i riguardi di non disgustare Imperio; ma quando spiegossi con Pantea, e le disse, che in luogo di diventare la moglie di Fedele, si preparasse ad essere la donna d’Imperio, trovò quelle diffi- coltà che non si aspettava da una persona così giovane, e tanto da lui dipendente.

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Dialogue

Ella ebbe corraggio per sino di dirgli, che voleva piuttosto morire di quello che mancare all’onore, e alla virtù, al che egli rispose con un’aria di sprezzo: se vostra madre fosse stata così delicata, voi non sareste venuta al mondo per contraddirmi. Questo crudel rimprovero su la sua nascita, venuto da un padre, e unito alla figura, che faceva in questa occassione, le trafisse il cuore, si diede in un dirottissimo pianto, non potè proferire parola, e fu per cader tramortita. Pentissi allora costui delle parole dette, e cercò di vincere con le buone il dolce di lei temperamento: Consolatevi, mia cara figlia, le disse, vostra madre m’è stata appunto più cara, poiché l’ho sempre trovata disposta a corrispondere al mio amore: io non ho certamente voluto mortificarvi con quel che vi ho detto: sapete quanta tenerezza ho per voi, ve ne ho date tante pruove, e spero, che voi sarete grata quanto dovete, per ubbidirmi in una cosa, dove non solo le mie sostanze, ma la mia vita è in pericolo. Le disse poscia come egli aveva molti nemici, e nessun amico capace di assisterlo se non Imperio.
Adoperò tutte le persuasive, e le minaccie insieme, che uniti ebbero forza di far soccombere la virtù di Pantea, la quale diè l’assenso ad una cosa, che realmente nell’animo suo abborriva, per non cagionare con un rifiuto la rovina di suo padre, e per non tornar essa nella passata miseria. Lacrone, ottenuto l’intento, la condusse egli medesimo alla casa d’Imperio, dove attualmente soggiorna, ma ella sola può sapere, se la sua fortuna siasi resa più mite per lei. Non si può esprimere la rabbia e ‘l dolor di Fedele, quando vide svanire in tal guisa le sue speranze d’una durevole felicità. Siccome il suo amore per Pantea glie la rappresentava per la più perfetta del suo Sesso, quando si vide da essa ingannato, concepì un antipatia mortale contro tutte le donne. Da quel momento schivò ogni incontro di donne, e ogni conservazione, quando non si accordava con lui a biasimare l’amore, e le nozze: e quando era solo, andava esclamando, o Pantea! amabile incantatrice! Perchè mai ti ha dato il Cielo un volto sì bello, ed un cuore così vizioso, e perfido? I suoi amici l’han persuaso abandonar la città colla speranza di ricuperarlo dal suo dolore; ma la mutazion del soggiorno non ha fatto altro, che di selvatico, com’era, renderlo melanconico e cuopo, con una giusta apprensione, che più non si liberi da questa profonda malinconia.
Non niego essere ben degno di compassione il caso di questo giovane Gentiluomo, ma parmi troppa severità il condannare la povera Pantea: la sua gioventù, l’autorità d’un padre, la mancanza di amici, possono in qualche maniera scusarla, se non ha avuto quel corraggio, e quella risoluzione, che avrebbe potuto preservare la sua virtù. Tutto il giusto rimprovero del suo fallo deve cader su Lacrone: Lacrone reo d’innumerabili colpe, ma che non ne aveva commessa ancora di più abominevole, quanto quella di separare due cuori; che parevano uniti dal destino, di sedurre la propria figliuola, e abbandonarla alla infamia, ed alla perdizione.
Fine del Libro Secondo.

1Lovely in Inglese vuol dire amabile, Facemond vuol dire Acconciatore di faccie.