La Gazzetta Veneta: N. 25

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N.° 25.

Mercoledì addi 30. Aprile 1760. Che contiene Quello, ch’è da vendere, da comperare, da darsi a fitto, le cose ricercate, le perdute, le trovate, in Venezia, o fuori di Venezia, il prezzo delle merci, il valore de’cambj, ed altre notizie, parte dilettevoli, e parte utili al Pubblico.

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Non (sic.) è cosa, che più desideri l’uomo della sua libertà, e all’incontro non è cosa, ch’egli cerchi continuamente di perdere più di questa. In ogni condizione di vita si veggono persone che si legano, e subito cercano di slegarsi, poi si rilegano, poi si pentono di nuovo. Ad un giovane par essere un dappoco se non ha moglie, e s’annoda nel vincolo soave, che gli fa perdere la pazienza di là ad una settimana. Un altro che può liberamente vivere, gli par di morire se non s’innamora; e a poco a poco entra nel gineprajo; e trovando mille avviluppamenti, vorrebbe essere un’altra volta come prima. Ma quelli che peggio fanno di tutti, sono coloro, i quali potendo con qualche lavoro, o ingegno vivere, finchè a Dio piace, fanno tanto, che si trovano legati in una prigione. So dire, che come sono entrati par loro strano, che tutti gli altri possano vedere il Sole intero, ed essi solamente per le inferrate a scacchi, e non è cosa, che non tentino per uscire di là, dove sono entrati. Ma a pochi riesce, come avvenne ad uno in una Città poco di qua lontana, a’passati giorni.

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Un certo sfaccendato quando s’avea a far del bene, e vigilantissimo nelle male opere quanto potea, fu posto in prigione, e quivi piangea amaramente la sua vita passata. Volle la sua buona ventura, che il custode delle carceri avea moglie, e che a lei spesso dava le chiavi della prigione, non so se perch’ella fosse inclinata a consolare caritativamente, e con le buone parole quegl’infelici, o perch’egli alle volte dividesse le sue fatiche, e i pensieri con la sua compagna. Ma comunque si fosse, la buona femmina ebbe più volte opportunità di parlare al novello Prigione, e di confortarlo con le riflessioni; ed egli all’incontro mostrandosi grato alla sua affettuosa bontà, incominciò a ragionarle d’amore, e non la trovò senza orecchi. Ma perchè i ragionamenti non erano la sostanza, che volea l’incarcerato, il quale cercava la sua libertà, incominciò fra l’altre cose a proporre alla buona femmina, che se a lei dava l’animo di farlo uscire da quelle mura, egli le avrebbe fatto fare una vita da Reina, e colorendo mille castelli in aria le promettea, che volendo ella andarsene seco altrove, dove avea molti beni, e facoltà, l’avrebbe fatta contenta. Oltre di che ell’avrebbe fatto un atto molto meritorio a sciogliere un infelice; ma ch’egli però più volentieri si stava nella sua carcere vicino a lei, che fuori di là da lei lontano; e che s’ella non pensasse di andarsene seco, egli intendea di muffare, e marcire. La buona femmina tocca dall’amore, che gli facea parere pietà, e coscienza quello, ch’era tutt’altro, consentì alla sua liberazione, e colto il tempo, che il marito era fuori, fatto un certo fardello delle cose sue, per poter fare un viaggio fino alla Cuccagna promessagli dal Prigione, andò con le chiavi all’uscio, l’aperse, e datogli il fardello si mise in via con esso. Il valentuomo uscito a pena della Città si volse a lei con atto di gentilezza, e trattosi di capo il cappello, la ringraziò della beneficenza, ch’essa usata gli avea, e disse, che se ne sarebbe ricordato per tutto il corso della sua vita. E mentre, ch’ella, credendo ciò un atto di gratitudine, s’apparecchiava con magnanimità a rispondergli, lo vide tutto ad un tratto spiccarsi da lei, e correre quanto potea, sicchè in due minuti non vide più lui, nè il fardello; e rimase a piangere la sua pazza credulità, ed il suo amore.
Questa Città sempre più esemplare per l’opere devote, ha con le sue continue, e larghe limosine dato il modo di compiere fino a quella metà della Chiesa di S. Geremia, ov’è riposto l’altar maggiore. Molto fu il risparmio, e l’attenzione del Sig. Piovano d’essa Chiesa per poterla in cinque anni guidare a tal segno. Sette soli uomini Milanesi lavorarono in essa, peritissimi, e con tale assiduità, che non badavano mai alle ricerche di chicchesia, che avesse voluto frastornargli dall’intrapreso lavoro. Domenica di mattina adì 27. del mese corrente, andò Monsignor Illustriss. Reverendiss. Patriarca di Venezia a benedirla, e cantò la Messa. La Musica fu solenne, grandissima affluenza d’uomini, e di donne, salve di mascoli, e altri segni d’allegrezza. Tre altri Prelati vi celebrarono anch’essi la Messa; e lo stesso fecero molti altri Religiosi. Dopo il pranzo Monsignor Patriarca insieme con gli altri tre Prelati trasferì le cose Sagre della metà della Chiesa vecchia rimasa fino al presente in piedi, alla nuova, andando prima in Processione dall’una parte, e dall’altra del Canal Regio; sendo infiniti gli spettatori in terra, nelle barchette, e affacciati alle finestre tutte parate, e fornite con diversi ornamenti. Si comincerà ora ad ufficiare nella nuova Chiesa, benchè non terminata, e gittandosi giù la vecchia, si spera di poterla guidare fra poco tempo al suo fine. Adì 28. del corrente mese fu eletto a Piovano di Santa Ternita il Signor D. Giambattista Gregori, il quale avea concorrente il Signor Dottore Agher. Furono ballottati la prima volta; e fecero patta; ed entrato un nuovo votante, fece crescere d’un volto le pallottole pel Sig. Don Giambattista Gregori, il quale rimase. Le pallottole per l’una parte furono settantatrè, e per l’altra settantaquattro. Molte volte è accaduto, che un infermo per isbaglio non intendendo la ricetta, prese una medicina per bocca, che dovea entrare per luogo più segreto; o si fece schizzare di sotto quello che dovea entrare nello stomaco.

Metatextualidad

Nuovo è però, che una persona facesse quello, ch’io narrerò al presente.

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Un venditore di frutte, che sta a San Barnaba, dopo una lunga e gagliarda malattia ricoverò la sanità in parte; ma in parte rimaso malaticcio, senza forza, di mal umore, e svogliato lungo tempo, come si fa, dopo una lunga infermità, chiedeva a tutti i suoi conoscenti e amici, qualche rimedio per rinvigorire. Chi gli dicea questa cosa, e chi quella, ed egli ogni cosa sperimentava; tanto che il corpo suo era fatto bottega di Speziale, e conciavasi per modo, che di giorno in giorno peggiorava. Trovandosi dunque un giorno di profonda malinconia ripieno, e udendo per caso alcuni i quali diceano che l’oro fa allegrezza, e intendeano per poterlo spendere, egli che non avea altro in capo che ricette, intese ad inghiottirlo, e presa una certa quantità di zecchini e fattone pallottole le inghiottì tutte, aspettandone in pace l’effetto. Gli zecchini fattogli nodo, e peso negl’interiori l’hanno sì ajutato, ch’egli è a letto con gravissimo male, e con dubbio di lasciarvi la vita. Quasi si potrebbe trarne una sentenza morale, che l’oro dà la vita a chi lo sa usare, e ammazza chi fa il contrario.

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Il Cappellajo di San Gregorio alle ore 5. della notte precedente il Martedì volgeva le chiavi nell’uscio di sua casa per entrarvi. Gli viene spiccato dalle spalle il mantello, si volta, vede un Uomo solo, onde parendogli di poter esser del pari, dato di mano ad un coltello l’insegue. Il ladro va quà e là voltando strade, sempre correndo inseguito; quando sboccano altri quattro forniti di bastone i quali postisi a difesa del ladro, tolsero il coltello all’infelice Cappellajo, e datogli molte percosse, lo lasciarono maltrattato.
Quel Titella facchino, che ferì a Sant’Antonino nella scorsa Settimana il Bertoli, fu tratto di prigione legato fortemente per essere condotto all’esame. Sei Uomini lo custodivano, e guidavano. Essendo nell’andito delle prigioni, si scosse con tanta furia, che gittò a terra i sei Uomini, e toltosi loro di mano, chiuse un’uscio con un calcio, e posta la schiena alla muraglia dirimpetto, e appuntatosi co’piedi all’uscio, vi si fermò con tanto vigore, che a pena gli Uomini che lo guidavano poterono più aprire. Per non maltrattare un pazzo in tale ostinazione fu indugiato l’esame ad un’altro giorno. Si spera che la persona da lui ferita non perderà la vita; ma si teme però che rimarrà imperfetta d’un braccio.

Paolo Colombani al Signor Pietro Marcuzzi.

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La Congrega de’Pellegrini fa certe conversazioni, e in esse si leggono varie cose. Chi scrive uno squarcio di morale, chi fa un osservazione sopra i costumi; e uno fra gli altri di loro va componendo, e legge una sua Storia allegorica intitolata il Mondo Morale. Interrogato da’suoi compagni a qual fine egli la scriva rispose così:
Due disgrazie provano nel Mondo i Fanciulli, quando cominciano ad intendere, l’una, che le Balie, le Serve, e talora anche l’Avole empiono loro gli orecchi, e la fantasia di favole e novelle cotanto strane, ch’io non so come non impazziscano. Orchi, streghe, melarance che partoriscono Donzelle, Donzelle che diventano colombe, e fanno addormentar Cuochi, galletti che viaggiano, vaccucce che filano, ranocchi che vanno in cocchio con la cuffia, e simili altre deformità sono il primo cibo anzi veleno di que’cervellini nascenti. Quando poi cominciano ad andare alla Scuola, chi tira loro gli orecchi a cagione d’una Grammatica latina, che non ha mai fine; chi di là a poco dà loro delle guanciate, perchè non iscrivono con eloquenza, mentre che non hanno in capo due pensieri: ognuno stride loro negli orecchi, studiate se volete essere grand’Uomini, è (sic.) intanto i Maestri insegnano per lo più in un modo da far sì che le Scienze facciano spavento più della peste. Egli m’è dunque venuto in animo, non di fare il Maestro, no; ma d’aprire una via nuova, e poi lasciarne l’impaccio ad ingegni più capaci del mio, per soccorrere s’io posso alla prima età con un genere di Favola, che sotto il velame di certe fantasie allegoriche vesta alcune verità principali, e ricopra molti semi di virtù, i quali germoglino col tempo conoscenza e costume. Cerco d’allettare que’tenerelli animi con la novità dell’invenzione, e con questo mezzo d’introdurre in que’novellini intelletti qualche notizia, che verrà da loro conosciuta col tempo.

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Il Mondo Morale dunque è stato a me consegnato, ed io fra pochi giorni lo darò in luce, con quell’ordine, che dirò poi, intanto datene la notizia al Pubblico; e se potrò dalla stessa congrega de’Pellegrini aver cosa, che giovi alla vostra Gazzetta, vi sarà da me consegnata.

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Carta/Carta al director

Lettera di Madama Reteau du Frene alla Signora N. N. sua corrispondente in Venezia.

di Parigi addi 10. d’Aprile.

Mi sono accorta, che l’Opere scritte dalle Donne in diversi argomenti, non sono state conservate con quella diligenza che si dovea fino a’nostri giorni; ed è cosa spettante alla pena d’una Donna il far vivere di nuovo la fama di quelle. Tale impresa sarebbe superiore alle mie forze, se non ricevessi gagliardi ajuti da tutte le Donne Letterate, sparse nelle diverse parti dell’Europa. Fo una Raccolta generale di tutte quell’Opere, che sono uscite in luce col nome d’alcuna Donna; e servirà di Biblioteca Istorica. Trattasi d’ajutare il mio zelo in una causa comune al nostro sesso, onde si compiaccia V. S. di giovarmi con le sue cognizioni. Infinite, e indicibili sono state le ricerche da me fatte sopra le varie edizioni di tali Opere, molti Volumi ho acquistati; ma molti non mi sono perventuti alle mani, perchè parte sono divenuti rari col tempo, e le nostre pubbliche Biblioteche di quà non l’hanno tutte raccolte. Io n’ho fatto un Catalogo, ma in esso in fatti manca la descrizione di molte Opere Letterarie di Signore forestiere. Per aver dunque una notizia generale dell’Opere interessanti, mi sono presa la libertà di scrivere a tutte le Signore che hanno fama nella Repubblica delle Lettere in qualunque Paese, sperando, ch’esse mi mandassero notizie, sopra l’Opere in Poesia, Storia, Traduzione, Eloquenza sagra o profana, uscite in luce con nome di Donna ec. Per servire alla nobile impresa di questa Donna, la quale con sì lodevole fervore desidera di far conoscere al Mondo che possono anche le Donne nell’opere dell’ingegno essere famose, e acquistarsi onore, s’è stampato questo squarcio di lettera. Potrebbero alcuni aver qualche notizia, e farne grazia di darla alla Bottega del Signor Colombani, il quale la consegnerà a chi glien’ha parlato. Sopra tutto domanda la Signora du Frene cognizione intorno alle Donne di Lettere in questo Paese. Alcune ci sono; ma sì modeste, che a pena si sa; e leggono, e scrivono guardandosi dagli occhi altrui, e dall’altrui saputa con grandissima cautela. Il desiderio della Dama Francese merita di venire appagato.
Cose rare da vendere. Gli Eredi di Monsieur Asciotti Argentiere di Venezia conservano, e custodiscono da molto tempo la vera simigliante Effigie del fù Nostro Signore Papa Benedetto XIII. mirabilmente scolpita sopra un Osso del frutto nominato Ceresa, e questa Opera fù fatta dal fù famosissimo Scultore Andrea Brustollom di Cividal di Belun dello Stato Veneto fino dallʼanno 1719. in tempo che Nostro Signore Papa Benedetto sosteneva la dignità di Arcivescovo di Benevento. E lʼArgentiere per non lasciar in abbandono lʼEffigie del fù Santo Padre lʼha risposta movibile in picciol Busto dʼOro, con Smalto, e contorno di Rubini, con la sua Croce di piccioli Brillantini, con coperta di Cristallo a vida, e busta di Damaschino, perchè resti ben custodita. Si avvisa nel tempo stesso, come li detti Eredi si trovanʼin disposizione dʼalienare la rara effigie, ogni qualvolta sia loro offerto un prezzo, che vaglia a equiparare il merito sì della ricopiata Effigie, come degli accessorj, che servono alla medesima di decoroso ornamento. Chi applicasse allʼacquisto sʼabocchi con lʼIllustriss. Signor Gio: Premarin, che è solito praticare alla Bottega da Caffè in Corte del Forno a San Giuliano. Cose desiderate. Si ricerca il Terzo Tomo della Istoria Genevrina di Gregorio Letti, chi lo avesse lo porti alla Bottega da Caffè al Lion Coronato sotto le Procuratie Vecchie, e dimandi del Sig. Domenico Bianchi, che esso lo comprerà. Cose perdute. È stata perduta per strada una Vera di ballette cinque diamanti, legata alla moderna, nella mattina del giorno 27. Aprile corrente, dalla Contrada si S. Martino, fino a quella di S. Antonino; chi lʼavesse ritrovata la porti dal Reverendiss. Sig. Piovano di S. Martino, che gli saranno dati li contrassegni, ed una conveniente ricognizione. Chi avesse ritrovato una Carta con entro un paro Rechini piccioli, e un Recordin Diamantini, li porti dal Reverendiss. Sig. Piovano di S. Moisè, che li saranno dati li contrassegni, e Duc. 10. di cortesia. E (sic.) stato perduto un Manin dʼOro; chi lo avesse ritrovato lo porti alla Sacrestia di SS. Apostoli, che gli sarà dato Zecchini tre di cortesia. Case da Fittare. Palazzetto dʼaffittar in Villa di Marcon, in confin di Moggian, con entrada, mezzadi, cusina, portico, quattro camere in soler e Graner. Vi sono ancora alcuni mobili, casa dʼaffituali o Gastaldo, barchessa con stalla dʼAnimali bovini, detta da Cavalli, rimessa da carrozze e caneva, campi 17. e mezzo, ed Orto con frutterri. Paga allʼanno Duc. 120. Chi applicasse parli con il Speciale al Ospedaletto. Tre Magazzeni dʼaffittar di ragione del Monastero di San Giovanni della Giudeca, situati vicino al Monastero stesso, uno paga Duc. 23. lʼaltro paga Duc. 22. simile piccolo paga Duc. 10. Chi li volesse potrà farsi intendere quel Monastero. Legni arrivati. Adì 18. Aprile. Pieligo, Patron Fortunato Ballarin, venuto da Palaciol, con 9. Sachi Orzo. 108. Sachi Farina zala. Detto. Pieligo, Patron Nazario di Pangher, venuto da Capo dʼIstria, con 5. cai Oglio. 1. collo Verderame. Detto. Pieligo, Patron Gabriel Vianello, venuto da Palma, con 6. Sachi Orzo. 214. Sachi Farina bianca. 108. Sacchi detta zala. 19. Detto. Pieligo, Patron Nadalin Rosada, venuto da Palma, con 600. Stera Formenton. Detto. Polaca nominata Madonna di Megaspileo, Capitan Piero Zala, manca da Salonichio 91. giorno, da Cerigo li 28. Gennaro, e da Corfù 1. Mese, raccomandata a sè medemo, con 15. Balle Salonichi. 1507. Balle Tabacco comun, e Caradà. 52. Balle detto Genixè. 80. Balle Gotton. Detto. Pieligo, Patron Zanin di Grassi, venuto da Capo dʼIstria, con 6. cai Oglio. 1. cassetta, e 1. Fagatto Cera brusata. Detto. Marciliana, Patron Antonio Gelich, venuto da Lissa, con 6. cai Aseo. Detto. Pieligo, Patron Zorzi Prodanzan, venuto da Piran, con 6. cai Oglio. Detto. Pieligo, Patron Silvestro Rosada, venuto da Porto Gruer, con 600. Stera Formenton a reffuso. Detto. Pieligo, Patron Lodovico Padoan venuto da Primier, con 70. Mazzi Canevo. Detto. Pieligo, Patron Gabriel Poggi, venuto da Primier, con 70. Mazzi Canevo. Detto. Pieligo, Patron Silvestro Rosada, venuto da Ravena, con 5. cai Rame vecchio. 163. Stera, e Rubi Formento. 94. Rubi, e mezzo Formenton. Detto. Pieligo, Patron Zuanne Marcochia, venuto da Spalatro, Traù, e Zara, con 4. cai Oglio. 45. cai Sardelle Salate. 1. Balla Bechine, e Boldrono a refuso. 2. cassette Candelle di Seo di Tramesso. 400. Tochi Carne Porcina Salata. Detto. Gondola, Patron Vito Bonano, venuto da Ancona, con 72. Sachi Gripola. 2. casse Fiori. 2. cane di Giesso. Detto. Trabacolo, Patron Andrea Quintavalle, venuto da Muggia, con 145. Moza Sal. Detto. Pieligo, Patron Piero Sambo, venuto da Rimani, con 9. Ceste, Formagielle a reffuso. 55. Miera Gripola in Sachi 3. a refuso. Detto. Pieligo, Patron Benetto Maraspin, venuto da Sebenico, con 4. cai Oglio. Detto. Pieligo, Patron Antonio da Zara, venuto da Rovigno, con 1. cao Vin. 5. cai Oglio. Detto. Pieligo, Patron Piero Vianello, venuto da Palaciol, con 61. Sacco Farina zala. Detto. Poeta, Patron Anzolo Bortolan, venuto da Porto Gruer, con 200. Stera Formenton. Detto. Pieligo, Patron Zuanne Vianello, venuto dalla Tisana, con 390. Stera Formento a refuso. 120. Stera Farina zala in Sacchi 60. Detto. Pieligo Patron Giacomo Vianello, venuto da Palaciol, con 2. Rodoli Tella. 300. Stera Formenton. 11. Sachi Orzo. 350. Stera Farina zala in Sachi. Detto. Pieligo, Patron Battista Bratti, venuto da Capo dʼIstria, con 7. cai Oglio. Detto. Bracera, Patron Giusto Scolin, venuto da Trieste, con 1. car. Orzo Todesco. 2. Sachi Gripola. 4. Bar. Ottoni. 4. Bar. Bande Stagnate. 7. Pezzi Piombo. 4. Stanghe Ferro. 36. Bar. chiodi. 15. Bar. Sortiti. 3. Balle Grizo. 1. Bar. Fil di Otton. 1. Cassetta, e car. Cera. 1. cassetta Spade. 4. Balle Telle. 1. car. Tamisi. 1. cassa Crena. Legni partiti. Venerdì è partita la Nave di Capitan Francesco Giansich per Costantinopoli. Cambj per le Piazze Estere, corsi addi 26. Aprile 1760. Lione Ducati- 59 Banco per Scudi d’Oro Sole N. 100. da Lire 3. l’uno. Bolzano Soldi- 133 per un Scudo da Carantani 93. Roma Scudi Oro Stampe 62 3/4 per Ducati 100. Banco. Napoli Ducati Regno 120 per Ducati 100. Banco. Firenze Scudi- 80 Oro da Lir. 7 ½ per Ducati 100. Banco. Livorno Pezze da 8/r 104 5/8 per Ducati 100. Banco. Milano Soldi- 155 1/3 per un Scudo di Soldi 117. Imperiali. Genova Soldi- 94 5/2 per un Scudo da Lir. 4: 12 Fuori Banco. Anversa grossi- 94 per un Ducato Banco. Amsterdam grossi- 91 ¼ per un Ducato Banco. Amburgo grossi- 91 ¼ per un Ducato Banco. Londra Sterlini- 51 1/3 per un Ducato Banco. Augusta Taleri- 98 1/3 per 100. Ducati Banco. Vienna Fiorini- 188 ¼ per Ducati 100. Banco.

Vendesi la presente Gazzetta a 5. soldi, e si ricevono le Notizie.

A San Marco. Nella Bottega da Caffè di Florian. In Merceria. Nella Bottega di Paolo Colombani Librajo. Giù del Ponte di S. Polo appresso la Calle dei Savoneri. Nella Bottega di Gasparo Ronconella Librajo. In Venezia. Per Pietro Marcuzzi Stampatore. Con Privilegio.