Citation: Antonio Piazza (Ed.): "Num. 7", in: Gazzetta urbana veneta, Vol.1\007 (1788), pp. 49-56, edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Dickhaut, Kirsten / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.1815 [last accessed: ].


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Num. 7.

Mercordì 23. Gennajo 1788.

Level 2► L’uomo veramente grande, è tale in tutto: nè v’hà che il falso merito, che in una parte sollevisi, e poi s’abbassi in un’ altra. Un Autore, che sà far passar le sue lagrime agli occhi de’suoi leggitori, dominare a sua voglia i loro affetti, svegliarne i rimorsi, consolar le afflizioni, render care e invidiabili le virtù anche perseguitate, o neglette, deve certamente accoppiare ad un ingegno felice, un retto cuore, un’anima pura, compassionevole, dolce. Tale fu quella del Metastasio espressa sì chiaramente nell’ Opere sue, e nelle private azioni dell’onorata sua vita. Nel Sonetto

Sogni, e favole io fingo  . . . . . . 

Egli dipinse al vivo l’amabile sensibilità da cui nello scrivere era penetrato, la modestia che lo difese sempre dalla seduzion delle lodi, lo spirito di vera Religione da cui era animato il suo zelo. Se non di rado meritò la taccia di troppa indulgenza ne’suoi giudizj sull’Opere altrui, e d’aver onorato de’suoi elogj delle Composizioni, che non li meritavano, era questo un difetto nato dalla sua gratitudine, dalla bontà del suo animo. Molestato da continui ricorsi per avere la sua opinione sopra un’infinità di componimenti poetici, era poco a poco disceso al sistema di retribuire lodi per lodi onde non disgustar nessuno, e disimbarazzarsi al più presto da tante disgustose ricerche. Bastò a molti e molti l’avere qualche sua Lettera, o de’versi risponsivi, per darli in luce come testimonianze onorevoli del loro merito, quando considerar li dovevano come semplici uffizj d’urbanità, non destinati alla luce. Potremmo provare co’fatti la veracità di queste asserzioni: Metatextuality► ma è meglio il non farlo per avvicinarsi quanto più presto è possibile alla conclusione di questo periodico Articolo, di cui ci resta ancora non piccola parte da estendere. Prima però di terminarlo in quanto personalmente riguarda l’immortale nostro Cesareo Poeta, ci sia permesso il riferire un aneddoto, che renderà più grata la sua memoria, quand’ ancora considerarlo si voglia nelle sole qualità morali, ch’erano proprie delle sua grand’ anima. ◀Metatextuality Level 3► Exemplum► Allorché fu in questa Città, e scris-[50]se per il Nobilissimo Teatro di San Gio: Grisostomo, ebbe l’ onore d’averlo per Ospite certa Famiglia Locatelli abitante in Corte del Sabion, in una Casa contigua al Teatro medesimo. Decaduta questa onesta Famiglia molti anni dappoi in povertà di stato, per una serie di fatalità, pensò di scrivergli una Lettera chiedendogli qualche soccorso. Toccò a noi la fortuna di prestare la nostra penna alla supplichevole dimanda, che produsse un pronto buonissimo effetto. Con una risposta piena d’umanità, e gentilezza, il Metastasio regalò di venti zecchini gli sventurati suoi Albergatori, generosità Principesca, se si voglia riflettere alle spese, ch’esigevano la sua lindura, e magnificenza, con cui onorava la Corte Imperiale della quale era al servizio. ◀Exemplum ◀Level 3 Da simil tratto della pieghevole sua compassione argomentare si può, che se sapeva metter gli Eroi nel più vantaggioso punto di vista sapeva altresì usare dell’eroiche azioni.

Metatextuality► Riprendendo ora il filo dell’interrotto discorso ci sia permesso interrogare i Maestri di Cappella, i Musici da mille zecchini, gli amatori del moderno musicale Teatro, ◀Metatextuality se i Drammi del Metastasio siano, o nò, modelli di perfezione nella tessitura, nello stile, nell’armonia de’versi, nella situazione dell’arie, e di tutti i pezzi cantabili. La pienezza de’voti è per l’affermativa. I più gran compositori di Musica hanno trovato in essi quanto di più ci può essere per infiammar l’estro, per guidare la fantasia, per maneggiare gli affetti, i più bravi Cantori si resero la delizia del Pubblico per la maestà de’suoi caratteri, per l’armonica disposizione delle accentate sue sillabe. Da quando in quà la vera bellezza poetica assoggettar si deve alla incostanza delle mode? Non è che non si voglia più il Metastasio, è piuttosto che non ce lo vogliono dare. Ne ha tutta la colpa, chi introdusse sulle scene il gusto de’replicati duetti, de’terzetti, de’rondeaux, che mai deciso non hanno del valore d’un Musico. La gran ragione su cui fondasi l’abbandonamento de’Drammi del Metastasio, è l’amore di novità, e l’impossibilità di trovar nuova musica sulle sue parole dopo che tanti Maestri vi han lavorato sopra. Impossibilità? E non vediamo tuttora ricomparir talvolta sulle Scene qualche sua aria, ch’ebbe lo stesso destino, e colpire il genio degl’intelligenti ascoltatori, perché scritta da mano maestra? Come con ventitre Lettere dell’Alfabeto si sono composti tanti milioni di parole, e tanti milioni se ne comporranno ancora, che per la frase, per la giacitura, per la sintassi variano continuamente, e sempre hanno qualch’ aria di novità, così le poche note della musica maneggiate che siano da un uomo dotto, e di spirito originale e inventore, ponno servire a coprir di nuovo senza ripetizioni, quella divina Poesia, che sembra fatta per eternare in Teatro, con un diritto esclusivo, i dolci suoi suoni. Contro l’esperienza non v’ha argomenti che vagliano. Il Pubblico è quale si vuole, ch’ei sia. Tosto che gli si fa perdere il gusto del bello non ama più che le follie, le stravaganze, i capriccj, come l’uso de’ cibi composti e alterati fanno perder il sapore delle semplici naturali vivande. Lo vedremo meglio allorché giungeremo al punto del Teatro Comico. Si rappresenti un’Opera del Metastasio senz’eccezione, nè cangiamento veruno, messa in musica da un gran Maestro, recitata da Perso-[51]naggi di vero merito, decorata colla dovuta magnificenza: se non piace abbiamo perduta la causa. La sorgente di questo male non istà nel volubile genio degli uditori, nella pretesa povertà della Musica, ma bensì nella povertà dell’ingegno (in generale) di chi la tratta, e di chi la canta. Certi moderni Maestri vogliono delle parole non per metterle in musica, ma per adattarle a ciò ch’hanno scritto ed apparecchiato, o piuttosto accozzato insieme ne’ loro plagj. Vogliono un’aria quì, una cavatina là, in questo sito un rondeau, in quell’ altro un terzetto; ci ha da entrar sempre la burrasca, il tremuoto, il fulmine, il diavolo; ed i poveri Poeti venali son condannati a servire a’loro disegni coll’ abuso più detestabile della lor arte, che destinata ad essere il fondamento dello Spettacolo diviene così una parte accessoria, come sono le decorazioni, e le scene. Un Musico in fortuna non è più subordinato al Poeta, e al Maestro, ma un genio dominatore da cui tutto dipende. La scelta de’ Drammi, ora è un parto di scrittura per esso. Ognuno gli accomoda purché l’arie sue cadano nelle situazioni da lui segnate, e v’entri il suo rondeau su cui si fà forte; istimando inutile tutto il resto. Si vuol sentir a cantare, dicono questi Signori Musici, e ad altro non badasi. Potrebbesi loro rispondere, che volontieri s’ascoltano quelli ancora che fan recitare, pregio che tanto onorò il Guadagni, e che presentemente distingue l’inimitabile Pacchierotti. Male parole sarebbero gettare al vento: son pagati quanto vogliono, ottengono le condizioni che bramano, un trillo, un passaggio, una cadenza, rapiscono, incantano; se nell’azione sono statue che non si movono, o gesteggiatori sguajati, non serve nulla. Così l’Opera non è più Opera, ma una Musicale Accademia, che non esige silenzio e attenzione, che a’pochi pezzi cantabili che piacciono; il buon senso non trova l’interesse, che si promette, l’ordine è sconvolto, la proprietà poetica conculcata, ogni illusione distrutta, ed alle scene non restano l’ombra nemmeno di quella maestosa regolarità, che fu opera del Metastasio, e del suo robusto Precessore. Così il d’Alembert ha ragione di dire che il nostro Spectacle charge de danses, de musique, de decorations, et une sottise magnifique, mais toujours sottise.

Ma quand’ancora si volesse concedere, che i Drammi del Metastasio non fanno più per il nostro Teatro; che l’abuso in esso introdottosi è divenuto necessario; si dimanda perchè in vece di lasciarlo regnare soltanto nella chiarezza delle sue stampe, si voglia che in Teatro tratto tratto ei risorga lacero e guasto dalle rozze ardite penne di tanti barbari rimatori, che lo sfigurano orrendamente. Come mai non tremò la prima mano profana, che osò di violare questo sacrario delle Muse strappando le gemme per introdurvi le immondizie del Parnaso? Il suo delitto aprì la strada a mill’altri. Ora non v’è Pedante avvezzo a trattare lo staffile scolastico, ch’abbia riguardo alcuno di cacciar de’versaccj da chitarra in mezzo a quelli d’un Metastasio, di far de’ tagli da guastatore ne’recitativi, d’alterar e sconvogliere l’ordine, e l’azione, di far che la bella Donna d’Orazio non in pesce ma termini in mostro schifoso. È ben vero, che gli occhi veggenti distinguono dalle pennellate di Tiziano quelle d’uno Spegazzino, ma tutte le viste non son compagne; e poi come può soffrirsi l’in-[52]convenienza d’una Pittura, che a parte offre delle bellezze insuperabili, e nella sua totalità in contraddizione si veggono co’più grossolani difetti? Sfogatevi Poetastri sciagurati co’vostri Drammi moderni, lordate le scene, avvilitevi per mercede alla servile dipendenza dagl’Impresarj, da’Maestri, da’ Musici, dalle Donne; fate quanto di peggio sapete fare, ma rispettate la sacra memoria del più gran Poeta, che il Mondo abbia avuto nel genere melodrammatico, e contentatevi di far denari co’vostri aborti, senz’avere la crudeltà di farvi i carnefici de’parti del divino suo ingegno.

Nella scorsa settimana fu eletto nell’Eccellentissimo pieno Collegio alla Residenza della Corte di Londra il Circospetto Signor Orazio Lavezzari attuale Residente a quella di Torino per questa Serenissima Repubblica.

Lunedì dall’Eccelso Consiglio di X. ridotto al completo suo numero di 17 cioè il Serenissimo Doge colli sei Consiglieri, e li Dieci del Corpo, si fece l’elezione di 3 Secretarj di Cancelleria, e furono gl’Illustrissimi Signori

Marc’Antonio Bellato

Antonio Angelo Cavagnis

Alessandro Fontana

Gli altri concorrenti erano gl’Illustrissimi Signori

Gio Andrea Maria Rubbi

Giovanni Stae

Conte Giuseppe Viola

Santo Perazzo

Giambattista Socchi

Ferdinando Crivelli

Giuseppe Crucis

Michel Zorzi Pappadopoli

Gio. Giacomo Trevisan

Pietro Alvise Cattaneo

Ant. Franc. Morelli di . Giorlamo

Tommaso Tasca

Sabbato di sera vi furono fuochi di gioja in Contrada di San Paternian, suono di tamburri e di trombe, per la successione al posto di Primo Prete del M. R. Signor D. Bartolommeo Zuliani, vacato per la morte del qu: D. Antonio Dinarello. Il suo innalzamento fece salire al Diaconato, ch’egli occupava, il Signor D. Angiolo Mauro, e al Suddiaconato fu eletto con ballottazione il Signor D. Antonio Osti alunno di quella Chiesa.

Esposizione per Carta.

A San Vito

Giovedì, e Venerdì 24 e 25 corrente.

Guardian

Illustrissimo Signor Antonio Tommasini Degna.

Per la Translazione di San Marco Evangelista, si anticiperà la Funzione nella Ducale Basilica Venerdì 25 corrente.

Trattenimenti Accademici.

Metatextuality► Per avere una giusta, ed esatta descrizione dello Spettacolo dato dalli Signori Accademici Rinnovati ci siamo rivolti ad un conoscitore imparziale delle Teatrali Rappresentazioni, il quale intervenne ad esso, e ci favorì colla seguente Lettera. ◀Metatextuality

Level 3► Letter/Letter to the editor► L’intreccio di questa (Keleffa) Tragedia, parve a noi interamente frutto della fervida immaginazione del suo giovine Autore, che ha saputo maestrevolmente condurre un argomento affatto nuovo, e maneggiare con pari felicità dei caratteri nuovi non meno, che interessanti. Se gli potrebbe sol-[53]tanto obbiettare di avere lasciato in qualche luogo troppo libero il freno alla viva sua fantasia, come in una Scena amorosa dell’Atto secondo tra Keleffa, e Vadimo, che non è per altro senza esempio in qualche celebre Tragico. Felici quegli Autori cui non si possono rimproverare che siffatti difetti, che formano l’elogio della loro sensibilità, e ci scuoprono nel suo vero punto di vista la natura sempre uguale sì negli Eroi, che nei privati, benché in differenti forme si sviluppi, ed appalesi.

La parlata di Keleffa nel quarto Atto, in cui cerca ella di persuadere, e commover Truvor, onde revochi la fatal sentenza già pronunziata contro il proprio figlio, che gli fa vedere già inchinato sul ceppo di morte irrigare il suolo col sangue è una pennellata ingegnosa, che a colpo d’occhio presenta all’ attonito spettatore un patetitico quadro, che commove, e spreme delle lagrime, cui si cercherebbe invano di nascondere.

L’incontro poi d’Igor, e d’Olga nell’Atto suddetto quando questa è ancor smaniosa di aver novelle del destino di Vadimo, ed Igor è incamminato colla sentenza di morte già firmata dal Re fatto con tale naturalezza, che senza parlare, e con una sola esclamazione di Olga è messo al fatto l’uditorio, ch’ella infino allora avea ricercate invano novelle di Vadimo, onde obbedire al cenno di Keleffa, e che precipitosamente andava in quel punto a narrar tutto alla medesima nelle sue stanze, ha un aria di novità, che nol lascia ravvisare in alcuna altra Tragedia conosciuta.

Ci colpì parimente nel principio dell’Atto quarto un tratto che noi giudichiamo assolutamente di un genio originale, e fu allora che incerta Keleffa del destino del suo amante, smania sola nella Regia sala, e inebbriata dall’immagine funesta di vedere il proprio Sposo svisceratamente da lei amato sotto infame scure, dall’ombra del proprio Padre che insanguinata le appare con le ferite ancor vermiglie impressegli dal di lei Sposo, da cui segue a smungere con le scarnate mani il vivo sangue, spruzzandolene la faccia, e le vesti, cade finalmente per terra, e soccorsa da Olga ripete la parola fedele pronunziata da questa dicendo, a un dipresso, con aria sorpresa di chi non ben è ritornato all’ uso de sensi: E non lo sono stata allo Sposo io pure?

La continua progressione di questa Tragedia, le tre austere unità Aristoteliche perfettamente osservate, la catastrofe sospesa fino alla metà del quint’Atto, ed allora solo spinta all’ ultimo grado, interessarono gli animi di tutti quei ch’ ebbero la compiacenza di ascoltarla per modo, che tuttora non se ne parla che con sentimenti di ammirazione.

Furono da qualcheduno non approvate troppo le imprecazioni di Vadimo dopo la morte di Keleffa; pare a noi anzi, che si rendano esse necessarie nella situazione veramente Tragica, in cui si trova, nè crediamo possano urtar punto anche un animo delicato in confronto de’ due ultimi versi, che chiudono la Tragedia, e che profferiti da Oskold con somma nitidezza ci restarono impressi, e quì trascriviamo, supponendoli almeno li stessi, nell’ atto che preghiamo la moderazione del nobile Autore a perdonarcene il furto. Eccoli

Level 4► Citation/Motto► Oh tremenda del Ciel vindice destra! Gli eterni arcani tuoi rispetti il Mondo. ◀Citation/Motto ◀Level 4

Questo è quanto abbiamo potuto ril- [54] vare di volo al solo sentirla in questa Tragedia, che noi giudichiamo bellissima, e il di cui giovine Autore può andar superbo di aver prodotto per prima opera un pezzo, che non sarà mai considerato da chichessia per tale. Noi, benché non abbiamo l’onor di conoscerlo, facciamo eco alle lodi sincere dell’illuminato Pubblico, che l’ascoltò per vantaggio ed onore della nostra Italia animandolo a proseguire una carriera che si può dir cominciata ove appena tanti altri la sogliono terminare. Resta ora a parlar dello stile, che sembrò a noi piano, e bastantemente energico. Ci ferirono, e sorpresero grandemente molti tratti di dialogismo vibrato, che non isdegnerebbe di aver scritti lo stesso moderno Sofocle Italiano Conte Vittorio Alfieri, siccome se ben ci ricorda, il contrasto nell’Atto terzo di Vadimo, e di Truvor, mentre vorrebbe questi sposar Keleffa in onta delle rimostranze del figlio, e dà ordine ai Soldati di condurla all’ ara, e segli oppone il figlio medesimo scoprendosi per ultimo di lei Sposo; e verso il fine del quarto Atto quando ad Igor che viene a recare la falsa nuova della morte di Vadimo ricercano anelanti Keleffa, Truvor, Oskold che mai ne sia avvenuto. Noi si siamo augurati in questo caso una più felice memoria per ritenerli, e farli quì ammirare ai nostri Leggitori nella loro originale bellezza, senza esser costretti a scemarne la forza col riportarne soltanto il sugo in iscorcio.

Se mai avverrá, come desideriamo, che sormontando i riguardi d’una troppo austera modestia condiscenda il Nob. Autore alle sollecitazioni de’ suoi Amici, a Coacademici facendo al pubblico parte di questa Tragedia, si renderà a tutti palpabile la verità di questo elogio.

Non dobbiamo tacer per ultimo degli eccellenti Attori, che la rappresentarono: chi più, chi meno, tutti però si distinsero. Il nostro tragico Autore ci sorprese nella parte sua di Vadimo. Nobile nell’azione, robusto nelle espressioni dignitose, oltremodo sensibile negli affetti unisce a questi pregi una figura veramente teatrale, una fisonomia insinuante, e che da se stessa si raccomanda, una voce robusta, e ben modulata: tutti insomma que’ naturali doni, che si ricercano a rendere perfetto un abile declamatore.

Che diremo poi della Nob. Attrice, che con tanto valore sostenne la parte di Keleffa? Converrebbe tacere temendo di non poterne dire abbastanza. Questo genio singolare del Secol nostro, corredato delle più amabili qualità sociali, che seppe colla music’ arte stendere il proprio nome per tutta Europa, ed oltre l’Europa ancora, può far vedere all’ emula Francia che v’ è pur nell’ Italia chi è capace di sostenere la dignità del coturno. Noi per essa abbiamo più volte inarcate le ciglia; pur l’Amenaide, la Gertrude ci presagirono, per dir così, le sue gran doti, ma nella Keleffa brillarono queste nel maggior loro lume, e giunsero all’ultimo grado di sublimità. Se nella Musica si rese superiore a qualunque elogio più raffinato, nell’arte del declamare è pervenuta a sì altro segno, cui tenteremmo invano d’aggiungere colle nostre lodi. Igor, Oskold furon da noi ammirati, e i colpi veramente da professore di questo, il è morto di quello alla fine del quart’Atto ci convinsero che anche nelle piccole parti distinguer si ponno gli eccellenti declamatori.

A rendere lo Spettacolo in ogni sua parte magnifico concorse l’ammirabil [55] pennello del Cav. Fontanesi, che quì ancor si distinse nella ben ideata Scena, e nel nuovo Sipario. Il vestiario altresì fu tutto vago, e di carattere, ma sovra gli altri si segnalò l’abito del nostro Autore. Non è però meraviglia, se attentissima si vide la numerosa, e scelta Udienza, e se la splendidezza, la precisione, il decoro con cui venne eseguita questa tragica azione fece dire comunemente non essersi da molto tempo veduto altrettanto.

Nella brillante Farsa, che seguitò la Tragedia fu prima accolto al comparire in iscena il nostro Autore con gli applausi, e gli evviva del Nobile Uditorio, al quale non bastando il solo battere palma a palma univa l’acclamazione della viva voce, che faceva conoscere esser essi spontanei figli di un intima persuasione. ◀Letter/Letter to the editor ◀Level 3

Metatextuality► Nel foglio venturo daremo il promesso dettaglio dell’Istituzione dell’Accademia &c. ◀Metatextuality

Teatri.

Li nostri Teatri erano tutti pieni nella sera della scorsa Domenica. A San Samuele non si reciterà più l’accennata Opera del Robuschi. Piace tanto quella del Guglielmi, ch’è in iscena, ch’ogni cangiamento stimasi pericoloso. Si darà bensì un nuovo Ballo. Quella del Bianchi a S. Benedetto comparirà questa Sera. Sino dal passato Sabbato alla Fiaba del Teatro di S. Luca s’aggiunse il trattamento de’giuochi d’equilibrio fatti sul filo di servo da una bravissima Giovine, ch’otto o nov’anni sono travagliò nello stesso modo nel Teatro di S. Gio; Grisostomo. L’entrata costa per questo accrescimento quindici Soldi. Il Dramma del Suppiei si sostiene mirabilmente, e replicasi con molto concorso. Si crede ancora da molta gente, ch’egli non abbia fatto mai che cappelli, e che la sola natura l’abbia fatto divenire Poeta Tragico. È un inganno. Suo Padre lo fece studiare, ebbe per Maestro il Sig. Dot. Brustolon, era incamminato al Foro, ed esercita al presente la sua professione per sollevar il Genitore dal peso de’suoi affari. Anche Plauto era un molinaro, ma se non avesse studiato divenir non poteva il Primo Comico Poeta, ch’abbia avuto la Lingua Latina. Il Fanciulletto Pacò, Ballerino Grottesco a S. Gio Grisostomo avrà una Recita a suo benefizio.

La nuova Fiaba Andromeda e Perseo con Arlecchino possessore della testa di Medusa, che Sabbato fu posta in iscena ebbe la fortuna di colpire il genio del Popolo sempre inclinato al sorprendente più snaturato e mostruoso. Versi, e prosa, Eroi, e Numi, diavoli e Zanni, è un Pasticcione in cui v’entra di tutto. Se è composizione dell’Arlecchino Pelandi, come si dice, è da stimarlo non tanto per l’invenzione quanto per alcuni versi, che in mezzo a de’cattivi, non suonano male. E veramente il dubitarne sarebbe un torto per lui, perché ricevé la prima sera gli applausi come Autore, e ringranziando l’Udienza disse, che il suo compatimento l’animava a farne qualch’ altra. Lunedì la Prima Donna rappresentante Andromeda era nell’ Atto quinto in bianca veste inghirlandata da Dircea, che incamminavasi al lido per essere ingojata dall’Orca Marina. Si mostrò così penetrata dalla sua situazione, che salutata da un palchetto proscenio corrispose con un sorriso e con un cenno di mano: poi in una scena susseguente questa Vittima vicina al supplizio, cogliendo i momenti ne’quali era fuori di dialogo s’acco-[56]stò al palchetto medesimo ed inchinandosi parlò quanto più a lungo poté con chi v’era dentro. La compatisco, disse uno Spettatore, se non può interessarsi in questa sorta di Rappresentazioni, che non fanno nè piangere, nè ridere, e soltanto destano l’ammirazione del volgo. è vero, un suo vicino risposegli, ma un Commediante in iscena non ha mai da scordarsi che serve il Pubblico, nè farsi leciti i complimenti privati.

Qualunque sia questa Fiaba empie ogni sera il Teatro, e non si può dir che: Bravo Pelandi!

Lunedì la magnifica Accademia degli Orfei diede un Festino, che corrispose alla splendida sontuosità di tutti gli sprivati Spettacoli co’ quali essa sempre accrebbe il numero de’nobili trattenimenti di questa Metropoli. La sera medesima S. E. il Signor Conte Alessandro Pepoli aprì la sua abitazione ad un numero favorito di scelti Spettatori i quali hanno goduto la rappresentazione di due farse, una sua l’altra del Signor Marco Albergati, nelle quali ambidue questi Nob. Autori hanno recitato unitamente alla non mai bastevolmente lodata N. d’Teresa Venier. Martedì si recitò La Sposa Persiana.

Posdomani dalli Signori Accademici Rinnovati rappresentato verrà l’Amleto.

Commedie.

Domenica, Lunedì, Martedi e questa sera

Per tutto replica fuorché a S. Lucca Le Massere.

Estrazione del Pubblico Lotto di Venezia 19. Gennajo 1787 M.V.

Introito.

Di Venezia L. 221662:11.

Di Terra Ferma L. 115427:

L. 337089:11. sono D. 54369. gr. 1.

Numeri Estratti 52: 12: 30: 28: 77:

Vincite.

Ambi con l’Augumento D. 1056.

Terni simili D. 5400.

Estratti D. 500.

D. 15956.

Qualità, e quantità de’ Terni.

N. 2. da Duc. 200.

N. 3. da Duc. 150.

N. 10. da Duc. 100.

N. 14. da Duc. 50.

N. 16. da Duc. 25.

N. 45.

La ventura Estrazione sarà li 16. Febbrajo.

24 Gennajo

Alba a ore 12 m. 22. Leva il Sole a 14 m. 7. Mezzogiorno a 18 m. 48. Mezzanotte a 6 m. 48. Leva la Luna a ore 1 m. 46. Tram. a ore 14 m. 29.

25 Detto.

Alba a ore 12 m. 20. Leva il Sole a 14 m. 5. Mezzogiorno a 18 m. 47. Mezzanotte a 6 m. 47. Leva la Luna a 3 m. 3 Tram. a ore 14 m. 57.

In vece d’Alembert, si legga S. Evremond al Testo Francese. ◀Level 2 ◀Level 1