Zitiervorschlag: Antonio Piazza (Hrsg.): "Num. 9", in: Gazzetta urbana veneta, Vol.1\009 (1787), S. 1-7, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Dickhaut, Kirsten / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.1807 [aufgerufen am: ].


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Num. 9

Sabbato 30. Giugno 1787.

Ebene 2► La smania di volare co’palloni aerostatici, o di farli viaggiare per la posta degli uccelli, non è ancora cessata. Gl’italiani, emoli in questo del gallico ed anglicano coraggio, fecero delle ardite esperienze, nelle quali distinsesi il Cavaliere Milanese D. Paolo Andreani, che nel suo volo si tolse alla vista degli spettatori curiosi. In questa Città fu di felice riuscita quella, che abbiamo veduto per opera dell’Eccellentissimo Signor Cavaliere e Proc. Pesaro, che a proprie spese ci diede il grato spettacolo di far volare uno di questi palloni, con tutta la più fina intelligenza dell’arte, come lo provò il buon effetto. Molte Città e Terre dello Stato Veneto hanno voluto gareggiare colla Dominante, e fecero le loro prove, il cui destino non fu sempre felice. In un Paese piccolo, ma pieno al solito di pregiudizj grandi, si cominciò a pensar da qualch’ anno a non voler essere da meno degli altri, e ad aprire un testatico per raccogliere la somma necessaria alle spese dell’operazione. Bisogna che la tassa fosse molto tenue, o i concorrenti in piccolissimo numero, perché arrivò la settimana passata senza che la somma neccessaria fosse raccolta, e fu d’uopo per farla che un Piovano, un Medico, ed un Pizzicagnolo allargassero un poco la mano. Non si fecero tanti congressi in Utrecht prima di stabilire quella Pace memorabile, quanti ne hanno fatti in cotesto Paesetto li principali dell’aerostatica Società, per istabilir i modi, il tempo, le persone da eseguire la grand’ impresa. Per farla strepitosa si voleva, che col pallone andasse in aria anco un uomo, e si esibì al volo un contadino furbissimo chiamato Nardone che vantava un coraggio da andar a cavallo d’una bomba per l’ampia strada de’venti. Costui per un mese intero fu mantenuto a spese della compagnia: ed oltre a ciò s’indebitò col pizzicagnolo, e con un oste, che contavano d’esser pagati colle mancie promesse a Nardone nel giorno dell’aereo suo ingresso. Ma quando tutto era all’ordine l’astuto villano non si lasciò ritrovare, e a quelli che corsero alle campagna ov’ ei lavorava, per avvisarlo che tutti aspettavan lui solo, rispose: Dite a que’ Signori, che m’ hanno dato ben da mangiare, che s’essi son pazzi tale io non sono. Tornati i messaggeri al Corpo inspettore dello spet-[2]tacolo, manifestarono quanto Nardone avea detto, e sparsero uno scompiglio universale. Si fece ricorso al Podestà eccitandolo a punir colla corda, colla galera, o almen con una prigionia, un bisolco si temerario, che aveva ingannato il Pubblico. Il Podestà ascoltò pazientemente la instanza, e poi disse: Se siete stati sì stolidi da credere che Nardone avesse perduto il cervello, vostro danno; io non punisco delitti di questa sorta. I ricorrenti tornarono scornati al sito dove il pallone aspettavali, e lì su due piedi si risolse di sostituire un cane all’accorto villano. Toccò la disgrazia ad un povero barbone che non aveva padrone, e stava rosicando un osso vicino alla Presidenza aerostatica. Preso e legato fu posto in una spezie di cesta rotonda, che attaccata a una fune dal pallone pendeva. All’opportuno momento si sciolsero i ritegni, che lo trattenevano, e si sollevo obbliquamente con molta rapidità trà gli applausi sonori del Popolo, a cui rispondeva latrando lo sventurato barbone. Il Globo fece un viaggio brevissimo. O fosse troppo forte il gaz, o in troppa quantità, o mal collocato, certo si è che s’accese il pallone, e cadde ondeggiando mezz’ arso su un fiumicello, dove il misero cane affogossi, nuovo Icaro della sua razza degno di cangiar il nome a quell’acque. Un Cappellano, che aveva apparecchiato un Capitolo di settecento versi in lode di quello spettacolo, lo lacerò rabbiosamente quando ne vide un esito così tristo.

Chi ci da questa Relazione è dello stesso Paese, ma non ha alcuno de’suoi pregiudizj. Uomo colto dilettasi delle Composizioni poetiche veramente belle, e ci accompagna il fatto con quella che segue dicendo: Narrate questo avvenimento curioso, e poi giacché viene in acconcio, regalate il Pubblico della bellissima Canzone che vi trasmetto, e vi farete onore davvero.

Noi non abbiamo punto esitato a servirlo. Si può ridere del bizzarro caso narrato, e c’è molto da ammirare in questi eruditi elegantissimi versi, de’quali si fà Autore il Signor Abbate Monti.

Al signore
di Montgolfier
Canzone
d’autore anonimo
Stampata altra volta in parigi.

Quando Giason dal Pelio

Spinse nel mar gli abeti.

E primo corse a rompere

Coi remi il seno a Teti;

Sull’alta poppa intrepido

Col fior del sangue Acheo

Vide la Grecia ascendere

Il giovinetto Orfeo.

Stendea le dita eburnee

Sulla materna lira,

E al Tracio suon chetavasi

De’ venti il fischio e l’ira.

Maravigliando accorsero

Di Doride le figlie,

Nettuno ai verdi alipedi

Lasciò cader le briglie.

Cantava il Vate Odrifio

D’ Argo la gloria intanto,

E dolce errar sentivasi

Sull’alme greche i canto.

O della Senna ascoltami

Novello Tifi invitto:

Vinse i portenti argolici

L’aereo tuo tragitto.

[3] Tentar del mare i vortici

Forse è sì gran pensiero,

Come occupar de’fulmini

L’inviolato impero?

Deh perché al nostro secolo

Non diè propizio il fato

D’ un altro Orfeo la cetera,

Se Montgolfier n’ ha dato?

Maggior del prode Esonide

Surse di Gallia il figlio.

Applaudì, Europa attonita,

Al volator naviglio.

Non mai natura, all’ordine

Delle sue leggi intesa,

Dalla potenza chimica

Soffrì più bella offesa.

Mirabil arte, ond’ alzasi

Di Sthallio e Black la fama;

Pera lo stolto cinico,

Che frenesia ti chiama.

De’ corpi entro le viscere

Tu l’acre sguardo avventi,

E in van celarsi tentano

Gl’ indocili elementi.

Dalle tenaci tenebre

La verità traesti,

E delle rauche ipotesi

Tregua al furor ponesti.

Brillò Sofia più fulgida

Del tuo splendor vestita,

E le sorgenti apparvero,

Ondo il creato ha vita.

L’igneo terribil aere,

Che dentro il suol profondo

Pasce i tremuoti, e i cardini

Fa vacillar del mondo,

Reso innocento or vedilo

Da’ patrj corpi uscire,

E già domato ed utile

Al domator servire.

Per lui del pondo immemore,

Mirabil cosa! in alto

Va la materia, e insolito

Porta alle nubi assalto.

Il gran prodigio immobili

I riguardanti lassa,

E di terrore un palpito

In ogni cor trapassa.

Tace la terra, e suonano

Del ciel le vie deserte:

Stan mille volti pallidi,

E mille bocche aperte.

Sorge il diletto, e l’estasi

In mezzo allo spavento,

E i piè mal fermi agognano

In dietro al guardo attento.

Pace e silenzio, o turbini;

Deh non vi prenda sdegno,

Se umane salme varcano

Delle tempeste il regno.

Rattien la neve, o Borea,

Che giù dal cria ti cola,

L’etra sereno e libero

Cedi a Robert, che vola.

Non egli vien d’Orizia

A insidiar le voglie:

Costa rimorsi e lagrime

Tentar d’un Dio la moglie.

Mise Teseo nei talami

Dell’atro Dite il piede:

Punillo il fato, e in Erebo

Trà ceppi eterni or siede.

Ma già di Francia il Dedalo

Nel mar dell’aure è lunge;

Lieve lo porta zeffiro,

E l’occhio appena il giunge.

Fosco di là profondasi

Il suol fuggente ai lumi,

E come larve appajono

Città, foreste, e fiumi.

Certo la vista orribile

L’almo agghiacciar dovrìa,

Ma di Robert nell’anima

Chiusa è al terror la via.

E già l’audace esempio

I più ritrosi acquista,

Già mille globi ascendono

Alla fatal conquista.

Umano ardir! pacifica

Filosofia sicura!

Qual forza mai, qual limite

Il tuo poter misura?

[4] Rapisti al ciel le folgori,

Che debellate innante

Con tronche ali ti caddero,

E ti lambir le piante.

Frenar, guidati i calcoli

Dal tuo pensiero ardito,

Degli astri il moto, e l’orbite,

L’olimpo e l’infinito.

Svelano il volto incognito

Le più rimote stelle,

Ed appressar le timide

Lor vergini fiammello.

Del Sole i rai dividere,

Pesar quest’aria osastì,

La terra, il fuoco, il pelago,

Le sere, e l’uom domasti.

Oggi a calcar le nuvole

Giunse la tua virtute,

E di natura stettero

Le leggi inerti e mute.

Chi più ti mesta? infrangere

Anche alle morte il telo,

E della vita il nettare

Libar con Giove in cielo.

Solennità Festive

La bellezza della corrente stagione, e il caldo che allontana la gente da’Caffè, e da’Casini, ha fatto che i concorso alla Sagra di S. Pietro sia in quest’anno numeroso e frequente. Le putte Castellane se l’hanno goduta la notte della vigilia co’loro balli, e a forza di furlane e di nio si sono spossate e sciolte in sudore. Le maestre della musica regolatrice de’loro movimenti si sfiatarono, logorandosi i diti suonando il cimbano, cantando le solite canzonette, che son ripiene di simili espressioni gentili:

El malan che Dio ve dia

Che l’osso del collo ve vaga via.

L’arsenale ha somministrata la cera per qualche Festino da strada, e per qualch’ altro si adoperò delle lucerne da frittoleri. Il famoso Bava fece molte faccende, e col solito della sua buona grazia proccurò di soddisfare tutti, ma molto più di restar soddisfatto. In generale vi fu dell’allegria, del movimento, del chiasso, ma i vecchi della Contrada si lagnano, e fra loro ripetono: i nostri tempi ove sono? si va di male in peggio: siamo tutti miserabili, e or’ ora Castello è un Ospital di Chiozzotti. Le buone Famiglie de’nostri Capitani sdegnano di star quì, e dopo ch’hanno perduta la bella semplicità de’loro Antenati, e scordandosi il cappotto si sono addomesticati colla seta e collo scarlatto, vogliono abitare a S. Marco, e a Rialto. Povero Castello!

La sacra funzione di venerdì chiamò dalle parti più lontane una gran quantità di persone divote nella Chiesa Patriarcale di San Pietro, una delle più belle e magnifiche di questa Città. Non fu nella sua antica origine che piccola cosa ed ebbe ingrandimento nel 639, quando la Sede Vescovile in essa fu stabilita dal Sommo Pontefice Severino. Nel 1451. soppresso da Niccolò V. il Patriarcato di Grado fu investito del titolo di Patriarca di Venezia il glorioso S. Lorenzo Giustiniani. Nel giorno 10. Febbrajo del 1603. il fuoco distrusse molti argenti che v’ erano nella Sagristia, e con essi delle ricche suppellettili, e gli antichi Libri del Coro di valor inestimabile, ed altre scritture importanti. Per un tale danno sofferto, e per l’antichità che minacciava una rovina, fu questo Tempio rialzato da’fondamenti sotto il Patriarcato di Giovanni Tiepolo nel 1621, e nel 1642. alli 2. di Settembre ebbe il suo compimento e venne consecrato dal Patriarca Federico Corner. Il suo lastricato di fini marmi a diversi colori [5] fu fatto nel 1725. quando sosteneva la dignità Patriarcale Monsignor Marco Gradenigo.

L’Altare isolato della Cappella maggiore, fu eretto per voto pubblico nel 1649. nella occasione della guerra di Candia, e la statua di S. Lorenzo che vi soprastà è opera molto stimata di Baldassare Longhena. Trà gli ornamenti rarissimi di questa Chiesa evvi la Cattedra di pietra su cui S. Pietro sedeva in Antiochia, nella quale scolpite veggonsi molte antiche Samaritane parole. Fu questo un dono del Greco Imperatore Michele III. figliuolo di Teofilo, a Giustiniano Participazio, per i molti favori ch’ei ricevè da questa Repubblica verso la metà del secolo nono. Il Malombra, il Basaiti, il Liberi, Pietro Ricchi Lucchese, Francesco Rusta, il Giordao, Trizianello, il Padovanini, il Bellucci, il Lazzarini, Girolamo Pellegrini, hanno fregiato co’celebri loro pennelli questo magnifico Tempio: ma il più prezioso di tutte le sue pitture è quella tavola di Paolo Veronese rappresentante S. Giovanni Evangelista coi SS. Pietro e Paolo.

L’architettura, i scolpiti marmi, le pinte tele, saziano il guardo curioso dell’intelligente osservatore: e son penetrati i cuori da una divozione soave al riflettere che questa Chiesa sì celebre è governata attualmente da Monsignor Federico Giovanelli vivente tabernacolo di santità.

Jeri si sciolse la riduzione del Serenissimo M. C. senza poter fare le destinate elezioni, perché al numero necessario mancava un solo Patrizio, e s’è trasferita al giorno d’oggi, in cui pure si radunerà nel dopo pranzo il Senato, ad eleggere, secondo l’annuo costume, gli Eccellentissimi Savj.

Vicenza.

Tutte le relazioni, che abbiamo dell’Opera già cominciata in cotesta bella e deliziosa Città, generalmente s’accordano a dirne bene. Si ritrova la musica studiata, piacevole, armoniosa, ed eseguita maravigliosamente da un’abilissima Orchestra: La Signora Pozzi si fà molto onore nell’aria sua del Primo Atto, e particolarmente nel rondeau dell’Atto Secondo, non meno che nel Duetto, e nel Terzetto. Questa rinomata Virtuosa, che felicemente s’accosta alle maniera dell’impareggiabil Marchesi, riscuote i primi e più universali applausi, quantunque si trovi in una Compagnia cantante piena di merito. Il Primo Musico ha una bellissima voce, e un’abilità, che lo lascia poco indietro da’gran Nomi da Cartello, che si dividono il Primato Teatrale. Il Tenore Cavi sostiene degnamente la di lui Parte, ed è non poco applaudito; il Franchi, altro Tenore, quantunque di mal ferma salute, contribuisce al generale piacere, e si dimostra un imitatore del famoso Babbini, atto a de’luminosi progressi. Il Finale, che chiude l’Atto Secondo, è a più voci, concertato sì maestrevolmente con sortite, attacchi, ed altri ingegnosi raffinamenti dell’arte, che nulla lasciando desiderare all’intelligente uditorio, lo colmano di melodica soavità.

Il Primo Ballo ebbe un esito felicissimo, e il Signor Muzzarelli che lo compose, fu chiamato fuori a ricevere i meritati applausi, unitamente alle Signore Volcani e Pitrot, che rappre-[6]sentarono in esso le Prime Parti con tutta la bravura possibile. Scene, Vestiario, decorazione, tutto corrisponde al bello essenziale dello Spettacolo, ed alla magnificenza di che presiede alle sua direzione.

Varii saranno i pubblici divertimenti, che durante l’Opera verranno dati, trà i quali due Palii nel Campo Marzio ove si stà formando un Anfiteatro co’gradini e loggie alla Palladiana, che verrà dipinto dalli abilissimi Mauri.

Non si può negare che li Signori Vicentini abbiano un ottimo gusto ed una generosità non ordinaria, quando si tratta di chiamare il concorso de’Forastieri a’loro Spettacoli.

Padova.

Lo Spettacolo del passato Mercordì ebbe la più felice riuscita. Il circondario del Prato della Valle fu al solito ripieno d’innumerabili Spettatori, che formarono un colpo d’occhio sorprendente e allettante. Dicianove furono li cavalli, che fecer prova della loro velocità due de’quali nel precorrere agli altri stettero quasi sempre uniti, ed ottennero il Primo e Secondo Premio in poca distanza l’uno dall’altro. La novità dello steccato, che soffrì tante opposizioni prima d’esser permessa, fece conoscere in pratica il torto di chi gli era contrario, perché la corsa si eseguì così bene, senza il menomo inconveniente, che recò una soddisfazione universale, e richiamò alla memoria i disordini degli anni passati per trovarla al confronto più degna di lode. La sera il Teatro fu pieno. Si ha tutta la ragione di credere, che il concorso alla corsa seconda delli Fantini non abbia ad essere minore del primo.

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Abbominevole Ingratitudine.

Exemplum► Un Giovane d’ottimi sentimenti, ma privo della esperienza del mondo necessaria a preservarsi dalle insidie e da tradimenti, si privò di quanti denari aveva, e delli due suoi orologj, per soccorrere a titolo di prestanza un uomo volgare e di cattiva condotta, che si trovava in pericolo di perdere un impiego, atteso l’arbitrio presosi di valersi di certa somma di soldi, che per conto altrui maneggiava.

Dopo un mese circa il generoso creditore chiese il suo alle sconoscente beneficato, che s’offese della ricerca, e passò dal risentimento alle minaccie e alle ingiurie, indi sguainata un’arma da taglio inseguì il suo disarmato benefattore, e tentò li lordarsi le mani nel di lui sangue. Unitamente ad altre anime scellerate al paro della sua, formò una congiura per togliere dal mondo chi aveva salvata la sua riputazione collo spogliarsi per lui, destinando un’arma da fuoco per istrumento d’un così nero delitto. Il povero Giovine, per non essere la vittima d’una sì esecrabile ingratitudine, si tenne nascosto per più giorni in casa d’altrui, e fu liberato dal possente braccio della Giustizia, che assumendo le sue ragioni cercò d’impossessarsi dell’iniquo mostro di sconoscenza; ma costui si sotrasse (sic.) al suo sdegno con una fuga. ◀Exemplum ◀Ebene 3

Metatextualität► Il caso è verissimo, nato pochi giorni sono, e noto a molte persone. Si tace il Paese in cui è seguito, e il nome dell’innocente, e del reo, come la prudenza esige da noi. Narran-[7]dolo non abbiamo altra mira, che quella d’insegnare con tale esempio alla gioventù sconsigliata ad iscegliere delle compagnie che non istrascinino al precipizio, difetto in cui cade sì sovente chi non conosce il mondo, o non vuol badare a’suggerimenti degli uomini saggj. ◀Metatextualität

Oratori.

Ogni Domenica nella Chiesa di San Geremia, il Sacerdote Veneto D. Antonio Zalivani alunno della Chiesa di San Niccolò, spiega la Sacra Scrittura con un metodo facile e chiaro, ed una eloquenza a portata del Popolo, che rendono fruttuose le sue fatiche apostoliche, e chiamano un numeroso concorso. Questo sacro Oratore ha reso chiaro il suo merito su molti pulpiti, non meno di questa Dominante, che d’altri Paesi ad essa soggetti, e nella prossima passata Quaresima predicò in S. Giovanni di Rialto con molto applauso.

Avvertimenti.

La Persona, che ricercava la Serva, nella contrada di S. Luca, l’hà ritrovata a proposito; così quella che bramava una Stanza fornita la rinvenne a norma del suo desiderio in Contrada di SS. Apostoli. Le porcellane sono state esaminate, e c’è chi vi applica all’acquisto. Ecco i beni d’una Gazzetta quando cominciano le ricorrenze. Ma queste son poche, e non si vuol intendere che un Foglio pubblico sia un gran mezzo per le vendite, gli acquisti, i contratti, e il commercio delle spirito. Alcuni hanno tal ripugnanza a vedersi in istampa, che pare che una Gazzetta, pero loro, sia un Bando ignominioso.

Cambj.

28. Giugno 1787.

Roma sessantatre e mezzo.

Napoli cento diciassette.

Livorno cento e due e mezzo.

Milano cento e cinquantadue e mezza.

Anversa novanta e un quarto.

Amsterdam novantaquattro.

Londra cinquantuno e mezzo.

Augusta cento e tre e un ottavo.

Vienna duecento.

Parigi cinquantasette e mezzo.

Nota de’Protesti delle Lettere di Cambio
Levati.
nel magistrato eccellentiss. de’consoli de’mercanti

Dal Giorno 21. Giugno 1787. fino il 27.

Venezia.

Furon poste anco la Acc. scorsa settimana senza la spiegazione che il Signor Antonio di Giacinto Colombo paga per onor della Valuta.

Lettere di Pietro Lisignol qu. Bortolo, dirette a se medesimo, pagabili con girate ad Antonio di Giacinto Colombo, Valuta da Paolo dalla Casa in due Cambiali L. 310

Venezia

Acc.

Lettera di Pietro Angelini, diretta ad Antonio Giardini di Feltre, pagabile all’ordine del Traente, Valuta intelaci L. 842

Bassano.

Acc. Sig. Girolamo Fracasso paga per onor di Firma.

Lettera di Niccolò Bianchi, diretta a Gio: Marinoni qu. Baldissera di Bassano, pagabile con girata a Rech e Lamminit, Valuta da Mattia e Melchior Romer L. 605

Costantinop.

Sign. Gio. Calvi ha accettato per onor di Firma.

Lettera terza di Carlo Viscovich, diretta a Spiridion Taraculi, pagabile all’ordine del Traente, Valuta in conto Zecchini 308

Bolzano.

Sig. Pincherli paga per onor di Firma.

Lettera di Antonio Maria Gumer, diretta ad Antonio Tassoni d’Udine, pagabile a Menasse qu. Jacob Pincherli, Valuta in conto L. 2013

Genova.

Lettera di Antonio la Cazzola, diretta a Simon Carminati, pagabile con girata ad Agostin Migone, Valuta da Francesco Maria Multedo D. 633:B.

Salò.

Accettata per onor di Firma da Giuseppe d’Alessandro Bottura. Ed ora sul pagamento, Sigg. Giuseppe Carminati e figli pagano a se medesimi per onor della Valuta.

Lettera di Gio: Battista Bottura, diretta a Varisco Manenti, pagabile con girata a Giuseppe Carminati e figli, Valuta da Girolamo Tobanelli L. 246

Castel Franco.

Sig. Gio: Battista Tammossi paga per onor di Firma.

Lettera di Melchioro Perenzon e figli, diretta a Gio: Battista Stalda di S. Donà di Piave, pagabile a Gio: Battista Tammossi, Valuta in conto L. 800

Bassano.

Signor Federico Pfauz paga per onor della Valuta.

Lettera di Bernardino Serraglia, diretta a Marco Pomini di Bassano, pagabile con girata a Daniel Bonsil e figlio, Valuta da Gio: Redolfo Schalch e Comp. L. 1200

Verona.

Fu protestata di non accettazione per equivoco di scadenza e poi fu pagata dal Sig. Gio. Heinzelman per ordine e conto delli suddetti Signori Angeli e Franceschini.

Lettera di Angeli e Franceschini, diretta a Francesco Finochi di Padova, pagabile con girata a Giuseppe Beati, Valuta da Fratelli Brucker L. 6625

Tratta dalla Vacchetta de’Protesti esistente nel Magistrato Eccellentissimo de’Consoli de’Mercanti da me.

Girolamo Garbin Fante.

È morto il Signor Ignazio Jagher. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1