Référence bibliographique: Giovanni Ferri di S. Costante (Éd.): "Il matrimonio per forza", dans: Lo Spettatore italiano, Vol.2\24 (1822), pp. 123-126, édité dans: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Éd.): Les "Spectators" dans le contexte international. Édition numérique, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.1014 [consulté le: ].


Niveau 1►

Il matrimonio per forza

Citation/Devise► Hostis est uxor, invita quae ad virum nuptum datur.

Plaut.

Nemica è la moglie del marito cui tolse contro a sua voglia. ◀Citation/Devise

Niveau 2► Niveau 3► Récit général► Passava io per Torino, e dall’uno de’miei condiscepoli antichi, stato poi sempre mio spezialissimo amico, fui invitato ad andarne con esso lui in campagna e dimorarvi alcun dì. Sapeva io molto bene ch’egli era naturalmente lieto e sollazzevole assai, ma allora parevami un uom rabbuffato, afflitto e doloroso tanto, che io il dimandai della cagione perchè sì del suo esser di prima mutato fosse. Ahimè! sospirando diss’egli, da che io mi congiunsi in matrimonio colla più amabile donna, non ho mai goduto nè ben nè pace. Saranno oramai due anni che io della Teodora sopra ogni estimazione innamorai. Veramente la bellezza e la virtù sua di più alto grado la facevano degna, che quello non era che io le potei dare; ma la condizion sua era molto meno agiata che la mia. Di consenso del padre la vagheggiava e corteggiava allora un giovane mercatante; e sì inoltrata era la pratica, che già era stabilito il giorno a solennizzare le sponsalizie. Le quali cose aveva [124] io tutte sentite; e nondimeno, sospinto dalla violenza del mio focosissimo amore, fui ardito di chieder Teodora per mia moglie al suo padre. Era costui avarissimo; e perciocchè il mio avanzava molto lo stato del giovane mercatante già da lui ricevuto per genero, egli si lasciò trarre più alla propria utilità che al bene della figliuola. E per conseguente furono di subito turbate e rotte le nozze della misera Teodora, la quale, non avendo avuto cuore di disubbidire al padre, fu dipartita dal suo carissimo amante, e data a chi ella non potrà amar mai.

Sperava io che un poco di tempo e il mio grande affetto (perciocchè pochi o nessuno fu mai sì tenero amante) avrebbero totalmente sgombrato Amedeo dal cuor della mia donna, e posto me in quel seggio; ma se non m’avesse amore tolto il debito conoscimento, avrei leggiermente compreso che dal cuor di una savia donna non può mai essere scacciata una virtuosa affezione. Giovane e vivace donzella quando d’alcuno si accende, e non sa la cagione perchè quello più che un altro abbia eletto, tiene appresso allora ad una sconsigliata vaghezza, dalla quale si può ben difendere, e, secondo che viene discernimento acquistando, può anche cangiar poi desiderio e proposito. Ma quando una discreta ed accorta donna pone il suo cuore in alcun degno uomo, il suo amore non può in veruna guisa estinguersi; perchè quanto ella più i pregi di lui considera, tanto più trova argomento di doverlo amare; e per mia sciagura in questi termini sto io. Il cuor di Teodora è meritamente in balía di Amedeo, che [125] forse è il più gentile e più amoroso che null’altro uomo del mondo.

È un anno che io l’ho presa, e quanto alcun altro amante e sposo potea fare, le ho io mostrato tenerezza e cura; ma ohimè! indarno. La donna mia è disposta a compiacermi d’ogni cosa, e in quello ch’ella s’avvegga poter essere mio contentamento, non ne lascia a far tratto. Ma questi modi che ella tiene, sfogano più dal suo senno e dalla virtù sua che da amore. Ben sofferisce ella la dimestichezza, la quale in due che con saldissimo nodo sono avvinti, è ad usar sì soave; ma non se ne ricrea nè diletta. Se per avventura io della sua tiepidezza mi rammarico, ella rallegra il sembiante, e s’ingegna di parer contenta; se non che io m’accorgo che fino in su gli occhi le viene il pianto, e ben discerno la strabocchevole afflizion che l’accora. Quanto più io le do esperienza della mia tenerezza, tanto più diviene ella tribolata. La sento generosamente compiangersi di non poter dare il suo cuore a colui che possiede la sua mano, e che non è forse della sua stima indegnissimo.

Amico, chi può, senza riputarsi miserabile, sostenere cosî fatta vita, come la mia, è senza delicatezza e senza sentimento. Che tormento è il mio, quando, stringendomela al seno, penso che in quel punto vola con tutta l’anima sua verso un altro uomo. Quante fiate ella fra il sonno con le belle braccia avvinghiami il collo, e poi l’odo chiamar Amedeo con sì dolce e pietosa voce che io mi sento distruggere! Il nostro figliuoletto di poco natoci non pur non [126] tempera la nostra infelicità, ma è una nuova fonte di gravezza e di doglia ad amendue. Pur ieri la intesi che lagrimando sopra il caro figlio, diceva: Figliuol mio diletto, al povero Amedeo toccava essere il padre tuo.

E quale stato, o amico, è più orribile del mio? Ho io fabbricato la miseria d’un’amorevolissima donna, ed ho strappata dalle braccia d’un eccellente giovane l’amica del cuor suo. Sono infelice anch’io, ma merito di esserlo, e mi dorrei a gran torto. L’uomo così poco generoso che domanda ad una donna il sagrifizio del suo affetto; l’uomo così crudele che abusa dell’autorità d’un padre per soddisfare alle proprie voglie, senza avere alcun riguardo alla sua vittima, non isperi trovare felicità nè consolazione: anzi ben gli sta, per sua sorte, il pianto, o il disonore. ◀Récit général ◀Niveau 3 ◀Niveau 2 ◀Niveau 1