Référence bibliographique: Giovanni Ferri di S. Costante (Éd.): "L’amore svelato", dans: Lo Spettatore italiano, Vol.2\16 (1822), pp. 86-89, édité dans: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Éd.): Les "Spectators" dans le contexte international. Édition numérique, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.1006 [consulté le: ].


Niveau 1►

L’amore svelato

Citation/Devise► Humanae solers imitator, Psitace, linguae,
Psitace, dux volucrum, dominae facunda voluptas.

Stat. Sylv.

Tu, pappagal, sei prence degli uccelli
Per la tua lingua, che l’umana imita,
E con la donna mia scherzi e favelli. ◀Citation/Devise

Niveau 2► Niveau 3► Récit général► Ahimè! diceva fra i sospiri Lucilia, questo amore cui ho dato ricetto nell’anima, questo misero amore è fuori d’ogni speranza. Ma come poteva io resistere a quella rara unione delle doti del cuore, dei pregi dello intelletto e delle grazie della persona? Eppure avrei dovuto contrastare; perchè presuntuoso sarebbe lo sperar che un uomo ricco, come Belindo, volesse scegliere a sposa una orfanella povera come sono io. È il vero che alla gentilezza ed alla opulenza della sua famiglia un tempo si pareggiò bene la mia, e che altronde Belindo è dotato di un’anima troppo elevata per ricever legge dai pregiudizi del volgo. Ma l’esser lui nobile e generoso a me che vale, se il cuor suo non corrisponde agli affetti del mio? Ahi! sesso infelice! non ci è lecito far conoscere quei teneri affetti che troppo pur ci sogliono vincere; siamo condannate ad amare senza speranza, ed ai nostri affanni è negato eziandio il misero conforto della compassione.

[87] In questa guisa lamentavasi seco stessa l’innamorata Lucilia, ed involontarie lagrime intanto le sgorgavano dagli occhi. Altro sollievo non trovava alle sue pene che la compagnia d’uno di quegli uccelli dalla natura privilegiati del dono d’imitare l’umana favella. S’aveva adunque costei con ogni diligenza allevato uno stornello: e conciofossechè a lei troppo spesso venisse chiamato Belindo con un sospiro, in poco tempo apparò l’augello a ridirlo, e altresì pietosamente. È umano costume udire volentieri e con diletto pronunziare il nome della cosa amata, e la lingua che più sovente cel ripete, fa risuonare alle nostre orecchie una soave armonia. Quindi può facilmente immaginarsi come doveva a Lucilia esser caro quell’uccelletto che il diletto nome da mattina a sera le proferiva. Di sua mano ella gli dava beccare, e più ore del dì con esso lui trastullavasi.

E mentre che Lucilia era un giorno co’suoi amorosi pensieri a questo semplicetto sollazzo intesa, le fu detto che la sua zia e Belindo l’attendevano in sala: onde di subito divenuta vermiglia, e cominciatole forte a battere il cuore, v’andò; e fu tanto il suo smarrimento, che non le ricordò di dare l’usato bacio al suo caro uccelletto e di richiuderlo nella sua gabbia. Tutto il tempo che d’una cosa o d’altra si stettero a ragionare, Belindo volgeva il discorso alla zia, ma frattanto fissava gli occhi attentissimamente nella amorosetta nipote, dicendo cose tanto più da piacer alla giovane, quanto meno sembravano a lei dirizzate. La consolatrice degli affannati cuori, dico la speranza, fece subitamente [88] considerare a Lucilia le gentili cure di Belindo, e ad essa pareva nei sembianti di lui discernere non so che desiderio, e trovare ne’suoi modi certa dolcezza che ella reputò come indizio di coperto amore.

Avvenne che, essendo ella in questa lusinghevole immaginazione, la cameriera sua vie più che di passo scese in sala, gridando che per la finestra erasi lo stornello involato. Non chiede Lucilia licenza, non fa scuse, ma sorge e risale frettolosamente al suo appartamento, per cercar di richiamare il fuggitivo che tanto l’è caro. Belindo le tenne appresso, come per darle aiuto in questa caccia. Intanto lo stornello che erasi posato sopra un tetto là vicino, come ebbe udita la voce della sua padrona, volò ratto a lei, e postosele sul pugno si lasciò di buona voglia nella sua gabbia rimettere. Allora Belindo porge la mano alla bella giovane per ricondurla nella sala, ed appena ebbe messo il piede sulla porta, ode dal fondo dell’appartamento una voce che distintamente grida: O Belindo, Belindo! Meravigliossi egli, e si volse indietro, mentre Lucilia fece atto per trarre a sè la destra mano, ingegnandosi con la sinistra, per non far parere la sua confusione, di nascondere le ciglia. E donde viene questa voce? disse Belindo. Ma i suoi dubbi furono incontanente dileguati, quando lo stornel reiterò: Belindo, caro Belindo! Per la qual cosa egli si volse disiosamente alla sbigottita e tremante Lucilia, e la mano di lei al cuore strettamente appressandosi: Bella Lucilia, cominciò teneramente a dire, potrei io per grazia sapere se [89] questo uccelletto dimora con voi sola? Deh! rispose Lucilia, perchè volete schernire la debolezza di una donzella inesperta? Sallo il cielo, soggiunse tosto Belindo, da lungo tempo io aveva tutto il mio cuore in voi posto, e non ho mai sperato d’esser teneramente corrisposto sino ad ora che io mi conosco essere il più fortunato di tutti gli uomini. O caro augello, seguitò poi Belindo, a te io debbo la felicità mia. Caro augello, ripetè allora Lucilia, e lo colmò di carezze e di baci. Fecero poco appresso le nozze, nè divenuti sposi cessarono mai d’essere amanti. ◀Récit général ◀Niveau 3

Ben è degno di disprezzo o di compassione colui che non concepisce nel petto favilla d’amore, quando bella donna, che senza alcuno artificio segue le dolcissime leggi della natura, gli scopre le sue amorose affezioni! Ben è degno d’odio e di gastigo chi d’uno amore, il quale per se stesso si manifesta, e del quale egli nulla sente, dislealmente si vale! ◀Niveau 2 ◀Niveau 1