Il Socrate Veneto: N. XXX

Permalink: https://gams.uni-graz.at/o:mws-117-1203

Ebene 1

N. XXX.

Della morte.

Ebene 2

Voi già siete vicino a morire. Eccovi adunque arrivato all’estremità delle cose, vale a dire al fine delle vostre miserie, e che sarà il principio della felicità vostra. Da qui innanzi non temerete, nè bramerete più la morte, come avete fatto fin’ora; non sentirete più dolore alcuno, e non farete più soggetto alle debolezze del corpo, o dell’anima, nè agitato dai fastidj degli affari, dalle malattie, dalla vecchiaja, dalle sorprese degli uomini, o dalle bizzarie della fortuna: e se tutti questi erano mali, la privazion d’un male non può essere che buonissima. Ho udito molte volte a lamentarvi di tutte queste cose, ed or vi lagnate perchè hanno a finire: nel che potete vedere quanto ingiusto estimator delle cose voi siate; poichè vi affligete egualmente di ciò ch’esse sono, e perchè cessano di essere. Ma considerate che morendo non farete altro che battere la via regia de’vostri antecessori, cioè di tutti gli uomini, che prima di voi sono passati. Avreste bramato che vi fosse un’altra disposizion per voi solo? Proseguite il vostro viaggio, e non temete di deviare, avendo tante guide e compagni del cammin vostro. Non vi dispiaccia di vedervi a morire. Imperciocchè se alcuno giustamente può piangere la sua morte, avea torto di ridere mentre viveva, sapendo bene che il soggetto che gli dovea cagionar le lagrime, non era lontano, e veggendolo quasi pendente sopra il suo capo. Da quel riso a questi pianti eravi senza dubbio un assai picciolo intervallo. Per altro; può mai tollerarsi un uomo, che deplora la forte della sua natura? Certamente non morreste se non foste mortale. Che se vi dispiace di essere mortale, non avete ragione di lagnarvi cessando di essere quel che eravate malgrado vostro, mi dovevate lamentarvi subito che cominciaste ad essere. Presentemente conviene che siate allegro, poichè cominciarete ad essere immortale. Considerate ancora, che il male vostro è sì comune, che non avete ragione di farne de’lamenti particolari. Tutti coloro che sono adesso intorno al vostro letto, tutti coloro che avete veduto fin’ora, o de’quali avete sentito a dire, o letto qualche cosa; in una parola tutti coloro che sono nati, o che devono nascere in tutti i Paesi, e in tutti i Secoli, hanno fatto questo cammino, o devono farlo. Date un’occhiata collo spirito a sì gran compagnia tanto di coloro che vi hanno preceduto, o che vi seguiranno, sono certo che vi vergognerete di mormorare personalmente contro una necessità ordinaria e pubblica, principalmente quando non troverete neppure un solo, a cui possiate portare invidia. A tutto questo aggiungete, che il morire è propriamente un divenire impassibile, ed uno scuotere nel tempo medesimo la Fortuna, e la Morte, i quali sono due gran beni che la più alta prosperità non conferirebbe giammai ad un uomo vivente. Or di grazia immaginatevi quante afflizioni inevitabili e quali travagli vi resterebbero da provare se aveste ricevuto una vita, non dirò già d’una durata immensa, ma di mille anni; il che potrete agevolmente rilevare se vorrete rammemorarvi tutti i travagli d’una vita sì corta, sì fuggitiva, e sì incerta, e le moleste fatiche che vi convenne tollerare per conservarla. E poi, Mortali insensati, voi piangerete la morte! come se la vita fosse qualche cosa di grande. Se così fosse, le mosche, e le formiche avrebbero parte a questo vantaggio e a questa pretesa grandezza, che sarebbe ad esse comune con gli uomini. Parimenti se la vita fosse un favore, la morte sarebbe sempre una disgrazia; eppure essa ben spesso è un benefizio insigne, poichè libera o preserva l’anima da que’mali, che le sembrano insopportabili. Or siccome la Virtù sola è qualche cosa di grande, così la vita considerandola in se medesima è un’officina di miserie innumerabili; e quegli che teme di perderla, odia il suo proprio riposo. In fatti un uomo che brama una perfetta quiete, deve necessariamente desiderare il fine d’una vita laboriosa, poichè non v’è altro mezzo per terminare i suoi mali, e i suoi travagli. Perchè adunque piangete? Eccovi giunto il giorno, che avreste dovuto prevenire co’voti vostri se fosse stato differito, e che forse in altri tempi avete ardentemente bramato. Oltre di che, a dire il vero, voi già non morite, ma non altro fate che passare da un albergo terrestre ad un alloggio celeste, ed eterno. Ciò nulla ostante avendo il piede su la porta del secondo, uscite quasi con dispiacere e come per forza dal primo. Risguardate addietro appunto come vi rincrescesse di lasciar le lordure in cui eravate immerso; e pare che vi sia di tormento il credere la verità sussistente de’beni, di cui andate a prendere il possesso. Certamente se ciò che voi chiamavate vita, è una morte, ne segue necessariamente che il suo fine che voi chiamate morte, fu una vera vita. Raffiguratevi adunque che il vostro supremo Padrone vi libera da una carcere, che si spezzano le vostre catene; e perciò non so comprendere perchè vi quereliate che si spezzino que’ferri, che si dovevano rompere. Quando vi si dice: Conviene morire; questa è una buona novella che vi si arreca: e vuol dire, che il Re vostro vi chiama da questo esilio presso il suo Trono. Succede assai spesso che un bene sia agli uomini felicemente vantaggioso, benchè ad essi non sembri tale. Andate adunque con sicurezza, e non temete di nulla. La Natura come una Madre sommamente dolce nulla ha prodotto di spaventevole. Gli uomini per errore temono la morte, e non già per la stessa costituzion d’una cosa che non può essere se non facile a tollerarsi, essendo comune a tutti gli uomini. Voi direte, che non è la morte che vi dispiaccia, ma bensì il morire in un’età ancor vegeta e robusta. A questo io risponderò che niuno muore avanti il tempo, quantunque tutti non abbiano il medesimo termine prefisso. All’opposto, come dice un eccellente Poeta,

Ebene 3

Zitat/Motto

Ciascuno ha il suo dì stabilito, dove sì tosto ch’egli arriva, è già al termine di sua carriera.
E perchè non è permesso di ritornare addietro, nè fermarsi in luogo alcuno, perciò conviene necessariamente passare innanzi. E poi il lamento vostro sembrerebbe ragionevole, e il discorso vostro potrebbe essere conforme alla verità, se non foste stato debitore, che per un certo spazio di tempo. Ma un debito puro e semplice non avendo condizione alcuna, è sempre debito; e perciò il debitore dipende sempre dalla volontà del suo creditore, e deve sempre tener pronta la somma, di cui è obbligato. Cessate adunque di lamentarvi. Non si dimanda mai prima del termine quel che dar si deve in ogni tempo. Al contrario dovete render grazie a quest’oggetto, poichè per uscire da un tal debito non avete bisogno nè di far suppliche, nè di esborsar denaro, nè di prenderne ad imprestito. Questa fu pure l’ultima parola, che disse in altri tempi quel generoso Lacedemone, il di cui nome è sconosciuto, quantunque meritasse di essere noto a tutti, allorchè essendo condotto al patibolo, egli vi andava con gran costanza e senza turbamento alcuno, dicendo:

Zitat/Motto

che nella sua disgrazia gli restava questo piacere, che almeno col prezzo della sua testa poteva soddifare alle Leggi di Licurgo.
Soggiungerete ancora, che potevate vivere più lungo tempo; ma io vi dirò al contrario, che ciò non era in vostro potere, avvegnacchè se aveste potuto vivere ancora, senza alcun dubbio voi vivereste. Forse vorrete dire che volevate, o speravate di vivere; e sicome lo spirito umano è avido di vita, e credulo nelle sue speranze, così facilmente credo l’uno e l’altro; ma se volete dire che il vivere ancor qualche tempo era una cosa dovuta all’età vostra, in ciò non posso esser con voi d’accordo. Avvegnacchè alcuni muojono più tardi, altri, più presto, ma niuno ha mai il diritto di non morire. Questa regola generale non ha eccezione alcuna particolare. La Morte tiene egualmente tutti i mortali sotto la legge sua, e sotto il suo imperio, quantunque gli uni vi sieno soggetti con una spezie di morte, ed altri con diversa spezie, e tra di loro abbiano un’estensione di vita assai differente. Così la misura e il tempo d’una medesima cosa hanno una gran varietà. Per tutto ciò adunque conviene che ciascuno attenda lietamente il suo genere di morte, e il giorno in cui essa dee venire, e che non si quereli delle leggi della Natura, nè entri in contrasto con essa o per avidità, o per disgusto della vita: come fanno tutti gli ignoranti, che sono d’ordinario ingrati verso una sì buona madre. Voglio credere che allor quando vi siete veduto assalito dalla morta, voi tra voi stesso machinavate gran cose. Questo è succeduto a moltissimi, e spezialmente a quasi tutti i Gran Personaggi. Gli uomini s’ingannano in molte cose, ma principalmente in riguardo alla morte: imperciocchè ognuno fa ch’ella dee venire; ma ciascuno spera che sia per diferire la sua venuta, e tutti s’immaginano che sia lontana; quantunque da una parte la brevità della vita aggiunta alla fuga del tempo, e dall’altra la forza della fortuna e la strana diversità delle avventure umane la rendano ad essi sempre vicina. E quel che dimostra un accecamento straordinario si è, che voi non volete mai imparare, almeno coll’esempio di coloro che sono rimasti delusi nelle loro speranze, quel che vi convenga un giorno aspettare. Ma la cosa appunto così succede. Il vostro spirito non discende che suo mal grado a pensieri molesti. E perciò intanto che ciascuno si promette un lungo spazio di vita, e spera di giungere all’età di Nestore, o alla fortuna di Metello, come dice Cicerone, in somma, intanto che ciascuno si stima il figliuol unico, e per così dire il diletto della Natura, il fine sorprende quelli che aspiravano a cose grandi; una morte improvisa li coglie mentre erano applicati a deliberare sopra qualche cosa importante, e riduce in fumo tutto quel grande apparato, che altro non era se non una vana pompa. Ed ecco come gli uomini muoiono quasi prima di esser vissuti, o di avere incominciato a vivere.
I l   F i n e.