Zitiervorschlag: Giuseppe Baretti (Hrsg.): "Numero XXIV", in: La Frusta letteraria di Aristarco Scannabue, Vol.5\24 (1764), S. 1004-1044, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.958 [aufgerufen am: ].


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N.° XXIV

Roveredo 15 settembre 1764.

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Egloghe de’migliori poeti latini del 1400 1500, in versi sciolti ridotte con tre egloghe tratte dal Pope, da Giambattista Vicini, fra gli Arcadi Egerio Porconero, in Parigi 1764, in 8.o

Ebene 4► Fremdportrait► Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? E sin a quando, signor abate Vicini illustrissimo, durerà in voi questo furore di scrivere de’versi cattivi? Non bastano forse quelle Rime Amorose, di cui feci parola nel mio numero xix, per convincere me e i vostri pochi leggitori che non v’è chi v’agguagli nel comporre degl’insulsi sonetti, e delle canzoni ridicole? Perchè ripubblicaste voi una parte di quelle vostre Rime Amorose col nuovo titolo d’Egeria? Non vi bastava il guadagno che avete fatto dell’arcadico appellativo d’Egerio Porconero con que’sozzi versi da voi ficcati a forza nella stolta Prefazione a quell’Egeria? Dopo questi massicci errori da voi ripetutamente commessi contro il senso comune, perchè siete voi venuto ora, signor illustrissimo, a riprovarci con queste Egloghe in versi sciolti ridotte, che siete uno de’magni poetastri d’Italia? Bastavano, illustrissimo signore, bastavano le vostre scempiaggini rimate perchè ne fossimo persuasi persuasissimi: non vi occorrevano quest’altre scempiag-[1005]gini versiscioltate: non vi occorrevano, affè.

Voi dite che queste vostre Egloghe, in versi sciolti ridotte, sono traduzione d’altrettante Egloghe latine composte dal Navagero, dal Flaminio, dal Vida, e da altri insigni autori del quattrocento e del cinquecento: ma con vostra buona grazia, signor illustrissimo, questo non è vero, perchè non può esser vero che quegli autori abbiano scritte in latino le sciocchezze che voi avete qui stampate in italiano, o bisogna dire che voi intendete molto poco la lingua latina, poichè avete così perfettamente guasti quegli autori, o resi i pensieri loro così esangui e così miseramente arcadici, come appajono in queste vostre sventurate traduzioni.

Voi principiate verbigrazia l’Egloga prima con questi due versi.

Ebene 5► Zitat/Motto► « Pascete, pecorelle, sì pascete

Pei lieti campi l’erbe tenerelle ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

E questi due versi voi ne li farete inghiottire per roba del Navagero? Ma non è ella una cosa visibile e palpabile, che questi due versi voi li avete rubati a una qualche poetesca fanciulla di dodici o quattordici anni pur or ammessa per pastorella nell’Arcadia? E chi altri che non una cotal fanciulla poteva mai scrivere due versi comunali, così sfibrati, così femmineamente puerili? Oh signor illustrissimo, voi sapete cominciar molto male [1006] un libro d’Egloghe, anzi voi ci vorreste infinocchiare con le vostre menzogne!

Ma voi tirate innanzi con una costanza sempre più poeticamente muliebre, e ammucchiate quante più arcadiche frasucce potete, perchè le vostre egloghe riescano uniformemente misere da cima a fondo: ed oltre alle pecorelle che pascono l’erbe tenerelle voi venite via con le rugiadose stille, coi teneri agnellini, con la gentil zampogna, co’frondeggianti boschi, colle verdeggianti valli, con gli scherzosetti armenti, e col rio che forma un mormorio, e coi porporini fiori onde tesserne poi vaghe corone; e voi fatte volare agli augelli dal faggio all’orno al dolce suono delle agresti canne: e quando avete infilzate alquante centinaja di cotali arcadiche frasucce in molte misure d’undici sillabe ciascuna, vi date ad intendere d’aver formata un’egloga, e vi lusingate che tal egloga sarà scambiata dalla gente per un componimento del Navagero? Oh vate del Panaro adorno di luce febea, voi ce la vorreste ficcare; ma voi non ce la ficcherete davvero! Noi lo vegghiamo con gli occhiali, e senza gli occhiali, che queste insipide smancerie, che questi vezzi insulsi, che queste graziucce svaporate sono state da voi rubate a qualche spoetata fattura d’una qualche fanciulla di dodici o quattordici anni, ammessa pur ora per pastorella nell’arcadia!

[1007] Ma io non voglio mettermi di proposito a criticare queste vostre Egloghe in versi sciolti ridotte, perchè con voi altri poetastri la critica è una cosa buttata via. E perchè dunque mi direte voi, perchè dunque ne fai tu moto nella tua Frusta? Perchè vieni tu a palesare i furti da me fatti alle giovani pastorelle d’Arcadia? Perchè, Aristarco, ti prem’egli tanto di farmi conoscere per quel misero poetastro ch’io sono? Volete voi, illustrissimo signore, ch’io ve lo dica schiettamente questo perchè? Sì, ve lo voglio dire. Io voglio provare, signor illustrissimo, se la beffa, se lo scherno, se la derisione possono operare con voi quello che la critica non opererebbe mai, e voglio tentare d’indurvi con questi violenti mezzi a non pubblicare colle stampe quell’altre vostre pappolate di cui la stolta prefazione a queste vostre Egloghe ci minaccia. So di certo che il pubblicare le vostre Rime Amorose, e la vostra Egeria, e le vostr’Egloghe in versi sciolti ridotte non v’ha recato alcun pecuniario profitto, come speravate, e che questi libri vostri hanno danneggiati que’poveri librai che furono a forza di ciancie e di promesse indotti a farli stampare a loro spese. Ma perchè, signor illustrissimo, hanno i poveri librai a pagar la pena dell’ignoranza e della prosunzione di voi altri autoracci, che [1008] siete sempre gente piena di ciance e piena di promesse, quando si tratta di far ristampare a spese de’librai le stupide produzioni delle vostre penne? illustrissimo sì: voi insieme con una caterva immensa d’altri arcadi, siete gente incapacissima di mai comporre un libro che rechi quattro bajocchi nella borsa d’un galantuomo librajo. Cominciate voi ad intendermi, signor illustrissimo? Io voglio fra l’altre cose mostrarmi in questi fogli della Frusta un don Chisciotte de’librai, e voglio fare ogni possibile perchè s’illuminino, sì che non possano più essere facilmente gabbati dalle lunghe ciance e dalle magnifiche promesse che voi altri autoracci sapete lor fare quando si tratta d’indurli a stampare qualche vostra maladetta tiritera. Canchero, signor illustrissimo! Se voi ne poteste imburchiare qualch’altro con le vostre ciance e promesse a stamparvi le vostre Rime Scelte, le vostre Canzonette Anacreontiche, il vostro Nuovo Salmista con l’aggiunta del vostro Tempio di Gnido, e i vostri Poemetti Scritturali con l’aggiunta dei vostri Madrigali, non v’è punto di dubbio che voi rovinereste il meschinello, s’egli fosse anche ricco quanto lo fu il vecchio Aldo, o l’Elzevir; e questa rovina delle umane creature non s’ha a soffrire in nessun conto da chi ha qualche compassione pel suo innocente e sconsigliato prossimo.

[1009] Io avverto dunque tutti quanti i librai d’Italia a non pigliar più per buone le vostre lunghe ciance e le vostre magnifiche promesse; cioè a non lasciarsi più tirare da quelle a far istampare a proprie spese alcuna delle suddette vostre pappolate, perchè, se dal passato gli uomini prudenti devono arguire del futuro, lo stampare a proprie spese qualche vostra novella sciocchezza o rimata o versiscioltata, riuscirà a qualunque libraio di non mediocre detrimento. So che voi non avrete il viso tosto abbastanza per assicurare alcuno che le vostre Rime, e le vostre Egerie, e le vostre Egloghe hanno recato profitto pecuniario o a voi o a librai che le hanno stampate a loro proprie spese.

Ma io mi sono lasciato portar via dal mio solito calore di fantasia a scoprire qui una mia benefica intenzione verso i nostri librai che forse doveva tener celata per magnanimità. Non voglio tuttavia cancellare quello che mi è ora scappato della penna, e voglio tirar innanzi a dirvi che anche le tre egloghe rimate, da voi aggiunte a queste vostre Egloghe in versi sciolti ridotte, non è punto vero che voi le abbiate tratte in qualche parte dal Pope. Che audacia! E come potete voi dire un’altra così spiattellata menzogna in istampa! Voi non sapete un vocabolo inglese, [1010] e voi avete anzi ajutato il vostro giurato amico Agarimanto Bricconio a ridervi d’un certo galantuomo perchè sa quel linguaggio perfettamente; e voi avrete tratte in gran parte le vostre tre egloghe rimate dal Pope? Ma, signor illustrissimo, non v’ha egli a esser più alcuna fede nella letteraria repubblica? S’ha egli a dire sul sodo che s’intende una lingua, una scienza, un’arte, un mestiero per gabbare il mondo, e per procacciare de’compratori a un cattivo libro? È vero che il Pope ha scritte in inglese quattro egloghe che sono stampate coll’altre sue opere; ma voi non avete tratto, nè potevate trarre da quelle un solo solissimo verso. Le ho lette e rilette pur ora, e con molta attenzione quelle sue quattro egloghe, come ho pur lette e rilette le vostre, e vi posso giurare, signor illustrissimo, che voi non avete pur pensato a pescare in quelle nè il vostro disegno, nè i pensieri vostri, nè le vostre espressioni, nè altra benchè minima cosa. E voi avete la sfacciatezza di dire che una parte di questa vostra scipita minestra è roba di quel britannico valentuomo? E d’imbrattargli la fama con far credere in induzione alla gente, ch’egli abbia seccato i suoi leggitori come voi fate i vostri versiscioltando e rimeggiando arcadicamente e muliebremente come fate voi? Eh, signor illustrissimo, vi [1011] vuol altro che il sacro almo furore delle ninfe di Pindo perchè la gente scambi la vostra poesia per poesia di Pope? Vi vuol altro che pregare i zefiri innamorati di portare i vostri sospiri ad Egeria! Vi vuol altro che l’afflitta tortorella che piange i suoi perduti desiri! Vi vuol altro che pregar un fiore che dica se lontananza è morte a un fido cuore! Vi vuol altro che far gorgogliar le fonti, o rinfrescarsi nell’estiva acquetta! Per dirvela in somma tutta, vi vuol altro che procurarsi de’sonetti in lode, e stamparli poi con le risposte per le rime in fronte a’vostri melensi librattoli onde farvi credere poeta, o intenditore della lingua inglese e di Pope! Pope scriveva con invenzione, con esattezza di lingua con forza di stile, con varietà, e con sodezza di pensieri; e voi non avete tanta invenzione quanta n’ha un pestello di pepe, e voi scrivete una lingua mezza fanciullesca e mezza sgrammaticata, e voi non sapete far altro che furare agli arcadi più comunali i loro più comunali concettuzzi. Ma voi avete imparato dal vostro amico abate Chiari a valervi con una baldanzosa menzogna del nome di Pope per dare del peso e dell’importanza al titolo d’un vostro sciocco libro; cosa che io non vi posso perdonare se non mi promettete solennemente, e da quel tenero innamorato che siete, di [1012] non imparar da un altro vostro amico altri mestieri che sono peggiori assai che non è quello di svergognare gli autori famosi degli altri paesi associando i chiarissimi nomi loro agli oscurissimi nomi nostri.

E qui a proposito di quel Bricconio, come non vi vergognaste voi di appiccare a queste vostre Egloghe in versi sciolti ridotte una lunga prefazione di colui, e farvi dare in essa dell’illustrissimo? Oh la gran voglia ch’io ho, signor Egerio Porconero, di dirvene quattro su questo proposito! E che sorta d’uomo siete voi, che soffrite, anzi vi gloriate d’avere il nome vostro accoppiato con quello di Bricconio, di cui parve appunto che il Pope volesse parlare quando disse d’uno.

Ebene 5► Zitat/Motto► « Steals much, spends little, and has nothing left? » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

Ma non imbrattiamo troppo i nostri fogli col nome di quel coso. Bastivi ch’io vi dica che a dispetto delle lodi date da lui in quella prefazione alla signora Egeria e all’abate Frugoni, nè l’abate Frugoni, nè la signora Egeria vorranno come voi essere chiamati amici e colleghi da un Agarimanto Bricconio, e voi meglio di molti sapete perchè non lo vorranno essere. Ma bastivi questo per oggi, vita mia, e non istampate mai più de’vostri versi, vate del Panaro adorno di luce febea. ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

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Chiacchiere domestiche tra don Petronio Zamberlucco e Aristarco Scannabue, Dialogo quarto.

Ebene 4► Dialog► D. Pe. E così, che di’ tu, gamba di legno, di questa lettera che mi scrive questo Ottalmo Prosecchio?

Ari. Dico che il signor Ottalmo è il signor Ottalmo.

D. Pe. Uh uomo schizzinoso che tu sei! Rispondi chiaro.

Ari. Che chiaro, e che scuro? Tu mi vuoi sempre far parlare prolissamente sopra ogni bazzecola che t’è scritta da cotesti tuoi anonimi corrispondenti, e badi troppo alle loro ciance. Questo Ottalmo mi pare uno scolaretto, che invece di star attento alle lezioni del pedante, va acchiappando le mosche intorno, e le ripone con puerile diligenza in una gabbia di carta.

D. Pe. Eppure, se tu mel permettessi, gli vorrei rispondere, e mettere la mia risposta nella Frusta, perchè io non so chi egli sia, nè dov’egli si stia.

Ari. Fallo pure, che io te ne do licenza, anzi ho gusto di vedere che tu pure incominci a voler far il critico e il letterato.

D. Pe. Sì, me ne comincia a venire il prurito; ma, inter nos, dulcissime Frater, io non ho scritto mai per la stampa, [1014] e ho paura di farmi rider dietro come fanno cotesti tuoi abati arcadi; però ajutami un poco a comporre la risposta. Anzi...Sta, sta...Starebbe anche meglio che tu me la dettassi.

Ari. Non vuoi altro? Piglia la penna, e scrivi ch’io detto.

D. Pe. Di su.

Ari. « Signor Ottalmo mio signore, voi siete un bel pezzo d’ignorante ».

D. Pe. Me Hercle! Questo è un parlare un po’ troppo schietto! Non se gli potrebbe mo dare dell’ignorante copertamente, e con qualche bel giro di parole, senza adoperare questa crudeltà di frase!

Ari. O scrivi la verità tal quale io la detterò, o fatti la tua lettera da te. Io voglio sempre chiamar pane il pane.

D.Pe. Via, via; detta quel che vuoi, che io scriverò: ma con patto che pubblicherai o non pubblicherai sulla Frusta questa mia lettera, secondo ch’io vorrò. Altrimente . . . 

Ari. Sia come ti piace, piovano. Scrivi. « Signor Ottalmo Prosecchio, voi siete un bel pezzo d’ignorante . . . »

D. Pe. D’ignorante.

Ari. « Se non sapete fare delle migliori osservazioni . . . »

D. Pe. Osservazioni.

Ari. « Sul foglio periodico del mio gamba di legno. Va bene così? »

[1015] D. Pe. Dirò Aristarco invece di dire gamba di legno. Detta, detta.

Ari. « Quelle vostre osservazioni s’aggirano troppo sulle parole; ed io vorrei che badaste anzi alle cose ».

D. Pe. Oh, me hercle, tu hai toccato il punto che mi premeva di toccare! Benissimo, Benissimo!

Ari. « Che importa a me che a voi piacciano i vocaboli cuculiare, gnatone, increscioso, o buttare, e che poi non vi piacciono quelli di modico, compattamente, ingoldonito? Forse che questo mi farà bere un bicchier di meno? »

D. Pe. Eh matto! Quest’ultime parole le lascio fuori.

Ari. « E perchè non volete voi che dal vocabolo spagnuolo calessero si formi nello stile familiare l’addiettivo calesseresco, come ha fatto quel Baretti nelle sue lettere? Voi siete molto stitico ».

D. Pe. Ottimamente. Ottalmo è uno stitico me hercle!

Ari. « E perchè non volete che un autore nomini al bisogno il cavallo di don Chisciotte che si chiamava Ronzinante, o quello d’Orlando che si chiamava Brigliadoro? »

D. Pe. Questo è veramente un bel capriccio del signor Ottalmo Prosecchio.

Ari. « E chi credete voi che vi voglia [1016] credere, quando replicherete che lo scrivere del mio gamba di legno è languido e spossato miseramente? »

D. Pe. Povero Ottalmo se stampasse! Me hercle, se n’accorgerebbe!

Ari. « E chi v’ha dato ad intendere, che la lingua italiana può vantarsi e si vanterà sempre d’esser la più ricca lingua del mondo? »

D.Pe. Ah! E non sei tu qui dell’opinione d’Ottalmo? Io credeva che tu il fossi.

Ari. Di questo ne discorreremo poi. Tira innanzi. « E chi v’ha detto, signor mio, che Aristarco usi sussiego invece di superiorità? E che volete voi apporre al vocabolo versiscioltajo? »

D. Pe. Questo poveruomo non ha veduta la necessità che avevamo d’un tal vocabolo nella nostra lingua che identifica una specie di poetastri comunissimi fra di noi.

Ari. « Chi v’ha detto . . . Ma io non ho flemma di continuar a rilegger questa nojosa lettera di questo Ottalmo. »

D. Pe. Deh non ci fermiamo per via. Ora che hai fatto il più, fa anche il meno. Detta, detta.

Ari. « Voi, signor Ottalmo, siete reo di bugia quando assicurate che Aristarco dice d’un uomo non dotato d’anima poetica che possa giudicare dirit-[1017]tamente di poesia. Rileggete la lunga lettera scritta ad una dama inglese, posta nel numero sesto della Frusta, e vedrete ch’egli ha anzi acremente sostenuta l’opinione contraria ».

D. Pe. Oh questa era quella che mi premeva di dire a questo Ottalmo, che mi vuole scambiare le carte in mano.

Ari. « Voi poi non sapete il segreto di quella maggior opera di stampa, di cui disapprovate il giudizio datone da Aristarco; ma quello è un segreto che nè io nè Aristarco vi possiamo palesare in iscritto. Pure su quell’articolo vi diamo entrambi ragione ».

D. Pe. Così mi piace. Dar ragione a chi l’ha.

Ari. « Ma voi siete un bel pezzo d’ignorante a paragonare la Frusta del mio gamba di legno col Decamerone del Boccaccio in fatti di costume ».

D. Pe. Benissimo. Qui quest’Ottalmo m’aveva messo in collera, e qui gli sta a pennello il bel pezzo d’ignorante.

Ari. « E voi siete un prosuntuoso quando pretendete che Aristarco si conformi a’vostri frivoli consigli sotto pena di dismettere la Frusta per disperazione ».

D. Pe. Anche questa non gli sta male. Innanzi. Innanzi.

Ari. Oh va innanzi tu, che io non ho [1018] più pazienza con questo superficiale scolaretto. Andiamo a fare quattro passi nell’orto, che il sole è sotto. ◀Dialog ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

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L’Agricoltura di Cosimo Trinci pistojese. In Venezia 1763, presso Girolamo Deregni, in 8.o

Per due ragioni è cosa poco meno che inutile lo scrivere de’libri d’agricoltura in questa nostra Italia. Una è che quelli i quali posseggono di molti campi da far coltivare, sono per lo più gente svogliata che poco si cura di legger libri di sorte alcuna. A che dunque scriverne per gente che non vuol leggere? L’altra ragione è che fra i contadini a’quali tocca il coltivare, sono pochissimi quelli che conoscano le lettere dell’alfabeto. A che dunque scriverne per gente che non può leggere?

Un costume diverso assai dal nostro regna universalmente in molti paesi a noi settentrionali, e massime in Inghilterra. Ne’miei replicati giri per quella bell’isola io ho osservato che non solo i contadini sanno tutti leggere con molta sicurezza di voce, ma ho notato pure che i loro padroni comprano molti libri d’agricoltura, e poi non solo li leggono essi quando sono in campagna, ma li regalano anche con molto profittevole generosità a’loro contadini; cosicchè in molte ville-[1019]recce casupole io ho vedute co’miei occhi delle piccole biblioteche di libri d’agricoltura. Ed ecco una, e forse la principal ragione perchè il terreno in Inghilterra è fecondo, quanto lo può essere, di tutti que’prodotti che il suo clima gli permette naturalmente, e perchè si è anzi trovato colà il modo di violentare lo stesso clima e di far dare al terreno di que’prodotti che non potrebbe mai dare naturalmente. L’Inghilterra, ognuno lo sa, è oggidì ridotta a tanta fertilità, che fra l’altre cose somministra quasi ogni anno una quantità immensa di frumento a molte nazioni, e tira per conseguenza a se una quasi incredibile somma di danaro, che sparso poi per tutta l’isola, mette una parte de’suoi abitanti nel caso di attendere a quelle moltiplici manifatture che portano in casa loro del nuovo danaro dagli stranieri, accrescendosi in tal guisa sempre più que’mezzi che rendono da più d’un secolo il nome britannico sì rispettabile e sì glorioso in tutte le quattro parti del mondo.

L’agricoltura dunque, signori miei, è quella che ha principalmente resi gli abitatori di quel regno grandi e formidabili al segno che oggidì lo sono; come fu quella che negli antichi tempi aveva resi grandi e formidabili i Romani. Ognuno sa quanto anche quel famoso popolo fu po-[1020]tente, allorquando dalla sola Sicilia, o dalla sola Sardegna sapeva trarre per viva forza d’agricoltura sì abbondante copia di frumento da somministrar il pane a molte amplissime provincie. Quel popolo divenne lo stupore egualmente che l’esempio d’ogni successivo secolo e d’ogni successivo popolo, come ne divenne poi il ludibrio tosto che abbandonata l’agricoltura si buttò in braccio al lusso ed alla voluttà di quell’Oriente, che aveva prima soggiogato con tanto indicibile bravura, e con tante costantissime fatiche.

Io non ho tuttavia il cervello così romanzesco da voler assicurare i miei compatriotti, che l’Italia nostra ricupererebbe tosto una gran parte, e forse tutta l’antica potenza, se i nostri signori e i nostri contadini si facessero a studiare da buon senno l’agricoltura. La potenza d’un paese non nasce tutta da questo studio; e per rendere una nazione grande e formidabile quanto lo fu in diebus illis la romana, e quanto lo è oggigiorno la brittannica, si richieggono anche dell’altre combinazioni e dell’altre circostanze, sulle quali non occorre per adesso spaziare o speculare. Io voglio soltanto dire che lo studiare la scienza dell’agricoltura duplica e moltiplica il cibo a’contadini, e l’entrate a’possessori de’terreni, e che è perciò cosa piena di maraviglia il vedere quanti po-[1021]chi di que’possessori si curino di studiare questa scienza, e di renderla agevole e comune per la facilissima strada de’libri a coloro che dalla provvidenza sono destinati a fecondare e a coltivare i campi delle signorie loro.

Ebene 4► Fremdportrait► Io non so se il signor Cosimo Trinci autore di questo libro d’agricoltura possedesse tanto terreno quanto ne posseggono per lo più gli autori de’libri ne’paesi nostri. Appare però da questa sua opera, che s’egli non aveva un largo tratto di terreno che gli appartenesse, meritava tuttavia d’averne una buona porzione, poichè non si può dire la multiplicità e la diligenza delle osservazioni da esso fatte sopra varie specie di terreni, e come ha bravamente notati in questo suo libro tutti i modi che ha saputo trovare per rendere la superficie del terreno produttiva per così dire a suo dispetto.

Ma perchè sarebbe una troppo gran faccenda il dar qui conto minutamente d’ogni cosa da lui registrata in questa sua Agricoltura, e che prenderebbe più parte di questo mio foglio che non gliene posso accordare, io mi ristringerò a farne un poco di compendio, e a dare a’miei leggitori la più chiara idea ch’io potrò delle varie materie che contiene, sperando che fra essi ve ne possa essere alcuno voglioso d’approfittarsene.

[1022] Il signor Trinci comincia il suo libro con un Discorso generale dell’agricoltura. In questo si mostra che « non v’è terra, per meschina ch’ella sia ed avara, da cui non si possa trarre qualche frutto; » si spazia su i varj vantaggi che possano derivare agli uomini dalla coltivazione; si fa un dettaglio di varj terreni e dell’altezza di ciascun d’essi; s’insegna a ridurre il canape a tal finezza, che s’assomigli al lino; si parla d’una tela che si potrebbe fare con l’ortica, « fors’anche più forte, dice l’autore, di quella di canape »; e s’accenna quindi la necessità di non aggravare soverchio i villani con l’imposte, onde possano aver coraggio e modi di adoperarsi a pubblico vantaggio.

A questo discorso il signor Trinci ha aggiunto quasi a foggia di poscritto « quattro massime generali da praticarsi nella buona agricoltura », e sono queste.

Massima Prima. Bisogna mettere il suolo della terra in positura tale, che non possa facilmente essere portato via dalle acque piovane e superficiali e renderlo sano dalle sotterranee quando di sua natura non fosse; e nelle pianure che restano troppo basse e soggette alle inondazioni è necessario necessario trovare il modo d’alzare, o come altri dicono di colmarle, pigliando le torbe dall’escrescenze de’fiumi o torrenti più vicini, dalle quali se ne ricavano utili di grosse conseguenze.

[1023] Seconda. Si scelga e si metta la terra più attiva e migliore intorno alle barbe delle piante, in maniera che possa facilmente subito darle tutto l’incremento; e queste si scelgano altresì capaci, e si piantino in modo che possano immediatamente pigliarla colle loro barbe nella maggior quantità possibile.

Terza. Si tenga la terra con la lavorazione in continua attività, affinchè il nutrimento e lo spirito resti più anticipatamente che sia possibile impiegato a beneficio delle piante e delle semenze; nè se ne perda mai neppure una minima parte inutilmente.

Quarta. La terra non resti mai oziosa, ma sempre piena di quelle piante, e di quelle semenze più proprie, più sicure, più utili, e che portano seco meno spesa e meno risico.

Il libro poi è diviso in diciotto Trattati, e ogni trattato è diviso quale in più, e quale in meno capitoli, secondo che il suo argomento richiedeva. Farò qui l’enumerazione degli argomenti d’ognuno di que’trattati.

Il primo trattato è delle Viti.

Il secondo. Dell’Uve e de’Vini.

Il terzo. De’Gelsi.

Il quarto. Degli Ulivi.

Il quinto. Delle Piante de’fichi.

Il sesto. Delle Pera.

[1024] Il settimo. De’Castagni.

L’ottavo. De’Ciriegi.

Il nono. Degli Agrumi.

Il decimo. Degl’Innesti.

L’undecimo. Dell’Arare, e del Seminare

Il duodecimo. De’Cocomeri.

Il decimoterzo. De’Lavori, Semente, Posature ed altre cose che accadono mese per mese.

Il decimoquarto. De’Cavalieri (cioè de’bachi da seta).

Il decimoquinto. Della coltivazione de’Morari.

Questo Trattato decimoquinto essendo sullo stesso argomento che il Trattato terzo, m’è venuto sospetto che qualche editore ve l’abbia aggiunto per accrescere la mole del libro e renderlo così un po’ più caro nel prezzo; o forse l’ha fatto per pura ignoranza, non intendendo il vocabolo toscano gelsi usato dal Trinci, che equivale al vocabolo veneziano morari. Vedo dallo stile che questo Trattato decimoquinto non è del Trinci, ma d’un qualche scrittore veneziano, perchè oltre al dire morari invece di gelsi o mori dice anche fondo invece di profondo, ghiara invece di ghiaja, e altre simile cosucce, di cui in un libro di questa natura io faccio poco caso. Poteva però quel signor editore avvertir i leggitori di [1025] tale sua aggiunta, che sul totale non è cattiva, e non voler far passare furtivamente l’opera d’uno per opera d’un altro.

Il decimosesto è intorno alla Coltivazione delle Viti.

Il decimosettimo. Sopra la Coltivazione delle Siepi.

Il decimottavo. Sopra la Coltura dell’Api.

Il parlare d’ognuno di questi trattati, come dissi, è cosa che non si può fare in questo foglio, perchè ne piglierebbe troppa parte. Se un qualche mio leggitore è amante d’agricoltura, gliene ho detto quanto basta, registrando qui l’argomento di que’diciotto Trattati. Io non voglio aggiunger altro intorno a questo libro, se non che sul totale mi par degno se ne faccia uso, e degno d’essere regalato da un possessore di terreni a qualche suo villano amico dell’alfabeto, che imparerà certamente da esso qualche cosa di utile. Ho nulladimeno paura che questa mia esortazione debba esser volta solamente agli abitanti di Toscana, e non a tutti gl’Italiani in generale, perchè questo libro è scritto nel dialetto di Pistoja; e quel dialetto non può essere inteso dall’Alpi sino in fondo della Calabria. Non tutti i vignajuoli d’Italia, per mo’ di dire, intenderanno facilmente di che uve parli il signor Trinci quando parla dell’uva Ca-[1026]najola, dell’uva Claretto di Francia, dell’uva Lonza, dell’uva Dolcipappola, o Mammola, o Navasina, o Raffaoncello; o altre uve nominate in questo libro, che forse non si coltivano comunemente fuori di Toscana, o che se vi si coltivano sono nominate con altri nomi. Questo però non è il solo svantaggio che hanno i varj popoli d’Italia, di non intendersi gli uni cogli altri quando nominano cose sostantive; e questo loro svantaggio si rende quotidianamente maggiore, mercè il pazzo scrivere di certi filosofastri che tuttodì ficcano nelle loro arlecchinesche opere d’inchiostro un mondo di brutti vocabolacci tratti da’loro rispettivi dialetti; e come se questo non avesse anche a bastare per toglierci ogni speranza d’una lingua che ci sia universale, interlardano (vocabolo fabbricato alla loro moda) interlardano quelle loro opere di parole e di frasi rubate a’Francesi affine di costringerci a studiare la lingua francese, per porci in istato d’intendere le cose scritte nella nostra. Maladetti filosofastri!

A questa Agricoltura di Cosimo Trinci è stato aggiunto in questa edizione un Trattato sopra la Coltivazione della Vite, scritto da un monsieur Bidet, e un altro Trattato sulla stessa materia di Marco Bussato da Ravenna.

E come se questi due Trattati non fos-[1027]sero stati abbastanza per ingrandire il volume, vi si è anche aggiunto il Manuale de’Giardinieri di F. Agostino Mandirola, con alcune Memorie intorno La Ruca de’Meli del signor Zaccaria Betti, già da me mentovato in uno de’miei precedenti numeri. Tanto la lettura del Manuale quanto della Ruca può essere profittevole ad uno studioso agricoltore. Bisogna però ch’io avverta qui il mio lettore, che Ruca è un vocabolo non so di qual parte d’Italia, che non significa Erba nota, come lo spiega la Crusca, ma che è qui adoperato dal signor Zaccaria pel vocabolo toscano Bruco; e i bruchi sono in Verona chiamati Ruche, in Venezia Ruzzole, in Piemonte Gate, e in altre parti d’Italia hanno altri nomi; ma chi non vuole scrivendo servirsi della lingua toscana in certi casi, dovrebbe almeno dirci come si chiami in Toscana quella tal cosa di cui vuole scrivere, acciocchè, ricorrendo al Vocabolario possiamo capire quale è la materia di cui scrive. Come, senza essere veronese, si può egli sapere che chi scrive delle Ruche scrive de’Bruchi? Mi si risponderà che questo Trattatello è scritto solo pe’Veronesi, e non per gli altri popoli d’Italia. Benissimo. Si poteva dunque scriverlo tutto quanto nel dialetto di Verona, che così sarebbe riuscito sempre più intelligibile alla gente per cui fu scritto. ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

[1028] Metatextualität► Il seguente squarcio di Lettera scritta da un zio tornato da lontani paesi ad una sua bella nipote mi par degno d’aver luogo ne’miei fogli. ◀Metatextualität

Ebene 3► Brief/Leserbrief► « In questa nostra vigliacca Italia, Clotilde mia, v’è pur troppo il brutto costume, che quasi nessun uomo sa accostarsi ad una donna senza tosto non le parlare sfacciatamente d’impuro amore. Ch’ella sia vergine, che sia maritata, che sia vedova, un po’ di gioventù basta perchè venga dannata a sentirsi susurrare negli orecchi mille stomachevoli cosacce da ciascun uomo. Questo, Clotilde mia, non è possibile che non sia anche stato più volte il tuo caso, tanto è generale nel corrottissimo paese nostro la moda di così insultare la muliebre verecondia. E non è troppo possibile che il discernimento abbia in te precorso di tanto gli anni, che tu abbi potuto rispondere col dovuto sdegno e risentimento ogni volta che all’inesperienza tua saranno stati fatti di questi affronti. Ora però che quattro lustri sono venuti insieme col tuo affezionatissimo zio in tuo soccorso, chi ardirà più di così vilipendere il tuo intelletto senza sicurezza d’un bando immediato e perpetuo da te? Da te che sei giovane come Ebe, avvenente come Flora, grande come Giunone, e di nobil indole come Minerva? Chi ardirà più profanarti l’udito con un solo [1029] libero motto ora ch’io t’ho strappata la fascia della semplicità dagli occhi, e resati accorta della violazione che gli uomini fanno a quel rispetto che debbono alla parte onesta del tuo sesso quando ardiscono di farvi di que’discorsi che non si debbono soffrire se non dalle più sfrontate meretrici? Non meritarti, Clotilde mia, con una vile condiscendenza alla moda generale, non meritarti, che da questi ribaldi uominacci ti sia contaminata la pura mente, e guasto il cuor generoso ». ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Metatextualität► Conchiudiamo l’anno con un breve, bizzarro e leggiadrissimo Osservatore del conte Gasparo Gozzi. ◀Metatextualität

Ebene 3► « Verrà uno, e dirà: Vuoi tu scrivere? Io ho un bello argomento alle mani. Odilo. E mi narra una cosa. Quantunque la non mi piaccia affatto, conviene ch’io faccia buon viso, altrimenti n’avrebbe collera, ma non giova, perchè poi si sdegnerà, quando non veda ch’io l’abbia scritta. Tanto era ch’io non gli avessi usata quella prima civiltà sulla faccia, e avessi detto pane al pane, come in effetto mi dettava la coscienza. Io sono più presto malatticcio che altro: e tuttavia non mangiando e non bevendo soverchiamente, nè facendo altri disordini di quelli che danno il crollo al temperamento dell’uomo, nè essendo per natura mal condi-[1030]zionato di viscere, nè di sangue, non posso indurmi a credere, che altro mi renda così malsano, fuorchè il fare per civiltà quello che non vorrei, tacere quello che vorrei dire, e parlare di quello che non vorrei più volte in un giorno. Io non so perchè il contrastare così spesso alla propria volontà, non debba fare qualche alterazione nel corpo, come la fanno tutti gli altri disordini. Di qui viene, cred’io ancora, che parlo poco. Non so come facciano alcuni, i quali tengono nel cuore e nel capo più cose ad un tratto; e traggono fuori, quasi da una borsa, quello che vogliono. Anzi quello che mi pare più strano si è, che ne cavino quel che non hanno dentro. Io vedrò uno il quale ha una malinconia nel cuore che l’ammazza, e trovasi in compagnia di chi gli narra qualche frascheria e ride; per compiacenza ghigna anch’egli, e risponde al primo con una facezia. In qual parte della borsa avea egli la facezia così pronta, s’egli è pieno di tristezza? Una vedova sarà allo specchio da sè e mirerà come le quadra bene il bruno arrecatole quel dì per la morte del marito. È piena di sè, contenta del vestito nuovo che le rialza la carnagione perch’è bianca. La sua appariscenza l’empie tutto l’animo, tutta la testa. Il cameriere le annunzia che vengono persone a visitarla; ed ella, ripiena del primo pensiero, par-[1031]lerà colla miglior grazia del mondo del suo gran dolore, e mescolerà le parole con le lagrime. In effetto, io credo che la lingua sola, senza l’ajuto del cervello, possa oggidì anch’essa dire quello che occorre, perchè altrimenti io non saprei intendere come si potesse ragionare così diversamente da quello ch’è di dentro. O veramente, contro a quanto n’hanno detto gli speculatori della natura i pensieri non sono più nell’intelletto, ma volano per l’aria, e ce gli tiriamo respirando ne’polmoni, e li mandiam fuori. Il che quasi quasi sarei tentato di credere, e forse lo potrei provare. Oh! non sono forse state provate cose, che nel principio pareano più strane di questa? Dappoi in qua per esempio, che fu fatto il mondo, è stato parlato sempre. Le parole non sono altro, che tante vesticciuole, come chi dicesse vescichette, che rinchiudono un pensiero. Quando sono uscite dalla lingua, la vescichetta percuote nell’aria: oh! non si potrebbe dire che si rompe, e fa quello scoppio ch’ode ognuno? Il pensiero svestito dove n’andrà? Rimane per l’aria a svolazzare. Immagini ognuno qual turbine di pensieri si deve aggirare intorno a noi dappoichè si parla al mondo. Io non l’affermerei per certo, ma molte cose mi fanno dubitare che si parli oggidì co’pensieri che vengono dal di fuo-[1032]ri. L’una, che non s’ode mai cosa che non sia stata detta; e questo è segno che si parla co’pensieri degli altri; l’altra, che spesso s’odono persone a favellare con tanta confusione, che non si potrebbe dir altro, se non che tirando il fiato ingojano que’pensieri che vengono, e li cacciano fuori come ne vanno. Si potrebbe anche dire, che di così fatti pensieri sia tanto piena l’aria, che caschino in ogni luogo, e principalmente ne’calamai, dove si ravviluppano nelle spugne, e ne vengono poi tratti fuori dalla punta della penna; poichè anche gli scrittori per lo più fanno come chi favella; e c’è chi scrive quello che altri ha scritto, o detta in modo che non s’intende. So benissimo che mi si potrebbe fare qualche obbiezione, perchè molte ne vanno per l’aria anche di queste, come d’ogn’altra materia; ma non diffido però, che non ci volino anche le risposte e gli scioglimenti. Potrebbe nascere un dubbio, per esempio, perchè le donne parlino più de’maschj. S’egli fosse vero che i pensieri volassero per l’aria, come io dico, per qual ragione n’avrebbe ad entrare in esse una maggior quantità che negli uomini quando tirano il fiato per favellare? Rispondo, che c’è diversità fra pensieri e pensieri, e che una minor quantità ne dee di necessità entrare di quelli che sono di maggiore im-[1033]portanza, e per conseguenza più grossi, quali sono quelli che co’loro più gagliardi polmoni traggono in se gli uomini, di que’delicati, e fini pensieri che si traggono le femmine in polmoncelli men vigorosi nel ventilare. Per altro l’obbiezione non ha fondamento, e la mia risposta fu piuttosto per dire qualche cosa, che perchè in effetto abbisognasse. Ho udite donne a parlar poco, e uomini molto. Ho sentite femmine a favellar benissimo di cose importanti e gravi, e uomini di minute e di nessuna sostanza; sicchè anche questa opposizione non istà salda al martello. E per maggior prova della mia opinione, ho fatto sperienza che a questi giorni così piovosi e umidacci, ognuno è malinconico, e appena s’è posto a sedere che pare addormentato; laddove quando sono i tempi asciutti, e que’bei sereni così vivi, par che ognuno si conforti a chiaccherare; e questo è indizio ch’entra l’aria in corpo respirata più grossa e più tarda, e quanto essa tien più di luogo e più tarda va, tanto men v’entra di pensieri, i quali all’incontro, con la serena, agile e sottile, trovano più capacità dentro, e maggior prontezza all’entrata. » ◀Ebene 3

Aristarco Scannabue a’suoi partigiani.

Zitat/Motto► Essendo questo il numero, con cui si dà fine al Primo Anno Frustatorio, io dovrei conchiudere queste mie lucubrazioni con un bellissimo complimento di commiato alle signorie vostre, non tanto per conformarci al comun costume di chiunque scrive cose periodiche, quanto per accaparrare la buona volontà e il favor vostro a que’fogli che m’apparecchio a pubblicare nel corso dell’anno venturo. E chi sa che più d’uno di voi non abbia anche sollecitata col desiderio la stampa di queste mie ultime pagine, aspettando impazientemente l’ora di sorbirsi a bell’agio una buona parte d’un bene studiato ringraziamento del vecchio Aristarco a’suoi partigiani?

Quantunque però io mi picchi di sapere assai bene la scienza della bella creanza, e quantunque io soglia principalmente distinguere gli uomini barbari dagli uomini non barbari col solo misurare la maggiore o minor quantità che ne adoprano nel loro domestico trattar insieme, non credo contuttociò d’essere nella stretta necessità, partigiani miei, di cavarmi il turbante, e facendovi un turchesco profondissimo salamelecche mostrarvi la calva cima della mia bella zucca; anzi se ve l’ho a dire, io sono propio risoluto in questa [1035] opinione, che secondo i dettami della bella creanza, a voi tocchi il rendermi infinite grazie dell’incomodo più che mediocre da me pigliato ne’dodici passati mesi per mettere tanti di voi in istato di giudicar dritto su molte e molte materie, per avervi somministrati i veri modi di fare i quamquam addosso a quell’immensa ciurmaglia di scrittori, che, come ho detto più volte, ammorbano e vituperano la patria vostra con tante farraggini d’insulsissimi versi e di prose ricadiosissime. La bella creanza, signori miei, è una cosa lodevole e piacevolissima; è una cosa utile e necessaria; è una cosa che distingue quanto l’arti e le scienze i colti abitatori d’Europa da’rozzi selvaggi d’Africa e d’America: ma la bella creanza non deve perciò essere sagrificata alla giustizia, e non deve farci tributare de’rendimenti di grazie a coloro da’quali ne dobbiamo anzi aspettare e pretendere: altrimente ella diventa in tal caso adulazione, cioè si scambia di virtù in vizio: ed io non voglio rendermi colpevole di così sozza metamorfosi. Tocca dunque a voi, signori miei, a ringraziare il vostro valoroso compatriotta de’benefizj che v’ha fatti, aprendovi pian piano la mente, e rendendovela chiara più che non era prima, esponendosi perciò con non molto ardimento al pazzo furore di tante centi-[1036]naja d’acerrimi nemici della ragione, che tanto vale quanto dire al pazzo furore di tante centinaja d’acerrimi nemici vostri.

Aristarco però aspetta, come la giustizia richiede, che voi gli diate quella prova di gratitudine che è forse la sola nel poter vostro di dargli per contraccambio di quello che ha fatto in vostro vantaggio: cioè aspetta che stiate ben saldi e serrati anche per tutto l’anno prossimo sotto la sua trionfale bandiera, e che non vi lasciate punto smuovere di quivi dalle scempiate grida degli Adelasti Anascali, dal maligno squittire de’Filologuzzi Etruschi, dal nojoso crocitare degli Anti-Derhamiti, dal goffo grugnire degli Egerj Porconeri, dal latrar bestiale degli Agarimanti Bricconii, dallo stupidissimo belare de’Pastorelli Arcadici, e dall’urlare non meno spaventevole che ridicolo di que’magri filosofastri, che in tutto il corso de’dodici passati mesi hanno con tanta perversità cercato d’assordar gli orecchi e d’intronare il cervello al vostro imperturbabile settuagenario campione.

A tutta questa spregevolissima genìa, signori miei, voi non avete punto a badare in tutto il corso dell’anno venturo, caso che continuassero a menarmi intorno quello stesso schiamazzo che mi menarono dacchè cominciai a pubblicare questi miei fogli sino al dì d’oggi. Lasciateli [1037] pur far rumore, signori miei: lasciateli pure smaniare e fremere quanto vogliono contro le mie dritte massime e buoni documenti, e statevi saldi e serrati alla prefata bandiera, guardando solo alla raddoppiata forza del mio erculeo braccio, che vibrerà con sempre maggior furia la formidabile Frusta per tener coloro lontani dal nobilissimo tempio del sapere. Oh cospetto di Bacco, signori miei, io m’adoprerò in siffatta guisa nel prossimo anno, che forse impedirò loro anche la strada di profanare con le loro letterarie sporcizie le mura esteriori e l’ampio vestibulo di quel nobilissimo tempio!

Ma la povera generazione de’nostri cattivi scrittori (mi dirà alcuno di voi) non ha poi altra forza se non quella che deriva loro dal loro immenso numero; e perciò il debellarla, checchè te ne paja, non può riuscire soverchio difficile, trattandosi massime ch’eglino hanno a fare con un critico che ha una gamba di legno. I critici che hanno una delle due gambe a quel modo, quando s’avventano a un esercito di cattivi scrittori, si possono, come ognun sa, paragonare appunto agli sparvieri armati d’artigli acuti come lesine, e di becchi forti come tanaglie, che si scagliano sur una nuvola d’inermi passeri, e di timide lodolette.

Zitto zitto; risponde frettolosamente l’o-[1038]nesto don Petronio nostro. Questo stesso pensiero è eziandio venuto sotto il cranio delle nostre signorie: perciò il nostr’uomo dalla gamba di legno s’è risoluto (contro l’avviso mio però) di rendere l’impresa sua un po’ più malagevole che non è stata sinora. E che ha egli pensato di fare questo paragone dello sparviere per rendere la sua impresa più malagevole? Oh! Egli ha pensato di mettersi anche a tartassare alcuni di quegli scrittori che sono comunemente, (o come dic’egli) abusivamente chiamati scrittori de’buoni secoli.

Partigiani miei, non vi sbigottite a queste parole del nostro don Petronio, e non aprite tanto quelle vostre bocche per lo stupore; che se ne’fogli passati mi riuscì facile il convincere una metà dell’Italia che la maggior parte de’nostri moderni sono scrittori cattivi, mi riuscirà egualmente facile il convincere l’altra metà, che la maggior parte de’nostri scrittori antichi non sono gran fatto migliori de’moderni; e lasciate venire il mese di gennajo, che nel primo numero da pubblicarsi in quel mese vi farò forse toccar con mano, cominciando a vagliare alquanto Ebene 3► Exemplum► le Rime di messer Pietro Bembo, che il trovare tanti spropositi e tante sciocchezze negli scritti de’nostri antichi, non è egli sicuramente una montagna da spianare. ◀Exemplum ◀Ebene 3 Molte cose pajono in teorica dif-[1039]ficili, che poi in pratica sono piene d’agevolezza. Per ora non voglio dirvi di più su questo proposito.

Ma perchè al fin del conto la critica non è altro che una cosa sempre uniforme, da cui, per così dire, si sente sempre cantare ogni canzone sulla stess’aria, e ripeter sempre sul medesimo tuono che questo è bene, e questo è male; che questo è dritto, e questo è torto; che questo è utile, e questo è dannoso; e perchè i viri sapientissimi della nostra Italia non vogliono in modo alcuno acconciarsi a questo uniforme dire, io ho fatto disegno, signori miei, di allargare alquanto i limiti ne’quali mi sono finora tenuto, e di recare ne’miei futuri fogli qualche cosa che non sia semplice critica; ed avendo osservato che qualche superficiale notizia da me accidentalmente data ne’fogli passati di qualche autore forestiero non è riuscita discara a molti leggitori della Frusta, ho pensato che l’allargamento del mio disegno consisterà nel regalarvi in ogni mio futuro foglio di qualche ragguaglio sì delle opere che delle persone d’alcuni de’più celebri letterati d’oltramonti, e specialmente de’Francesi e degl’Inglesi.

Siccome però io mi sono replicatamente avveduto da’tanti francesismi tuttora sparsi in copia magna de’nostri moderni ne’lo-[1040]ro libri, che la lingua francese è già comunissima fra di noi; ed essendo anche convinto dalla nostra universale snervatezza di scrivere, che la lingua inglese non è ancora troppo trita nella nostra contrada, ho risoluto in tali miei futuri ragguagli d’autori e d’opere oltramontane di estendermi più assai su quelli e quelle d’Inghilterra, che non su quelli e quelle di Francia! Oh che bella cosa se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche la lingua inglese! Allora sì, che si potrebbono sperare de’pasticci sempre più maravigliosi di vocaboli e modi nostrani e stranieri ne’moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que’tanti francesismi di cui riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina! Corpo dell’ippopotamo, come dice Brighella, questa saria bene la strada di far impazzare totalmente coloro che vogliono pur leggere i nostri libri moderni senza prima darsi l’incomodo di rendersi linguisti perfetti.

Come vi garba, signori miei, questo mio pensiero? Gradite voi questo po’ d’aggiunta al mio primo disegno? Io ho fiducia grande che sì. Via, via, preparatevi a leggere tratto tratto delle belle dissertazioni su certi autori di cui è difficile [1041] pronunciar bene i nomi. In questo modo la Frusta riuscirà varia, e produttrice di nuove idee nelle menti de’miei leggitori: e intanto io continuerò a non far caso d’una certa minutissima razza d’insetti, che nel corso del passato anno primo frustatorio m’hanno sovente ronzato intorno.

Parli tu (interrompe di nuovo don Petronio), parli tu degl’insetti che m’hanno rovinate quelle due piante d’aranci? Che aranci, che piante? Io chiamo insetti letterarj que’tanti scioccherelli, che m’hanno scritte tante ciance per indurmi a comporre la Frusta a modo loro. Uno mi diceva, deh signor Aristarco, menate un po’ più discretamente addosso a questo e addosso a quello! E l’altro mi gridava, oh signore Scannabue, tu promettesti dar botte da cani a tutti, e tuttavia non fai altro che lodare quest’e quell’altro! Un terzo m’esortava a lasciar fuori le lettere lunghe, e un quarto m’assicurava che le lettere corte non vagliono un pistacchio l’una. E chi non voleva più odi pindariche, e chi ne voleva delle anacreontiche, chi detestava i capitoli, e chi abbominava le satire. Ohimè, ohimè! Chi mi consigliava a far parola de’nostri moderni scrittori latini, e a dare de’lunghi estratti di libri di matematica, di geografia e di chirurgia per uso di quelli che [1042] non sono nè matematici, nè geografi, nè chirurghi; chi mi raccomandava divotamente le teologie sì morali e metafisiche, che scolastiche, tuttodì stampate e ristampate; chi voleva indurmi a fare de’prolissi elogi a que’tanti tesauri d’antichità che ne piovono tuttodì addosso, e in somma chi mi riprendeva della troppa cura ch’io mi piglio di aprir l’intelletto a’giovani che si vogliono dedicare agli studj, e chi mi recitava la predica su i tentativi ch’io faccio per indurre l’amabil sesso ad acquistare qualche tintura di lettere amene, o a scrivere almeno con un po’ d’ortografia. Ma vi vorrebb’altro che un Aristarco a contentar tanta gente! E vi vorrebb’altro che un uomo solo a comporre su que’tanti argomenti di cui mi si diedero soltanto degli schizzi e de’cenni! E vi vorrebbe poi altro che un solo stampatore a stampare le tante cose che mi sono state mandate perchè n’arricchissi la mia Frusta! Misericordia! Ecco qui, fra l’altre tantafere, un fascio di sonetti in lode d’Aristarco, e un altro fascio in lode di don Petronio; ed ecco anche in quest’angolo della stanza tanti altri sonetti da farne trenta o quaranta tomi, e tutti in biasimo e derisione dello stesso Aristarco e dello stesso don Petronio. Manco male che l’inverno viene, e che Macouf avrà un bel fuoco da accendere ogni [1043] mattina! Quanta poesia anderà alle fiamme! Così v’andasse anche tutta quella degli arcadi e de’raccoltai d’oggigiorno!

Ma torniamo, signori miei, d’onde siamo partiti, e torniamo a dire che ne’miei fogli dell’anno prossimo si troverà al solito un po’ di critica de’nostri moderni; e poi un po’ di critica de’nostri antichi; e poi qualche notizia d’opere e d’autori oltramontani; e poi lettere lunghe e corte, e ode, e capitoli, e satire, e tutto quello che io giudicherò a proposito. Invece però di due numeri ogni mese, come feci l’anno pur ora terminato, io non pubblicherò che un numero ogni mese, cominciando, come dissi, a dar fuori il primo numero nel mese di gennajo, dando poi fuori l’ultimo numero nel mese di dicembre. Così risparmierò a me una parte della fatica, e a’miei leggitori una parte della spesa, poichè pe’dodici numeri di quest’anno i signori associati pagheranno soltanto otto lire venete anticipatamente al signor Antonio Savioli librajo in Venezia. Dimezzando in questo modo il mio lavoro, è da sperare che ognuno de’dodici venturi fogli si pubblicherà regolarmente ne’debiti mesi, e che non si ritarderà la stampa d’alcuno d’essi come è avvenuto quest’anno scorso per qualche incomodo di salute sofferto dall’autore che a forza di leggere e di scri-[1044]vere incessantemente a pro de’suoi cari compatriotti, si buscò fra l’altre dolcezze una flussione d’occhi che durò alquanto più del bisogno. Valete Fratres. ◀Metatextualität ◀Ebene 2 ◀Ebene 1