Zitiervorschlag: Giuseppe Baretti (Hrsg.): "Numero XVIII", in: La Frusta letteraria di Aristarco Scannabue, Vol.4\18 (1764), S. 742-783, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.953 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

N.o XVIII.

Roveredo 15 giugno 1764.

Ebene 2► Metatextualität► In sul mio primo pubblicare colle stampe questi forse troppo severi, ma sempre veridici fogli, non si può dire quante anonime lettere mi vennero scritte da molte parti d’Italia, alcune piene di rimbrotti, di contumelie e di minacce; ed altre d’applausi, di panegirici e d’incoraggimento.

Non giudico opportuno il dar adesso un distinto conto a’miei leggitori dell’effetto, che quelle tante lettere andarono di mano in mano producendo sull’animo mio. Più d’uno d’essi però si sarà oggimai avvisto, che io ho badato assai poco a que’tanti nemici del vero che mi favorirono di tanti improperj e di tante smargiassate, poichè lasciandoli abbajare come cani scottati, continuai con risoluta fer-[743]mezza come avevo cominciato, cioè continuai a lodare que’libri e quegli autori che trovai degni di lode, e a tambussare senza misericordia quegli altri che o coll’ignoranza o colla malizia loro fanno troppo disonore alla letteratura d’Italia.

Non contenti di scrivermi delle anonime lettere, alcuni si sono anche arrischiati a dirmi il fatto loro in istampa. Ringraziati sieno quelli che hanno in istampa approvata l’impresa mia, ma a quelli che hanno fatto il contrario sia detto una volta per sempre, che Aristarco non si cura punto d’essi e delle loro pappolate, poichè pappolate sono sicuramente le quattro principali scritture pubblicate sinora contro la Frusta. La prima d’esse stampata colla data di Casale in Monferrato, e col nome dell’autor suo anagrammaticamente stravolto, fu una ladra cosa scritta da un uomo conosciuto per quel mal bigatto ch’egli è da chiunque lo conosce. Io mo non volli avvilirmi a rispondere a quella cosa ladra. Non ho neppur voluto rispondere alla seconda scritta da un certo Sofifilo Nonacrio pastor arcade, essendomi accorto leggendola, che vano sarebbe il disputare con un balordo, a cui nè la natura nè i libri diedero tanta capacità da distinguere tra il bene e il male. Mi sono contentato di rendergli un necessario servizio con avvertire il pubblico, ch’egli [744] vende quella sua insulsa tiritera due terzi di bajocco (quantunque non vaglia realmente che un quarto di bajocco) onde tutti possono correre a comprarla pel buon mercato se non per altro. Della terza farò forse parola un altro tratto: ho qualche ragione di non diffondermi adesso a mostrare, che l’autor suo è non meno scemo di cervello del mio glorioso Sofifilo Nonacrio. Voglio però spaziare oggi alquanto sulla quarta cosa, che m’è stata scritta contro, stampata in qualche parte di Toscana (se non m’ingannano certe mie congetture) con la falsa data di Certaldo 10 aprile, intitolata Lettera del C. F. M. G. G. P. A. A. A. E. Filologo etrusco ad Aristarco Scannabue, e mandatami duplicata per la posta di Firenze. A questa lettera dunque rispondo così: ◀Metatextualität

Ebene 3► Brief/Leserbrief► Signor Filologo etrusco.

Ebene 4► Ho ritirato dalla posta il plico, che mi ha portate due copie del vostro libretto. Avreste forse operato più onestamente a mandarmele franche, e a non isfogare la malignità vostra anche per questo verso, poichè il cagionarmi una spesa inutile, e molto maggiore del loro valore intrinseco, non può avvantaggiare la vostra causa. Tuttavia seguite pure a usarmi di queste soverchierie che in ogni modo non siete [745] solo a vendicarvi in così vituperosa maniera di qualche mia frustata.

Voi però, signor Filologo mio, mi riuscite molto ridicolo a dichiararvi un ragazzo che conta ancor pochi peli in sul mento, e a voler poi farmi temere una vostra Antifrusta. Come diavolo potete voi essere tanto sciocco da persuadervi che un vecchione settuagenario, com’io sono, possa temere un ragazzo, e un ragazzo, per quel ch’io vedo, assai discolo, e nimico dell’andar a scuola, quale voi vi fate scorgere con questa vostra non meno insolente che fanciullesca lettera? Vi vuol altro, sbarbatello mio, vi vuol altro col vecchio Aristarco che mostrarsi impronto e temerario per fargli mutar maniera di pensare e di scrivere! Nulladimeno, perchè fra gli altri fini ch’io mi sono proposto nell’intraprendere questa mia periodica opera, uno è stato quello d’illuminare le menti di que’giovanetti che vogliono o per gloria o per bisogno accingersi a fare il mestiere difficilissimo di scrittori, voglio ora accondiscendere con ogni benignità a confutare alcuno de’vostri puerili sofismi, e così procurate di mettervi sulla buona strada prima che siate ito tanto avanti da non poter poi più tornare indietro senza soverchia fatica, o per dir meglio senza soverchia vergogna.

Voi mi dite, che la mia Frusta Zitat/Motto► « è [746] oggimai una miscea di poche buone cose, e di molte cattive, un fascio di cose letterarie, comiche e romanzesche: un ammasso d’improperj, d’ingiurie, di scherni per lo più ingiustamente, pazzamente, e bestialmente scaricati sopra gli scrittori d’ogni fatta ». ◀Zitat/Motto Ah Filologuccio bugiardello, e come potete voi in così tenera età aver la coscienza già tanto indurata da parlare in questo modo dell’opera di Aristarco? Vi pare che i giudizj da me dati degli autori meritino d’essere caratterizzati a questa foggia? E qual è quel libro cattivo, a cui io non abbia dato il titolo di cattivo, o qual è quel libro buono a cui io abbia negato il titolo di buono, rigidamente conformandomi alle sacre leggi del giusto e del vero? Ma voi siete forse un fanatico partigiano del Discorso del Matrimonio, delle Commedie Goldoniane, de’Romanzi Chiareschi, e d’altri tali opere piene di brutta morale, e vi duole ch’io scopra le loro magagne e la perversità loro. Se questo è il caso vostro, e’ m’è forza dirvi che voi mi riuscite un tristanzuolo troppo per tempo. O voi siete forse un ammiratore delle Memorie Istoriche del Morei, o delle Viziose Maniere di difender le cause nel Foro del Di Gennaro, o delle Antiche iscrizioni interpretate dal Vallarsi, o delle Poesie del Saccenti e del Cerretesi, o di qualch’altra tale cianfru-[747]saglia da me trattata con iscorno e con beffa. Se questo è il caso vostro, sbarbatello, e’ m’è forza dirvi che il vostro gusto in fatto di letteratura è molto corrotto. O vi duole forse che io abbia lodato il Mattino del Parini, o il Cicerone del Passeroni, o i Drammi del Metastasio, o le Meditazioni del Genovesi, o il Trattato sulla lingua ebraica del padre Finetti, o le Lettere del Zanon, o alcune altre simili cose buone assai ne’loro rispettivi generi. Ma, ragazzaccio, quali libri lodereste voi se aveste da lodar libri? Di quali studj e di qual lettura vi dilettate voi? E quelle lettere di Lovanglia, e quelle ode, e que’capitoli da me sparsi qua e là per la Frusta, vi pare che s’abbiano a chiamare una miscea, o un fascio, o un ammasso di cose per lo più triste? Eh parlate più secondo i dettami della vostra coscienza, fanciullo temerario, e dite come dicono molti de’migliori galantuomini d’Italia, che nelle mie lucubrazioni io sono austero sì, ma spassionato e giusto con tutti gli scrittori di cui favello, e che ogni mia riga mostra Aristarco amico della religione, della morale e della buona creanza, egualmente che nimico della dissolutezza, dell’asinità, e della prosunzione. Nessuno, eccetto un ragazzaccio come voi siete, e ingiusto, e pazzo, e bestiale, può avere l’insolenza di negare questi meriti a’miei fogli.

[748] Voi dite che il mio stile non è cattivo, ma che non è neppure totalmente buono, che più di dugento scrivono bene com’io in Italia, e più di cento meglio di me. Dove però sono, signor Filologuzzo mio, questi trecento scrittori in Italia? Vedete se voi parlate a caso, e da quell’ignorantissimo scuolaretto che siete! Voi avete qui detta una di quelle bugie che i ragazzi sogliono dire a’babbi ed alle mamme, puerilmente credendo di farle ad essi scambiare per verità. L’Italia d’oggi sappiate che non si può vantare di trenta mediocri scrittori, non che di trecento; sappiate anzi che in tutta l’odierna Europa, da Gibilterra sino in Tartaria, e dalla Lapponia sino alla Morea, non si possono contare trecento scrittori, quando voi non mettiate nel numero degli scrittori gli scrittori del vostro calibro, che in tal caso certamente se ne conterebbono trecento mila non che trecento. Avrei però avuto caro che mi nominaste solo trenta di quegli scrittori che nella opinione vostra scrivono meglio di me in Italia, perchè potessi imparare da essi a scrivere un po’ meglio che non faccio.

Tutte quelle ciance poi, che voi fate intorno alle trasposizioni ammesse dall’indole della lingua nostra, sono tutte sofisticherie da mozzorecchi, tutte sciocchezze e puerilità, che ben vi mostrano un sco-[749]laretto principiante, senza che mel diceste nelle prime righe della vostra lettera. In varj luoghi de’miei fogli io ho additati i mezzi che possono condurre gli scrittori a formarsi facilmente uno stile buono, cioè uno stile schietto e naturale, avvertendoli principalmente Ebene 5► Exemplum► a fuggire quel fraseggiare alla latina tanto frequente nel Boccaccio e nella maggior parte di que’cinquecentisti sempre balordamente celebrati da’nostri moderni pedanti. ◀Exemplum ◀Ebene 5 Qual è quell’italiano ragionevole che voglia opporsi a un consiglio così giusto, così moderato e così savio? Io non volli fare il saccente, e puntellare la mia sentenza coll’autorità di questo e di quell’altro dotto defunto, perchè le cose che sono puntellate dalla ragione, mi pare pedanteria il puntellarle ancora coll’autorità de’morti; e voi mi venite via con Marco Tullio che non intendete punto quando traducete il suo vocabolo eloquentia col nostro vocabolo stile. Altro è l’eloquenza, ed altro è lo stile a casa nostra; ma l’età vi scusa se non sapete ancora queste cose tanto difficili a sapersi, meschino filologuzzo!

Voi entrate quindi in una collera grande contro un forestiere che sotto il nome d’Aristofilo mi chiede perchè io non faccio uso ne’miei fogli di que’tanti riboboli e modi di dire adoperati nelle loro cicalate e in altre lor opere da’Fiorentini: riboboli [750] e modi di dire che a lui pajono enimmi e logogrifi. Ma vi pare, impronto ragazzo, che una domanda così ragionevole e così modesta, fatta all’onorato e grave Aristarco da un forestiero che vi è affatto ignoto meriti strapazzo e villania? Attaccatevi alla risposta da me fatta alla sua ragionevole e modesta domanda, se volete attaccarvi a qualche cosa, e mostrate se potete ch’io l’ho ingannato con quella, ma lasciate star lui e non gli date de’calci, ch’egli è persona, se nol vedete dal suo scrivere, meritevole di gratitudine da noi per lo studio ch’egli è venuto a fare nel paese nostro della nostra lingua e della letteratura nostra, e che merita in oltre ogni rispetto per la qualità sua; cose che vi si farebbono toccar con mano, se alla vostra tanta insolenza nello scrivere aveste congiunto il coraggio di far sapere chi siete, e se non vi foste timidamente nascosto sotto dieci lettere dell’alfabeto majuscolo, quantunque sappiate molto bene chi si nasconda sotto il nome d’Aristarco.

Non è poi vero quello che voi audacemente dite, che ogni sorta di persone in Toscana, parlando familiarmente, adopri quelle brutte frasi notate da Aristofilo nella sua lettera franzese da me stampata nel numero decimoterzo. Le gentili dame, e i cavalieri colti, e generalmente ogni persona ben nata si vergognerebbe in To-[751]scana di rimenarsi per bocca quelle brutte frasi, nè v’è altri che il popolaccio, o chi vuole assomigliarsi al popolaccio, che ardisca dire d’aver pisciato su più d’un muricciuolo, d’aver cotto il culo ne’cieci rossi, ed altre tali stomachevoli cosacce. Questi, vel torno a dire, sono modi plebei, sono vivezze canagliesche; e chiunque, sia uomo o sia donna, le adopera in domestico discorso, o in iscritto, ha del plebeo e del canagliesco. Gli è vero, come voi dite, che ogni lingua ha delle espressioni di questo conio; ma ne’paesi colti nessuna civil persona fa uso d’esse in voce, o in iscritto, nè più nè meno che in Toscana; o se ne fa uso deve essere tacciata di plebea e di canagliesca, come io ho tacciato nella mia onorata e sincerissima risposta ad Aristofilo gli autori delle vostre cicalate. Contentatevi dunque, signor Filologo etrusco, che dal vostro affermare con tanta audacia una cosa così falsa e così disonorevole a’vostri concittadini, io congetturi, anzi affermi, che voi non bazzicate nella vostra Toscana con altri che colla plebe e colla canaglia. Lasciatemi di più replicare con vostra pace, che quelle cicalate, da voi iscambiate per lavori estremamente arguti e faceti, non sono per lo più altro che lavori canaglieschi e plebei, insipidi affatto, e ridicoli, e vergognosi, e stucchevoli in sommo gra-[752]do, ad onta di tutti gli ammiratori loro. Tanto peggio per voi se la vostra sassea ragione non giunge a capire questa verità, che sarebbe già stata capita da tutti, se alcuno avesse avuto il coraggio, o il discernimento di dirla prima di me.

Voi mi tacciate poi anche bugiardamente là dove mi tacciate d’aver detto che il Bellini, il Ebene 5► Exemplum► Salvini, ed altri hanno adoperati di que’riboboli e di que’modi plebei e canaglieschi nelle loro scritture gravi e dignitose. ◀Exemplum ◀Ebene 5 Leggete i miei fogli un po’ meglio, e vedrete che io non ho mai detto tal cosa.

Ebene 5► Exemplum► Mi fate poi nausea piuttosto che sdegno dove parlate degli accademici della Crusca, e dell’universale rispetto che pretendete si debba avere da ogni scrittore al corpo loro, o a quello dell’Arcadia, o a qualunque altra tale confraternita. Ma non sapete voi, ignorante ragazzo, che tutti questi corpi, da voi tanto rispettati e venerati, non sono poi altro in sostanza che un ammasso di molti superficiali saputelli, sparso d’un tanto picciol numero d’uomini veramente dotti, che, contando molto esattamente, appena si anderebbe più là del tre o del quattro? Non sapete voi che più giova a una città un corpo di ciabattini e di votacessi, che non la più numerosa accademia di filologi, o la più popolata colonia d’immaginarj pastorelli? Non sapete voi anzi, che queste accade-[753]mie, e queste arcadie sono perniciose alla società, poichè i loro membri non sanno per lo più far altro, che adularsi reciprocamente, e quindi cinguettare d’elementi grammaticali, o fabbricare sonettuzzi e madrigaletti da ventuno al quattrino? ◀Exemplum ◀Ebene 5 Ve la voglio menar buona, signor Filologo, che quelle due congreghe fecero qualche po’ di bene alle lettere quando furono istituite; ma qual bene fanno ora? Di qual utile sono al mondo? E se ora non fanno più bene alcuno, e non sono più d’alcun utile, e se non s’impara in esse più altro che adulazione e frascherie, che frenetica superstizione è la vostra di voler costringere me ed altri a rispettare ed a venerare questi corpi, come se fossero corpi d’armata, o corpi santi? E perchè, trattandosi di gente che professa, o che dovrebbe professar lettere, non ne sarà permesso di dir d’essi e delle lettere loro quello che ne pare giusto e ragionevole? E perchè volete voi dare ad essi un carattere di sovranità su tutti gli uomini di lettere non aggregati ad essi? Sarebbe bella affè, che un arciconsole, o un custode generale dovessero essere considerati e rispettati come i sultani della letteratura d’Italia perchè sono capi di que’due corpi! Ma lasciando stare per ora gli arcadi, l’istituzione de’quali ho già detto in qualch’altro mio foglio essere una [754] cosa puerile affatto e ridicola, come farete voi a difendere gli antichi accademici della Crusca, che quando compilarono il loro vocabolario non si vergognarono di bruttarlo col registro puntuale de’più infami vocaboli che la canaglia possa usare? Ebene 5► Zitat/Motto► « Il vocabolario toscano (dice un certo autore da voi odiato, ma galantuomo a dispetto del vano odio vostro), il vocabolario toscano è biasimevolissimo per le tante parolacce, e frasacce, e proverbiacci plebei, e sporchi, e osceni, e profani, registrati in quello da quegli scostumati accademici, i quali credettero oro e gemme tutto lo sterco fiorentino. E giacchè sono a dire (continua quel galantuomo) che bene si credettero mo que’signori di far al mondo, assistendo le sgualdrine, e i bertoni, e la canaglia tutta a esprimersi, e informando la gente civile, morigerata e onesta de’modi di parlare usati dal loro popolazzo più vile, da’loro scrittori più dispregievoli, e forse da essi medesimi? Oh io m’arrossisco in pensare, che un corpo d’Italiani riputati dotti, un numero di cristiani gentiluomini, che avrebbero dovuto essere specchi e modelli agli altri d’ogni bel parlare egualmente che d’ogni buon costume, abbiano così sconciatamente imbrattata un’opera così grande, e così importante quale è il loro vocabolario con tanti stomachevoli vocaboli e [755] modi di dire, parte tratti da molti de’loro ribaldi prosatori e poeti, e parte raccolti ne’chiassi e ne’lupanari di Firenze! Quel vocabolario doveva essere un libro da poterlo porre in mano a’nostri figliuoli alla sicura, perchè da esso imparassero a parlare e a scrivere puramente; ma qual è quel dabben padre che possa in coscienza lasciar in balìa d’un curioso fanciullo, o d’una ragazza innocente un libro, dal quale si possono con poca fatica imparare tutte le porcherie dicibili nella nostra lingua? Da’viventi accademici però si spera (notate le seguenti parole, signor Filologo etrusco), si spera che venendo il caso d’una nuova edizione, quel vocabolario sarà ripurgato e reso, come si può facilmente fare, il più insigne di quanti ne sono stati scritti in Europa sinora, avvertendo di aggiungervi le etimologie, e di rendere le definizioni un po’ più precise e un po’ più filosofiche ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Rispondete mo adesso, signor Filologo, a questo discorso di quel galantuomo, e tornatemi un po’ a replicare impertinentemente non meno che goffamente, che Ebene 5► Zitat/Motto► « ogni vocabolario di qualunque lingua dee contenere tutte le voci e tutte le frasi che si parlano o si scrivono; e che quanto più ampio egli è e dovizioso, tanto è più pregiato e tenuto caro dagl’intendenti ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Andate adagio un altro tratto nel fabbricare assiomi, che non siete [756] ancora da tanto sicuramente. Per fabbricarne vi vuol altro che una vista lunga una spanna, qual è la vostra! Vi vuole un occhio aquilino che veda d’ogni banda, e che esamini tutto il pro e tutto il contro di quella quistione che si vuole filosoficamente ridurre in assioma.

Tornando un passo indietro, cioè tornando al punto delle trasposizioni e dello stile, vi voglio aggiungere che il vostro gran padre della lingua messer Giovanni Boccaccio infastidirebbe tutti come infastidisce me colle sue trasposizioni alla latina, e col suo stile in tanti luoghi studiatamente abbindolatissimo, se voi altri Fiorentini, ostinati adoratori di tutte le cose vostre, non aveste avvezzi voi medesimi ed altrui a stimar il Boccaccio troppo più che non vale. Voi altri Fiorentini siete venuti giù di secolo in secolo esaltandolo, e trovandolo una miniera inesausta d’ogni bellezza, d’ogni bontà e d’ogni perfetta, più perfetta e perfettissima perfezione, appunto come i peripatetici vennero giù di secolo in secolo sempre parlando con un pazzo entusiasmo d’ammirazione di certe parti della filosofia aristotelica. L’universale degl’Italiani si stette a detta, e gli uni ripetettero quello che dagli altri era già stato ripetuto dietro la ripetizione d’altri ripetitori, perchè costa meno fatica lo stare a detta, che non il giudicare d’ogni cosa col proprio giu-[757]dizio. Dico che l’universale degl’Italiani si stette a detta de’vostri successivi Fiorentini sul fatto del Boccaccio, come tutta Europa si stette per molto maggior tempo a detta de’peripatetici sul fatto d’Aristotile. Cartesio però non volle star a detta, si rise dell’autorità peripatetica di molti secoli, e fu per conseguenza una nuova sorgente di vero sapere. Ma perchè non ha mai a venire un Cartesio in filologia, come n’è venuto uno in filosofia?

Degli autori poi, che voi mi nominate con ridicolo ossequio, dirò quello che penso quando mi verrà in acconcio di parlare dell’opere loro. Non è tempo adesso di far loro l’anatomia; ma verrà un giorno che li vedrete comparire nella Frusta uno dietro l’altro, e a tutti saprò fare la debita giustizia, come l’ho fatta sinora a tutti quelli de’quali m’è occorso giudicare.

Una sola cosa mi rimane ancora a dirvi in risposta del vostro temerario libretto, signor Filologo etrusco senza barba; cioè mi rimane a dirvi, che voi egualmente che quel tamburaccio di Sofifilo Nonacrio operate con vilissima soverchieria, volendo sforzarmi a uscire del carattere da me assunto in questi fogli, nominandomi Torino, e il Piemonte, e l’abate Tagliazucchi, e facendo altre allusioni, che non hanno cosa in comune nè con Aristarco, [758] nè colla Frusta. Se la volete con Aristarco, venite contr’esso: se la volete con quell’altro, andate contro quell’altro. Parlate col primo in maschera a vostra posta, poichè anch’egli porta maschera; ma parlate senza maschera col secondo, poichè egli se ne va senza maschera; e allora dite i vostri bestiali desiderj, e come vorreste ch’egli fosse trattato da una patria che lo ha più caro e l’onora più che non farà mai la vostra. Ella è cosa da vigliacco, signor mio, e degna solo di un rinocerontesco Sofifilo Nonacrio, il fare il bravaccio, e sfidare a nome chi ha obbligo di non rispondere alla sfida per non uscire dell’assunto carattere. A voi che siete un ragazzo perverso sì, ma animoso per quanto veggio, e da ridurre a qualcosa di buono a furia di staffilate, gli è probabile che quell’altro, a cui avete fatta allusione, si degnerà rispondere come vi rispondo io, quando gli parlerete alla scoperta. A Sofifilo Nonacrio però nè quell’amico, nè io non risponderemo mai direttamente, e senza baja, perchè Sofifilo Nonacrio non è persona che ne dia la minima speranza di riuscire cosa buona in vita sua. Ma quantunque io prometta a voi di questa sorta d’onori, non voglio però, ragazzaccio, che montiate in superbia, e che pensiate a scrivere antifruste prima che l’ingegno vi s’aguzzi, e il giu-[759]dizio vi maturi un poco più. L’impresa di scrivere un’antifrusta non è da voi ancora; e non sarebbe da voi, se vi uniste anche in lega con Sofililo Nonacrio, e cogli altri due che già si sono arrischiati a stamparmi quelle loro pappolate contro. Vi voglio anzi avvertire, che se vi congiungeste con essi per una tale intrapresa, mi fareste propio vedere una quadriga di asinelli aggiogata a un carro di letame. State sano, ragazzaccio; gueritevi della prosunzione, e studiate ancora un buon quarto di secolo prima di pensare a scrivere delle antifruste. ◀Ebene 4 ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

E3

Saggio di Lettere piacevoli, critiche, morali, scientifiche, istruttive, in versi martelliani a vari soggetti di qualità, di Adelasto Anascialo P. A. In Venezia 1759, per Marcellino Piotto, in 8.o

Ebene 4► Non solamente sono pochi i moderni scrittori italiani che sappiano fare un buon libro, ma sono anche pochi quelli che dopo d’aver fatto un libro o buono o cattivo, sappiano fargli un buon titolo.

Fremdportrait► Adelasto Anascalio pastor arcade è appunto uno di que’gonzi che non sanno fare nè l’una nè l’altra di queste due cose. Egli ha qui fatto un cattivo libro, e poi gli ha fatto un cattivo titolo.

Supponghiamo per poco, che le sue [760] lettere sieno veramente piacevoli, critiche, morali e scientifiche, a che serviva l’aggiungere a tali quattro addiettivi quel quinto d’istruttive, o come dice Adelasto instuttive? Basta dirci che una lettera è piacevole, critica, morale e scientifica, perchè noi conchiudiamo che ella è istruttiva, senza che l’autore si dia l’incomodo d’informarcene. E non serviva nè anco il dire che tali Lettere sono istruttive a varj soggetti di qualità (frasaccia francese, che in italiano significa, a varie persone nobili), perchè quello che è istruttivo per l’eccellenza del signor Tizio, tosto che è stampato e venduto diventa anche istruttivo per la vossignoria del signor Sempronio. E se Adelasto rispondesse che quell’istruttive non si riferisce a varj soggetti di qualità, ma ch’egli ha semplicemente inteso dire che tali lettere istruttive sono dirette a soggetti di qualità, gli dico che doveva fare il suo titolo non suscettibile d’equivoco, e lasciar anche fuora quattro o cinque di quelle lettere che smentiscono il titolo, non essendo dirette a’soggetti di qualità. Nè montava poi il pregio di dire in generale a chi le ha dirette, sì perchè il leggitore l’avrebbe visto leggendo, sì perchè questa è una di quelle particolarità, che non possono rendere un libro intrinsecamente migliore di quello che l’autore l’ha fatto, [761] checchè sappiano talvolta dire in contrario i magri dedicanti. Ma queste sono inezie, dirà qualche sciocco, che non sa come ogni scrittore è in debito di pesare ogni sua sillaba quando si presenta al tribunale rispettabilissimo del pubblico, e pesarle con quella somma circospezione, con cui Aristarco pesa tutte le sue.

Neppur una poi di queste lettere merita alcuno de’quattro pomposi titoli, o addiettivi, di cui Adelasto le ha onorate. Vediamolo così di volo, che questo non è libro da perdergli intorno troppo tempo.

Queste Lettere non sono piacevoli, ma sono anzi assai dispiacevoli per le tante inezie e freddure che contengono, ed io disgrado l’autore e tutti i parziali de’suoi versi, se ne ha a trovarmi solo quattro di questi martelliani che sieno lepidi e faceti, che tanto vale il vocabolo piacevoli quando è posto nel titolo d’un libro.

Queste Lettere non sono critiche, perchè non criticano nulla. V’è bene qui e qua una qualche debol botta alle donne, secondo il comun vizio di tutti i nostri asineschi moderni, che sempre s’affaccendano a fare i bravi contro quel disarmato sesso; e v’è qualche leggier tocco a’costumi generali; e v’è qualche declamazioncella contro i poeti da raccolte che adulano sempre: ma oltre che il biasimare le donne, e l’inveire contro i costumi e contro [762] l’adulazione si dee dire piuttosto far da satirico che non da critico, se si vuol parlare secondo il vero significato delle parole; il nostro Pastor Arcade conosce così poco il sesso muliebre; sa così poco egli stesso, come farò vedere nel seguente paragrafo, in che consista il buon costume; e possiede in così eminente grado il difetto d’adulatore rinfacciato a’suoi confratelli, che tutto il critico contenuto in queste sue Lettere non gli dà certamente diritto alcuno di porsi sotto la bandiera nostra.

Queste Lettere a dir vero contengono alcuni distici che hanno qualche cosa del morale; ma tutta la morale d’Adelasto consiste nel rifriggere senza alcuna vivezza, e senza punto d’energia alcune di quelle verità, che sino le donnicciuole più dozzinali hanno quotidianamente in bocca. Egli non la fa però da moralista quando esorta un giovanetto nobile alla « Dissimulazione, a dir le bugie, e a non curare gli amici e i parenti che non giovano, » come fa con questi prosaici e meschinissimi versi.

Ebene 5► Zitat/Motto► « Dissimular a tempo oh quanto giova! attento

Lo voglio in questo, e il faccia, ancor che a grande stento.

E più sotto

Se a lei parlar occorre, pria di formar parola

Pensi che uscita, indietro più non tornando, vola,

[763] E se qual Proteo deesi spesso cangiar figura

Vi vuol arte ed ingegno, e oprar sempre a misura:

L’economia s’approvi all’uom tenace e avaro:

Si esalti chi si vanta esser illustre e chiaro:

Il prodigo può dirsi splendido e generoso:

Anche all’ardito il nome può darsi d’animoso;

Nè in guisa che disdica all’uom dabbene e onesto,

Poichè l’infame vizio dell’adular detesto.

E più sotto

Ma que’parenti e amici che si dichiaran tali

Sol quando n’han bisogno, li faccia agli altri eguali,

Che a lei nulla s’aspettano se non quand’ella vede

Che pari all’operato sperar ne può mercede ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

Questi versi, Adelasto mio, malgrado il vostro detestare l’infame vizio dell’adulazione, insegnano massime diametralmente contrarie alla morale ed al vangelo, e fors’anche contrarie alla vera virile prudenza mondana, che ne comanda di non acquistarsi fama di dissimulatori; che ci obbliga a non chiamar economo un avaro, o nobile un ignobile, o splendido un prodigo, o coraggioso un temerario, sotto pena d’essere considerati come gente di basso cuore e plebea. Nè la mondana prudenza richiede che non assistiamo al bisogno i nostri finti amici, e i nostri in-[764]grati parenti, anzi richiede il contrario, perchè beneficando un amico finto e un parente ingrato ci acquisteremo se non altro riputazione d’uomini magnanimi e buoni, il che è sempre giovevole anche alle nostre mire mondane. E così non è neppure troppo morale quest’altro verso:

« Il natural istinto s’ha da seguir in tutto; » Ma siccome io vi vedo sfibbiare di questi iniqui e pazzi documenti per ignoranza e non per malizia, e perchè appare da molt’altri passi delle vostre lettere, che voi siete un donzellaccio pieno di buona volontà, e che avreste detto meglio se la sorte vi avesse mandati de’meglio pensieri nella zucca, non vi farò qui troppo la predica, che la predica va fatta ai Goldoni e ai Chiari, i quali sbagliano sovente il vizio per virtù dove non v’ha assolutamente luogo a sbaglio; e voi avvertirò soltanto ad essere più cauto in questa parte quando vi venisse mai di nuovo nel capriccio di esporvi con qualch’altro Saggio di Lettere alla inesorabile Frusta d’Aristarco Scannabue.

Queste Lettere poi non sono punto scientifiche, nè v’ha la minima bricia di scienza da imparare da esse. Tutta la scienza che contengono consiste in rifriggere alcune cose superfizialmente trattate nel Neutonianismo per le dame, e in qualch’altro libro di tal fatta, e anche da [765] Adelasto male intese per mancanza delle più comuni cognizioni fisiche, che sono pur necessarie per ben intendere quegli stessi libri. Tre soli argomenti scientifici ha questo semplice Pastor Arcade procurato di trattare ex professo in altrettante di queste sue lettere, cioè quello della luce; quello dell’origine dei monti, e quello dell’anima delle bestie. Parlando della luce dice fra l’altre belle cose, che fra Paolo trovò la circolazione del sangue;

« E d’inventar le tube ebbe Faloppia il merto; »

Forse sbagliando le tube chiamate in anatomia faloppiane per que’tubi con cui si fanno i cannocchiali e i telescopj, o per qualch’altra sorte di tubi che non hanno che fare col famoso medico Faloppia, nè con quelle tube di cui Faloppia fu lo scopritore. Oh che cristianaccio! Il suo santo protettore lo conservi sempre in questa puerile innocenza!

Parlando de’monti ha fra gli altri questi quattro scientifici versi.

Ebene 5► Zitat/Motto► « Poichè sussiste senza tanti sistemi il mondo,

Che importa poi che sia quadrato oppur rotondo?

Che saper della terra la verace figura

Sol può chi un dì la fece, e d’essa n’ha la cura. » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

E parlando dell’anima delle bestie, ecco l’opinione che garba più ad Adela-[766]sto, e che veramente è un estratto del suo più profondo scientifico.

Ebene 5► Zitat/Motto► « Alcun dirà che sia uno spirito, e questo

Sensibile e vitale, d’aria e di sangue innesto;

E parmi più degli altri ci spieghi, e renda conto

Dell’operar che fanno. » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

Di questi spropositi si dicono da que’pastorelli, che vogliono fare i sacciuti senza il minimo miccino di sapere. Si cinguetta di tube, di sistemi, di figure quadre e tonde, di spiriti vitali innestati d’aria e di sangue; si fa il consigliere ai giovanetti nobili; si dice in una pagina che si studia sempre, e che si fa sempre il poeta a benefizio del genere umano, e in un’altra pagina si assicura che noi siamo poltroni, che non amiamo la fatica, che vorremmo aver della roba per non aver poi a far nulla, e vivere in un ozio campestre, e poi si esclama scientificamente

Ebene 5► Zitat/Motto► « Che non vediamo un giorno crepar di rabbia e sdegno

Chi lacerar i parti tenta del nostro ingegno! » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

Eh, signor uomo d’ingegno, vi vuol altro che di queste esclamazioni quando si dicono tante corbellerie! E non bisogna dire

Ebene 5► Zitat/Motto► « Genti del Settentrione in questo almen beate

Che non vi sferza e coce co’raggi il sol d’estate » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

[767] se non volete scoprirvi affatto ignorante in geografia e in cosmografia. No, non bisogna dirle così majuscole se volete veramente tessere

Ebene 5► Zitat/Motto► « Di rime ampi lavori

Senza temer la sferza di rigidi censori ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

Chi ne dice delle tanto grosse troverà che i suoi leggitori sono tutti Aristarchi dal primo all’ultimo. Contentatevi dunque, signor Pastor Arcade, d’essere un buonuomo, senza mai più aspirare ad essere istruttivo a’soggetti di qualità, altrimenti sarà d’uopo che sentiate la sferza de’rigidi censori. M’avete capito? ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

Ebene 3►

Saggio di Commedie filosofiche con ampie annotazioni, di A. Agatopisto Cromaziano, in Faenza 1754.

Ebene 4► Fra i moltissimi maestri di saviezza che adornarono l’antica Grecia, nessuno forse ne insegnò tanta con un intiero trattato, quanta ne insegnò Chilone il Lacedemone con queste due sole parole Γνωδι σεαντον che suonano in nostra lingua conosci te stesso.

Fremdportrait► Se il signor Agatopisto Cromaziano avesse saputo valersi del consiglio di Chilone, cioè se avesse studiato sè stesso in maniera da poter ben conoscere la portata del proprio ingegno, non si sarebbe certamente mai accinto a scrivere alcuna [768] commedia, o altra cosa faceta, e relativa insieme al costume ed alle passioni umane, perchè il suo ingegno, quantunque non mediocre, non è punto di quella specie di cui doveva essere per rendergli probabile una buona riuscita in comiche composizioni.

Che il signor Agatopisto Cromaziano non abbia punto scandagliato il propio ingegno me lo fa assai palese questa sua bislacca fattura in versi sdruccioli da esso impropiamente chiamata Commedia filosofica, il qual addiettivo importa che l’uditore, o il leggitore imparerà da essa delle cose filosofiche, quando in sostanza questa sua commedia non è altro che un meschino tentativo di mettere in ridicolo coloro, che (malgrado molti loro sbagli ed errori) furono, sono e saranno sempre considerati da tutte le colte nazioni come i primi e più sicuri precettori di filosofia, vale a dire di tutte quelle arti e di tutte quelle scienze, che hanno tanto contribuito a distinguere gli uomini da’pappagalli, per non dire dagli orsi e dai cani.

Non si maravigli dunque l’eruditissimo signor Agatopisto, se io lo trovo degno di scherno quando lo vedo comunicare in questo suo strano modo il suo non poco sapere al mondo, e degno di sommo biasimo quando lo vedo fare degli sforzi per rendere dispregievoli quegli antichi uomi-[769]ni, agli scritti de’quali converrebbe sicuramente tornare per cavar il mondo dall’ignoranza e dalla barbarie, se il mondo ricadesse un altro tratto nella barbarie e nell’ignoranza.

Per riuscire in questo suo non meno stolto che pernicioso disegno di screditare gli antichi filosofi, il signor Agatopisto ne tira alcuni come personaggi principali in questa sua commedia; e in caso che il pubblico la gradisca tanto quanto egli spera, promette di scriverne in seguito dell’altre, nelle quali non soltanto egli si proverà a farne perdere ogni stima pe’

« Filosofi d’ogn’aria, e d’ogni secolo,

E d’ogni terra, o greca siasi o barbara, »

e per gli

« Egizj e Babilonici,

Traci, Milesj, Clazomenj, ed Attici; »

ma farà ancora comparire sul suo stravagantissimo teatro comico

« Angli, Germani, Franchi, Ispani ed Itali, »

e mostrerà che gli ammiratori degli antichi secoli sono dotti irsuti e rancidi, e ne farà vedere che ne abbisogna ricorrere a lui ed alle sue commedie filosofiche, se vogliamo pascerci

« Con bocconi di gusto incomparabile; »

e in somma ne farà toccar con mano con questi e con gli altri suoi successivi drammi, che coloro i quali pensano tutta la sapienza si ricoveri negli antichi filosofi, [770] non si devono chiamare con altro nome che con quello di plebecula e di popolo gregario.

Ma non bisogna egli aver amato indarno cento regine del Catajo, e aver avuti rivali cento Medori per isbalestrare tanta pazzia in così poche parole?

Lasciando tuttavia il suo prologo, d’onde ho tratti questi suoi maravigliosi detti, e d’onde potrei trarne degli altri ancora peggiori, vegniamo alla commedia, di cui voglio solo spremere la prima scena per mostrare al mondo qual sugo si possa sperar di cavare da tutto il teatro agatopistico cromazianesco quando sarà tutto stampato e pubblicato.

In questa prima scena dunque vien fuora Talete con Anassagora suo scolare e con Pitia sua serva. Talete dice allo scolare ed alla serva, che aspetta due ospiti filosofi; e va in collera con quello e con questa perchè non hanno ancora Ebene 5► Zitat/Motto► « scopate le camere e le anticamere, nè fatti i letti nè messo in tavola, nè preparate zuppe, allessi, arrosti e intingoli, » e in somma non ancora acceso il fuoco. Alle quali filosofiche parole di Talete, Anassagora risponde che, « dal nulla non può nascer altro che il nulla, » e la serva soggiunge, che quella casa è un « tugurio, in cui essi tre dormono per terra, e mangiano per terra, » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 sprovvisti di tutte [771] cose, eccetto che d’acqua di cui in quel tugurio ve n’ha un diluvio, perchè l’acqua è il loro elemento ed idolo.

Metatextualität► Non è questo, leggitori, un buon principio per riuscire felicemente nel nobilissimo disegno di screditare tutti gli antichi filosofi? ◀Metatextualität Si fa parlare Talete come una bestia, e poi s’inferisce che Talete era una bestia e non un filosofo. Lo so anch’io che facendolo parlare con le parole che Agatopisto gli mette in bocca, non si può dir altro se non che Talete era una bestia, e che Agatopisto fa bene a farne vilipendere questi suoi Taleti! Ma la prima scena non è ancora terminata, perchè Anassagora non ha ancora snocciolati i suoi spropositi come Talete. Ecco però che anche Anassagora s’affatica anch’esso per far isganasciare dalle risa gli spettatori della commedia, informandoli che il suo sistema è molto migliore che non quello del suo acquario maestro, poichè secondo lui Ebene 5► Zitat/Motto► « l’ossa hanno un seme che produce ossa; il sangue ha un seme che produce sangue; e l’oro, e la terra, e il fuoco, e i liquidi producono altr’oro, altra terra, altro fuoco, ed altri liquidi, » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 e così oltre. La Fantesca quindi per far anch’essa la sua parte in commedia, mette in canzone con ironia sottilissima sì la filosofia di Talete, che quella d’Anassagora; e nel calore del dialogo sempre [772] sdrucciolo siamo informati d’alcune altre doti de’filosofi antichi, come a dire, che Democrito era un ricchissimo buffone, che Orfeo era un musico incivile, e che Socrate era uno schiavo di fanciulli e di femmine, onde non occorre al povero Talete sperare la minima assistenza da essi per poter dare da pranzo a quei due ospiti che da lui s’aspettano di momento in momento.

Il rimanente della commedia è tutto del colore di questa prima scena. Si fanno dire da Socrate, da Zoroastro, da Orfeo, da Democrito e dagli altri interlocutori tante inezie e tante fanciullaggini quante parole. Si mettono in una vista sempre puerile e ridicola e matta le dottrine degli antichi sapienti; e in questo veramente filosofico modo si prova ad evidenza, che coloro erano una torma di fanciulli ridicoli, e matti, e degni per diritta conseguenza d’essere da noi derisi e vituperati anzi che stimati e studiati. La commedia poi finisce col matrimonio d’Euridice con Orfeo suo innamorato, dopo però che Orfeo ebbe sofferto.

« . . . il furor delle donzelle tracie. »

cioè dopo che fu tagliato a pezzi dalle Baccanti, tempo, come ognun vede, propriissimo per menar moglie. Nè voglio lasciar di dire che Agatopisto mette in bocca de’suoi filosofi (sdegnati della prefe-[773]renza data da Euridice ad Orfeo sopr’essi) molte grossolane ingiurie contro il bel sesso, che è quivi chiamato co’soliti bestiali epiteti « d’insensato, occulto, odioso, sempre pendente al suo peggiore, » eccetera, eccetera. Quando mai cesseranno questi nostri animaleschi scrittori d’ingiuriare quel bel sesso?

Ho detto più sopra che strano è il modo adoperato da questo Agatopisto per comunicare al mondo il suo non poco sapere. Che diavolo di capriccio è stato quello di avviluppare tanta erudizione com’egli ha fatto in versi sdruccioli sciolti, vale a dire nel più cattivo metro che sia mai stato inventato? I versi sciolti sono fastidiosi all’orecchio, e quando oltrepassano un certo numero non si possono soffrire da chi ha l’anima un pochino armoniosa; ma i versi sdruccioli sciolti riescono tormentosi tanto, che non si usano più a’dì nostri, se non da un qualche arcadico baggeo in qualche grama egloguzza: nè l’autorità d’un Ariosto e d’un Sannazzaro ci possono più far digerire de’versi sdruccioli, vuoi sciolti o vuoi rimati, perchè gli uomini finalmente danno più fede alle loro sensazioni, che non alle autorità degli Ariosti e de’Sannazzari.

Ma se fu cosa poco giudiziosa lo scrivere a’dì nostri una commedia in versi sdruccioli sciolti, fu cosa poi molto ridi-[774]cola lo scriverla tale, che abbisognasse d’un commento tre o quattro volte più lungo del testo. Poco ci voleva perchè Agatopisto s’accorgesse che la sua commedia sarebbe riuscita una cosa oscura alla più parte degli spettatori, casochè una qualche compagnia di commedianti si fosse accinta a recitarla in teatro. Per ovviar dunque a quella oscurità, e per renderla intelligibile agli spettatori egli appiccò un lungo commento ad ogni scena. Almeno avesse in un prefazio avvertito quelli che si accingeranno a recitarla di far poi anche di scena in scena recitare quel suo commento dal suggeritore, dallo smoccolatore, o da qualch’altro personaggio! Ma io, risponderà qui Agatopisto, ma io non ho scritta la mia composizione teatrale perchè si recitasse in teatro: l’ho scritta solo perchè si leggesse al tavolino. Ad quid, rispondo io, ad quid questa perdizione? E perchè almeno non intitolare la tua commedia Commedia da Tavolino? Ma le commedie hanno a essere da teatro, e non da tavolino, e quello che è da tavolino, e non da teatro, non debb’essere commedia nè tragedia. Cosa da sacciutaccio senza discorso è il cercar di mutare la natura delle cose.

Non si defraudi però il nostro Agatopisto Cromaziano del suo dovuto. Egli ha in primis molto possesso della lingua, e [775] facilità si grande di scrivere, che ben mostra d’aver adoperata la penna assai. Ebene 5► Exemplum► La forza degli sdruccioli lo ha fatto latinizzare e storpiare qualche parola. Gli ha fatto dir volumine in vece di volume, esilio in vece d’esiglio, prandio in vece di pranzo, vermine in vece di verme, arundine in vece di canna, funicolo in vece di funicella, palpebre in vece di palpébre, pulice in vece di pulce, balbettita in vece di balbetta, creanzia in vece di creanza, facéamo in vece di facevàmo, e simili improprietà e spropositi; ◀Exemplum ◀Ebene 5 tuttavia egli ha copia di vocaboli e di frasi assai grande, e trova sovente il modo di esprimere con molta agevolezza cose assai difficili ad esprimersi. Il suo ingegno poi, come già dissi, non è mediocre, poichè non si richiede mediocre ingegno a porre insieme una favola come questa, e tirare in ballo i filosofi antichi con le loro principali opinioni, bislacamente stravolte sì, ma pur espresse in ogni verso che pronunciano. E il suo sapere ho pur anche detto che non è poco, quantunque mi paja per lo più acquistato da esso leggendo dizionarj istorici ed altri moderni libri, anzi che pescato a dirittura ne’libri antichi.

Diciamo ancora qualche cosa della capricciosa dedicatoria da esso fatta di questa sua commedia all’Ombra di Moliere. Questa è una franceseria assai goffa, e [776] una satira à propos de rien a quel famosissimo poeta. Ebene 5► Zitat/Motto► « Non credo (dice questa dedicatoria) non credo che i vapori di Lete v’avran fatto dimenticare la sterilità e lo sprezzo delle vostre fatiche. » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 E chi ha mai accusato presso il signor Agatopisto il fecondo Moliere di sterilità? e chi gli ha mai detto che le fatiche di Moliere sieno disprezzate? Ebene 5► Zitat/Motto► « Il pungolo di tante satire (continua Agatopisto a dire), la vivezza di tante immagini, la varietà di tanti scherzi, la sceltezza di tanti attori, non mutò un pelo sulla faccia del mondo. Voi solcaste nell’arena, seminaste in mare e mieteste in aria, se non quanto la derisione, l’infamia, il pericolo e l’affanno furono la vostra raccolta. » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Tutto questo, Agatopisto mio, è detto con brutale irragionevolezza. Moliere contribuì forse più d’ogn’altro autor francese alla coltura della sua nazione: Moliere distrusse con una commedia sola (les Précieuses Ridicules) un brutto femmineo costume, che si era fatto quasi universale: Moliere dalle scene insegnò a innumerabili individui della sua nazione a parlare con eleganza, ed è quasi tutto suo il merito d’aver introdotta la corretta lingua e vera pronuncia sua in tutte le colte società di tutto quel vasto regno. Le opere di Moliere poi contribuirono come quelle d’Omero, al mantenimento di molte migliaja di librai, [777] di stampatori, di cartai, di legatori e di altra gente, e molti esemplari di quelle sue opere venduti a’forestieri produssero una riguardevol somma di denari alla sua patria, oltre a tanta gloria, che pochi nomi ha la Francia da’quali ella si creda più onorata che dal suo. Come dunque Agatopisto ardisce dire che Moliere Ebene 5► Zitat/Motto► « non mutò un pelo sulla faccia del mondo colle sue commedie? » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Agatopisto non muterà un pelo colle sue, se ne scrivesse anche quattromila, come dicesi che abbia fatto un Lopes de Vega Carpio, perchè le commedie d’Agatopisto non hanno la prima qualità che le commedie devono avere, cioè non hanno il senso comune; ma Moliere fu altro uomo che non è Agatopisto, e quando si vuol parlare d’un tant’uomo, bisogna farlo con riverenza, e non trinciarla da Filologuzzo etrusco, e credere che l’audacia e la temerità abbiano ad equivalere alla ragione. Si concede ad Agatopisto che « la benevolenza d’un gran re, i favori d’un gran ministro, l’approvazione d’una gran corte, eccetera, non poterono coprire Moliere dai colpi di molti avversarj; » vale a dire che il merito di Moliere gli suscitò degli avversarj assai; questo è verissimo; ma se questo ridonda in disonore di Moliere, il signor Agatopisto è sicuro che non sarà mai soggetto a simili disonori quando non gli dia l’animo [778] di scrivere delle commedie migliori di molto che non è questa sua commedia filosofica.

Metatextualität► Al seguente capitolo ho recisi i primi terzetti, che mi parvero individuar troppo la persona contro cui fu scritto. Spero che il taglio non dispiacerà all’autore. Gli stampo il restante nella Frusta perchè contiene la pittura d’un carattere troppo abbominevole non meno che troppo comune fra di noi, e perciò degno di esser esposto allo scherno del pubblico. ◀Metatextualität

Ebene 5► Zitat/Motto►  . . . . . . . . . . . . . .

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Amico mio, sono una creatura

Che non mi do dell’avvenir fastidio,

E lascio sempre fare alla natura.

Ho molti e molti guai che son di nidio,

Che mi van bistrattando tuttavia

(Direbbe un Fiorentin) senza mitidio.

Ma i’son come un fanciul che avvezzo sia

Alle sferzate, che porge le mani

Al crudel mastro, e s’e’ vuol dare, dia.

Di que’beni che chiamansi mondani

Sì pochi n’ebbi dacchè sono al mondo,

Che son più avventurati in chiesa i cani.

Eppur son sempre placido e giocondo,

E non mi curo se la mia barchetta

È sempre in rischio di spaccarsi il fondo.

[779] La fortuna ne dà spesso una stretta,

Ne scaglia come palle incontro al muro

A mo’ di giuocator colla racchetta.

Ma se tu stai come la palla duro

Il muro stesso ti ribatte indietro,

Nè andar più in là ti lascia di sicuro.

Avere non bisogna un cor di vetro

Il qual si spezzi al primo colpo; e il core

Io l’ho da Orlando, al corpo di Sampietro.

Questa maniera di giurare al nome de’santi è biasimevole.

Sono quindici giorni che un tumore

N’un piede non mi lascia uscir di letto,

E dammi in quella parte assai dolore:

E non avvi un amico per dispetto

Che venga a stare una mezz’ora meco,

E questo per parentesi sia detto.

Eppur in santa pace io me l’arreco,

E leggendo o scrivendo il tempo passo,

O fischiando o cantando come un cieco.

Ma questo è un tornagusto ed uno spasso

In paragon di più d’un altro sconcio,

Che un altro si darebbe a Satanasso.

Tu sai di quel messer raccogliconcio

Che colpi al bujo mi segna e mi mena!

Vorrebbe pure ch’io pigliassi il broncio;

Il tristo uso a ferir dietro la schiena,

Quando t’è a fronte sorride e vezzeggia

Con una faccia limpida e serena;

E con molta umiltà le spalle archeggia,

E ti fa riverenze, e ti fa inchini

Come farebbe a un re nella sua reggia,

[780] E dice che i tuoi versi son divini,

E ammira ogni tua sillaba di prosa,

E i tuoi concetti tanto pellegrini.

Se ti cade per terra qualche cosa

In fretta la raccoglie, e te la rende,

Come si fa il ventaglio ad una sposa.

Digli quel che tu vuoi, e’ non contende;

Tu hai ragione, egli è del tuo pensiero,

E chi pensa altrimente non l’intende.

Or chi diria che un goffo, un poltroniero,

Un vigliacco, un ghiotton di questa sorte

Ha credito di dotto e di sincero?

Eppur un de’signori della corte

Vuol che per onestade e per dottrina

E’sia l’Este, l’Oveste, il Sudde e il Norte.

Lo vuol seco tre ore ogni mattina,

E prende tutto quello per vangelo

Che questo sciagurato gli sciorina.

Allora gli è che con fervore e zelo

L’abito mi ricuce e mi ricama,

E mi rivede i conti a pelo a pelo.

Ad ogni motto egli protesta, e chiama

In testimonio il ciel, vedi ribaldo!

Ch’egli mi stima veramente, e m’ama:

Solo è peccato ch’io son troppo caldo,

Troppo prosuntuoso, troppo brusco,

Troppo nell’odio pertinace e saldo:

Tanto mi rende l’ignoranza lusco,

Ch’io battezzo gentaglia pazza e sciocca

I gran sostegni del linguaggio etrusco;

Sono un po’ troppo ruvido di bocca

Parlando, e scrivo poi un certo stile

Che arde come il fuoco ciò che tocca.

[781] Non posso mai resistere alla bile,

E meno giù mazzate da beccajo

A chi non è con me più che gentile.

M’allaccio in poesia tropp’alto il sajo,

Non bado all’opinion del signor Conte,

Pretendo esser il gallo del pollajo:

E son pronto a coprir d’ingiurie e d’onte

Chiunque s’arrabatta colle muse

Se a me rifiuta di piegar la fronte

Queste del mascalzon benigne accuse

Da quel signore e da chi stagli attorno

Son poi per tutta la città diffuse;

Cosicchè per le vie vedo ogni giorno

Molti fuggir da me come si fugge

Dal bue che porta il fien legato al corno;

Mi credon molti un folgore che strugge

Alberi e case; un uomo più crudele

Della mignatta che lo sangue sugge.

Ma s’io fossi un gaglioffo tutto miele;

Se ad ogni altar volessi, ad ogni santo

Appender voti, accendere candele;

Se dell’ipocrisia nell’ampio manto

M’avviluppassi, e se tra il falso e il vero

Non mi studiassi di distinguer tanto;

Se imparassi a chiamare il bianco nero,

A dar della Lucrezia alla sgualdrina,

A spalleggiar un poco l’adultero;

Oh allor sare’ una mente pellegrina;

Mi pioverien addosso i protettori,

E ricco diverrei come la Cina.

[782] Ma se a meglio mercato i lor favori,

Le grazie loro, le lor cortesie,

Gli affetti lor non vendono i signori;

Se pretendon viltà, celie e bugie,

Io son fallito, e non posso comprare

A questo prezzo queste mercanzie.

Son nato nudo, e nudo voglio andare

Tutta la vita, e voglio morir nudo,

Ma i piedi loro non li vo’ leccare.

Se in van dietro a Mercurio anelo e sudo,

Per sua bontà mi porterà dinanzi

Filosofia l’adamantino scudo;

Ed in atto di vergine che danzi

Verrammi pure a fianco Poesia,

E insieme canterem versi e romanzi

Senza punto curar di signoria. ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

Metatextualität► Sono obbligato al signor Don Andrea G. di Salò; ma non è possibile fare la richiesta dissertazione per motivi che sarebbe troppo lungo il dirli in iscritto. Vedrò con piacere quelle contraddizioni che il signor don Andrea crede di scorgere ne’miei fogli, e se mi parrà che sieno tali, non avrò difficoltà di frustar me stesso come se fossi un donzellone eguale a Sofifilo Nonacrio.

Un anonimo mi scrive che in un caso d’idrofobia è stato anche provato il sugo di limone con sommo vantaggio. Non so quel che questo anonimo voglia dire con quel [783] suo sommo vantaggio. È l’idrofobo guerito o no col sugo di limone? Questo è quello che vorrei precisamente sapere per comunicarlo al pubblico col mezzo di questo mio foglio.

A Virginia Pronuba rispondo, che avrei troppo che fare se volessi pormi a criticare ogni sonetto cattivo fatto per nozze.

N. B. Il Curioso di Belluno dà mollo vicino al segno nella sua lettera. Ma ho le mie ragioni per non compiacerlo nella sua domanda. Avrei qualche aneddoto su quel proposito da comunicare al pubblico intorno al libro nominato nella sua lettera; ma se il Curioso è così sagace, o così informato delle usanze d’un certo paese, come è vivace nel suo scrivere, indovinerà facilmente i motivi che mi costringono al silenzio quando si tratta di certi autori, ancorchè cattivi assai, e meritevolissimi d’una buona frustatura. A poco a poco però si farà tutto quello che s’ha a fare. ◀Metatextualität ◀Ebene 2 ◀Ebene 1