Zitiervorschlag: Giuseppe Baretti (Hrsg.): "Numero XVI", in: La Frusta letteraria di Aristarco Scannabue, Vol.3\16 (1764), S. 658-700, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.945 [aufgerufen am: ].


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N. XVI

Roveredo 15 maggio 1764.

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Dell’agricoltura, dell’arti, e del commercio, Lettere di Antonio Zanon, tomo secondo. In Venezia 1763. Appresso Modesto Fenzo, in 8.o

Metatextualität► Quando io mi pongo a leggere un qualche libro italiano moderno per uso di questi miei fogli, non solamente bado al buono ed al cattivo che contiene, ma bado eziandio a dicifrare la tempra, o come comunemente diciamo, il carattere di chi lo scrisse. Questo mio esame de’nostri odierni autori, unito a quello delle opere loro, m’accresce ogni dì più la mala opinione che ho concepita della più parte d’essi, perchè ogni dì più m’accorgo che il carattere loro universale è la pigrizia di mente. ◀Metatextualität Che la pigrizia di mente non debba essere il principal carattere di chi presume instruire o dilettare il mondo con un libro, è cosa tanto patente, che non credo m’occorra provarlo nè con ragioni, nè con esempj. Ma non mi si chiegga neppure ch’io provi la pigrizia di mente essere il carattere [659] principale ed universale de’nostri odierni scrittori, perchè anche questa è cosa tanto appariscente, e per conseguenza tanto facile a provarsi, che non ne so alcuna più facile. E di fatto, chi mai ha in così dirotto modo moltiplicati fra di noi gl’imitatori servilissimi dello sfibrato e abbindolato scrivere de’cinquecentisti, e chi ce li fa credere il non plus ultra della perfezione in ogni genere, se non la somma pigrizia di mente che fra di noi regna? Chi mai, se non questa pigrizia, ne fa tanto dire, e ripetere, e poi tornar a dire, e tornar a ripetere, che noi abbiamo sovranità letteraria sopra tutte le moderne nazioni, e che tutte le moderne nazioni devono a noi tutto quello che sanno? Ebene 4► Exemplum► Chi altri, se non questa brutta pigrizia ha dettate le Memorie Istoriche al Morei, l’Uccellatura al Guarinoni, le Sacre antiche iscrizioni al Vallarsi, le Viziose maniere del Foro al De Gennaro, la Barcaccia a Sabinto Fenicio, le Veglie al Manni, le Rime al Cerretesi, le Poesie piacevoli al Baretti, e tant’altri frivoli ed insulsi libercoli, e librottoli, e libracci di tant’altri nostri odierni scrittori? Chi in somma ha procacciati tanti encomj in iscritto a tanti nostri etruscai, e ditticai, e antiquariacci; e a tanti nostri versiscioltai, e sonettanti, e canzonisti; e quel che è peggio, ai nostri Goldoni e ai [660] nostri Chiari, ◀Exemplum ◀Ebene 4 se non questa maladetta maladettissima pigrizia, che resa signora, anzi tiranna delle menti nostre, non ci permette di durare quella fatica di studio e di meditazione, che debbe assolutamente essere durata da chiunque presume adoperare la penna?

Ebene 4► Fremdportrait► Il signor Antonio Zanone va però eccettuato da questa vituperosa classe d’uomini di mente pigra. Chi leggerà con la debita attenzione i tre tomi già da esso pubblicati sull’agricoltura, sull’arti, e sul commercio non potrà non accorgersi che la sua mente non è punto suscettibile di pigrizia, e ch’ella è anzi tanto attiva da renderlo degno d’essere pigliato per modello da chiunque s’arrischia a fare il difficile e pericoloso mestiere d’autore. Oltre che molte delle sue idee sono affatto nuove almeno rispetto alla comune delle varie nazioncelle che abitano la nostra penisola, quella sua mente attiva è andata rintracciando tutte le ragioni che possono servire di sostegno alle sue idee: nè si può dire con quanta industria e diligenza questo generoso amante della sua contrada abbia dappertutto cercato di corroborare quelle sue idee con moltissimi esempj non meno paesani che stranieri, e non meno antichi che moderni.

Diciamo oggi qualche cosa del suo secondo tomo. Un’altra volta diremo del [661] terzo, e poi degli altri di mano in mano che si pubblicheranno, poichè per quanto appare, egli intende di pubblicarne ancora alcuni altri, e di dare alla sua patria un’opera la più compiuta che sia stata scritta mai in lingua nostra su que’tre punti, intorno a’quali principalmente si aggira oggidì la vasta macchina della società.

Questo suo tomo contiene ventuna lettere. La prima Lettera è un bel pezzo di storica erudizione sull’origine della seta, forse inutile all’avanzamento della coltura d’essa, ma che riesce pur dilettevole a leggersi perchè intimamente legato all’argomento del libro. Esaminando le descrizioni lasciateci da Aristotile e da Plinio del baco da seta, il signor Zanon ne induce quasi a credere che gli antichi, oltre alla seta nostra venuta apparentemente a noi dalla Cina, ne avessero anche d’un’altra sorte, prodotta da un’altra sorte di bachi diversi da’nostri, e non più conosciuta da’moderni. Le sue ragioni contro le non meno mal fondate che baldanzose asserzioni di Giulio Cesare Scaligero intorno alla seta, sono in questa lettera confutate con molta forza, e si prova invincibilmente con esse che il baco non è in alcuna parte d’Oriente nutrito con altro cibo che colle foglie del gelso, dal che se ne deve trarre questa utile conseguenza, che perduta opera è il [662] cercare a quell’animaletto un altro nutrimento, come molti hanno pur procurato di fare.

La seconda Lettera corrobora sempre più l’opinione che gli antichi conoscessero una spezie di seta diversa dalla nostra. Dopo d’aver riferite alcune osservazioni sulla natura generale di tutti quegli insetti compresi da’naturalisti sotto il collettivo nome di bruchi, il signor Zanon ne dice che nella Cina, e specialmente nella provincia di Canton, Ebene 5► Zitat/Motto► « oltre alla seta comune si raccoglie un’altra sorte di seta, che si potrebbe chiamare salvatica, perchè lavorata per le selve da’bachi, di color bigio e senza alcun lustro, onde que’drappi che si fanno con essa, sembrano tela all’occhio; i quali drappi sono tuttavia più stimati del raso, e durano gran tempo, quantunque molto battuti, e si lavano come tela, assicurando anzi alcuni che non solo non sieno soggetti a macchie, ma non ricevano neppur l’olio ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Se questo è vero (come io non dubito, perchè il signor Zanon non mi par uomo da cianciar in aria) non è ella una cosa da stupirsene alquanto, che nessun potente d’Italia o di Francia non abbia ancora pensato a far venire il seme di que’bachi salvatici dalla Cina, che certamente propagherebbono sotto il nostro clima come hanno propagato quegli altri [663] bachi loro confratelli? Il restante di questa lettera è un ragguaglio delle osservazioni, esperienze e tentativi fatti in Francia per ottenere della seta da’ragni: impresa cominciata con molta sagacità dal signor Bon di Mompellieri, e proseguita per lungo tempo con molto laudevole pertinacia dal signor Reaumur di Parigi, ma che riuscì pur finalmente affatto vana.

Nella terza Lettera Ebene 5► Fremdportrait► si dice che la Cina è la patria naturale de’bachi da seta, e che i Cinesi furono per conseguenza i primi a far uso delle loro fila. Asserzione credibilissima e autenticata dall’opinione conforme e universale di molti secoli. Non mi pajono però irrefragibili verità le cose che ci sono date come tali da Voltaire intorno al cominciamento della manifattura delle sete nella Cina, adottate qui dal signor Zanon come verità. Io ho per una bella favola tutto quello che quel celebre Francese racconta dell’imperatore Yao, e di sua moglie Lieu-Heva, che si pretende vivessero 2357 anni prima della venuta di nostro Signore. Come mai si può credere che i Cinesi, grossolani idolatri anche a’dì nostri, e privi della più parte di quelle arti che abbellano da tanti secoli la nostra Europa, abbiano potuto conservarsi una esatta cronologia de’loro imperadori e delle lor mogli per lo spazio di quattro mila anni? Si sa da tutti che i [664] Cinesi non hanno saputo neppure coll’ajuto degli Europei formarsi un alfabeto, che faciliterebbe loro il modo d’esprimere le loro idee in iscritto, e che sieguono tuttavia a servirsi d’un segno solo per indicare ciascuna delle loro idee; la qual cosa deve necessariamente provarli ignoranti agli occhi di chi sa filosofare. Come dunque, torno a dire, hanno essi potuto conservarsi una esatta cronologia, che richiede l’espressione di tante idee perchè possa essere conservata esatta, e tramandata da un secolo all’altro? E chi poi ne potrà mai persuadere, che nello spazio di quattro mil’anni i Cinesi non abbiano mai mutata nè la lingua loro, nè i segni che abbisognano per esprimerla in iscritto? L’Europa e l’Asia in quattro mil’anni hanno avute cento lingue, che si sono rapidamente succedute, e i segni per esprimerle si sono cento volte alterati, e molte volte mutati affatto; nè v’è alcuno di noi vecchi di settantacinqu’anni, che non abbia notato come ogni dialetto soffre qualche alterazione in meno spazio che non sono settantacinqu’anni; e tuttavia Voltaire ne vorrà dar a bere che la lingua de’Cinesi non s’è cambiata punto nello spazio di quattro mil’anni, come non si sono nè anche cambiati in così lungo tratto di tempo i segni adoperati per esprimerla in iscritto? Sono forse i Cinesi [665] d’altra razza che gli Europei e gli Asiatici, che abbiano avuto dalla natura loro un privilegio d’immutabilità negato agli Asiatici ed agli Europei? Ma gli è la moda oggi in Francia di raccontare delle cose strane de’Cinesi, e molti moderni francesi scrittori si sono posti all’impresa di provare che i Cinesi la sanno più lunga d’assai di noi in ogni cosa. L’arti cinesi, la morale cinese, la legislatura cinese gli è la moda oggi in Francia di preferirle all’arti nostre, alla nostra mo-[666]rale, ad ogni nostra legislatura; nè mi sarebbe difficile citare più d’un passo d’autori moderni francesi, che accennano quasi maggioranza alla religione di quegli stolti idolatri sulla nostra stessa religione. Come però si possono menar buoni ad alcuni spensierati scrittori di Francia, e a Voltaire in particolare, que’lunghi panegirici ch’egli fa ad una nazione, la quale è stata sono pochi anni debellata e soggiogata quasi senza stento alcuno da quaranta o cinquanta mila mascalzoni di Tartari, che sarebbono stati ridotti in salsiccia da tre o quattro mila granatieri francesi, se avessero avuto a fare contr’essi? Sarà vero che i Cinesi hanno inventata la stampa molti secoli prima di noi; ma dove sono que’gran libri che i Cinesi hanno stampati in tanti secoli, e di cui si citano tanti bei passi in tanti libri odierni francesi? Sarà vero che i Cinesi hanno inventata la polvere da schioppo molto e molto prima di noi; ma perchè non ne hanno fatto uso per difendersi almeno da que’mascalzoni di Tartari che li hanno conquistati senza moschetti e senza cannoni? Poh, i Cinesi hanno dell’arti! Che arti? La pittura, la scoltura, e l’architettura. Benissimo: ma se non sanno meglio dipingere di quel che fanno sulle loro tazze da tè; se non sanno scolpire meglio che non fanno quando formano que’scon-[667]ci pagodi, ornamento moderno de’nostri sopraccamini; e se non hanno meglio architettura di quella che pochi anni sono ci ha portata dalla Cina l’Inglese architetto Chambers, io mi dichiaro che voglio averli per estremamente balordi in confronto de’nostri Raffaelli, de’nostri Michelangioli e de’nostri Palladj. Ma i cinesi sanno fare delle tazze da tè, e de’piatti, e delle scodelle di porcellana, e de’taffetà sopraffini: sia; ma date agli Europei le loro terre, e le loro sete, e i loro colori tali e quali com’essi li ricevono dalla natura, e poi vedremo chi sa far meglio, se gli Europei o essi. Ma perchè aspettar tanto? Non sono forse le porcellane di Dresda, di Vincenne se (sic.) di Londra superiori per molti versi a quelle della Cina, quantunque le terre di que’paesi non sieno così naturalmente fine e belle come quelle della Cina? E pe’colori, e per le pitture v’è egli paragone da fare tra le porcellane della Cina e quelle di Dresda, di Vincennes e di Londra? In somma Voltaire ed altri Francesi ci pigliano troppo per babbioni quando ci dicono sul serio che i Cinesi sono gente dappiù di noi; e vi vuol altro che rimenarsi il nome du grand Confucius per bocca, a persuadermi che que’grossolani Cinesi sieno degni d’essere paragonati a noi, che da’tempi di Pitagora e di Omero sino al dì d’oggi [668] abbiamo avuti in ogni genere milioni d’uomini insigni ne’nostri varj paesi. Se fosse possibile trasportare la Cina alcune migliaja di miglia più in qua, io so bene che presto presto i signori Mandarini anderebbono a coltivare i nostri zuccheri in America insieme co’poveri Negri, o che verrebbono a scopare i nostri cammini in Europa, malgrado il loro Confucio, malgrado le loro arti, la loro morale e la loro legislatura; nè potrò mai indurmi a credere degna di stima una nazione, che per obbligare le donne a star in casa non ha saputo inventar un meglio ripiego che quello di storpiar loro i piedi mentre sono ancora bambine. ◀Fremdportrait ◀Ebene 5 Ma questo è un argomento, intorno a cui intendo di sbizzarrirmi un qualche dì. Frattanto voglio pregare il signor Zanon di non citarmi più l’autorità d’un moderno Francese, se ne’suoi futuri tomi gli occorrerà più di parlare della Cina, perchè so che non anderei seco troppo d’accordo su questo articolo, come andiamo su molt’altri, e nominatamente su tutto quello che dice in questa terza lettera dell’uso fatto della seta da molte antiche nazioni d’Asia, d’Africa e d’Europa.

Nella Lettera quarta il signor Zanon continua la storia della seta, e racconta come Giustiniano fu il primo a introdurre i bachi in Grecia sulle informazioni avute [669] a caso di que’bachi e delle qualità loro da certi monaci venuti dall’Indie. Narra quindi come dopo sette secoli i bachi passarono dalla Grecia in Palermo per opera di Ruggiero primo re di Sicilia.

Nella Lettera quinta continuando tuttavia la storia della seta, raccontasi, come di Sicilia l’arte di far la seta e di manufatturarla, passò nelle mani de’Lucchesi, e poi de’Fiorentini; e come un Lucchese chiamato Ser Borghesano, abitante in Bologna, inventò in quella città il filatojo nel 1272; e come i Bolognesi custodirono quella maravigliosa invenzione con moltissima gelosia per lo spazio di circa tre secoli. Quella invenzione fu poi rubata a’Bolognesi, e propagata per qualche nazione d’Italia, e ognuna di quelle nazioni che la rubarono a’Bolognesi, seppe custodirla pure con tanta cura, che gli Oltramontani non la potettero mai avere, nè veruno d’essi ebbe mai tanto ingegno quanto quel Lucchese da inventarla di nuovo; cosa da farsene stupore, considerando a qual perfezione in questi due ultimi secoli si sieno condotte le meccaniche, e sapendosi massimamente che già la macchina esisteva in Bologna ed altrove. A dì nostri però un, Inglese chiamato Lomb, trovò modo in Piemonte di averne un modello, e trasportatolo in Inghilterra fece fare [670] un grandissimo filatojo sopra un fiumicello, nella città di Derby capitale della Contea Dersbishire. Quel filatojo in Derby io l’ho veduto co’miei occhi, ed è veramente bello assai, e lavora molto. Per averlo regalato alla sua contrada il signor Lomb ebbe una ricompensa di quattordici mila lire sterline dalla sua nazione sempre intenta a incoraggiare e a guiderdonare chiunque s’adopera pel pubblico bene. Vedansi gli atti di quel parlamento, e un libro intitolato (se mi ricordo bene) Speeches in Parliament diviso in molti tomi. In uno di que’tomi è raccontata a minuto la storia di quell’Inglese che portò il filatojo a Derby. Ora io avrei molto caro sapere dal signor di Voltaire, o dal signor Elvezio, o da qualche altro di que’filosofi moderni francesi tanto minutamente informati delle bravure de’Cinesi, se da quella gente d’ingegno tanto maggiore del nostro, e che da tanti secoli sa lavorar la seta, sia mai stato inventato un ordigno di star a pari col nostro filatojo, e atto a facilitare tanti lavori seterecci come è quello. Scommetterei un fiasco del mio vin di Chianti contro una bottiglia del loro miglior Borgogna, che nessun Cinese ha mai avuto tanto acume d’intelletto da inventare una macchina a un gran pezzo così complicata, e insieme così semplice qual è il filatojo. Ma il signor di Vol-[671]taire, o qualch’altro di que’signori mi risponderà, che i Cinesi hanno avuto un Confucio che vale per mille filatoi, e che quel Confucio ha scritte delle commedie, delle tragedie, de’libri filosofici, istorici, teologici, eccetera, eccetera, e cose tutte assai migliori che non sono i libri francesi; onde io chino modestamente il capo, e dico anch’io con essi vive monsieur Confucius. Dopo d’aver accennato quel premio avuto da quell’Inglese il signor Zanon racconta come un cert’ordine di religiosi, chiamato Degli Umiliati, abolito poi da Pio V., si adoperò molto intorno al duodecimo secolo a tessere drappi di seta con oro ed argento; e che il modo di fare tali drappi s’introdusse quindi in Venezia nel cominciamento del secolo decimoquarto; seguitando con istorico passo dietro la seta pel regno di Napoli, e per qualche provincia di Francia. E chi può non si stupire riflettendo a’cangiamenti che succedono in questo strano mondo, apprendendo da questa erudita e curiosa lettera, che un re di Francia (Enrico II) fu il primo a coprirsi le gambe con un pajo di calze di seta nel 1559 in occasione delle doppie nozze d’una sua sorella e d’una sua figliuola? Chi avrebbe detto che poco tempo dopo sino i più bassi artigiani di tutta Europa avrebbero avute almeno i dì di festa le gambe ornate di [672] calze di seta, onore un tempo delle gambe d’un re di Francia, e non mai ottenuto dalle gambe degli Alessandri e de’Cesari dell’antichità più gloriosa! Ma se quell’aneddoto d’Enrico II è curioso, utilissimo riuscirà a que’che tengono bachi il restante di questa lettera quinta, in cui si narrano varie esperienze ed osservazioni fatte dal signor Zanon intorno alla maggiore o minore quantità di seta prodotta da’bozzoli de’bachi nati in Friuli dal seme di bachi forestieri.

Lettera sesta. Seguita a narrare i progressi fatti dalla seta nel regno di Francia.

Lettera settima. Racconta gli effetti prodotti dai dazj sulla seta nel regno di Napoli, negli Stati veneziani e in Francia. Osservazioni sul lusso del vestire e su i vantaggi che traggono i Francesi comprando, come fanno, molta seta dagl’Italiani.

Lettera ottava. Tratta del commercio delle calze di seta. Non si trova chi fosse l’inventore delle calze fatte co’ferri. Di quelle fatte sul telajo è opinione di qualche scrittore se n’abbia l’obbligo a un Inglese innamorato, che inventò quell’ordigno per scemar fatica alla sua bella, che si guadagnava il vitto lavorandone co’ferri. I Francesi contrastano agl’Inglesi l’invenzione di quell’ordigno, che fu comunicato a’Veneziani nel 1614. Notizie [673] assai curiose intorno a que’telai da calze.

Lettera nona. Introduzione delle manifatture di seta nella Fiandra e nell’Olanda. Qual fosse una volta il commercio della città di Bruges, e per conseguenza quante le sue ricchezze. Da Bruges le manifatture di seta si spargono per l’Olanda e per l’Inghilterra. Gli ultimi fra gl’Italiani a coltivare l’arte della seta furono i Piemontesi; e mi sia qui permesso di notare a gloria loro, che quantunque gli ultimi a coltivare tal arte, sono pure fra gl’Italiani divenuti a forza d’industria e diligenza i primi nel perfezionarla e a fare i meglio lavori d’essa che si facciano in Italia.

Lettera decima. Il signor Zanon fa vedere con invincibili ragioni a’Friulani suoi compatriotti, che non devono astenersi dal moltiplicare le loro sete « sul dubbio che l’abbondanza d’esse n’abbia a diminuire il prezzo; » perchè anzi quanta più seta faranno, tanto più s’accrescerà il suo prezzo. Asserzione che ha un po’del paradosso, e che pur è vera. Osservazioni intorno ai pochi climi atti a produrre la seta, e ragguaglio degl’inutili sforzi fatti da molti principi per introdurre i bachi ne’loro paesi. Non è vero, come molti credono ancora oggidì, che dove allignano le viti si possono anche far allignare i [674] mori, in modo da poter nutrire de’bachi e ottenere della seta.

Lettera undecima. Narra gli sforzi fatti da un duca di Vittemberga per introdurre la seta nel suo Stato; ma senza effetto; furono anche quelli fatti dagl’Inglesi collo stesso fine. Pure se il signor Zanon andasse a Londra troverebbe là un certo Pasquali (parente del sapientissimo librajo di tal nome in Venezia) che insieme con un suo fratello (morto nel 1758) si pose a coltivar seta due o tre miglia lontano da Londra; il qual Pasquali sostiene ferocemente, che in certe parti d’Inghilterra la seta si potrebbe coltivare, e averne una competente porzione di qualità eccellente, e verrebbe a costar meno di quanto si paga dagl’Inglesi agl’Italiani. Ho avute in mano delle matasse di quella seta inglese, bianchissima e bellissima, e in mia presenza un intelligente mercante piemontese la battezzò per seta della sua contrada, ingannato dalla sua bellezza. Quegl’industriosi fratelli Pasquali cessarono dal coltivarla per mancanza d’incoraggimento e di fondi; e forse gl’Inglesi non fecero il meglio a non animarli in quella loro impresa. Gli è certo, ed essi stessi lo dicevano, che quel clima non è a un gran prezzo così propio come quel d’Italia, e qualch’altro, a produrre quella derrata: pure sarebbe stato vantaggioso al [675] regno il coltivarla in più siti, perchè certi pezzi di terra situati a proposito avrebbono prodotto più a’proprietarj facendoli fruttar seta, che non facendoli fruttare qualunque altra cosa.

Lettera duodecima. Dopo d’aver enumerati i vantaggi derivati allo Stato viniziano dalla riforma del dazio sulla seta, si passa ad osservare quali lusinghe s’avessero gl’Inglesi di trarre dall’America settentrionale grandi quantità di seta; e si mostra che malgrado quelle lusinghe gli Inglesi non potranno mai far a meno di non ne cavare molta dall’Italia quand’anche riuscisse loro di farne produrre assai da quelle loro provincie americane, perchè quella lor seta non potrà mai servire che per tramare, essendo della natura stessa che le sete della Morea e della Sicilia; onde è chiaro che, quanta più trama avranno d’altrove, tanto più orditura verranno a comprare da noi.

Lettera decimaterza. Compendio storico de’tentativi fatti per aver della seta ne’loro paesi da’Moscoviti, dagli Annoviani, dagli Austriaci, dagli Ungheri, da’Baraitini, da’Prussiani, da’Sassoni e dagli Svezzesi. Tentativi tutti vani.

Lettera decimaquarta. Questa lettera non è diretta come l’altre agli accademici d’Udine, ma a un certo signor Sesler. In essa l’autore mostra con argomenti [676] chiarissimi, che in Isvezia, come in molt’altri luoghi, la natura si farà sempre beffe dell’industria umana, e non si lascerà sforzar mai a produrre tanta seta che equivaglia alla spesa del coltivarla, malgrado le ragioni addotte in contrario dal signor Lyman accademico d’Upsal.

Lettera decimaquinta. Dopo d’aver enumerati alcuni de’paesi che consumano molta seta, e che pure non ne producono, il signor Zanon ne dà qui un’idea generale de’varj prezzi d’ogni seta italiana, e s’estende bellamente a descrivere la qualità intrinseca d’ognuna, confermando quello ch’io dissi di sopra delle sete piemontesi con queste parole. Ha nella lista il secondo luogo Torino (parla della lista de’prezzi dati in Olanda alle varie sete d’Italia a 6 dicembre 1762), Ebene 5► Zitat/Motto► « ma gode bene il primo grado di riputazione e di prezzo; anzi può dirsi che i suoi orsoi sopraffini non sono da mettersi in comparazione con tutti gli altri a grado veruno, perchè non hanno veramente determinato prezzo. I fabbricatori di questi li valutano a loro arbitrio, e sono di finezza tale, di così perfetta uguaglianza, e sì squisitamente lavorati, che per certe manifatture ad ogni prezzo vengono comperati ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Dietro a queste varie osservazioni sulla maggiore o minor perfezione delle varie sete d’Italia vengono [677] alcune poche notizie intorno a Bassano e al suo traffico setereccio.

Lettera decimasesta. Si dicono qui le ragioni che rendono le sete del Friuli minori d’un venti per cento nel prezzo delle sete di Bologna e di Torino, e si mostrano i modi di ridurle a miglior ragguaglio.

Lettera decimasettima. Si fanno varie osservazioni sulle sete dal Levante, dell’Indie e della Cina. Poi si combatte quella falsa opinione, che Ebene 5► Zitat/Motto► « per attendere a’vermi da seta i contadini lascino andare i campi abbandonati appunto nella stagione migliore mercè la lusinga d’un apparente ed incerto guadagno ». ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5

Lettera decimottava. Si siegue a combattere alcuni errori popolareschi invalsi nel Friuli rispetto alla coltura della seta. Si parla del danno che recano a quella provincia i beni chiamati comunali, e mostrasi come potrebbono volgersi ad essere utilissimi. Si additano brevemente i negozj che sono utili o dannosi a’Friulani.

Lettera decimanona. Si mostra come di dì in dì va crescendo in ogni luogo l’uso della seta, e che questo accrescimento quotidiano basterebbe solo a far sì che si vendessero sempre tutte le sete del Friuli, se i suoi coltivatori della seta ne raccogliessero anche ogni anno dugento mila libbre di più che non ne raccoglio-[678]no, e che ne potrebbono raccogliere. Quantità di sete consumate dalle sole manifatture della città di Lione in varj tempj. Trasporti annui di sete orientali in Europa. Calcoli d’estrazioni di varie mercanzie fatte dagli Olandesi dalla Francia, e sustanza di varj trattati di commercio tra gli Olandesi e i Francesi. Stabilimento di manifatture setereccie in Olanda, e nominatamente de’broccati d’oro e d’argento. Notizie intorno alle sete ed al commercio di Bengala, della Cina e del Giappone. Osservazioni sopra varie produzioni de’terreni. La troppa divozione al vino del popolo minuto del Friuli è cagione della negligenza loro nel coltivare e nel perfezionare le loro sete. Digressione sugl’interessi del clero friulano relativamente alla coltura della seta, e mezzi che si potrebbono adoperare perchè quel clero abbia quella giusta porzione de’beni mondani che gli tocca di ragione.

Lettera ventesima. Nuove riflessioni sopra i grandi vantaggi che deriverebbono al Friuli dal coltivare vieppiù la seta in tutta quella provincia. Necessità d’una compagnia che incoraggisca e diriga tale coltura. Digressioncella sugli uomini illustri nelle scienze e nelle bell’arti prodotti dal Friuli.

Lettera ventunesima ed ultima di questo tomo. Ragioni dette dal signor Zanon [679] a due gentiluomini svezzesi, per mostrar loro le insuperabili difficoltà, che renderanno sempre inutile qualunque tentativo si faccia per isforzare la natura a produrre seta nella Svezia. ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

Metatextualität► Ho voluto, leggitori miei, darvi un estratto così minuto di questo tomo, sul riflesso che possa contribuire al vantaggio della più parte di voi, che io suppongo, o devo supporre, posseditori di terreni, o coltivatori d’essi, o mercatanti, o studiosi di fisica. A queste quattro classi di persone può questo libro del signor Zanon non riuscire non meno dilettoso che utile, e queste quattro classi formano la maggior parte del popolo italiano. I poetastri, gli antiquarj superficiali, ed altra simile genìa di cui il nostro paese abbonda soverchio, non godranno troppo del lungo estratto da me qui fatto; ma io non mi curo di sentire i miei fogli approvati da que’disutilacci, che non sanno trafficar altro che sonetti, e far altro commercio che di spregevoli anticaglie. ◀Metatextualität

Ebene 3►

Rime del conte Durante Duranti, seconda edizione, in Brescia 1755, presso il Rizzardi, in 4.o

Gli uomini che anelano dietro agli onori ed agli applausi poetici, quasi tutti guardano cogli occhi della mente a qualche [679] poeta loro predecessore da essi pregiato sopra ogn’altro, e questo si prendono come per condottiero su per l’aspre balze del dotto monte, contentandosi modestamente d’acquistarsi una luce, dirò così, di riverbero, anzi che porsi alla baldanzosa impresa d’ottenere uno splendore che sia tutto loro, ben conoscendo quasi tutti gli uomini che il formarsi un modo affatto originale di pensare e di esprimersi in poesia è cosa di soverchio ardua; cosa richiedente doni di natura troppo rari, e fatiche di cervello troppo grandi e troppo costanti.

Se tuttavia pochi uomini sono da natura dotati di tanta intellettual possanza da rendersi distinti dalla comune degli uomini per istrade non ancora battute da alcun predecessore, questo non fa però, che l’imitare un gran poeta non abbia le sue belle e buone difficoltà, e che per conseguenza non si possa anche imitando acquistare un grado d’eccellenza poetica bastevole a render degno d’onore e d’applauso colui che avrà cercato per questa meno sublime via di allontanarsi dal volgo.

Ebene 4► Fremdportrait► In questa classe di poeti si è dunque giustamente meritato uno de’primi posti il signor conte Durante Duranti con queste sue Rime; perchè s’egli non ha voluto o non ha potuto riuscire un poeta originale; e se ha giudicato più a pro-[681]posito l’andar dietro al grande Ariosto, che cercare una nuova strada verso il regno della Fama, egli ha però saputo andargli dietro con tanto discernimento, che quell’immortale poeta non si sarebbe forse sdegnato d’adottare le epistole del conte Duranti per sue proprie, tanta è la somiglianza che hanno colle sue satire, tanta la nitidezza del suo stile, e tanta la naturalezza de’suoi pensieri. Mi scusino anzi i nostri disperati Ariostisti se trovo un pregio nelle epistole del conte Duranti, che manca alle satire di messer Lodovico. Voglio dire il rispetto alla decenza e al buono costume, troppe volte violato da quel sovrano maestro di poesia sì nelle satire che nel poema. Il signor conte sa mordere il vizio senza imbrattare la carta con parolacce e frasi da bordello, come ha troppe volte fatto l’Ariosto; e non è questo un pregio in un suo imitatore da lasciarlo passare inosservato: essendo assai noto che gl’imitatori per lo più imitano il cattivo anzi che il buono degli originali loro. Metatextualität► Trascrivo qui una di quelle belle epistole, cioè la seconda, diretta all’abate don Marco Cappello, poeta anch’esso di non mediocre merito e nome. ◀Metatextualität

Ebene 5► Zitat/Motto► Odo, amico Cappel, da varie bande,

Che di me parlat’hai per lungo spazio
Con lode singolare ed amor grande.

[682] Del ben ch’hai di me detto io ti ringrazio:

Che ciò fatt’abbia poi senza ch’io t’oda
Di commendarti non sarò mai sazio.

Grazie ti rendo della data loda,

Qual, perchè vien da un uom retto e sincero,
Emmi cagion, che mi compiaccia e goda.

Perchè tu, che lodar sol usi il vero,

Son certo, che m’avrai lodato in quello,
Per cui di non aver biasimo io spero.

Tu non fai di berretta, o di cappello,

Nè vendi laude, come fa più d’uno,
Perchè il vitto ne tragga, od il mantello.

Prima soffrir la fame ed il digiuno

So che vorresti, e la crudele inopia,
Che per prezzo, o favor lodare alcuno;

E più gustar ti piace in casa propia

Un parco cibo, che a sì vile patto
Fagiani e starne all’altrui mensa in copia.

Se per tal mezzo in questo secol matto

Veggonsi tanti accumular tesori,
Dì pur: ad arricchir io non son atto.

La peste ria de’vili adulatori,

Marco, fu sempre al mondo, e a lei buon viso
Principi sempre han fatto e gran signori.

Per me crederei certo esser deriso,

Se pur volesse a torto alcun lodarmi,
E a sdegno ancor mi moverebbe e a riso;

Ed anzi che del falso onor gonfiarmi

N’avrei vergogna, e pria ch’esser benigno
E liberal con lui, prenderei l’armi.

Fulvio, che per diletto o per maligno

Animo l’altrui fama è a morder presto,
Che infin giunge a spacciar per corbo un cigno,

[683] In cotant’odio vien, ch’ogni uomo onesto

Lo danna con ragion, l’abborre e fugge,
Come mostro all’uman commercio infesto.

Ma perchè Cimon anco non si sfugge,

Che colla vile adulazion dal fondo
Ciascun esalta, mentre l’or gli sugge?

Come biasmo il primier, merta il secondo

Biasimo ancor, che ognun di lor s’adopra
Egualmente a levar virtù dal mondo:

Che tanto è mal, che l’altrui ben si copra

Per malizia e livor, che per le spese,
O per prezzo s’innalzi una vil opra.

Dir di costoro il Frigio Esopo intese,

Scrivendo che l’altrui piume sì belle,
Per comparir più adorno il corbo prese.

Per lor l’astute volpi umili agnelle,

Le timide colombe aquile sono,
E un vil giumento ha di leon la pelle.

Di falsa lode il lusinghiero suono

Troppo diletta Floridan, cui piace
Senza fatica d’esser dotto e buono.

Ei per questo non sa d’esser rapace,

Sgarbato, indotto e vil, perchè gli orecchi
Non presta a lode mai, che sia verace:

Perciò convien, che ne’suoi vizj invecchi,

Perchè sol ama i falsi amici ingordi,
Che sono a lui come fallaci specchi.

Tu, tornando al proposito, nè mordi

Altrui, nè aduli; e se riprendi, o lodi,
La caritate insieme, e ‘1 vero accordi.

Se scopri in qualche amico, o imputar odi

A lui difetto alcun, per ammendarlo
Usi destrezza, e i più soavi modi.

[684] Studi l’indole sua, cerchi sanarlo

Rimedj usando, che non sien contrarj,
E che a vera virtù possan destarlo.

Degli animai son gli appetiti vari.

Chi il frutto ama, chi ‘1 fior, chi la semenza;
L’un vuole i dolci, e l’altro i cibi amari;

Chi colla sferza e collo spron, chi senza

Gridar si regge; e aver d’ognun conviene
Per ben condurlo vera intelligenza:

Perchè, dove alcun crede oprar del bene,

Se di poca è il rimedio, o troppa forza,
O il mal non cura, o ad irritar lo viene.

Il buon Floran, di cui più brutta scorza

A rett’animo giunta io non conosco,
Riprendere gli amici anch’ei si sforza;

Ma quell’aspro parlar, quel viso fosco,

Che per caldo o per gel non cangia tempre,
Più che rimedio molte volte è tosco.

Arma possente è la ragion: ma sempre

Nuda usar non si de’: qualche dolcezza
Spesso convien, che il suo rigor contempre.

Tu, che col suon de’versi tuoi, l’asprezza

Vincer puoi delle rupi, e tutta umana
Render cantando ogni crudel bellezza:

Usar col prossim’anco or forte, or piana

Sai la ragion, sicchè per l’indiscreto
Zel non riesca la fatica vana.

Corregger vuolsi altrui sempre in segreto:

Chi ‘l fa in palese, par voglia pel zelo
Credito aver, nè mostra esser discreto.

Se storpio ho il corpo, il mio difetto io celo

Meglio che so; nè, se tu ‘1 sai, mi pesa;
Pesami, se mi trai con altri il velo.

[685] Infin che mi corregga alcuno offesa

Non reputo; ma vo’sia dolce e lieve
La correzione, e da me solo intesa.

Son come quel destrier, che più riceve

Stimolo da un leggier semplice invito,
Che dallo sprone e dalla sferza greve.

Se a un zel villano io mi risento, e irrito,

Blasio lo sa, che me d’alcun difetto
Riprendere in palese un dì fu ardito.

Frate, ben mi convien quel ch’or m’hai detto,

Risposi a lui, ma sol mi meraviglio,
Che il tuo zel non ti faccia esser più retto:

La troppa spesa in me pazzo consiglio

Chiami, e ‘1 ver dici; ma più brutta colpa
È in te dar all’avere altrui di piglio:

Se a larga mano io spendo, alcun non spolpa

La spesa, nè quel mal, facendola, opro,
Di cui l’universal grido t’incolpa.

Così, perchè nel suo riprender scopro

Più assai che caritate, odio e veleno,
Per rimorderlo e mani e lingua adopro.

Se ciò in segreto detto avesse, o meno

D’asprezza e di rampogna usato meco,
Risposto avrei coll’animo sereno,

Come sempre di far son uso teco;

Che, qualor d’alcun vizio mi riprendi,
Giammai farti non soglio il viso bieco:

Perchè il mio error con caritate emendi;

E se dietro mi morde alcun talvolta,
So, che me con amor copri, e difendi.

La vera amistà vuol, quando t’ascolta,

Sgridar l’amico, e sovvenirlo quando
Non ode, e la difesa a lui vien tolta.

[686] Poichè i buoni opprimendo, e i pravi alzando,

Cogli altri vizj fuor del tristo vase
Sortì malizia, e virtù pose in bando,

Abbandonaro ancor uomini, e case

Con lei dell’amistà le leggi sante;
Sicchè appena di lor segno rimase,

Chi mostrar di virtù si volle amante

Dietro le corse, ed alle falde venne
Dal monte, ove rivolte avea le piante.

Ma, perchè per salirvi agili penne

D’uopo erano, restar molti delusi;
E, chi le avea, sol di poggiarvi ottenne.

Perciò pochi gli eletti, assai gli esclusi

Essendo, di virtù veggiamo il lume
Spento nel mondo omai, tolti i degni usi.

Tu, perchè al tergo hai sì veloci piume

La raggiungesti, e quinci avvien, che pingue
Di lei se’tanto, e d’ogni buon costume.

Qual s’oggi il vulgo cieco non distingue,

Ben l’apprezzan que’pochi, a’quali il duro
Avel non copre altro che ‘1 frale, o estingue;

Il discerner de’quai retto e maturo

Curar si dee da chi virtù non sdegna,
Non già il volgar giudizio infermo oscuro.

Una discreta lode, che mi vegna

Da te, più estimo, che se molta fama
Il volgo adulator darmi s’ingegna.

Di Galoppin mi rido, il qual, perch’ama

Empir alla mia mensa il ventre ghiotto,
Liberale e magnifico mi chiama.

Se fosse mastro Socrate men dotto

Di scelti cibi ad imbandirmi il desco,
Per lodarmi il ghiotton non dirìa motto,

[687] O se a lui non facesse il mio Francesco

Di sapor varj o frutto, o latte misto
Assaggiar spesso, e ber sì bene in fresco.

Al ciel m’innalza in mia presenza il tristo,

Dietro mi morde poi; ma nulla, o poco
Al latrar di costui perdo, od acquisto.

Finchè di buon bocconi a lui il mio cuoco

Empie la gola, in me non chiama errore
La liberal natura, o l’ira, o il gioco.

Ma sì tosto che il piè messo avrà fuore

Di mia casa, qual can dietro la macchia
Abbaja, e ‘1 velen versa, ch’ha nel cuore.

Di quanto in mio favore, o in biasmo ei gracchia,

Quel conto fo, che del gridar faria
Di sciocca gazza, o pur di vil cornacchia.

Conoscere di me meglio la mia

Natura alcun non può; che in ciò mi spogli
Di me, per giudicarla o buona, o ria.

E per mostrarti, ch’io dir mai non soglio

Il falso, quanto in mia lode dett’hai
Senza saperlo, ora ridirti io voglio.

Lodato per la stirpe non mi avrai

Che la virtute, e lo splendor degli avi
Pregio non cresce a me poco, od assai.

Nè, ch’essi stati sieno o dotti, o bravi

Valmi, s’io poi traligno, che la loro
Fama mia macchia non avvien, che lavi.

Nè perchè molti fondi, e argento, ed oro

Mi trovi aver, che alla volubil diva
Simili cose ognor soggette foro.

Oggi n’arricchisce un, diman lo priva

D’ogni sostanza, e d’improvviso in cima,
Chi più nel fondo è della ruota, arriva.

[688] Ben lodato m’avrai che dalla prima

Età mi piacque esercitar l’ingegno
Nei dolci studj, e a scriver prosa e rima.

Negar non posso: non m’ha Febo a sdegno,

E spesso il suo favor vien, che mi spiri
Qualor chiamando in mio soccorso il vegno.

Che cantando talor d’amor sospiri,

Per questo io spero, anzi che dirmi folle,
Che men d’ogn’altro tu meco t’adiri.

Per quel, che a me sì largo animo volle

Natura dar, so che mi lodi spesso.
E in ciò il tuo labbro con ragion m’estolle.

Pur anche in questo io svelerò me stesso:

L’animo, in che nessun credo, m’avanze,
Sovente in amarezza e in duol m’ha messo.

Il molto lusso e le moderne usanze

Voglion che pel decor della famiglia
Impieghi il ricavar di mie sostanze.

L’amor tuo spesso in questo mi consiglia

Stringer la mano, ed al destrier che corre
Frenare il corso, e ritirar la briglia.

Ma che potrei mai far? ho io da torre

De’servi, o de’destrier l’uso alla moglie,
O far quel che un gentile animo abborre?

È ver, che in lei sì smoderate voglie

Mai non fur per lagnarsi, se men servi
D’intorno avesse, o meno ricche spoglie.

Nè vuol, come taluna, i cui protervi

Desir qualunque spesa unqua non pasce,
Che nel troppo gittar mi spolpi o snervi.

Ma giusto è ancora, ch’io di far non lasce

Quel che la nostra condizion richiede
E la chiara progenie, ond’ella nasce.

[689] Se la virtute sua, l’amor, la fede

Volessi riguardar, poco sarebbe,
Ch’io fossi anco di Mida, o Creso erede.

Speso ch’io abbia quanto al mio si debbe

Stato civil, da spender non mi resta
Per gli altri, come il mio desir vorrebbe.

Il bisogno d’alcun pietà mi desta:

Che soccorrer nol possa più mi duole;
Poichè sì a torto povertà il molesta.

Mentre più pronto a lui l’animo vuole

Mostrarsi, il modo manca, e si risolve
In compassion l’ajuto ed in parole.

Ma se colei, che a suo talento volve

I mortai sulla ruota, e ad alto posto
Spesso erge alcun dal fango e dalla polve,

M’avesse ancora in maggior grado posto,

E accresciuto l’aver, sicchè cotanto
Nol trovassi dall’animo discosto;

Non condurria sua vita in doglia e in pianto

Fabio, a cui la virtù non somministra
In tanto tempo, onde coprirsi, un manto:

Nè udrei lagnarsi ancor della sinistra

Fortuna Albin, ch’esser pur troppo prova
La poesia di povertà ministra.

Mancandomi il poter, dimmi, che giova

L’animo a me? Son come un agil cervo,
Che in mezzo a balze, o ad un pantan si trova,

Nè puote al corso la destrezza o ‘1 nervo

Usar, che a lui l’agilitate fura
L’alpestre sito od il terren protervo.

[690] Infin, s’animo tal mi diè natura,

Già non mi duol; che a me non sia, ben duolmi,
Fortuna liberal senza misura;
Ma per mia pena e altrui tale il ciel vuolmi. ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

Ebene 3►

Il Tradimento scoperto negli amoreggiamenti e nelle conversazioni tra uomini e donne, di Giambattista Bonomo. In Venezia, presso il Zatta, in 12.o

Ebene 4► Fremdportrait► L’autore di questo librattolo io lo credo un cristiano dabbene; ma egli ammucchia qui tante sciocchezze, che mi muove proprio nausea. Gli autori di libri ascetici dovrebbono più degli altri essere dotti, e pratici del mondo; ma l’Italia ha questa disgrazia, che appunto questa sorte d’autori è, generalmente parlando, la più ignorante e la meno pratica del mondo; onde non è da maravigliarsi se quasi tutta questa nostra classe d’istruttori ribocca di spropositi troppo massicci. Chi volesse stare a detta di questo autore, chiuderebbe i figli e le figliuole sotto chiave, nè essendo uomo, parlerebbe mai ad alcuna donna, o essendo donna, non parlerebbe mai ad alcun uomo. Gli scapoli piglierebbono moglie senza prima guardarla in viso, e senza esaminarne un poco l’umore e i modi. Gli ammogliati custodirebbono le loro consorti con turchesca gelosia; e in somma un sesso si terrebbe sempre lontano [691] dieci miglia almeno dall’altro, perchè l’amoreggiare, anzi il solo vicendevole guardarsi tra uomini e donne, secondo questo rigorista, è « un’invenzione maladettissima trovata dal diavolo per popolare il suo regno infernale. »

Di queste ferocissime cose il nostro signor Bonomo ne dice più di quattro e più di sei. Poveri mercanti, poveri artigiani, poveri noi tutti se toccasse a lui a riformare questo mondaccio tanto vituperoso. Nessun uomo porterebbe più galloni sull’abito; nessuna donna non si vestirebbe più di seta; tutti viverebbono come romitelli, senza il minimo piacere; fuorchè quello di leggere il suo libro, di cui sta tanto a cuore la gloria, che prega per fino la protettrice a cui lo dedica, che Ebene 5► Zitat/Motto► « lo spedisca in ogni angolo della terra, in ogni città, in ogni castello, in ogni villaggio d’Italia; e poi nella Francia, e nella Spagna, e nella Germania; e poi lo faccia tradurre in tutti i linguaggi, affinchè tutti e tutte conoscere possano quanto è facile che si dannino, se dagli amoreggiamenti e conversazioni non risolvono pigliare un perpetuo e risolutissimo bando. » ◀Zitat/Motto ◀Ebene 5 Nè si accorge sua Signoria, che questo suo desiderio implica una vanità troppo smoderata, e un amore alle produzioni della sua mente che passa la dovuta misura. Qualunque buona opinione però egli s’abbia di queste sue men-[692]tali produzioni, io non vorrei che egli ottenesse questa grazia dalla sua protettrice, perchè il suo libro non farebbe troppo onore alla sua patria se venisse tradotto in altre lingue, non essendo che un riboccamento d’un zelo mal diretto, che vorrebbe cambiare in un attimo tutto il nostro presente sistema di vivere; zelo per conseguenza inutile e ridicolo. Guardimi Dio dall’approvare l’odierna universale dissolutezza de’nostri costumi, e dal farmi l’apologista di quello spirito d’irreligione che si va troppo spandendo fra i nostri uomini, o di quella irregolar condotta che rende meno amabili alquante delle nostre donne! Ma est modus in rebus; e sotto pretesto di riformare non bisogna venire a dare un fanatico assalto al mondo vizioso, e gridare come spiritati che il diavolo ci ha da portar via tutti se non lasciamo immediate di conversare e di amoreggiare coll’altro sesso. L’uomo e la donna sono creature socievoli, e Dio le ha create perchè dentro certi limiti da esso prescritti, si godano della loro reciproca compagnia. Insegnino dunque gli autori ascetici agli uomini ed alle donne come s’ha a fare per convivere onestamente insieme, e non proibiscano mattamente ad ogni classe di persone il conversar promiscuo in generale, o non faranno alcun proselita che monti il pregio d’esser fatto, perchè fra [693] le tante classi in cui l’umana generazione è divisa, ve ne sono molte che, anche volendolo, non potrebbono esimersi dal conversare.

Un’altra pecca assai cattiva hanno questi violenti ascetici: ed è quella di dar sempre per concesso che le donne, e specialmente le giovani e le belle, sieno le corruttrici del mondo. Basta che una povera donna abbia la sventura d’essere giovane e bella, perchè costoro la credano tosto un inciampo della virtù, uno stimolo del vizio. Le signorie loro però farebbono assai meglio a rispettare un po’ più quella bellezza che adorna le donne giovani: e invece di strapazzarle e di screditarle come sempre fanno, farebbono assai meglio a mostrar loro, che la giovanile bellezza negli occhi degli uomini morigerati e dabbene riesce tanto più pregievole, quanto più è accompagnata da purità di costumi, da bontà di cuore e da chiarezza di mente. Insinuate, signori miei, alle donne belle e giovani, che quantunque gli uomini mostrino di stimarle e d’amarle, non le amano però, e non le stimano, tosto che s’accorgono che quella bellezza e quella gioventù sono tocche dal vizio, e deturpate dalla crassa ignoranza. Avvertitele poi delle male arti, che molti uomini adoperano per sedurre l’innocenza loro, e fate loro intendere che quanto più si conserveranno savie ed illi-[694]bate, tanta più probabilità avranno di capitar bene in matrimonio se sono nubili; o di vivere i loro giorni soavi e tranquilli se sono ammogliate. Insegnate loro in che consista l’amore onesto e l’amore disonesto, e fate loro vedere che l’amore onesto produrrà generalmente il loro bene in questo mondo e nell’altro, come il disonesto produrrà il contrario, non vi scordando soprattutto mai questa gran verità, che per predicare che si predichi, per esortare che si esorti, non sarà mai possibile di soffocare ne’cuori delle umane creature quella passione chiamata amore, la quale è annessa alla natura nostra in modo tale che non solo gli è impossibile lo svellerla, ma sarebbe anche contrario all’intenzione del creatore il farlo in tutti senza distinzione. Quegli uomini e quelle donne che per ispeziale grazia di Dio sono chiamate a’chiostri, va bene che non sieno mai tocche da fiamma d’amore mondano; ma quegli uomini e quelle donne che hanno da propagare l’umana progenie, hanno a sentir amore; l’hanno da nutrire, l’hanno da conservare verso quell’oggetto che le leggi di Dio e degli uomini rendono onesto; onde è pazzia il sempre gridare con una voce di ferro contro l’amore in generale, e darne delle idee storte agli uomini ed alle donne nella loro tenera età. Le idee delle cose vanno date giuste, se [695] non si vuole guastar il mondo e renderlo sempre peggiore di quello ch’egli è. Nel mio lungo soggiorno in Francia (per non dire adesso d’altri paesi) io ho osservato che le donne, e specialmente quelle di signoril condizione, tutte, o poco meno che tutte, leggono de’libri spirituali e morali. In Italia al contrario non ho mai visto che le donne d’alto grado si dilettino troppo di tali letture. Quale è la ragione, signori ascetici italiani, di questa differenza? La ragione ve la dirò io, perchè so che non la sapete; ed è che i libri spirituali e morali de’Francesi non sono pieni, come il sono generalmente i vostri, di zelantissime sciocchezze. Gli ascetici francesi non fanno giuocar il diavolo in ogni pagina, come giuoca ne’vostri; non ischiamazzano ogni tre righe contro le donne che si vestono pulitamente secondo la loro condizione; non minacciano fuoco e fiamme ad ogni putto che guarda una fanciulla; non precipitano in somma nell’inferno chiunque s’arrischia di porgere il braccio ad una dama che scende una scala, o che monta in una carrozza o in una gondola; ma gli ascetici francesi insegnano i loro veri doveri agli uomini ed alle donne d’ogni condizione, e non pretendono che l’uomo di Corte abbia a vivere come il falegname e la duchessa come la lavandaja. In una parola, gli ascetici fran-[696]cesi non fanno come fanno per la maggior parte i nostri, che vorrebbono buttar giù tutte le case dove scorgono delle tele di ragno; ma si sforzano di scopar via bellamente quelle tele di ragno senza cercare di diroccar le case. Fate voi pure così, ascetici miei d’Italia, che i vostri libri faranno del frutto, facendosi leggere universalmente; ma sintanto che mi verrete a scoprire de’tradimenti dove non vi sono tradimenti da scoprire, non vi lusingate mai di trovar leggitori se non qualche santinfizza, o qualche pinzocchera. Dio c’illumini tutti, e ne guidi sempre sulle sue sante vie. ◀Fremdportrait ◀Ebene 4 ◀Ebene 3

Supplemento

Metatextualität► Facendo passare in rivista un centinajo circa di lettere ricevute in questi due ultimi mesi da diversi, ne trovo alcune che per la loro brevità, se non altro, meritano d’aver luogo in questo mio foglio, onde ve le registro. ◀Metatextualität

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera prima

Di Padova li 2 aprile 1764.

Signor mio. Ho speso il mio terzo di bajocco e ho letta la lettera di Sofifilo Nonacrio pastor arcade.

Vorrei sapere s’egli ha . . . . . . . . . . . . .il naso,

[697] Gli occhi e la bocca come abbiamo noi

Fatti dalla natura, e non dal caso.

Vostro amico Antonio M. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera seconda

Napoli 7 aprile 1764.

Sappiate, signor Aristarco, che le critiche da voi fatte di quattro o cinque de’nostri autori non sono qui universalmente approvate. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera terza

Di Ravenna li 9 aprile 1764.

Signor don Aristarco, scusate che vi do del don, perchè, a dirvela, io credo che andiate vestito da prete, e non alla turca, come ne vorreste far credere. Scusate la mia sincerità.

Vostro buon servidore Tippe Tappe. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera quarta

Di Ferrara li 15 aprile 1764.

A proposito della vostra Frusta, ho gran volontà di dirvi, signor mio, come disse il nostro cardinal Ippolito all’Ariosto: Dove trovate tante minchionerie? ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera quinta

Udine 16 aprile 1764.

Vi voglio mandare un fiaschetto di buon piccolito, perchè vi vedo ben inclinato a’Furlani.

Vostro sincero amico N. N. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera sesta

Di Bologna li 16 aprile 1764.

Quando ci darete qualch’altro dialogo tra Aristarco e don Petronio? Ricordatevi che i Bolognesi amano qualche volta di sentire qualche baja.

Tutta vostra La Ze Rudella. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera settima

Di Rovigo 23 aprile 1764.

Vi prego dirmi, signor Aristarco, se v’intendete di cavalli. Intendendovene, non fareste male se veniste alla nostra prossima fiera. M’avete capito?

Vostro leggitore Rimurchio. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera ottava

Di Viterbo 3 maggio 1764.

Signor Aristarco, vi prego di serbare almeno la metà del vostro futuro numero per un mio caro amante, che ha scritto [699] un bel Trattato sull’uso de’Nei, e che vi sarà infallibilmente mandato col prossimo corriere.

Vostra ammiratrice Antonia Fraschetta. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera nona

Di Faenza 4 maggio 1764.

Messere Scannabue. Sto compilando un Dizionario etimologico per uso delle dame. Sapreste voi dirmi l’etimologia de’due vocaboli Taffettà e Falbalà?

Vostro servidore Ercole Spallabuona. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

Ebene 3► Brief/Leserbrief►

Lettera decima

Di Roma 26 aprile 1764.

Si vorrebbe sapere se Aristarco vuole associarsi alla stampa d’una Raccolta di quattordici mila sonetti in lode d’una ninfa del Tebro. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3

N. B. L’edizione sarà ornata d’intagli bellissimi, e del ritratto della ninfa.

N. B. Giacchè il sig. Costantino Morri dimorante in Bologna non m’ha voluto intendere quando gli ho parlato in gergo nel N.o XI e sotto uno de’suoi falsi nomi, cioè sotto quello di Filiberto Tacconi, sono costretto a dirgli apertamente, che dirà sempre contro il vero quando dirà che nella Frusta vi sia un suo solo [700] verso, non essendo i suoi versi degni d’un tanto onore. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1