Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "La morte della villanella", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\70 (1822), pp. 387-390, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.934 [consultato il: ].


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La morte della villanella

Citazione/Motto► Immatura perî; sed tu felicior annos
Vive tuos, conjux optime, vive meos
.

Me immatura rapì morte;
Ma di me più fortunato,
Vivi il tuo, caro consorte,
Viri il tempo a me negato. ◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Racconto generale► Mentre che io soggiornava in casa del doctor Wilson, curato del villaggio di Hartfield, per imparare l’inglese, io l’accompagnava sempre al passeggio e nelle visite ch’ei faceva. Un giorno, tornando noi a casa, udimmo il suono della campana, che tristo annunzio suol essere dell’agonia di alcuno di quegli abitanti. Wilson attonito ed afflitto esclamò allora: Oh Dio! non ho qui lasciata persona pericolosamente inferma. Ah! convien pur che la morte abbia vibrato qualche colpo repentino. Come poi cominciammo ad affrettare il passo, così tacque il funeral suono.

Allorchè fummo prossimi al villaggio, incontrammo due contadine, le quali avevano ambedue un bambino in braccio, e parlavano fra loro di cosa che parea di molto momento. Seppe da esse l’amico mio, che esalato avea pur allora l’ultimo respiro la moglie del nostro vicin Giorgio. Si mostravano elle vivamente [388] afflitte dell’amara perdita fatta da quel buon lavoratore, e Wilson istesso ne rimase sommamente commosso. Nancy avea partorito il giorno avanti due gemelli, e morta era per le fatiche del parto, lasciando lo sventurato marito con sette figli in tenerella età. Ella era stata una donna laboriosa, una tenera madre, e fatta avea la felicità del suo sposo. La loro casa erasi un modello di pulizia e di buon ordine. Docili e buoni erano i loro figli, ed amati da tutti i vicini; come dimostrò l’aria di dolore e di afflizione che la subitana morte di Nancy sparse per tutto il villaggio.

Voglio andare a vedere il povero Giorgio, disse Wilson; ed io l’accompagnai. Entrammo nella casa di lui, e trovammo in una stanza terrena grandissima gente; perciocchè erano colà accorsi tutt’i parenti e tutti gli amici di quella sconsolata famigliuola. Io vidi (e mi sentii intenerire) molti fanciulli, figli de’vicini villanelli, consolare il meglio che sapevano i figli del povero Giorgio colle mute loro ma faconde ed esprimenti carezze. Giorgio, cogli occhi bagnati di pianto, singhiozzando e gemendo si mosse ad incontrare il ministro: Ah! signore, gli disse, quanto sono infelice! Sì, siete, rispose il saggio amico, ed io vi compiango. Voi non credevate la moglie vostra in sì misero e dubbioso stato, quando vi ho parlato questa mattina. E chi potea crederlo, disse Giorgio; ah! qual dolore è il perdere si buona moglie! È il vero, mio caro Giorgio, soggiunse Wilson; ma fu sempre fortuna averne avuta una buona, e n’è sempre dolce la rimembranza.

[389] Sì, riprese Giorgio; ma restar così solo! Io non sono stato finora molesto, nè gravoso alla mia parrocchia, ma in avvenire come potrò non esserlo? Mentre che egli così diceva, un dirotto pianto bagnava le sue pallide gote.

Volete che io reciti qualche preghiera di consolazione? disse Wilson; e l’infelice acconsentì. L’amico allora si trasse di tasca un libro, e recitò una divota preghiera, molto acconcia alle circostanze; perciocchè ispirava rassegnazione, impetrava dal cielo consolazione alla dolente famigliuola, e terminava significando la dolce speranza di ricongiungersi ai perduti amici in uno stato scevro dal timore di nuova dipartita. Wilson nel recitarla oltremodo commosso, appena potea far uso della sua tremante ed interrotta voce. Il povero Giorgio tenea la testa appoggiata ad una tavola, inginocchiato vicino al ministro, oppresso e vinto dalle angoscie del dolore, cui la religiosa sua divozione non era sufficiente a frenare, lagrimando ancor forte tutti li circostanti.

Io non posso far molto per voi, disse il ministro; pure, se credete, mio caro Giorgio, che io abbia di che giovarvi, non mi risparmiate. Ricordatevi che il vostro pastore e vostro amico. Deh! se a voi piace, rispose Giorgio, aver dei poveri miei figli quelle paterne cure che avete a tanti orfanelli liberalmente concedute . . . . Volentieri, interruppe il ministro; e solenne promessa ne fece.

Mentre ci disponevamo a partire da quel doloroso albergo, una delle donne che erano colà presenti, amica della defunta Nancy, chiese [390] di voler vedere i due piccioli gemelli. Erano questi un maschio ed una femmina, ed il loro aspetto mostrava che fossero buoni a vivere. Fu scoperta la culla ove que’due innocenti soavemente dormivano, ed essendone stati levati incominciarono a piangere. Oh! come piangerebbero, dissi fra me, se sapessero in qual mondo entrati sono, e se conoscer potessero quanto è grave la perdita che hanno fatta! Non hanno madre che gli allatti, la quale non manca eziandio a que’gemelli agnelletti ch’io vidi questa mattina. Quanto ingiusta è la morte nello scegliere le sue vittime! Ella risparmia l’età decrepita, il celibe egoista, i coniugi disamorati, i quali, per lo mutuo dispiacersi, desiano spezzare la marital catena. Risparmia pur me stesso che, a comparazione di tanti altri, sono un peso inutile sulla terra, e toglie una madre innocente a sette teneri figliuoli, ad uno sposo che l’adora!

Da questi pensieri, parendomi essi empii e temerarii, tantosto rimovendo l’animo mio: Ah! sicuramente, esclamai, non fia questa desolata famiglia abbandonata da quella celeste Provvidenza che pensa di nutricare eziandio i piccioli corvi non ancora usciti dal nido. ◀Racconto generale ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1