Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "L’immortalità", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\50 (1822), pp. 306-311, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.914 [consultato il: ].


Livello 1►

L’immortalità

Citazione/Motto► Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira
Mostrandovi le sue bellezze eterne;
E l’occhio vostro pure a terra mira?

Dante. ◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Racconto generale► In sul proponimento di ridurre Leonzio alla via della verità, tutto quanto acceso il venerabile Palemone, di subito imprese a combattere le opinioni di lui sopra l’immortalità dell’anima. Livello 4► Voi avrete, gli disse, porto l’orecchio a coloro i quali amano meglio deprimere sè e la natura, originandosi dal caso, o da una cieca necessità, che riguardare alle spirituali potenze di cui fornite sono, e stimarle faville dell’altissimo intelletto. Si veggono di loro elezione farsi materiali, piuttosto che coi raggi della mente dirizzarsi e poggiare a più eccellente sorte. Eternità essi non desiderano, se non se alla polvere di che fatti si tengono: allo spirito, alla cogitazion no. Il perchè questo, onde si gloriano più alto vedere e più nobile, non è che un frutto di esser cresciuti a guisa delle piante; e le spirituali potenze, in luogo di spaziarsi per entro l’intelligenza infinita, e di appigliarsi a maggior destino, congiunte stanno intrinsecamente a questo debile edificio che da ogni lato vacilla e casca, e la cui durazione a ciascun dì, a ciascun punto aver può fine. Essi credono, ovver dicono, null’altro esser l’anima, che un fiato il quale s’estingue.

[307] Ma se di noi tutto muor con la carne, chi fa che dell’immortalità dell’anima sia la credenza universale? Chi fu colui al quale venne fatto di persuadere a tutti gli uomini d’ogni tempo e d’ogni paese che l’anima loro è immortale? Che se al senso degli organi l’uom vive, e non ad altro, avrebbe mai potuto quest’opinione, la quale sarebbe sì dalla natura dell’uomo rimossa, crescere tanto e sormontare? Conciossiachè se a tempo, come i bruti, è l’uomo generato, niuna cosa debbe essergli meno comprensibile che la sola idea dell’immortalità. Macchine composte di fango, le quali non avessero a vivere, nè ad altro intendessero che alla sensuale felicità, come in se stesse avrebbero mai potuto trovare, o mettere questi nobili sentimenti, e sì alti pensieri? Or questa idea, che tutte trascende, è fatta donna di ogni mente umana; questa, che tanto è ai sensi stessi contraria, perciocchè l’uomo a modo di bestia, secondo che noi veggiamo, si muor tutto quanto, ha messe sue radici in tutta la terra: questo sentimento, il quale non doveva eziandio nell’universo trovar mai un che lo inventasse, generale docilità in ogni nazione ritrovò.

Uomini sì diversi di tempera, di culto, di patria, di sentimenti e di sembianza ancora, che talora a fatica si riconoscono intra sè di una specie, come è questo che pur s’accordano tutti insieme all’immortalità dell’anima, e desiderano d’essere immortali? In ciò non ha collusione; perchè come fareste voi a recare gli uomini di tutte le parti e di tutti i secoli ad [308] una sentenza? Pregiudizio egli non è d’educazione; perchè i costumi, l’usanza, il culto che il più da’pregiudizi procedono, non sono uniformi in tutte le genti; e tuttavia il sentimento dell’immortalità è di tutte comunemente. Setta non è; perchè lasciamo stare che questa è religione dell’universo mondo, la sua dottrina non ha mai capo avuto nè protettore: da sè ne furono persuasi gli uomini; anzi la natura, senza maestro e senza scuola, l’ha lor dettata; onde che dal principio delle cose è ella dai padri transfusa ne’figliuoli, e sempre rimasa forte nel mondo.

Grida ad una voce il genere umano, che immortale è l’anima: e similmente l’infallibile lingua e celestiale, cioè la coscienza nostra continuamente ci grida che la nostra sorte non è certo quella dei bruti. Nel mezzo del cuore ha ciascuno un suo tribunale, a cui egli cominciasi a giudicare per se stesso, attendendo confermazione della sentenza dal soprano giudice. Che se nulla più che effetto della fisica nostra disposizione è il vizio, da che muove quell’angoscia paurosa la quale infesta la gioia delle scellerate prosperità? Perchè deono i rimorsi sì spaventevoli essere, che uomo più volte con povertà, e con altre virtù rigide a sofferire, cangia l’illecito acquisto delle divizie? Con le interne sollecitudini e coi rimorsi noi paghiamo sempre tributo alla santità che noi violata abbiamo della virtù: duro letto di noia e di afflizione, inseparabili compagne delle commesse colpe, sentire continuamente ci fa che nell’ordine solo e nella innocenza è posta la felicità [309] dell’uomo. Coscienza, questo divino istinto, questa fidata scorta di un essere ignorante e circoscritto, ma intelligente e libero; questo infallibile giudice del bene e del male, sublima l’uomo sopra tutte le create cose, e tutto tempo gli rammenta che senza morte è ’l suo destino.

È il virtuoso in miseria, è in umiliazione, in affanno? in somma è egli sventurato senza colpa, mentre che i rei vivono in tesori, in dilettazioni, in grandezze? Coscienza e ragione gli dicono, che dopo la morte egli n’aspetti retribuzione e beatitudine; che non dee il suo sperare al presente stato appuntarsi, nel quale egli è, ma che a maggiore ed a migliore è egli riservato. Estimarono gli stessi pagani, che eziandio se dell’immortalità dell’anima più sufficienti prove non vi fossero, pur il goder de’malvagi e ‘l pianger de’buoni basterebbe. Nell’universale armonia s’accorsero essi di questa discordanza, e si assottigliavano di renderne ragione dicendo: Non è vero che di noi si consuma tutto con la vita presente, anzi in morte ogni cosa è ravviata nell’ordine. Singularmente nelle sciagure di noi s’indonna il sentimento di vita eterna; perocchè nelle tribulazioni e nei travagli che d’ogni parte ci distringono divegniamo intimamente persuasi di una felicità senza fine. Il giusto infelice eziandio nella infelicità pegno trova certissimo che del suo essere immortale assicuralo. E per fermo avendo che una essenza superiore ci vive, e quella per sapiente e per giusta conoscendo, sente egli bene che se misero è in questa peritura vita, guiderdonato [310] fia in un’altra immortale. L’esserci Dio ferma cauzione è a lui dell’immortalità dell’anima.

L’universale consorzio degli uomini, le leggi che ci accostano e ci annodano insieme, gl’inviolabili più sagri doveri del viver civile, tutto è edificato in su ’l fondamento e in su la certezza di un tempo futuro. Ma se tutto dee col corpo esser disfatto, di necessità conviene che leggi e costumi il mondo rinnovi, ed ogni cosa in terra muti sembianza. Errori della indiscreta moltitudine, e null’altro, sono i sensi di giustizia, di amistà e di onore; perciocchè di niente siamo noi debitori alle persone con cui niun vincolo mutuo ci congiunge, o di culto, o di speranza, e che domani fiano tornate a niente, e già per avventura non ci son più. Se noi del tutto dovem morire, vani titoli che ci illudono sono i dolcissimi nomi di figliuolo, di padre, di consorte e di amico; poichè durabile nodo non è più l’amicizia; non ci sono più i padri nostri che a noi precedettero; nè nostri successori saranno i figliuoli nostri, i quali non hanno di comune con noi che il niente. Che ho più a dire? Se di noi ha la morte ogni cosa, sciocca cura e falsa è quella del nome e della posterità; l’onor che si rende alla memoria dei famosi uomini, un error puerile, essendo cosa ridicola l’onorare chi più non è; la religione de’sepolcri, una vulgare illusione; le ceneri de’nostri padri e de’nostri amici, vil polvere da spargere all’aria, come quelle che non appartengono ad uomo; le ultime volontà dei testanti cotanto per le più barbare genti osservate, l’ultimo suono d’una macchina che si scommette.

[311] Se fossero le orribili opinioni de’materiali filosofi accolte, scossa sarebbe e rimescolata al mondo ogni cosa, l’idee del vizio e della virtù rovesciate, tutte le sociali leggi disciolte e casse. Null’altro l’umana generazione sarebbe che una masnada di smemorati, di salvatichi, di lussuriosi, di rubatori e di tiranni, i quali non avrebbero altra legge che la forza, non altro ritegno che la passione propria e la paura della signoria, non altro legame che l’irreligiosità e la licenza, non altro Dio che essi medesimi. Ecco il mondo de’filosofi materiali. A cui cape nell’animo che società si possa comporre di sì mostruosi uomini, e bastar lungamente? Ah! caro amico mio, voi per certo vi vergognereste di seggio avere in società cosiffatta: vogliate adunque abbandonar quegli errori, ed abbominare, de’quali non avevate voi tutta quanta conosciuta la sconvenevolezza e la bruttura.1 ◀Livello 4 ◀Racconto generale ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1

1V. Massillon, Paraph. des Pseaumes, Careme, etc.