Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "L’appressarsi della vecchiezza", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\32 (1822), pp. 208-211, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.896 [consultato il: ].


Livello 1►

L’appressarsi della vecchiezza

Citazione/Motto► Eheu quam miserum est metuendo fieri senem!

(Pub. Sir.).

Ahi quanto è misera cosa temendo invecchiare! ◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Racconto generale► Disse il savio Lenorio ad un che dell’ottima sua ed esemplar vecchiezza gli si congratulava: Questo a me tanto si conviene, quanto a mille altri insensati vecchi, i quali sono la vergogna della canizie: perocchè gia bianco era divenuto il mio crine, ed io mi giudicava ancora giovane, ne prima incominciai a conoscermi per vecchio, che io mi sentissi nel settantesim’anno, e tutto il grado ne so al mio agreste abituro, quando dopo più e più anni me’l venne riveduto.

Rammaricavami io che ‘l suo rifacimento mi dovesse troppo costar caro: e il fittaiuol rispondevami, che ciò non era sua colpa, avendolo egli con ogni diligenza guardato, ma dell’edificio medesimo ch’era già vecchio. Fu egli, nella mia fanciullezza, fabbricato dal mio padre: Or che dee poter essere di me, diss’io meco stesso, se mura a tempo mio fatte, sono già scosse? Mi crucciò tanto questo ritrovamento, che io appostava già l’occasione di dover chiamare alla ragione il mio fittaiuolo. — Ecco bel tenere i tigli! senza fronda, coi rami involti e nodosi, coi tronchi fessi e storti! [209] quanto deono aver patito e perduto nel mal potarli e peggio scalzarli! — E quell’uomo sacramentava, sè essere innocente, e la vecchiaia degli alberi averne il torto. Allora mi sovvenne che io gli avea posti, e avea veduti la prima volta fiorire; dalla qual cosa mi convenne argomentare che io portava più anni che quelle piante. E ravviandomi per la porta, mi si parò innanzi un vecchiarello che avea sembiante di poco più poterci essere; e, Chi è costui? diss’io. Come! rispose il fittaiuolo, non raffigurate più voi il figlioccio vostro, il figliuol di Gervasio vostro ortolano? — Di tanto son io tenuto alla mia stanza campestre, la quale mi porse da ogni parte dimostramenti della mia vecchiezza.1

Se hacci di molti che invecchiano senza avvedersene, siccome avvenne di me, più assai son coloro ai quali temenza della sopravvegnente vecchiezza aggrava di troppo la inevitabil miseria della vita. L’apparizion d’un capello canuto è stata alcune volte più dolorosa che la morte d’un figlio, o d’uno sposo. In una tal parte della vita tanto ci turba il ricorso del nostro natale, e tanto c’ingegniamo di nasconder la somma degli anni nostri, quanto la coscienza dei maggior maleficii. Ma qual maggior follía che il desiderare di vivere a lungo e il temere di attemparci?

Questa follía procede nella più parte dalla cattiva educazione: conciossiachè gli abituati a tener conto sommamente della bellezza, della [210] gioventù e dei trastulli, abbiano di necessità a cader d’animo allora che; approssimandosi la vecchiezza, si veggono andar via tutti i pregi che rendono loro cara la vita. E il mezzano tempo, cioè quel termine del vivere nel quale le potenze animali e spirituali hanno la lor perfezione, non altrimenti è abborrito che la decrepità. E con queste vanezze ci andiam coartando il circolo dell’età nostra, già tanto dalla natura circoscritto. Fama è, donne di celebrata bellezza aver disiato di non volere per veruna maniera viver più in là che trent’anni: non s’estimando esse da tanto che potessero sostener la vicenda del lor tramontare dallo emisperio del bel mondo, e dell’altrui levarsi in tutto lo splendor della giovinezza e della beltà.

Livello 4► Exemplum► Alla vecchia Almeria dà tanta malinconia lo attemparsi, ch’ella s’adira di se stessa e di tutti gli altri. E sta tutto dì conferendo la sua presente guisa di vivere romita, o, com’ella la dice, abbandonata, al tempo allegro in che la sua fresca e lieta bellezza la circondava d’innumerabili vagheggiatori: sfiorì la sua primavera; e il non aver lei inteso giammai a quelle doti che procacciano l’altrui venerazione, adesso la fa ritrovare sprovveduta di ciò che potrebbe amplamente compensare quelle lusinghe e quell’adulazione che una volta compieva la sua beatitudine. Grande arte e grande ingegno addimanda il sapere piacevolmente invecchiare, e massime da coloro che furono segno di meraviglia e d’amore a tutti quanti. Ma quest’arte, a modo di tutte le altre, per ben saperla si vuole apprendere nella tenerezza degli anni. ◀Exemplum ◀Livello 4 ◀Racconto generale ◀Livello 3

[211] Avvegnachè la paura soverchia di passare in vecchiaia stia parimente male agli uomini ed alle donne, se ne dee pure aver per iscusate più queste che quelli. Conciossiachè esse la lor signoria dalla beltà riconoscano, sapendo bene che gli amori e le grazie sono nemici della canutezza, e per conseguente a loro podere s’ingegnano di arretrarsi alla volta della gioventù e di nascondersi gli anni. Ma negli uomini è indizio di viltà, di mancanza di senno e di accorgimento. Nondimeno continuamente uomini si veggono crespi, canuti e traballanti, trebbiarsi, pulirsi e raffazzonarsi gaiamente, ed a tutte le dilettevoli brigate usare con quella passione e con quella sollecitudine che un giovinel di vent’anni farebbe. È in vecchiezza una dignità naturale, un portamento autorevole, una beltà ancora maestosa, della quale si spogliano costoro per tener dietro alle frasche ed alle ciance della giovinezza, che schernevoli e tristi solamente li possono fare. Pazzia è il volere al gel del verno i fiori di primavera accordare. Onde che i vecchi canuti che vogliono pargoleggiare, provocano in altrui quel dispregio e quel fastidio che le femmine sentono degli uomini effeminati. Il rifiutare i vantaggi che dall’essere attempato si ricolgono, per celarsi gli anni, è l’estremità della stoltezza. E il savio, disse un filosofo, non desiderò mai d’essere più giovane. ◀Livello 2 ◀Livello 1

1V. Senec., epist. 81.