Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "Le ruine", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\31 (1822), pp. 202-207, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.895 [consultato il: ].


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Le ruine

Citazione/Motto► . . . . . Etiam periere ruinae.

Lucan.

Perire pur deggion le ruine. ◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Dialogo► Tornandomi da passeggiare col mio amico Eugenio in su‘l cader del sole che degli aurei suoi raggi non aveva ancor tutta la vicina montagna spogliata, scorgemmo in su’l giogo di quella, alla fievole sua luce, un diroccato castello. Ristemmo alquanto a considerar quella veduta che ancora ritenea della grandezza semplice e maestosa, e che tutta allo stato del mio spirito era confacente, sì che già m’aveva commosso. Ed Eugenio, Vorrei sapere, disse, se questo aspetto ha nell’animo vostro suscitati quei pensieri medesimi che occupano il mio; perciocchè una gioia tranquilla tutto riempie il mio cuore, e ne volge gli affetti verso il termine a cui siamo tutti chiamati. Voi vedete le reliquie di quel castello: nasce l’erba in su le mura, e negli appartamenti che furono un tempo sede di lusso, e per avventura di tirannia e di delitto. Quelle torri superbe che prima sopra i montani abeti surgeano, rovinarono sotto i gravi colpi del tempo, e tornarono in polvere, per farci conoscere che l’opera dall’uomo passa e non dura, e che natura solamente vive sempre bella.

[203] Ed onde nasce, risposi io, dimandando ad Eugenio, questo soave e quasi festevole nostro movimento nel contemplare le ruine? Non vi pare che a prima vista dovesse un mucchio di rottami destarci piuttosto affetti di tristezza, come quello che appresenta gli scadimenti, il guasto e lo sterminio? Se le opere dell’uomo nello stato di perfezione sempre ci sogliono dilettare, nella lor ruina contristar ci dovrebbero. Sebbene, rispose Eugenio, di questi movimenti gran porzione abbia la malinconia, questa medesima è una sorgente di piaceri ai cuori bennati, i quali se osservano le possenti cagioni che sull’opere de’mortali hanno forza, si sentono rapire in ispirito da grandi ed altissimi immaginamenti. Essi divengono in alcun modo contemporanei dell’età più antiche, mentre che il lor pensiero discorre a secoli che verranno, essendo elleno le ruine, al paro delle storie, sì delle passate come delle future cose maestre.

Questi moti di sentimento che in noi alla vista delle ruine risvegliansi, procede da quel congiungimento d’idee, il quale per locali relazioni le cose animate alle inanimate, il passato al futuro vincola ed unisce. Null’altro più l’immaginazion ne sublima, che il contrasto da simili oggetti destato. Un campo di battaglia ove fu diffinita la fortuna di un grande impero; torri diserte, già state teatro di tragici orrori; superbi palagi diruti ove l’ozio e i sollazzi tennero il lor seggio; spente città dove un tempo arti e scienze fiorirono; tempii e monasteri atterrati, le cui volte risuonavano alle sacre cantiche, e che consacrati erano alla [204] meditazione: tutti questi oggetti non possono che altamente commuovere i cuori meno sensibili. Essi ci fanno a prova sentire che le umane cose sono caduche; ed in alcuni stati del nostro animo cosa non è che tanto vaglia a dolcemente commuoverci, quanto quella tenera e sublime malinconia, la quale nel contrasto di ciò che ferisce lo sguardo, e di ciò che dall’immaginazione contemplasi, è in noi risvegliata.

Livello 4► Exemplum► Quasi in ogni paese si veggono ruine che siffatto sentimento in noi muovono: ma in Grecia principalmente e in Roma da simili immagini ogni viaggiatore è commosso. Quivi egli passeggia su le ruine, e riconosce ad ogni passo i segni del tempo che tacito e lento guasta ogni cosa. La sovrana città dell’Attica che ha tanto grido nella storia, ha perduto anche il nome; e quel popolo ateniese che regna ancora su i nostri teatri, nelle nostre accademie, ne’nostri musei, dorme sepolto fra le ruine. Per le quali andando il pellegrino, di passo in passo, tacito s’arresta, e considera i rivolgimenti del mondo. Quel sì celebrato portico è convertito in una taverna; il tempio di Minerva in una meschita, e la torre di Demostene in riva al mare? dove egli si addestrava all’eloquenza, e donde pare che ai Greci favelli ancora la libertà, è trasformata in un campanile di Cappuccini. La cuna di Giove sul monte Ida è divenuta un monastero di rito greco; l’oracolo di Delfo un nascondiglio di corsari: finalmente in Misitra, dove fu Lacedemone, quella colonna che portava segnati i nomi dei trecento Spartani caduti alla [205] difesa delle Termopile, fa pilastro ad una chiesa greca. Chi non sarebbe scosso a tal contrapponimento? e qual altro spettacolo ci può mostrare più sensibilmente le umane vicissitudini? ◀Exemplum ◀Livello 4

Livello 4► Exemplum► Le ruine di Roma, perchè forse ci rinnovano più grandi memorie che le greche, sembrano alquanto più ragguardevoli. Quei monumenti subito per la sodezza ci stupefanno, di modo che si può ben dire che que’monarchi della terra così del tempo come delle nazioni abbiano voluto trionfare. Fra essi tutto si riferiva a quella magnificenza che le loro opere come il lor nome dovea eternare. Ma con tutta la loro potenza e il loro orgoglio, queste non sono che ruine rimase a far fede dell’antica grandezza di Roma. Non si può mutar piede in questa città, che non si calchi un avanzo di alcun superbo monumento. Salite al Quirinale, e n’andrete sui rottami di quella famosa torre d’onde l’abborrito Nerone coronato di fiori e vestito di porpora, cantando versi su l’incendio di Troia al suono d’una cetera d’oro, riguardava con occhio lietissimo l’incendio di Roma. Oh mostro! così apparecchiavasi il più dolce spettacolo ad un tiranno, quello cioè delle ruine. Salite al Campidoglio, a quella vetusta rocca del romano impero, e vi meraviglierete di non trovarvi vestigio di quel fiero apparecchio da tutte le nazioni temuto, perchè ora i suoi edificii e gli adornamenti pace solo e tranquillità spirano. Se del tempio così famoso di Giove Capitolino andate in traccia, più non iscorgerete se non che alcune colonne di marmo pario e di granito, le quali reggono la volta [206] d’una chiesa. Quinci scendete per la via de’trionfatori, e troverete le reliquie del tempio della Concordia, il cui vestibulo ancora tutto quanto sta. Quivi si congregava il senato a parlamento dei grandi affari della repubblica. I gradi del tempio erano i sedili de’cavalieri romani ordinati a far la guardia intorno al suo recinto. I principi e i re stranieri si stavano alla porta aspettando, mentre che i padri coscritti deliberavano là entro la fortuna delle genti. È questo tempio in su l’entrata del Foro così celebrato, per aver avuto in cerchio gran numero di maestosi portici e di altissimi monumenti, e per essere stato il centro di Roma e del mondo. Ora in quel luogo dove si teneano le assemblee del popolo romano, si raunano bestiami continuamente, e non vi resta della prima magnificenza che mucchi di ruine ed archi di trionfo spezzati. Poco lontano si trova il più memorabile monumento dei Romani, la più grande ruina dell’universo, l’anfiteatro Flavio. Ed è pur grave a considerare che questo grande edificio, come tanti altri, starebbe perfettamente in piedi, e la meraviglia potrebbe fare degli uomini per molti e molti secoli ancora, se non avesse più crudeli nemici che il tempo. E veramente che è la lenta ingiuria del tempo a comparazione del ratto consumamento il quale dal barbarico furore e dal fanatico zelo procede? ◀Exemplum ◀Livello 4

Le ruine, soggiunse Eugenio, giovano non solamente alla ricordanza ed al sentimento che risuscitano in noi, ma ancora all’effetto pittoresco, per cui massimamente sono esse riguardate [207] dai dipintori e dagli studiosi dei paesi e dei giardini. Non sono le ruine un’allegra vista agli occhi, se non se quando ritengono avanzi di qualche grande o bella opera d’architettura. I massi dei tempii e dei greci teatri, delle terme e dei palagi romani, i pilastri corintii che fanno sostegno ad alcun portico colossale, i consumati archi di qualche gottica cattedrale, come sono oggetti veramente stimati dai maestri dell’arte, così per la rarità loro sono punti curiosi che si contrappongono alle vedute delle campagne e delle solitudini, nelle quali si trovano spesso delle ruine. Or non è stupore che sieno quelle barbariche mani esecrate, le quali disperdevano queste reliquie de’famosi tempi, e che gli uomini del miglior gusto e gli eruditi considerino con una muta ammirazione questi onorati sassi, i quali così derelitti risplendono ancora? ◀Dialogo ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1