Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "La nobiltà d’instituzione", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\20 (1822), pp. 145-152, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.884 [consultato il: ].


Livello 1►

La nobiltà d’instituzione

Citazione/Motto► Si quid est in philosophia boni, hoc est quod stemma
non respicit

(Senec).

Se qualche bene nella filosofia si ritrova, questo si è
che non risguarda gli stemmi. ◀Citazione/Motto

Livello 2► In più maniere ebbe cominciamento la nobiltà d’instituzione: perciocchè presso i discendenti dei Celti e dei Germani, nobili per eccellenza si reputan coloro che dagli antichi conquistatori traggon l’origine, e che si sono gli usurpati diritti della feudalità conservati. Nelle aristocratiche repubbliche quelli si appellano nobili che hanno nelle loro famiglie renduto ereditarie le dignità e gli onori, che la libera scelta de’loro concittadini aveva ad essi dinanzi conceduti. In alcun misto governo fu il titolo di nobile dato a chi stato era per le leggi rivestito di politici ereditarii diritti. In fine ci ha in tutti quasi i paesi d’Europa un gran novero di famiglie, le quali o per singulare virtù, o per avere ben meritato della patria, o esercitato impieghi che le persone nobilitano, o per essere state ad una già esistente classe di nobili ascritte, si sono i titoli e i privilegi della nobiltà procacciato: le quali tutte diverse origini provano, secondo che [146] afferma un gran moralista1 , quanto grandemente i più dei nobili s’ingannino, avvisando essere in sè la nobiltà una natural dote che da nessuna instituzione dipenda.

Per quanto sieno da estimare coloro i quali poscia che con onore mantennero la nobiltà dai maggiori ricevuta, l’hanno serbata pei lor posteri pura ed incorrotta, egli è nondimeno più da pregiare chi una nobiltà trasmetta di che sia debitore a se stesso. Avvegnachè l’illustrare una oscura nascita colla sua virtù è più assai glorioso che aver magnanimi sensi allo splendore del gentil sangue corrispondenti. Il secondo non sempre dalla virtù, ma spesse volte procede o dalla impressione che fanno in sull’animo i domestici esempli d’una guiderdonata virtù, o da una educazione felice che il pregio della scelta ne toglie. L’altro è di necessità una inspirazione e un consiglio della virtù, che sola, senza aita e di per sè quei nobili ed alti sentimenti ne ingenera, e quei prodigi adopera che noi ammiriamo: questo muove da una libera determinazione della volontà che presa dalla sola bellezza della virtù, a lei perciò si commette.

All’antica gentilezza, che pregio alcuno non suppone, più di onore prestano i volgari che alla nuova, la quale si tiene siccome ricompensa della virtù. E onde viene questa falsa opinione? Più cagioni annoverar se ne possono; e in prima gli ignoranti e grossolani popoli l’antica nobiltà ammirarono, perciocchè in essa [147] erano adusati a vedere i loro signori lunga pezza temuti; ed anco per cieca abitudine si radicano nelle umane menti le opinioni, e a guisa di contagio ne appiccano i pregiudizi eziandio che l’uomo avviliscono.

Le tenebre che ascondono l’origine dell’antica nobiltà, porgono ai volgari cagione di più meraviglia. Nulla essi veggono in cotale oscurità; ma la credula fantasia inventa tutto ciò che può farli di più meravigliare. Rade volte cotesto inganno è per una celebrità scusato che abbia su grandi virtù o su grandi beneficii alla patria renduti fondamento. Si noverano di poche vetuste famiglie le quali assomigliar si possano al Nilo di cui nascosa e la fonte, ma celebre il corso delle sue acque.

L’invidia pure, sì naturale negli uomini, fa sembiante di più onorare e innanzi porre l’antica nobiltà, onde meglio deprima la nuova; nè può comportare che alcuno dalla turba si scevri per salire a più alto grado; onde che a suo potere di umiliarlo s’ingegna e a sè pareggiarlo.

Ultimamente quello che in dispregio pone la nuova nobiltà, si è che in cambio d’essere data per ricompensa del merito, ella più spesso al maneggio si accorda, o al favore, o alla depravazione. Un duca di Milano nobilitava le famiglie delle sue favorite, e nel diploma la qualità del servigio per esse renduto indicava. Or quanti si vedrebbono di così laidi titoli di nobiltà, se tutti i diplomi fossero medesimamente veridici! Ma questi modi di prostituire la nobiltà non sembrarono bastanti, se non vi si aggiungeva [148] ancora quello di farla venale, e di dar per oro il premio della virtù. E come a riverir si avevano per li popoli i titoli e onori spesse volte col frutto dei ladroneggi e della disonestà procacciati?

La nobiltà ereditaria ha senza dubbio di molti vantaggi, essendochè non rade volte per l’efficacia degli esempi e dall’emulazione tramanda per retaggio nelle famiglie gli alti sentimenti e le virtù di cui quella si suppone essere stata ricompensa. Ma più natural cosa è che le ricompense seguano i fatti, e che la riconoscenza aspetti i servigi. Questo ordine è per l’ereditaria nobiltà rovesciato, non riguardando ella la giustizia e la virtù, ma facendosi incontro altrui per essere meritata; onde che il nobile si affatica per essere conoscente, e i servigi ch’ei presta, sono un debito da esso pagato. Ma quanto piccolo è per li più degli uomini il motivo e lo eccitamento della gratitudine! E quanto ella e strana cosa il concedere dinanzi ogni ricompensa per risvegliare l’emulazione! Per tal guisa la nobiltà, anzi che sia uno stimolo alle magnanime imprese, suol esserne una scusa.

Livello 3► Exemplum► Ippia e Teolo sono saliti ai primi gradi: l’un dall’esercito, e l’altro della chiesa. E che hanno essi fatto di grande per aggiungervi? Si sono pigliata la briga di nascere. Discesi entrambi da una di quelle vetuste famiglie le quali quasi esclusivamente gli onori godevano e le dignità, ben sapevano essi dalla loro infanzia che l’uno saria generale, e vescovo l’altro. Erasi appena Ippia staccato dal fianco dall’aio, che li suoi per lui addimandarono un reggimento, ed egli [149] per dritto di nascita l’ottenne. Così, senza essere nella milizia stato novizio, fu a’vecchi soldati preposto. Avesse egli almeno inteso a procacciarsi la necessaria sufficienza: ma gonfio della sua nobiltà, sdegna il soccorso dell’insegnamento, ed a coloro i quali altramente non possono uscir del lor nulla, lascia che si brighino di studio e di dottrina. Egli quel poco di tempo che ogni anno si stava col suo reggimento, nei piaceri gittavalo, e spesse fiate in cotali disordini che ogni militar disciplina distruggono. Poscia che ebbe per alcuni anni in tal maniera servito, fu fatto generale ed essendosi rotta la guerra, a lui fu il comando affidato di una divisione dell’armata: un cosiffatto onore egli senza dubbio non se lo aveva nè per servigi meritato, nè per talento; ma il comando per diritto alla nobiltà si apparteneva, e la famiglia d’Ippia già di parecchi generali annoverava. Quale è stato il successo di questa prima campagna? Ippia per la sua inesperienza e dappocaggine fu la principal cagione di una disfatta che di onta e di lutto ricoperse la patria. ◀Exemplum ◀Livello 3

Livello 3► Exemplum► Teolo, per li suoi natali escluso dalla prerogativa di primogenito, elesse, come per compenso, il più santo degli stati, a fine di ritrovarvi beni ed onori sicuri. Da che ebbe egli dato alcun tenue esperimento di sua sufficienza, fu decorato del sacerdotale carattere, e poco stante ad esser vescovo pervenne. Non vi aspettate da lui quel profondo raccoglimento, quell’ardente zelo, quella tenera carità e quella vita semplice ed innocente, che sono lo splendore [150] delle dignità del santuario. Teolo, simile al profano Eliodoro, non è entrato nel tempio che per aver sentito dire ch’egli vi troverebbe tesori. Egli di sacerdote non ha che le insegne, e quella croce lo fa montare in superbia, anzichè richiamarlo agli esempli della cristiana umiltà. I beni ch’egli dovrebbe consacrare per santi usi, per alimento degli orfani e delle vedove, esso li rivolge a far risplendere il fantasma del nome e della nascita, e a fomentare il suo fasto e la sua mollezza. Egli, veduta appena la chiesa, la quale essere debbe sua sposa, da lei fa divorzio; e così il pastore si fa estraneo alla sua greggia. Fa dimora nella capitale e alla Corte, ove si abbandona ai piaceri del lusso ed alle ree pratiche dell’ambizione. Indarno Teolo vanta il suo nome e i suoi natali: la nobiltà cui richiede il sublime suo incarico, è una nobiltà d’animo, voglio dire un cuore eroico, un coraggio sacerdotale invincibile del pari alle minaccie e alle promesse, e al favore e alle disgrazie del mondo. La sola ignobilità che il santo ministero disonesta, è una vita sozza, profani costumi, inclinazioni mondane, un cuor vile e guasto che pospone la regola e il dovere agli umani favori. Col suo tenore di vita Teolo ci ricorda che i prelati della chiesa di maggior chiarità furono in prima tolti dal popolo; che i tempi della sua gloria furono quelli nei quali i sacri ministri erano il rifiuto del mondo, e che ella cominciò a tralignare da quando i potenti del secolo si assisero sul trono sacerdotale, e le secolaresche pompe entrarono con essi nel tempio. ◀Exemplum ◀Livello 3

[151] I vantaggi della nascita sono più grandi in quanto che meglio fan risplendere gli altri; ma se ella dà splendore al merito, non può già tenerne le veci: conciossiachè non basti l’avere un celebre nome, se l’uomo non se ne mostra degno, per godere di una stima verace.

Qual avvi cosa più mostruosa di questa, che vedere un ignorante, un vigliacco, uno scellerato, ovvero uno stolido reputarsi gran cosa, ed essere per gli altri reputato, perchè i suoi maggiori si furono dotti, valorosi, saggi e dabbene, lo che è lo stesso che dire in altri termini l’opposto di ciò che egli è? I suoi maggiori tanto si vergognerebbero di lui, quanto egli si vanta di essi.

Gloriarsi della nobiltà de’suoi antenati, è lo stesso che volere nelle radici cercare quei frutti che trovar si debbono sui rami.

Un antico edifizio, una quercia annosa ben conservati sono venerabili, nè a quelli appressar si puote senza provare un cotal rispettoso sentimento; e medesimamente un’antica famiglia per virtù e per onori illustrata, e tuttavia fiorente, natural cosa è che l’altrui riverenza risvegli. Ma se l’antico edifizio giace sparso a terra, e sopra quelle ruine i bronchi e l’erba serpeggiano; se la quercia per vecchiezza infracida, noi vi passiamo da costa senza degnarli d’un guardo, e li consideriamo come un inutile peso che ingombra il terreno: le quali immagini si vogliono alla scaduta e tralignata nobiltà applicare.

I pregi delle antiche famiglie si potriano non di rado assimigliare allo stravolto corso d’un [152] fiume, il quale anzichè ristringersi, andando verso la sorgente, si allargasse.

Insegnamento è della chiesa cattolica che ai trapassati applicare si possano i meriti dei vivi; ma la nobiltà presume all’incontro che ai vivi applicare si debbano i meriti dei trapassati.

Io non ho visto giammai mettere in novelle il pregio della nascita, se non se per coloro che privi ne sono; ma io non ho neppur mai visto persona che d’altri pregi fosse fornita, vanagloriarsi di quello della nascita.

Essere nato ignobile, e tuttavia comportare di buon animo che altri i privilegi goda della nobiltà, nè lo stato invidiarne, nè del suo mettere querele, ecco un pregio maggiore che quello d’esser nobile, ecco una sapienza da essere alla nobiltà posta innanzi.

Natura genera l’oro, e il principe vi appone la sua impronta, onde che questo metallo ha corso siccome moneta; ma se la moneta è tosata, o di bassa lega, più non è ricevuta in commercio: laddove l’oro puro, comechè senza impronta, sempre il suo valore conserva a tenor del suo peso; e tale si è appunto l’immagine della natural nobiltà e della nobiltà d’instituzione. ◀Livello 2 ◀Livello 1

1V. Nicole, Essais de Morale.