Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "La moda", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\01 (1822), pp. 124-135, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.881 [consultato il: ].


Livello 1►

La moda

Citazione/Motto► Mobilitate viget.

Virgil.

Di moto sol vive. ◀Citazione/Motto

Livello 2► Che la moda dal lusso proceda, dalla bizzarria e dal capriccio, si è detto per molti che l’origine sua ricercarono. Ma ovechè pongasi mente quanto ella eziandio su i più barbari popoli e più selvaggi, non meno che su i più inciviliti distenda l’impero, fia giuocoforza confessare che suo principio muova dal cuore umano. Perciocchè gli uomini hanno in tutti i tempi tenuto, e terranno capitale di quello che puote fare in verso di sè rivolgere gli occhi altrui, e in uno meraviglia eccitare di lor ricchezza, potenza e grandezza. Ora l’esterior pregio molto dipende dal modo di vestirsi; e quindi viene il tanto ricercar che si fa dei preziosi ornamenti, delle rare pietre e dei ricchi metalli, i quali non sono meno ornamenti, che segni da cui gli altri distinguer ci debbano, e riconoscer la nostra maggioranza. E quanti ci ha egli che sufficienti sieno a separar la persona dal vestito, e giudicar dell’uomo senza confonderlo col metallo? Così per insino a che gli uomini più prode trarranno dalla opulenza che dalla virtù; per insino a che i mezzi di apparere pregiati saranno diversi da ciò che solo merita [125] pregio, fia sempre di moda ogni cosa rara e splendiente1 .

Non è senza ragione l’origine di parecchie mode, come sono quelle che intendono ad ascondere i difetti, e a far meno disaggradir la natura. Chi gli uomini risguarda in generale, trova che più assai delle belle persone e ben formate sono le sconcie figure e i laidi volti. Ora le mode, che sono l’uso del maggior numero, al qual uso si sottopongono gli altri, furono da quei molti introdotte e stabilite, ai quali caleva di rendere meno rincrescevoli i loro difetti. Perciò le femmine a colorir presero il viso quando si erano appassite le loro rose, o quando un natural pallore le faceva aggradire meno delle altre; e gli uomini similmente imbianchirono colla polve i capelli ad occultare la canutezza indotta dal tempo, e a dissimulare l’età.

Le donne fornite di quelle

Livello 3► Citazione/Motto► Grazie che a poche il ciel largo destina

Petr. ◀Citazione/Motto ◀Livello 3

non dovrebbono tener dietro alle mode; avvegnachè la semplicità degli abbigliamenti fa meglio vedere quanto essi avanzino le altre per le loro attrattive, e l’attenzion degli uomini non è dal verace incanto del sembiante e della persona distolta per istudiati e bizzarri acconciamenti. Se non fosse l’esempio delle belle, non oserebbero le difformi adottar fogge che ad esse prestano armi e le accostano a quelle. [126] Ma altro intendimento, che quello non è di accrescere la femminile bellezza, si prefiggono le nuove fogge degli abbigliamenti; quello cioè di dare alla avvenentezza non meno varietà che novità; alle quali cose qual donna, per leggiadra ch’ella sia, vorrebbe rinunziare?

La più voluminosa delle istorie saria quella delle mode; ma pure sendo l’immaginar dell’uomo circonscritto, spesso ricompariscono le antiche. Un antiquario, assai nello studio delle medaglie versato, osservò che nel giro di cinquant’anni furon tutte esaurite le antiche maniere in più secoli inventate per le acconciature del capo. E un altro medesimamente ha dimostro che l’invenzione delle Fontange, ond’ebbe il vanto una Bella del secolo di Luigi XIV, apparteneva ad una imperatrice romana. Essenzial natura della moda è l’incostanza, la quale ne forma la forza e il potere. Conciossiachè ella cangia per cangiar poscia un’altra volta, lasciando sovente ciò che in sè univa comodità e buon gusto, per adottar quello in cui non si trovi nè l’uno nè l’altra. A’nostri dì si son fatti lamenti delle sue troppe metamorfosi, e fatti se ne sono in tutti i tempi. Leggesi in uno de’nostri più antichi novellieri che un pazzo correa nudo per le vie, portando sulle sue spalle una pezza di drappo. E perchè non te ne vesti? gli fu detto. Ed egli, Aspetto, rispose, che sia stabilita la moda, per non perdere la foggia del mio vestito.

Per bizzarra che sia una moda, mentre che dura, ti abbella e ti accerta che piacerai. Ma non sì tosto ella è disusata, che divien ridicola [127] e stravagante, e fa disaggradire la stessa beltà. Ondechè non si potrà mai abbastanza ammirare la leggerezza e la contraddizione degli uomini, i quali di mano in mano appongono alle medesime cose bellezza e deformità.

Alle volte, posciachè tutte si sono esauste le fogge dello abbigliarsi, si è fatta una moda della nudità. Così, ponendo giù la modestia e il pudore, hanno le donne lasciato alcuna lor parte discoperta, o di sì leggieri e trasparenti robe si son rivestite, che elle si facevano vedere quasi nude. Livello 3► Citazione/Motto► “Vedete voi, dice Seneca, questi abiti trasparenti, se pure addimandare si possono abiti? E che vi trovate onde esser possa schermito il corpo o il pudore? Oseria forse colei che li porta, giurare che non è nuda?” ◀Citazione/Motto ◀Livello 3 Questi veli Varrone chiamavali toghe di vetro, ed un poeta li paragona a un vento tessuto, o ad una nugota di lino. A’nostri dì si sono viste le donne imitare le antiche statue, ove i drappi additano il nudo, tutte esprimendone le forme e i contorni; e si son viste ancora, per tener dietro alla moda, mostrare scoperto il seno, le spalle, le braccia, e far getto non solo del pudore, ma eziandio dell’inapprezzabil tesoro della sanità. Indarno contro questa mortifera moda altamente gridavano le molte donne che cadevano vittime, perciocchè elle ogni rischio spregiavano; e così potea dirsi che la sicurezza delle donne posta è nel provocar la morte pel piacere, come nel provocarla per cagion della gloria è posta quella degli uomini.

Non pure sul vestire e sull’esterno esercita [128] la moda il suo impero, ma leggiera come è, lo estende su tutto. Regolatrice ella si fa da nostri nomi, del linguaggio, dell’andamento, dei gusti e dei costumi: sentenzia quali esser debbano i nostri studi, le opinioni e i sentimenti, e dispone pur anco della nostra vita. Dallo assoggettarne alle sue volubili leggi in tutto ciò che dipender dovria da quelle immutabili del buon gusto, della ragione e dell’onore, si argomenta meglio che da altro il suo potere, e meglio si scuopre ad un tempo la nostra picciolezza.

Tempo già fu che i padri davano ai loro figliuoli il nome di alcun apostolo o d’altro minor santo: ma si diria che i santi medesimi sono soggetti ai mutamenti della moda. Perciocchè i nomi di Pietro e di Giovanni si sono cangiati in quelli di Piero e di Giano e Gioviano; e agli umili nomi di Francesco e Benedetto si antipongono quelli di Achille e di Cesare. Similmente non comporterebbero le fanciulle di pigliare il nome di qualche santa volgare, ma vogliono esser nominate Eufrosine, Emilie, o almeno Artemisie, Auguste; e così o nella favola o nell’istoria profana si van cercando li nomi, e più si amano quelli degli eroi e delle eroine di alcun celebrato romanzo.

Sottoposte ai capricci della moda sono state ancora le fisiche doti che danno buon temperamento e sanità. Tempo già fu che l’esser bene in carne, lo che tanto si richiede per la bellezza, era tenuto qual retaggio degli umili stati, non meno che la robustezza e la forza. Bisognava allora esser gracile e snello; e perciò [129] restringevansi le donne il busto per darsi una finta magrezza, in quella guisa medesima che le Cinesi restringonsi i piedi perchè abbiano una mostruosa piccolezza. E fu tempo ancora che una carnagion rosata non doveva appartenere che alle donne di contado, perciocchè la gente seguace della moda non facea conto che di una carnagion pallida e d’un’aria cascante. Ecco perciò frequenti salassi ed esaurimento di vene, quasichè cotesto pallore esser dovesse per le donne onorevole, come il fu già per la consorte di Seneca.

Regola la moda eziandio i nostri cibi, sentenziando se alla foggia italiana o alla francese debba mangiarsi. Perciò se ella dà il bando a qualche vivanda, non pure è interdetta, ma tenuta anche insipida. Tempo già fu quando gli uomini per nascita illustri potevano, come quelli dell’infime classi, inebriarsi; se non che facea mestieri che lor ragione affogassero, per così dire, in vini stranieri, altrimenti non avria la moda approvato l’ebrezza.

L’influenza della moda sopra i costumi è spesso più potente che quella delle leggi. Perciocchè ella è talvolta proceduta così oltre, che ha perfino screditato l’amor coniugale, intanto che non s’arrischiava più uno sposo a dirsi innamorato della sua donna, nè a farsi vedere in pubblico con esso lei. Vietavalo la moda sotto la pena delle altrui beffe, e per tal guisa riduceva gli sposi a viversi in una specie di continuo divorzio. Nè a questa è stata contenta; conciossiachè alle volte ha prescritto per legge l’amore delle donne di Corte, allorquando [130] i corrotti principi noti arrossirono di porre le redini del governo nelle mani di meretrici. Uomini chiari per dignità, e quelli che alle dignità aspiravano, vedevansi allora servire con fasto e con orgoglio a codeste donne venali. Nè l’età stessa li dispensava da una moda che tanto invilisce; e così allo scandolo il ridicolo si congiungeva.

Vede tutt’ora l’Italia nelle prime sue classi una moda eziandio più scandalosa, se pure moda si puote chiamare il serventismo, che da tanto tempo ancor dura. Se egli è vero che dallo spirito della cavalleria e dal platonicismo abbia avuto cotesta usanza l’origine, siccome alcuni pretendono, bisogna pur confessare che ella ha coll’andar del tempo assai tralignato. Avvegnachè non è mica questo gusto una sola galante e tenera amistà di cui la virtù non debba arrossire, ma sì bene un legame che stringe insieme una maritata e un amante quasi approvato dal marito, lo che è il più alto grado di disordine a cui pervenir possano i costumi.

Le qualità che rendon l’uomo socievole e dabben cittadino, sono similmente alle leggi della moda soggette. Vi è alcun paese ove a tutte queste doti vien sostituita una cotal pretesa amabilità, la quale è riposta in voler piacere a tutti, senza amare veracemente persona, e senza esser da persona amato. Ella si compone delle più frivole doti, indifferenti ci rende siccome al ben pubblico, così al debito dello stato e della professione nostra, e ne adusa a non onorare il merito e la virtù, quando non si [131] mostrino in un atteggiamento piacevole. Ivi cotesta amabilità fa che si accolga eziandio l’uomo disonorato; e coloro che lo accolgono, avvisano di potersi schermire, dicendo che si è un uomo amabile. Per tal guisa amabile è spesse fiate il men degno d’esser amato2 .

È proprio ancora dell’uomo amabile l’avere maniere e linguaggio alla moda, lo che francescamente dicesi buon tuono; e posto è in dire piacevolmente dei nonnulla, a non arrischiare il più breve sensato discorso, purchè la superficialità non te ne possa escusare; e se tu dei mostrare la ragione, a coprirla d’un velo con tanta cura, quanta ne vuole il pudore, ovechè sia mestieri esprimersi con qualche libertà. Lascerebbe ancor la maldicenza di piacere, se spogliata fosse di piacevolezza. Cotesto preteso buon tuono, il quale in sentenza è un abuso dell’ingegno, cangiasi sulle labbra degli sciocchi in un gergo per se stesso non intelligibile, sendo un faticoso ammasso di parole vuote di senso, una volubilità di discorso che fa ridere lo stolto, che sgomenta l’uomo sensato o timido, e rende incomportabile la società.

L’amabilità e il buon tuono formano, più che altro, l’uomo alla moda; col qual nome si addimanda non già colui che è reputato per qualche suo merito, ma colui che è da quelle femmine carezzato, le quali più amano d’esser conosciute che stimate; e chiunque a questa gloria perviene, è sicuro di essere agli altri preferito, comechè egli non più amore infonda che [134] questa gallica invasione molti dotti uomini si restrinsero insieme; se non che a cotesta stravagante moda or minaccia di succederne un’altra, la quale è meno dell’altra sibbene, ma pure anche ella perniciosa; perciocchè si vorria che l’italiana lingua ritornasse alla sua culla col risalire al trecento; se ne vanno accattando i vieti e disusati modi, e gl’idiotismi da lungo tempo divenuti oscuri: nè si cura l’autorità dall’uso arbitro delle lingue, nè l’influenza che sopra di esse aver debbono le lettere, le arti e le scienze, attesi gl’immensi progressi che da più secoli han fatto. Per tal guisa si lascia, per così dire, il francesco abito succinto e disinvolto, egli è vero, ma gretto e misero, per ripigliare la gonnella e la guarnaccia che era il semplice ma grossolano abbigliamento de’nostri maggiori.

Avvi nella nostra letteratura un altro eziandio peggiore sconcio che dalla moda procede; e questo è la servile imitazione, la quale nel loro nascere schiaccia i germi dei migliori ingegni. Dante, Petrarca e Boccaccio hanno a vicenda regnato con tutta la tirannia della moda, e a lor tien dietro una folla di servili copisti, i quali avvisano di esser animati dal loro genio, quando ne ritraggono i loro difetti. Pare che costoro ignorino non poter alcuno esser sommo colla sola imitazione, nè meritane i suffragi della posterità chi non è inventore o nel disegno o nello stile, e così l’istoria delle lettere come delle arti non ricordare alcun grande uomo che non abbia una maniera sua propria che da tutti altri il distingua. Le fredde e vuote [135] opere dei servili imitatori tal noia generarono, che si cercò un nuovo genere di scrivere; dal che nacque la moda che introdusse i falsi concetti, l’orpello e l’esagerata maniera del secento. Si cercarono le strane metafore, i giuochi di parole e i contrapposti che insieme univano difformi ed incompatibili idee; e il sagro linguaggio delle Muse divenne il gergo ridevole dell’affettazione e del falso bello spirito. Cosiffatto gusto, più che da altri, dal Marini introdotto, corruppe ogni genere d’eloquenza e di poesia, e pel corso di un secolo regno quasi generalmente per modo che nominare il secento o il regno del mal gusto è tutt’uno.

Dopo siffatta moda, è più volte ricomparsa l’altra della servile imitazione. L’inimitabile Metastasio ha avuto una turba di seguaci, quasi che agevol cosa fosse il prender l’anima e lo stile di quel poeta delle grazie e del sentimento. Appresso a Metastasio si tolse per modello la frondosa e insieme sterile copia del Frugoni; e quindi fu da molti seguíta la uniforme e trista maniera ossianesca. Di che ne consegue che la moda egualmente consacra le bellezze di un classico autore e i brillanti difetti di un cattivo originale. Talvolta le prime passano di moda come i secondi, solo perchè perduto hanno l’attrattiva della novità.

I sistemi possono chiamarsi le mode delle scienze, e passano essi pure come le mode. Così il Peripateticismo ha dato luogo al Cartesianismo, e questo ha dovuto darlo al Neutonianismo. Similmente infra tutte le scienze che più state sieno al poter della moda soggette, è [...] [S. 136, 137 fehlen]

◀Livello 2 ◀Livello 1

1V. Buffon, Hist. nat., Disc. sur l’homme.

2V. Duclos, Considér. Sur les Mœurs, ch.VII.