Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "La danza", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\16 (1822), pp. 116-123, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.880 [consultato il: ].


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La danza

Citazione/Motto► Semproniam reprehendit Sallustius, non quod saltare,
sed quod optime sciret, et elegantius quam necesse
est probae

(Macros. lib. II. cap. 10).

A Sempronia da biasimo Sallustio non del sapere sal-
tare, ma del saperlo fare ottimamente, e con più
eleganza che non è mestieri a valente donna

(Bartol. da S. Cocord.). ◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Dialogo► Qual meraviglia, disse Erasto, di ritrovare il grave Eudosio in una sala di ballo!

Non meno gradito che la musica, rispose Eudosio, riesce per me il ballo, che è, come il canto, una ispirazione della natura negli uomini infusa fin dalla prima origine loro; e piacevole ed utile reputossi in ogni tempo, per essere quello, fra gli esercizi tutti, acconcissimo a conservare la sanità; avvegnachè rattenendo la persona nei naturali movimenti, e schivando quella violenza d’azione la quale alla ginnastica sola si appartiene, agita in mediocre e conveniente modo il corpo tutto, che leggiadramente nelle danze dimenasi con regolare e determinata misura. Niun’altra cosa più della danza giova a rendere svelte le membra, ad abbellarne le forme, e far prendere alla persona un agile, grazioso e nobile portamento, e quella tale piacevole esterior urbanità che tanto previene altrui in favor di coloro ai quali famigliare è divenuto quell’esercizio. Tacere [117] non deesi ancora, fra i vantaggi del ballo, quello di affarsi ad amendue i sessi, di adattarsi alle forze ed ai bisogni di ogni età dalla più fresca gioventù fino alla provetta vecchiezza, e di poterne in ogni luogo ed in ogni stagione mai sempre godere.

Erasto

Bisogna pur convenire che ai nostri giorni sia l’arte del ballo pervenuta ad un alto grado di perfezione.

Eudosio

Vi è gran fondamento per credere che in quest’arte, come nelle altre tutte d’imitazione, non siano per anco i moderni giunti ad eguagliare gli antichi. Il ballo presso questi non consideravasi soltanto come un trattenimento di piacere, ma anche come un oggetto morale e politico; e come tale adoperavasi nelle sagre ceremonie di religione e nei militari esercizi. Un’arte allora di tanta importanza dovea ben presto perfetta addivenire. Eransi dagli antichi non solo istituiti i ginnasi, ove la gioventù venisse ammaestrata nel ballo, ma i pubblici giuochi ancora, nei quali se ne contendeva la palma, ed erane incoronato il vincitore. Si annoverano fra i Greci quattro differenti specie di danze teatrali, colle quali esprimevano essi tutti gli oggetti, le passioni ed i costumi; lo che fece dire a Plutarco, che la poesia era un ballo parlante, ed il ballo una muta poesia.

Il ballo presso i moderni non ha oggetto veruno di religione o di politica, non avendo essi saputo, ad esempio dagli antichi, far ridondare in pubblico vantaggio le piacevoli [118] ricreazioni, non meno che i laboriosi esercizi. Si è a’nostri giorni reputato effetto dei progressi di quest’arte l’averla accoppiata alla lirica poesia, e l’aver inventato quei balli figurati coi quali rappresentan i soggetti drammatici. Ma questi stessi gran balli assai imperfettamente ci rammemorano le pantomime degli antichi le quali al senso delle parole cantate dai cori mirabilmente accordavansi; e dalle voci di quelli e dalla sinfonia misura pigliando, ai differenti caratteri si adattavano delle passioni che gli attori bramavano di eccitare. I Romani, sebbene meno dei Greci tenessero in pregio il ballo, aveano nondimeno condotto ad un grado sublime la pantomima, ed eterna sarà la celebrità dei nomi di Pilade e Batillo. Figurate erano ancora le domestiche danze fra i Greci, e non disgiunte dai canti, come appunto le Ionie tanto famose nell’antichità; e che essendo nell’origine loro convenevoli ed oneste, assai degenerarono dappoi, dedicandole al vizio, alla mollezza ed alla voluttà.

Erasto

Sembrami che voi diate una incontrastabile maggioranza agli antichi nell’arte del ballo.

Eudosio

Non credo certamente poterli defraudare di tal vanto, meritato soprattutto dai Greci. Voi non ignorate che le Grazie erano le loro divinità predilette. I personaggi più illustri erano ben istrutti nell’arte del ballo, e Socrate istesso ne fu ammaestrato da Aspasia.

Erasto

Volendo pur concedere eziandio che nei [119] domestici balli fossero a noi da preferirsi gli antichi, non avremmo per questo molto a dolercene, conciossiachè l’essere a loro inferiori non ci tolga o diminuisca il piacere che ne deriva.

Eudosio

Giusto e ragionevole sarebbe il pensar vostro, se con saggio discernimento si considerasse solamente il ballo come un piacevole trattenimento, e non piuttosto come un’arte difficile, che lungo studio richiede, ed al cui esercizio altri non si ammettono se non quelli che compiutamente l’appararono. Ma la contraria opinione assai prevale generalmente, ed in particolare là dove l’arte ha fatto maggiori progressi. Vedonsi ivi comunemente i teneri garzoni e donzellette ballare con quanta grazia e maestria potrebbero farlo gli eccellenti danzatori; e sovente molte giovani persona si privano volontariamente di questo piacere, dubitando per avventura di non poter risplendere sovra gli altri nella perfezione dell’arte, o per tema di non poterne apprendere le nuove foggie, senza uno studio lungo e penoso. Stranezza in vero singolare di sagrificare il proprio piacere alla ridicola pretensione di aver fama di esimio danzatore.

Erasto

Questa stravolta opinione toglie per verità a non pochi un piacere, di cui lor malgrado si privano; ma forza à pure di confessare che a quella attribuire si denno i magnifici e reali spettacoli che i balli ci rappresentano.

[120] Eudosio

A ragione spettacoli da voi si appellano, avvegnachè non vassi più oggi al ballo per trarne diletto con un gradevole esercizio, ma piuttosto vi si concorre come ad un teatro pel doppio fine di osservare altrui e far di sè vaga mostra. Sorprende e rapisce la splendidezza delle vesti, la squisita eleganza dell’acconciamento. Si ammira la precisione e la grazia delle figure, dei passi, degli atteggiamenti; ma null’altro appunto che una fredda ammirazione ispirano quegli spettacoli, sendone sbandita quella grata naturale giocondità, la quale formando principalmente tutto il bello e piacevole delle domestiche danze, mai non ritrovasi lì ove si aspiri solamente al sublime ed al maraviglioso. Singolar cosa ella è pure che il tedio e la noia, compagni inseparabili di quelle società, non ne escludono sovente l’indecenza; ed è pur vero che i pubblici danzatori non oserebbero abbandonarsi alla dissoluta sconcezza che si pratica nei domestici balli. E come mai addivenne che fogge di danzare così voluttuose e tanto al pudore sconvenevoli siansi nell’oneste adunanze introdotte? E come possono saggi genitori permetterle alle giovani e modeste figlie? E come tollerare i novelli sposi di vedere indifferentemente fra le altrui braccia le amate loro compagne? Sono per se stesse le feste di ballo abbastanza pericolose alle giovani donne, senza aggiungervi il cimento di certe danze che affievoliscono il sentimento del pudore, e risveglian di prave e laide passioni. Trionfa in queste feste la civetteria delle donne, che nella danza [121] si credono loro permesso lo sfoggio dei vezzi e della lusinghevole arte di invaghire gli astanti. Tutti coloro che hanno amato, conoscono a prova quanto penosi ed angoscevoli siano i giorni dedicati al ballo. Qual donna infatti, benchè di virtuoso animo e dilicato, vi si è mai recata per piacere solo al suo amante, o per non vagheggiare che lui?

Erasto

Molto simili al vero sono le cose da voi rappresentate; ma negare non puossi che esse veggonsi solo accadere nelle città ove predomina il lusso, e fra le persone maggiormente a quello soggette. Sonovi pur anco paesi ove nè il ballo, nè l’adunanze che se ne formano, sono a quel modo immodesti e condannevoli; ed ivi li giovani e le donzelle onestamente e decentemente si esercitano nelle danze molto alla sanità confacevoli e proprie della vivace gioventù. Lungi è da quelle ogni sorta d’inverecondia. Imperciocchè sendo pubblici i divertimenti, sono per questo appunto innocenti e onesti; e invece di porgere occasioni a disordini, contengono in sè non piccoli vantaggi. Dove in fatti più opportunamente ed a miglior agio possono le nubili donzelle ed i garzoni vicendevolmente invaghirsi ed osservarsi con maggior convenienza e circonspezione, se non in quelle adunanze ove gli astanti colla grave presenza loro impongono un contegno da cui non oserebbe veruno dipartirsi? Può egli immaginarsi, dice un moralista, un mezzo più adatto che quell’esercizio ad appalesare senza inganno l’esteriore della persona, ed a far sincera mostra delle proprie [122] avvenenze o imperfezioni a coloro cui monta moltissimo di averne indubitato conoscimento? Il dovere del reciproco affetto non include forse quello di rendersi vicendevolmente amabili? E non sarà cura ben degna di due virtuose persone che di unirsi desiderano, il disporre in tal guisa i loro cuori a quello scambievole amore che il dovere ne impone?

Eudesio

Se riconoscersi dovranno sì fatte utilità proprie del ballo, saranno esse da attribuirsi principalmente a quello villareccio e di contado. In effetto quanto poco gradevoli a me paiono le danze che nelle città si costumano a cagione della noia, dell’indecenza e delle nauseose gare che mai sempre le accompagnano, altrettanto gioconde e piacevoli mi sembrano quelle che dai buoni contadini si celebrano nei giorni di festa al suono di rustiche avene e di incolti istromenti. Presiede ivi un’ingenua ed onesta allegrezza; e l’innocenza dei costumi, e la presenza dei congiunti, o quella di un venerando pastore consacrano quei lieti e festevoli divertimenti. Ben lungi io dal condannarle, vi sono stato sempre assai proclive, e con particolare soddisfazione mi venne fatto introdurne, o, per meglio dire, ristabilirne il costume in un villaggio d’onde n’erano state da gran tempo sbandite da un novello curato di una virtù troppo indiscreta e severa. Sarebbesi detto che considerava come espresso dovere del sagro suo ministero di perpetuamente insinuare nell’animo di quegli abitanti una strettissima riserva, la noia e la tristezza. Da ciò venne che spogliandosi [123] di quella innocente allegrezza, che come delitto era condannata e ripresa, si astenevano i giovani e le donzelle di pubblicamente adunarsi, nè più si dêtte luogo alla gioia comune. Io m’ingegnai di persuadere quell’ecclesiastico a temperare alcun poco quella soverchia severità sua, alla quale la natura e la ragione ripugnavano, ed a cui la religione stessa neppur consentiva. Fecilo avvertito che ove venissero interdetti alla vivace e fervida gioventù i leciti piaceri, altri se ne sostituirebbero senza fallo più pericolosi e nocivi; che segreti intrattenimenti succederebbero alle pubbliche riunioni; che giammai non confassi l’innocenza col mistero; e che proprio essendo della sincera e pura letizia l’appalesarsi in pieno giorno, non v’ha che il vizio che ricerchi le tenebre. Inutili non riuscirono i miei ragionamenti, e le non manchevoli prove della loro verità che il parroco per testimonianza de’propri occhi ne aveva. Ma fece però più forza l’autorità di un grande esempio, quello dell’immortale Fénélon. Il buon arcivescovo (che così tuttora lo chiama, benedicendo la sua memoria, il popolo di Fiandra) quando visitava la sua diocesi, o era a diporto in villeggiatura, ravvivava con la sua presenza le feste dei contadini, che non solo reputava innocenti e permesse, ma che approvava ancora come un giusto compenso alle loro fatiche, ed un onesto alleviamento delle loro affannose occupazioni. ◀Dialogo ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1