Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "Le capitali", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\12 (1822), pp. 91-95, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.876 [consultato il: ].


Livello 1►

Le capitali

Citazione/Motto► Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi?

Virg.

Qual mai cagion di veder Roma avesti? ◀Citazione/Motto

Livello 2► Il soggiorno della capitale, a coloro che deggiono ritornare nella provincia, apporta quasi sempre non lieve danno. Perciocchè vi si riconducono con tal fastidio e disprezzo inverso ogni cosa che non senta dei costumi della capitale, che indi a poco tempo diventano increscevoli a tutti. Il perchè avviene della capitata, siccome della Corte, che non rende l’uomo felice, e gl’impedisce d’esserlo altrove.

Nelle provincie l’oziosità è un torpore, una letargia, una vita vegetativa; ma nelle capitali è un’attività senza scopo, un moto senza obbietto. Questa, per avventura, si è la cosa che nelle grandi città alletta gli uomini più d’ogni altra; cioè, che ivi si fugge la noia; senz’applicar l’animo a nessun negozio.

Nelle capitali que’gradi che sono distinti, e l’uno dipendente dall’altro nella repubblica, vengono confusi ed uguagliati dai costumi nel viver sociale. Ma l’eguaglianza, la quale ovechè si derivi da un principio politico, si è un bene, diventa un male quando procede dai costumi, perchè ciò mai non accade se non allora che quelli sono venuti in corruzione.

[92] Nelle capitali si pregiano solamente quelle arti che sono state ordinate a diletto della fantasia e dei sensi: delle arti necessarie appena se ne ritragge in mente una leggiera immagine, e se ne gode senza conoscerle.

Il lusso delle grandi città aiuta le arti col suscitare l’emulazione tra gli artisti, ma insieme spegne in essi l’amore della bella natura; conciossiachè per soddisfare a quello le arti danno bando alla verità, alla semplicità, all’energia; si acconciano ai capricci della moda, e divengono effemminate ed inette.

Più genio si trova negli uomini della provincia, che in quelli della capitale: l’uomo è nella prima più inventore, sendo che ivi ciascuno è quasi esempio a se stesso; laddove nella seconda ciascuno è inteso ad imitare altrui.

In quanto alle arti si pongono in dubbio i vantaggi delle capitali; ma certo si è che dal potere che hanno queste su quelle, nascono sempre moltissimi inconvenienti. Basti osservare che gli uomini di Corte comunicano a quelli della capitale la vaghezza dei piaceri, del dissipamento e della vanità; e questi, imitandoli, trasmettonli agli abitanti delle provincie. Per tal modo il lusso; con tutti i vizi e le sciagure che gli sono seguaci, fassi universale, e mette a guasto ogni cosa.

Coloro che amano eccessivamente i piaceri, amano per simil guisa se stessi; dal che procede che regna nelle capitali l’egoismo, il quale tutti fa germogliare i suoi naturali effetti, l’avarizia, gli esclusivi godimenti, la viltà e le [93] inclinazioni servili. La verace carità della patria, e quel che dicesi spirito pubblico rade volte si trovano nelle più numerose classi che popolano le capitali; dove i soli obbietti che si ricercano e ambiscono, essendo i piaceri e il danaro, le pubbliche virtù, se alcuna ve n’ha, sono ad ogni ora dalla corruzione e dalla venalità combattute.

Nelle provincie e nelle campagne i buoni officii scambievoli si praticano pel desiderio e il bisogno reciproco d’un amichevol commercio. Là il vicino non è forastiero al vicino, e nei dì dell’afflizione e della sciagura si prestan fra loro conforto ed aiuto. Là similmente si rispettano i sacri doveri dell’ospitalità, senza che il vile guadagno s’inframmetta a guastarli. Ma nelle capitali s’ignora anco il nome di quelli che hanno l’albergo vicino al nostro, e spesse volte il nome pur di coloro che sotto un medesimo tetto dimorano. Gli spettacoli, gl’intertenimenti, tanti oggetti vaghi e diversi, cui ne porgono le grandi città, bastano ad occupare il più ozioso, e a dilungare da lui la noia e il dispiacere che ognun prova nel ritrovarsi solo e abbandonato. Il lusso, l’avarizia ed il vizio per loro natura spengono in noi ogni favilla di benivoglienza e generosità, e indurano il nostro cuore ad ogni affetto che non abbia per fine la soddisfazione dei sensi, o l’acquisto dei favori della fortuna.

Il soggiorno della capitale favoreggia i delitti non meno che i vizi, perchè in quelle eglino si possono agevolmente occultare, ed alla pubblica censura ed alla vendetta delle leggi sottrarre. [94] Colà anche le persone d’alto affare ponno alla dissolutezza abbandonarsi, fraudi ed usure esercitare, e darsi in preda a ruinosi giuochi, senza che alcuno de’vicini o anche della sua casa il sospetti. Nelle campagne e nelle piccole città, quando la virtù, la coscienza e l’onore più non valgono a frenare le malvagie cupidità dell’animo, può molto spesse volte la tema della vergogna e del disprezzo: ed anzi l’uomo nella pubblica opinione disonorato forza è che vada spontaneamente in bando, o viva solitario; laddove nelle capitali se non gli vien fatto di fuggire il disprezzo, vi si assuefa, siccome all’aere infetto che in quelle si respira.

I mostri della natura il più delle volte in disabitati luoghi e selvaggi si formano; ma i mostri della morale cercano all’incontro le più popolose città, come se elli amassero di nascere in mezzo alla moltitudine.

Lo scadimento corporale della umana specie procede esso pure necessariamente dalla sterminata popolazione di cui sono ingombre le grandi città. Citazione/Motto► “Gli uomini non sono mica fatti, dice un filosofo, per istare ammassati a guisa di formicai, ma per essere sparsi sulla superficie della terra, cui deggiono coltivare. Quanto più elli si radunano, tanto più si guastano. Perciocchè le infermità del corpo, così come i vizi dell’animo sono indubitatamente originati da questo soverchio adunamento di genti. Fu detto essere il fiato dell’uomo cosa micidiale agli altri uomini: il che non meno nel proprio senso, quanto nel figurato si verifica.” ◀Citazione/Motto

Sono le grandi città quasi tante voragini, [95] dalle quali l’umana specie viene inghiottita. Appresso qualche generazione le razze o periscono, o tralignano; e perciò rinnovellarle bisogna, e solamente la campagna effettua mai sempre sì fatto rinnovamento. Le capitali si nutriscono di una grande popolazione, più che d’ogni altra cosa; onde che dirittamente fur comparate alla testa di un rachitico, la quale ingrossa secondo che le altre membra si assottigliano e infievoliscono.

Quelli che viaggiano coll’intendimento di conoscere i popoli stranieri, corrono nelle capitali; ma non è questo il luogo in cui andar bisogna per istudiarli. Ogni capitale assomigliasi; ogni popolo vi si mescola; ogni costume vi si confonde: elle sono come una patria comune a tutti gli stranieri. Nelle provincie, i cui abitanti men si dilungano e cangiano meno di fortuna e di stato, andar conviene per conoscere il genio e i costumi delle nazioni. Vedi le capitali in passando; ma ti reca ad osservare lontano il paese dove il popolo manifesta la sua intrinseca natura, e ce la rappresenta tale quale essa è, senz’ombra alcuna che la ricopra. ◀Livello 2 ◀Livello 1