Citazione bibliografica: Giovanni Ferri di S. Costante (Ed.): "I filosofi", in: Lo Spettatore italiano, Vol.4\05 (1822), pp. 43-51, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.869 [consultato il: ].


Livello 1►

I filosofi

Citazione/Motto► O vitae philosophia dux, o virtutis indagatrix, expul-
trixque vitiorum, quid vita hominum sine te esse
potuisset? Tu inventrix legum, tu magistra morum
et disciplina fuisti

(Cic.)

O della vita conducitrice filosofia, o investigatrice di
virtù, e dei vizi disperditrice, che dovea poter senza
te essere il viver degli uomini? Tu hai rinvenute
le leggi, tu maestra di costumi e disciplina sei stata. ◀Citazione/Motto

Livello 2► Maestri dell’uman genere, reggitori della pace e della pubblica felicità, sacerdoti della verità e della virtù sono i filosofi.

Nè la vera filosofia straporta la mente, ma l’ordina e la tempera; non essendo ella che l’osservanza dell’ordine e l’investigazione del vero.

Della filosofia avviene come della scienza, nella quale più che s’acquista, e meno si estima di possedere.

È la filosofia per l’uom morale ciò che la medicina per l’uom fisico. Non preoccupa tutti i mali, nè tutti li sana, nè tutti sempre li pacifica; ma ne dibarba molti, certi ne soffoga nel nascere, infinti ne mitiga. Soave medicina è la filosofia, a giudizio di Montaigne; poichè nelle altre l’uom gode, ricevuta la sanità, in questa gode insiememente e guarisce.

Livello 3► Exemplum► Polidante è dei filosofi che i termini hanno [44] ampliati della ragione. Egli ha scoperte e dimostrate molte verità di gran momento, avvegnachè gl’incontri la medesima ventura de’più chiari duci della ragione. È ricevuta la sua dottrina da quei pochi intelletti sempre innamorati ed avidi del vero, mentre che è morsa e ripresa dall’ignoranza e dall’invidia. L’esempio di quei ministri e messaggeri della ragione lo conforta e sprona al gran viaggio; senza altro pensare, se non che qual semina verità, semina in terra maligna; ma che in avvenire que’semi frutteranno, e che intanto è da lasciar l’ignoranza abbaiar a suo senno contra ciò ch’ella non comprende, e sibilar di lungo le sue orecchie l’idre dell’invidia. Egli si rimette al giudizio de’nipoti, imperciocchè sa bene essere da quelli i filosofi riscossi dai torti, e vendichi del dispregio dell’età loro; e non essere essi gli uomini del presente, ma dell’avvenire, cioè i precursori della futura sapienza. Polidante, a modo di questi, nè gli onori nè la fama ambisce del volgo: egli si sforza all’immortalità. ◀Exemplum ◀Livello 3

Livello 3► Exemplum► Fileta non va d’altro filosofando che dell’amor del prossimo: or che potrebbe ei meglio? Bene a lui si confà l’alto verso dell’antico Comico: Uomo son io; nè cosa che ad uom possa intravvenire, m’è strania. La sua mente è in tutta concordia col cuore, e i suoi ragionamenti son figli veri de’sensi suoi. Tenero e sollecito del bene altrui, acquista altrui benivolenza, ed è sicuro d’essere ascoltato. Ne’suoi sermoni entra quella piacevole schiettezza la quale quanto meno è ricerca, tanto più vale. E di tanta modestia, che a far risplendere gli altrui, oscura [45] senza indugio i suoi meriti; e tanta è l’indulgenza sua, che negli altrui difetti va solamente trovando le loro scuse. La natura di Fileta piace ed ammaestra, e così fa saper migliore la dolcezza della verità. Si può dire che le sue operazioni sieno il proemio de’suoi discorsi e de’suoi libri. ◀Exemplum ◀Livello 3

Livello 3► Exemplum► Ad Eufrasto è stato soprapposto il nome di stoico, perciocchè molte fiate non ha mostrato sentimento di dolore, e sempre imperturbabil fronte ritenne sotto la tempesta dell’avversità. Ma egli nè insensible stoico vuole nel vero apparere, nè metter la natura in non cale. Uom di gran cuore, idolatra della verità e della virtù, anzi che ne tradisse i diritti, sfiderebbe con sicuro animo i perigli e la morte. Ma se s’arma Eufrasto di severa rigidezza, nol fa che contra se stesso, e serba per gli altri tutta la sua indulgenza; poichè nessuno è così scusatore degli altrui, come chi poco è de’suoi falli. Non è al tutto smoderata la morale di Eufrasto, la quale c’insegna non estinguere ma raffrenar le passioni, e non ci chiama a quella perfezione impossibile che ci stupefà senza giovarci, o che ci discuora o ci dispera. Facile scienza, secondo ch’egli stima, deve essere la morale; anzi per l’onore dell’uman genere neppure scienza esser dovrebbe. ◀Exemplum ◀Livello 3

Malagevol è, diceva un antico, esser filosofo e poverello. Nel vero filosofia non consiste nel dispregio delle ricchezze; e il savio non le schiva, ma le teme, per la difficoltà ch’ei vede nel bene adoperarle. Generalmente virtù e ragione furon sempre amiche della povertà. Livello 3► Exemplum► Alcalo filosofo [46] è quasi nell’indigenza; ma la magnanimità con cui sa vivere senza i beni della fortuna, fa pruova che avendoli, saprebbe bene usarli. Avria egli potuto acquistarli, ma non ha voluto far cosa alcuna che indegna fosse della sua natura, nè esporsi all’orgoglio de’nobili e de’facoltosi. Alcalo, povero per suo arbitrio, non possiede, ma non è posseduto. ◀Exemplum ◀Livello 3

È più difficile l’esser filosofo fra gli agi che nella povertà; conciossiachè, a sentenza di Bacone, le ricchezze sieno le salmerie della virtù, le quali, tuttochè bisognevoli all’esercito, spesso impediscono il cammino, e tolgono via il destro della vittoria. Quante passioni ingenera e nutrica la ricchezza! Quante difficoltà interpone, non dico alla speculazione, ma alla cognizione del vero! Livello 3► Exemplum► Teone ricchissimo de’doni della fortuna, non ha creduto giammai che le sue divizie formassero parte di se stesso, e gli fossero in luogo di virtù e d’ingegno. Dispensatore, piuttosto che proprietario, se n’è sempre tenuto, reputandole patrimonio della società. La miglior parte spetta ai poverelli; ma vuole egli che i suoi beneficii sieno ricompensa della fatica, per così cessare due mali; ciò sono miseria ed infingardía, la quale è cento volte più dannosa che la miseria. Il rimanente delle sue sostanze spende egli nell’accendere e rimeritare gl’ingegni, nell’agevolare le imprese utili all’uman genere. Alla comodità di essere altrui benefico, che la fortuna gli presta, accoppia Teone il frutto de’lunghi studi e di altissime speculazioni. Egli è andato per molti paesi con argomento di apparare cose utili a’suoi simili, e sufficienti ad avanzare la [47] loro condizione. Prova Teone, un ricco filosofo essere, dopo un buon re, la creatura che più tiene del supremo Essere. ◀Exemplum ◀Livello 3

Se rade volte fra gli amati dalla fortuna si trovarono filosofi, più rade volte se ne trovan fra’cortigiani, dove signoreggiano interesse ed ambizione, e sono sbandite verità e virtù. Se in corte ha alcun filosofo, Livello 3► Exemplum► egli è Burro: il quale per nobiltà di sangue chiamato alla reggia venne col sentimento della dignità dell’uomo. Egli non andò mai carpone per poi levarsi a volo, e non fu schiavo che dell’ufficio, lasciando che il merito e il servir suo gli facciano via. Egli aspetta senza sollecitudine le dignità, senza orgoglio le tiene, e senza noia le perderebbe. Nel prenderle non ha l’animo ad altro che a disobbligarsi appo la società, la quale ha ragion di volere ch’ogni suo membro le presti servitù. Con tutto che sia di patto nella Corte che la buona fede non è ivi virtù; perchè la dislealtà essendo mutua v’è lecita, sono incognite a Burro le scaltre brighe, le artificiose parole, le simulate proteste. Anche a pericolo di dispiacere al suo signore, non è mai caduto ad adularlo, e spesso confermo viso gli aperse l’austera verità. Sogliono i principi amar più e guiderdonar meglio l’amor che loro si porta, che quel che si porta al pubblico servigio: ma Burro non ebbe mai ritegno di dire, che il far distinzion dal principe alla patria, è un tradire amendue. Se forza ci è che possa gli uomini di Corte all’amor del vero e della giustizia revocare, è ella di certo nella vita di Burro; il quale da quei medesimi ch’egli col suo bene operare biasima, [48] e che non sono da tanto che lo imitino, è onorato. ◀Exemplum ◀Livello 3

I Burri non sarian sì rari, se reggesser filosofi: ma avrà molti compagni quell’ottimo imperadore il quale affermò, allora potere i popoli esser felici, quando o regnassero i filosofi, o filosofassero i re? I Marchi Aurelii, i Titi, i Traiani nelle istorie del regnanti son così pellegrini, come in quelle de’leoni è quello il quale in su l’arena leccò i piedi al suo benefattore, invece di sbranarlo. Contaminato hanno il nome di filosofo, dandolo a principi i quali per sottrarsi ad un Essere superno, hanno conculcate le più sante opinioni; e per vestir di buona ragione la loro assoluta tirannia, sono trascorsi a dispregiar l’umana generazione, ed hanno ritrovata e adoperata la regola del partire, la quale à più abbominevole che quella del conquistare, perchè accumula con l’ingiustizia la viltà. Ravvisan bene i re veracemente filosofi, che nel dovere di conservare i popoli solamente consistono i regali diritti; e per conseguente, anzi che tengano gli uomini a vile, essi apprendono la scienza principale dei re, quella di render gli uomini più disposti ad esser ben retti. Così vanno dì e notte in traccia della verità, ch’è il bisogno maggiore de’principi; ed eccitano a dirla, permettendo alla gente di giudicare i loro portamenti. Non fugge loro che i sovrani i quali si son lasciati più biasimare, sono al mondo più commendati, siccome al buono Stanislao addivenne, cui fu dato il glorioso nome di filosofo benefattore.

In contado è più facile rinvenir filosofi che [49] in corte, e se filosofo è da dir per eccellenza colui che può le letture filosoliche lasciar indietro, in contado conviene andare a chi voglia un filosofo di tal genere. Livello 3► Racconto generale► Correa fama del senno di un villanello nominato Ricciardo, che non guari lontano al casale di Belprato teneva una possessione, e tutta la circustanza risuonava delle lodi di sua virtù, tanto che mi venne talento di conoscerlo. Andai col mio amico Eudosio a visitarlo, e pervenimmo ambedue la sera, che di state era, alla sua casa. Sedeva in su l’entrata il buon villanello, in mezzo alla sua famiglia, aspettando che la solita cena fosse per la sua donna apparecchiata. Essendo egli conoscente d’Eudosio, e di lontan veggendoci, si levò, e nel suo abituro ci accolse, e nei migliori luoghi ci fece sedere. Piccolo e vile dee parer a voi, disse egli, questo mio abitacolo; ma è esso pur bello e grande per rispetto alla felicità; ed io tengo che vivo io meglio qui, che i ricchi e nobili nei signorili palagi. All’uom che nasce alla fatica, altro non è mestieri che una casuccia da fuggire le ingiurie delle stagioni.

Volle poi Ricciardo mescerci un suo buon vino, fatto di sua mano, che ci piacque assai. Ci ragionava tutta via delle dolcezze ch’ei prende la sera nel seno di sua famiglia, ricreandosi delle fatiche diurne. Voi, gli disse l’amico mio, dovreste, s’io non fallo, trapassare leggendo gran parte delle serate? Ma qual meraviglia! Ricciardo non sapea leggere. Io non ho mai studiato, rispose egli, perchè il padre mio, molto meno agiato di me, non potè mandarmi [50] alla scuola. Ma come, dimandai io, avete voi acquistato tanto sapere nella economia, nella industria e nei diritti di proprietà, che si può trar solo da’libri? Ed egli: Io non ho avuto altro maestro che la natura e gli occhi miei. Gl’insegnamenti a’quali ho inteso, e per li quali ho fatto senno, sono state le cose che la mia condizione di lavoratore m’è venuto mostrando; e forse che il campicello ch’io coltivo, ha più da ammaestrare altrui che un libro. Addottrinano più le api e le formiche, che qualunque scuola. Non ho io sempre avuto a specchiarmi nella industria di queste bestiuole, che nella dolce stagione con ogni sollecitudine s’aiutano a riempir per la invernata le case loro, e da esse apprender come proveder si debbe alla famiglia e alla vecchiezza? Oh quante volte appoggiato alla marra mi sono intrattenuto a vedere il loro lavoro! e dietro questa considerazione mi sono rivolto con più studio alle mie bisogne.

Qual virtù è di cui io qui non abbia l’esempio? Il can mio m’insegna l’amorevolezza e la fede nell’amicizia. Coniugal tenerezza spirano le colombe che mi si vengono su la capanna a posare, o qui attorno sen volano. Vedete questa donna omai così canuta, come io: sappiate che da quarant’anni che stiamo insieme, io l’amo ancor come prima; ed ella sta contenta con me. Ah! sì; celestial dolcezza è il riso che in sul volto di molto amata donna lampeggia! Il paterno amore, questo sovrano di tutti i doveri, se pur la natura non ne avesse fatto un sentimento, lo apparerei dagli augelli, i quali fanno il nido in questo albero fronzuto [51] che s’incurva a riparo del mio tugurio. Tutti gli animali domestici m’ammoniscono di amar la mia prole, di averne cura, e di esser sollecito della sua conservazione. Ed ecco come le cose, in mezzo le quali fin dalla mia puerizia trovato mi sono, m’hanno dato disciplina e senno.

Dopo così feconda e gioiosa vita, non mi sarà amara la morte; perchè l’uom della villa, forse più che altri, intende le leggi della natura e l’imperio della necessità; come colui che tutto dì vede le vecchie piante dar luogo alle novelle, ed ogni anno il verno struggere i frutti delle migliori stagioni. Usciti della capanna ci trovammo sotto una quercia la quale aveva ancora de’frutti: e, Vedete voi, disse Ricciardo, questa ghianda pur adesso caduta: or chi sa s’ella ci alligna: dunque si dorrebbe a torto questa quercia di aver cento anni soli durato. ◀Racconto generale ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1