Lo Spettatore italiano: Sezione V

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Sezione V
Dei Francesi
Siccome di tutti gl’idiomi che son noti, eziandio del francese fu cuna la poesia; se non che esso riconosce specialmente dai poeti drammatici il suo innalzamento e la perfezione. Il general gusto di società, da cui nasce lo spirito che signoreggia nella nazione, rivolger la fece ai diletti del teatro, ove conviene la gente quasi per conversare insieme; e cosiffatto gusto diè alla tragedia e alla commedia una efficace influenza, e recò ad un tempo a miglior forma l’arte drammatica. A render sublimi, o puri, o dilettevoli i costumi dà più opera il francese che niun altro teatro. Perocchè alla immaginativa non porge que’bassi vizi, nè quegli atroci caratteri, i quali ad una pulita nazione non è di necessità il presentare per farli abborrire; nè senza pericolo forse entro le menti si destano. Oltre a ciò, mentre esso accende virtù con le lodi, onde la fregia, e con gli esempi che ne offre, mostra pure di passioni, di costumi e di caratteri una ricchissima e variata dipintura.
Cornelio, perchè il primo esempio porse della tragedia, e perchè ebbe la gloria altresì di andare innanzi a Molière nella commedia di carattere, è reputato padre del teatro francese. Egli all’altezza de’suoi pensieri erse la lingua francese, e fu primo a conoscere il parlare della vera grandezza. E fu tanta l’influenza di Cornelio sul suo tempo, che all’uno de’suoi emuli, a Voltaire, venne detto: „Tutto in Francia creò Cornelio.“ Due potenze della tragedia conobber gli antichi, compassione e terrore. Cornelio ne trasse fuori un’altra, cioè la maraviglia; e questo sentimento ch’egli desta, non muove dal solo ingegno, ma dall’anima stessa. Due somme Opere di cosiffatto modo sono le tragedie di Cinna e degli Orazi. Nè pertanto di meno egli è scarso del patetico e del terribile, siccome ne fanno fede il Cid, Polieutto e Rodoguna. In quella parte ove si distingue Cornelio, nessuno lo può agguagliare. I suoi bei versi sono così felici che altri per avventura non ne ha fatti di miglior tempra, nè verun poeta ha tanti passi sublimi quanti egli ne ha. Cornelio ha dipinto l’uomo qual dovrebb’essere: col farcelo vedere in tutta la sua dignità egli ci aggrandisce a’nostri occhi medesimi; e le sue tragedie il desiderio ci lasciano di tener dietro alla virtù.
Racine figura l’uomo qual è per se stesso. I sentimenti ch’esso gli adatta, tanto si riconoscono in altrui, quanto si provano nell’animo proprio. Meglio di lui nessun poeta descrisse le battaglie del cuore e le tempeste delle passioni: nè altri ha più di lui appresa l’arte de’costumi, la quale ad ogni personaggio dà la favella idonea al suo carattere ed al suo caso; e ne’ragionamenti usa una verità che sempre del personaggio nè mai dell’autore fa mostra. Racine, in ciò che allo studio spetta della bella natura, tutto informossi dallo, spirito degli antichi; e non le loro Opere, ma la loro maniera seguì; e questo è lo imitar che fanno i grandi ingegni. Egli è sempre conforme a sè, sempre uno stesso, o vuoi la tela riguardare e l’ordine de’suoi componimenti, i quali traggono fonte dal buon senso e dalla natura, o vuoi lo stile che sempre è corretto, forbito e soave. Sono le sue Opere sì ben finite, che tutte le rime bellezze d’ogni maniera contengono, e l’autore uno de’più perfetti de’moderni poeti dichiarano. Il pittor delle passioni per eccellenza è Racine. Per la qual cosa ai moralisti che vogliono i costumi e i caratteri rappresentare in azione, fa gran pro la sua lettura.
Cornelio sollevò l’anima, Racine discese al cuore; ma il Crebillon volle stupefare la immaginazione, e pose alle sue tragedie ultimo segno il terrore. Per un suo vigor fiero e per una sua originale selvatichezza poco mancò che alla sua nazione ed alla età sua non paresse straniero. Esso è dei Tragici francesi il meno morale. Una sola composizione di lui, io dico Radamisto e Zenobia, è degna di stare fra le somme Opere del teatro tragico. Del rimanente egli non solo per lo conoscimento del cuore umano e per la dipintura dei costumi, ma eziandio per l’arte drammatica, e massimamente per lo stile senza purezza, senza adornamento nè armonia, sta molto di qua dai grandi maestri.
Invidia gran tempo nutrì Crebillon come rivale contro un poeta che aver non ne doveva in quel secolo, che egli occupò tutto quanto col suo genio e con la sua gloria. Voltaire aggiunse in uno tutti i diversi generi che aveano trattati i suoi predecessori, e aperse alla tragedia un nuovo campo. Seppe moltiplicar le scene o più delicate o più tragiche, aggiungere l’interesse delle principali di quelle alla pompa dello spettacolo, e sempre percuotere i sensi per colpire di maggior forza la immaginazione. Ben si può dire che alla tragedia Voltaire conquistò tutte quasi le nazioni del mondo e tutti i tesori della storia. Nella invenzione e varietà de’soggetti, nello splendore e verità dei colori locali non è chi il pareggi; aggiungi a ciò, lui essere Tragedo sovrano nella dipintura dei costumi. Quello che da’suoi pari lo fa discernere ancora, si è lo avere edificata la tragedia ad una scuola di moralità. Il perchè nei quadri di Voltaire ravvisa se stesso ciascun uomo e ciascun popolo, dagl’industriosi Europei fino ai vaganti Selvaggi delle solitudini americane. Riconoscono ed ammirano tutti nelle sue Opere que’tratti di universal morale che stampò natura ne’nostri animi; ed imparando ognuno a rispettar ne’suoi simili se stesso, riceve ammaestramenti di umanità e di virtù. Che se la più bella prova dell’arte tragica è lo avanzar gli uomini in meglio, chi meritò mai tanto de’suoi simili, quanto Voltaire? Onde per le moltiplicate invenzioni, per li più teatrali accidenti, per lo sublime artificio di versar pietà nel terrore, e ragione nel sentimento, per la sua focosa, gagliarda e splendida eloquenza, è stato locato di fianco a Cornelio ed a Racine, col glorioso titolo del più tragico fra i poeti francesi.
Quel fondo di filosofia morale che tanto innalza le sue tragedie, recò parimente Voltaire nella epopeia, e più volte il mise in dipinture, in movimenti e in finzioni. Certo in Omero e in Virgilio nulla si legge di simigliante; ma di necessità lo chiama nei poetici componimenti la diversità dei tempi, dei costumi e della religione. La Enriade è la epopeia di un secolo illuminato, e un codice di tolleranza e di morale politica. Maestosa e insieme commovente la religione vi è dipinta; e la sua causa assai lungi dal fanatismo e dall’ipocrita ambizione è rimossa. Con una leggiadra chiarezza disse cose Voltaire che l’epica poesia per addietro non aveva osato ancor di tentare; e così la poesia inanellando alla filosofia, crebbe egli ed arricchì lo imperio d’entrambe. Ben è da dolersi che Voltaire abbia nella sua giovinezza cominciata e finita l’Enriade. Che se nella sua maturità l’avesse fatta, egli, non ostante la mala opinione de’suoi contemporanei, avrebbe assai meglio adoperato il maraviglioso e la finzione, aggrandito con più magnificenza il suo disegno, posto più d’ardire e di pompa nel suo stile, e spiegato principalmente quel drammatico ingegno che lo qualifica. Nondimeno la Enriade tal qual essa è, mostrando norma ed esempi di tante epiche bellezze, rimane un de’più bei lavori della francese poesia.
Oltre i Tragici sommi di cui abbiamo favellato, il teatro francese ne conta parecchi altri, i quali però sono d’inferior condizione, o solo in alcune qualità hanno quei primi agguagliato. Più antico di tutti è Rotrou, contemporaneo del grande Cornelio; ma esso non pose fuori il suo Vincislao, se non se quando erano già comparse le più delle migliori Opere di quello. Tragico veramente e di un grande interesse è l’argomento di Vincislao, ritratti con forza ne sono i caratteri, naturale il dialogo, e spesso con quella semplicità che va al cuore. Rotrou stato sarebbe l’emulo di Cornelio, solo che le altre sue tragedie pareggiato avessero il Vincislao.
Tommaso Cornelio, non meno fecondo che il suo fratello Pietro, comechè non siasi mai levato alla sublimità di questi, pure sovente gli viene fatto di essere assai naturale. Il Conte d’Essex e massime l’Arianna, sole tragedie sue rimase al teatro, ne mostrano al maggior segno quella verità di affetto e di espressione in che sta la tragica eloquenza.
Campistron, debole imitator di Racine, ebbe ai suoi tempi una grande celebrità, di cui egli fu debitore all’amor della novità e all’arte del famoso attore Baron: ma oggidì è quasi dimenticato; il che ci fa conoscere quanto, specialmente in fatto di Opere drammatiche, il giudizio della posterità sia diverso da quello dei contemporanei. La sua miglior tragedia è l’Andronico, in cui ha egli sotto altri nomi trattato un soggetto stato poscia con tanta felicità riprodotto dall’Alfieri nel funesto caso di Don Carlo dannato a morte da Filippo II suo padre. Duché, altro imitatore di Racine, ma ben migliore di Campistron, ha lasciato parecchie tragedie, delle quali si nomina l’Assalonne, come una delle migliori del secondo ordine. Avrebbe meritato La Fosse di essere collocato tra i primi Tragedi, se si fosse più sovente accostato al loro stile. Si trovano nel suo Manlio alcuni caratteri immaginati in una maniera degna di Cornelio, e similmente alcuni tratti che la energia e la sublimità di quel grande poeta ci fanno risovvenire.
Fra le tragedie di maggiore allettamento e interesse che abbia il teatro, una si è l’Inès di la Motte, la cui testura e l’andamento non lasciano che desiderare; se non che la somma debolezza dello stile ci fa rincrescere che esso abbia tolto il campo ad un verace poeta di ritentare un così bel subbietto. La Didone di Le Franc di Pompignan, per le attrattive dell’affetto e l’eleganza dello stile, ne richiama talvolta a mente Racine. Da Virgilio e da Metastasio ha egli derivato molto nella sua tragedia, la quale però sarebbe delle prime se da quelli avesse cavato maggior ricchezza. Guimond de la Touche ha trasportato sulla scena francese l’Ifigenia in Tauride senza dilungarsi dalla semplicità sublime di Euripide. Ben è da dolere che una immatura morte abbia rapito quest’alto ingegno, i cui primi passi annunziavano un sommo Tragedo. Anche Chateaubrun nelle sue Troiane ha dato una felice imitazione di Euripide.
La tragedia francese nella seconda metà del XVIII secolo tornò, come al tempo di Voltaire, una scuola di pubblica morale. Saurin, nel difficile argomento di Spartaco, si accosta talora alla nobile energia di Cornelio. L’Ipermestra, il Guglielmo Tell e la Vedova del Malabar, tragedie di Le Mierre, molto ne allettano e fanno grande impressione in teatro. A lui si rimprovera durezza e scorrezione di stile, ma è molto preciso ed energico, nè privo di semplicità. Dubelloy ha il merito troppo raro nelle francesi tragedie di trattar argomenti nazionali. Le sue piacciono particolarmente sulla scena, perciocchè sono d’un grandissimo effetto, atteso quelli che si chiamano colpi di teatro. Difetto che a lui meritamente si rimprovera, è l’averli troppo ricercati; il qual difetto meno però si sente nel suo Gaston e Bayard, il quale interessa per la nobiltà dei sentimenti. Molto innanzi nell’arte drammatica andò il famoso Laharpe, non tanto per praticarla, quanto per vagliare le Opere altrui. Contuttociò sempre con elogio sono ricordati il Conte di Warwick, sua prima e miglior tragedia; Melania, dramma interessante e bene scritto, in cui mostra le fatali conseguenze dei forzati voti; e Filottete, per lui traslatato dal greco di Sofocle, ma con assai discernimento acconcio alla scena moderna.
Ducis, locato dai più come il primo dopo i quattro sommi Tragici francesi, ha il vanto di aver posto sulla scena uno de’più grandi mezzi per commovere, voglio dire la dipintura del paterno e del filiale amore. Il suo Edipo nella reggia d’Admeto ha tali scene che agguagliar possono le più belle del teatro francese. Ha gli tratto dal genio inglese novelli personaggi e novelli casi funesti: nelle quali imitazioni stesse egli nondimeno rassembra originale. Giuseppe Chenier, rapito a mezzo il suo corso, ha con forza ritratti Carlo IX ed Henrico VIII, principi che nel secolo stesso hanno con diversi generi di crudeltà allagato di sangue la Francia e l’Inghilterra. Con molta verità piena d’affetto egli appresentò il trionfo della virtù nel dramma di Fénélon, di quel grand’uomo, i cui ammirabili scritti non furono le sole principali cagioni che gli procacciassero la riverenza e l’amor degli uomini. Anche Le Gouvé, rapito da morte immatura, ha diritto d’avere onorevole grado tra i recenti Tragici per la Morte d’Abele, l’Epicaris ed Eteocle e Polinice.
In fine tra i viventi Tragici sono rinomati i signori Renouard, autor dei Templari, il quale così in questa tragedia come nelle istoriche memorie molto felicemente ha vendicato quelle vittime dell’avarizia e della calunnia; Arnaud, autore del Mario, dell’Oscar e dei Veneziani, che hanno nuove tragiche situazioni; e similmente Le Mercier, autore dell’Agamennone, ove ne mostra la nobile greca semplicità.
Il dramma lirico fu nella Francia introdotto dal cardinal Mazarini, il quale rappresentar fece parecchie Opere italiane nella corte e nella capitale. Appresso alquanti informi saggi di Perin e di alcuni altri, surse Quinault, il quale al lirico dramma diè forma novella, ed esempi ne porse cui altri non aggiunse. Tra i moderni poeti è uno di quelli che meglio parlano al cuore. Egli fu innanzi a Racine; nè dovè che a se stesso il suo stile pieno di dolcezza, di eleganza, d’armonia e di nobiltà. Argomento de’suoi drammi, come delle più fra le tragedie francesi, è l’amore; ma anzichè contenga luoghi comuni di lubrica morale, come ha sentenziato Boileau, vi si leggono per entro i più delicati sentimenti, con non minor naturalezza che grazia significati. Sommi critici l’hanno vendicato dalle ingiuste censure di Boileau; e oggidì gode la ben meritata riputazione.
Molti sono stati gl’imitatori di questo gran Lirico, e primo fu il celebre. Fontenelle, il quale colle sue Opere, intitolate l’una Teti e Peleo e l’altra Bellerofonte, mostrò che lo spirito non può tenere il luogo del verace talento poetico. Danchet e Duché più franchi passi stamparono sulle orme di Quinault, del primo dei quali si stima massime l’Esione, ove egli talvolta si mostra sommo poeta, e del secondo l’Ifigenia in Tauride, la quale ha somministrato a Guimond de la Touche due delle più belle scene. La Motte, fertile e pieghevole ingegno, abbracciò quasi tutti i generi di poesia, ma non toccò veramente il sommo che nel lirico dramma. La Semele è uno dei migliori, e racchiude una ingegnosa e morale favola. Egli nell’Issé ha porto il modello del lirico dramma pastorale; e creò poscia un genere nuovo, chiamato Opera-Ballo o Frammenti, il quale ne presenta altrettanti drammi quanti sono atti, riuniti però in un medesimo quadro. Il Trionfo delle Arti è il miglior dramma di questo genere scritto da La Motte. I lirici drammi del Pellegrin sono oggidì caduti nell’obblio, tranne il Jefte, difficile argomento per lui trattato con assai d’arte, onde ha formato uno dei più affettuosi lirici drammi.
Si debbono al poeta Roi due delle migliori teatrali Opere, cioè la Calliroe e la Semiramide; della seconda delle quali non poco ha profittato Voltaire per la sua tragedia di questo nome. Roi si è segnalato più anche nell’Opera-Ballo, del qual genere si risguardano come esemplari gli Elementi e i Sensi. Vero è che il suo stile per lo più è privo di facilità e di dolcezza, ma nè forza nè nobiltà gli manca, e spesso levasi a voli sublimi. L’Opera di Bernard intitolata Castore e Polluce, se non agguaglia le prime di Quinault, non cede ad alcun’altra per l’eccellenza dello stile, pel disegno e l’interesse. Mentre che ne offre il contrasto dell’amore e dell’amicizia, egli ne trasfonde i più nobili sentimenti e i più generosi. La Bruyere nel suo Dardano levò il lirico dramma allo stile della tragedia; tra i migliori lirici drammi si ricordano ancora la Didone di Marmontel, l’Edipo Coloneo di Guillard, la Vestale di Joui. È da notare che G. B. Rousseau sommo Lirico, e Voltaire gran Drammatico furono sempre minori di se stessi nel lirico dramma.
Il segno a cui mirano la tragedia e l’epopeia, è la dipintura degli uomini in quella forma che stati sono alcuna volta: e gli ultimi termini ove corrono ambidue, sono lo spavento delle funeste passioni, lo abborrimento delle efferate scelleraggini, e lo amore delle eccelse virtù. Ma la commedia ritrae gli uomini così come sogliono essere; e lo ammendare i difetti degli uomini in qualunque stato e condizione è il suo intendimento. Generalmente la morale sua meta è più utile; ed al poeta che fedelmente rileva i costumi e i caratteri, assicura il titolo di moralista. Lunga pezza in Francia non produsse il teatro comico se non se componimenti di ridicola buffoneria e di puerili stranezze pieni. A nessuno era in mente venuto che ufficio della commedia è di fare altrui ridere della sua propria somiglianza. Fu primiero il gran Cornelio che col Mentitore e con la Continuazione del Mentitore scoperse la immagine della commedia di carattere. Comparve finalmente Molière; e non solamente i caratteri e i costumi, ma lo spirito umano ritrasse. Primo de’moralisti filosofi, e primo ancora de’dipintori dell’uomo, fra quanti mai scrissero, egli studiò meglio l’uomo, e meglio lo effigiò. Tanto addentro egli ne sente, che tratto ch’ei v’abbia il pennello, il procedere oltre è impossibile. Una lezione matura delle sue commedie tien luogo di esperienza, per la ragione che l’uomo ch’egli appresenta, non si muta giammai. Autore che tanto faccia ridere e tanto pensare, e così piaccia per la lettura come per la rappresentazione, non ci è. Onde più uomo il conosce, più lo ama; e più lo studia, più lo ammira. Sono raccolte in Molière tutte le specie dell’arte comica; e qualunque delle sue Opere, eziandio di minor conto, sempre disegna caratteri, e sopra un fondamento di vero e di moralità si solleva. Solo egli è de’moderni che nell’aringo abbia di lungo tratto lasciato dietro gli antichi; e questo avviene perchè egli ha quel naturale che le Opere degli antichi fa preziose. A quanti lo seguirono egli soprasta; ma siffatto è il suo mirabile ingegno che non pochi de’suoi successori parebbero esser montati al colmo dell’arte, se questo grande non ci fosse stato.
Fra i successori di Molière il general consentimento dà il primo luogo a Regnard, come a colui che, dotato di una facile natura e piacevole, possedè l’arte comica oltre misura vivace. E forse che avrebbe avuto gara col suo maestro s’egli avuto avesse quei magistrali modi onde questi ha dipinto i costumi e i caratteri, e quegli acuti accorgimenti che le secrete potenze delle passioni appalesano. Tutte le Opere di Regnard hanno scintille di spirito, e sali ingegnosi, e gaiezza qual più mordicante e naturale può essere. Vive e comiche sono le sue positure, e semplici i suoi intrecci e ben conchiusi. Sua più perfetta commedia è il Giuocatore; ed è ivi che si ravvisano i caratteri più comici ed un fine morale. Più di un critico gli antipone, come la principal Opera della gaiezza comica, il Legatario Universale. Se non che mala cosa è che tutti i sentimenti di natura, tutti i sociali doveri di questa commedia siano sagrificati a far ridere altrui. Che se questo argomento fosse venuto alle mani dell’autor del Tartufo, sicuramente l’avria condotto ad un gran fine morale, senza lasciare ai suoi successori da trattare il soggetto del Vecchio Celibe.
Dufresny, da prima compagno di Regnard, poscia entrò con seco in contesa per la prosunzione che gli avesse furato l’argomento del Giuocatore: ma quando egli produsse il suo Cavalier Giuocatore, fece conoscere i soggetti essere di chi li sa trattar meglio. Più sagace mostrasi che profondo quest’autore, e pieno non tanto di gaiezza che di acume. Ha pure sue piacevolezze e suo spirito; ma più volte sono anzi sue cose che de’suoi personaggi: laddove il vero ingegno drammatico sta nel celare se stesso per lasciar vedere solamente i suoi personaggi. Non pertanto fra gli autori comici notabil grado tiene Dufresny per li tre componimenti lo Spirito di Contraddizione, il Doppio Vedovatico e il Matrimonio fatto e disciolto.
Nella schiera de’Comici di second’ordine dimora altresì il Boursault, che nel suo Mercurio Galante formò scene stimate degne di Molière, siccome altre commoventi ed altre comiche; ma tutte morali ed ammaestranti si trovano nel suo Esopo a Corte. La storia de’teatri sempre avrà cura di ricordare che uno sventurato monarca (Lodovico XVI) facesse nella sua corte rappresentar sovente questa commedia, degno credendosi di udire la verità.
Ancora Brueys fece nel suo Sgridatore comprendere che dopo Molière si poteva ritrovare e dipingere un carattere comico. Il quale fu da lui così perfettamente disegnato, come ben sostenuto e sempre a se stesso conforme. L’Avocato palpatore di quest’autor medesimo, che ne cavò l’argomento da una farsa del quindicesimo secolo, abbonda di tratti semplici e piacevoli, per modo che se n’è fatta conserva e proverbi. Similmente il suo Mutolo, ov’egli conformossi all’Eunuco di Terenzio, frequenta il teatro. Se a Brueys manca l’eleganza di chi egli seguì, pur non manca la natura e verità.
Dancourt, nel dipingere i costumi, non presenta spesso che laidi quadri, ne’quali ha gaiezza e verità, ma le più volte a spese del gusto. È il vero che non gli si può dinegare assai spirito nel dialogo; quello spirito, io dico, tutto vivace e salso che non rifiuta il naturale. Con buon effetto Dancourt ha principalmente rilevato il ridicolo cittadinesco e gli usi de’contadini, cavandone piacevolezze senza svestirli della fisonomia che lor si conviene. Le migliori sue Opere sono i Cittadini di qualità, i Cavalieri alla moda, le Tre Cugine, il Giardiniere galante e il Marito ritrovato. Se vi è alcuno che dopo l’autor del Tartufo sia degno di nota per li grandi fini morali e per la viva figurazione dei costumi, desso è Le Sage che inventò il Turcaretto. In esso l’odioso, non altrimenti che nel Tartufo, si poco defrauda il comico, sì franco e di tanto spirito è il dialogo, i caratteri sì scolpiti e sì veri, gli avvenimenti sì nuovi e sì comici, la dipintura dell’arrogante prosperità e la umiliante caduta del vizio sì spaventevole e gaia, che si può credere che siffatto lavoro non saria dispiaciuto a Molière di riconoscerlo per suo. Nè meno ingegnoso ed originale si parve Le Sage nel Crispino rivale del suo Padrone. Che se non avesse in certo modo fatto passare la commedia di carattere nel romanzo critico e morale, potrebbe increscerne della subita ritirata ch’ei fece dall’aringo del teatro.
Dalla traccia di Le Sage si trasviò Destouches, che volendo rimondar la commedia, la fa talvolta di soverchio seria. La forza comica di Molière e la gaiezza di Regnard gli mancano. Ma i caratteri veri, la sana moralità, la facilità e il dialogo naturale, i piacevoli accidenti e le felici conclusioni porranno sempre le sue commedie, e specialmente il Filosofo ammogliato ed il Glorioso, tra le migliori che s’abbiano Destouches descrisse gli uomini del suo tempo, adempiendo il primo ufficio del poeta comico. Ma non gli sovvenne che la età consuma il pregio di siffatti quadri. E, a voler dir vero, a Molière solamente fu sortito l’indovinare ciò che del carattere de’suoi contemporanei fusse passeggero. Onde che il tempo non ha potuto una sola discolorare delle grandi sue dipinture.
La difficoltà della gara e i pericoli della imitazione nel campo comico fecero cercare di nuove strade. La Chaussée inventò o rinovellò il genere della commedia mista, della quale gli avevano dato esempio Euripide con l’Alceste e Terenzio con la Donna d’Andro. Per certo questo genere è da meno della vera tragedia e della buona commedia. Ma s’è in natura, se render si può oltremodo interessante, se ha un moral fine assai ragguardevole, perchè si deve proscrivere? Or non si vuol negare a La Chaussée il nome di fondatore di questo nuovo genere per la ragione che ne fece parecchie Opere, il cui effetto non fallì mai. Deriva il maggior suo merito dall’interesse, il quale più alto vi si è posto che in alcuna commedia di carattere. Oltre a ciò, tiene egli uno stil puro e piano, ed una molto giudiziosa orditura. I migliori componimenti di La Chaussée sono la Governante e la Scuola delle Madri, dove raunò tutte le bellezze che potevano confarsi a tal genere e ne schivò tutti gli scogli. Ma più la Scuola delle Madri congiunge all’interesse d’un dramma misto i caratteri, i costumi e gli avvenimenti della commedia.
Una inconvenienza si trova nel genere misto, la quale si è di andar troppo dirittamente verso gli ammaestramenti morali, e di rattiepidar la scena con un portamento serio che non può sempre essere dall’azione riscaldato. Da ciò La Chausseé ne’suoi drammi non seppe ognora guardarsi, e diede argomento a Piron di chiamarli: I sermoni del reverendo padre La Chaussée. Questi rivocò da se stesso al teatro la vera commedia, producendo la Metromania, ch’è una delle maggiori Opere della scena francese. Tiene ella questo grado dal dialogo vivo, colorito e animato; da una perpetua vena di tratti saporiti e di piacevolezze; da un tenor comico di accidenti sicuri, sempre di buon effetto; da quell’arte sì rara di render ben importanti i personaggi di cui dipinge il ridicolo; dall’ingegno di temprare i minori caratteri con la verità, gagliardia e gaiezza stessa dei principali personaggi; infine dalla maestria ond’è continuamente variato lo stile, e mescolati senza inegualità i più comuni co’più sublimi pensieri. Alla Metromania è tenuto Piron di tutta la sua fama. L’altre sue Opere, tranne gli epigrammi, son quasi dimenticate, e meritamente.
Un altro comico poeta, io dico Boissy, non ostante la inesausta fertilità de’suoi pensieri, sarrebbe caduto in obblio s’egli non avesse composto l’Uomo del Giorno, ovvero l’Inganno delle apparenze; la qual commedia è di buon intreccio, desta interesse, dipinge caratteri e costumi, ed è piena di comiche particolarità. È il suo stile fiorito ed agevole, se non che talvolta è men che naturale. Similmente al teatro è noto il famoso Gresset per una sola commedia, non altrimenti che se la composizione di un’Opera somma avesse disseccata la vena del suo ingegno. Il Malvagio mostra la pittura di quello che chiamavasi il mondo nel tempo che fu immaginato. Con un dialogo onesto e vivo e leggiadro, con uno stil sempre schietto e soave, e con semplicità poetica, con una copia di versi pregni di moralità e di concetti, e convertiti in buoni proverbi, questa commedia ricompensa ciò che le manca in quanto all’ordigno ed interesse, e viene a sedersi altresì fra le prime del secolo.
De’moderni teatri nessuno è quanto il francese ricco di componimenti, se non comici in alto grado, per certo di moltissimo diletto e interesse. Noi qui de’più riputati daremo conto, e ben di quelli che più fèdel pittura dei costumi contengono e dei caratteri. In particolar pregio tra le commedie di genere misto sono il Figliuol Prodigo e la Nannina di Voltaire, il Padre di Famiglia di Diderot, il Filosofo senza avvedersene di Sedaine, la Scuola de’Padri di Peyre; nelle quali Opere niente al diletto toglie l’obbietto morale. Similmente la Scuola de’Cittadini di Dalinval, il Dupuis e Desronais di Collé, i Costumi del tempo di Saurin, le False Infedeltà di Barthe, il Filinto ovvero l’Egoista di Fabre d’Eglantine, il Barbiere di Siviglia e il Matrimonio di Figaro di Beaumarchais, riuscirono sul teatro sempre bene, e con ragione. L’ultima commedia che la satira delle sociali e politiche instituzioni ebbe per fine, tornaci a mente il genere di Aristofane. Essa qualche forza fece agli avvenimenti che la francese rivoluzione apparecchiarono. Non ha guari tempo che la Francia ha perduto uno de’suoi più valenti autori comici; voglio dire Collin d’Harleville, che scrisse molte commedie da piacere così per lettura come per rappresentazione. La maggiore sua Opera, ed una delle migliori commedie del preterito secolo, si è il Vecchio Celibe. Un’amabile natura, una dolce e sensibile piacevolezza, un ornato stile ed agevole, sono le speciali doti di Collin d’Harleville.
Sono apprezzati fra i comici autori che or vivono, i signori Andrieux che ha composto gli Storditi, Duval che ha scritto il Tiranno domestico e gli Eredi; Etienne di cui sono i Due Generi; Piccard che ha prodotto la Piccola Città, il Balocco, i Burattini e il Collaterale. Sono in gran numero i comici autori che, intesi a ritrarre i costumi del gran mondo, hanno posposti gli altri gradi della società. Ma di questi ultimi si è brigato Piccard, le commedie del quale intanto che hanno un evidente obbietto morale, non lasciano d’essere oltremodo comiche. Perciocchè egli con molto discernimento sceglie i ridicoli e li adopera con gaiezza, dando loro un linguaggio tra naturale e pungente. Per un saggio nel quale gli autori drammatici sono risguardati come moralisti, si vuol tener memoria del Teatro d’educazione scritto da madama De Genlis. Sonovi i principii di morale, ben acconci allo intelletto della puerizia. E tanto meglio rinventrice ha nel suo segno ferito, in quanto ha ella il più de’soggetti scelti fra gli stessi costumi de’fanciulli. Vi si accompagna l’interesse con la verità del dialogo, e la convenienza dello stile con la purità della lingua. Il perchè in parecchi suoi componimenti ogni specie di lettori trovar può diletto e istruzione.
In Francia la buona satira precorse alla buona commedia. Scrisse Regnier, che de’Satirici è il più antico nel sedicesimo secolo, avanti che stabilita fosse la lingua francese. Nella sua Arte poetica disse Boileau:

Citation/Motto

“Regnier, discepolo ingegnoso degli antichi, formò se stesso su i loro esempi, e nel suo vecchio stile ritiene ancora novelli fiori.”
E nelle sue note sopra Longino afferma il medesimo Boileau, essere Regnier il poeta francese il quale, al dir di tutti, prima che Molière ci venisse, il meglio conobbe i costumi e i caratteri degli uomini. Acerbamente riprendelo egli della licenza de’suoi detti, la quale senza quistione è da biasimare. Ma fia discrezione il considerare che nel tempo in cui Regnier scriveva, non sarà stata in vista la decenza dello stile, e che avrà potuto credersi autorizzato per lo esempio degli antichi. Boileau, che avanzò Regnier, nol fece dimenticare.
Prima Opera di poesia francese nella quale dimori una sempre dignitosa lingua poetica ed appropriata ai diversi soggetti, sono le satire di Boileau. Questo pregio, senza tutt’altro, valse ad operare il loro effetto maraviglioso, e bastò a farle vivere. È il vero che per loro sostanza generalmente esse poco rilevano; oltre che il tempo la loro importanza ha scemata. Le più belle sono quelle sopra la Nobiltà, sopra l’Uomo, e la nona indiritta al suo spirito. Boileau è meno filosofo di Orazio, e meno variato, come altresì meno naturale; nè ha tanto movimento, nè tante forme drammatiche; salvo che ha egli più poesia, nè con minor artifizio motteggia.
Appresso ai modi di Orazio tiene molto più Voltaire per la natura, per l’acume e per la leggiadria che ne possiede. A simiglianza di quegli usa assai bene le forme drammatiche, muovendo come in una commedia i suoi personaggi. Con l’arte di render generale ciò che è personale, ha fatto sì che si dovrà ridere dell’Uomo ridicolo lungo tempo dopo che le persone poste in ridicolo saranno fuori della mente di tutti.
Altri poeti satirici da pareggiare i predetti non ebbe la francese letteratura. Non è però che buona quantità non si legga di satire fornite tutte di quanto merito si richiede a tal genere. Regnard, celebrato per le sue commedie, ha certi tratti nelle sue satire che non si disdirebbero a Boileau; e se non fosse che i suoi versi più volte sono negletti e mal forbiti, egli avrebbe potuto con quel famoso poeta aver gara. Gilbert, discepolo di Giovenale, alcune volte lo agguaglia sì nella forza come nella esagerazione. Paiono di un poeta di primo grado talora i suoi versi; ma le sue satire patiscono spesso difetto di buon gusto e di verità. Il rinomato Delille raggiunse Boileau per la poesia dello stile, e per la gagliardia che mostra, e pel fuoco nella satira del Lusso. Similmente l’Ombra di Dulcos, ingegnosa satira di Laharpe, tornaci a memoria il Povero Diavolo di Voltaire. Ancora le Dispute di Rhuliere meritarono di essere credute di questo gran poeta. Finalmente la satira di Chenier contro la Calunnia, avendo la possa e l’impeto di Giovenale, non è carica di declamazione e di ampolle.
Ancora le epistole morali e i sermoni versificati, non altrimenti che la satira, sono atti alla pittura dei costumi ed alla sposizione dei precetti di morale. Le epistole di Boileau soverchiano le satire sue di gran lunga. Ivi il verso è più molle, lo stile più ricco e più eguale, i pensieri più alti e meglio appiccati. Porgono esse oltre l’utilità della materia anche una grande variazione di sembianze sempre ben prese. Ha Boileau cresciuto il genere, dell’epistole, sollevandolo alcune fiate alla sommità dell’epopeia, e diede a quelle una perfezione che è tuttavia senza pari.
Le epistole di Voltaire, comechè per lo stil poetico stiano di sotto a quelle di Boileau, pur sentono di quella buon’aria e di quella gentilezza di Orazio, non che del suo incomparabile abbandono e dell’artificiosissima sua negligenza. Voltaire ha il più del suo ingegno poetico e della sua fantasia dimostro ne’morali sermoni e ne’filosofici, ne’quali ha trattato di materie che non avea peranche adornate la poesia. D’ogni lato vi sparge fiori leggiadri, e vive e ricche e variate pitture; vi trae colpi di forza e tocchi graziosi, e va con quel piano e franco portamento, con quel naturale congiungimento di concetti, con quella splendida chiarezza che non lascia vapore nè ombra sulla immagine; in somma ha quello incanto di stile che stampa nella memoria i suoi versi.
Alla morale nessuna maniera di poesia così dirittamente appartiene come l’apologo. Nè ad alcun favolatore si conviene il titolo di moralista, quanto a La Fontaine, il quale ampliò questo genere, stimando non altrimenti la favola che
Gran commedia in cent’atti, ognun diverso,
Di cui tutto si è scena l’universo.
Nè ha torto chi lo adegua a Molière. Conciossiachè La Fontaine dotato, siccome quel gran Comico, d’uno ingegno investigatore, sapendo egualmente pigliare i gran tratti e i varii gradi de’caratteri e dei costumi, dipinseli co’più vivaci colori e co’più naturali, ed a tutti i suoi personaggi fece parlar la favella che a ciascun d’essi più si aspetta. Abbondano le favole di La Fontaine di insegnamenti veri, gentili ed alti, nè mai stancano altrui, come quelli che naturalmente si alluogano nella sua narrazione, e paiono essere l’espressione del sentimento. Fornito egli è d’una dolce sensibilità, ingenua e induttiva, onde hanno tutti i suoi scritti una irresistibile attrattiva. Nè è da dire lui meno nell’arte di descrivere che nella drammatica esser sommo. Perocchè tutto sa egli dipingere, tutto animare; ed è ridente e robusto e sublime, secondo che più n’ha il destro, e per lo suo dire paragonasi co’più grandi poeti. La Fontaine è il poeta d’ogni età: sollazza i fanciulli, ammaestra i maturi, diletica i vecchi, per la ragione ch’egli tien dietro alla natura molto più che niun altro poeta. Assai favolatori ingegnosi e dilettevoli annovera la Francia i quali avrebbero molto più di fama conseguito, se non fosse che lo incomparabile La Fontaine è volato loro dinanzi. I più riputati sono La Motte, Le Monier, Aubert, Florian, Vitalis e Lebailly.
Le novelle in versi possono, a modo dell’apologo, percuotere in un segno morale; se non che i poeti novellieri che per lo più si proposero di dilettare anzi che ammaestrare, molte fiate fecero arrossire il pudore e sdegnar l’onestà. Ma è sì lungi dal meritar tali rampogne Voltaire, che per l’opposito egli nelle sue novelle ornò delle poetiche vaghezze molte filosofiche e morali verità. Se a lui venne meno l’ingenua semplicità di La Fontaine, altre doti di valor pari gli soprabbondano. Perciocchè egli, ardente di poesia, vigoroso di pensieri, ridente di una continua giocondità che non rimuove la vera sensibilità, divenne l’idea di perfezione in siffatto genere. La Confidenza perduta, l’Arte di condurre l’amor perfetto e le Fatiche di Apollo sono tre novelle che poterono a Senecé partorire il nome di poeta. Aveva egli divisato di rivestire di alcuna piacevolezza la Santa Onestà; e le novelle sono gravide di bei tratti, di versi pieni di cose e di particolarità poetiche. Conosce le convenevolezze dello stile, e sa acconciarlo al soggetto. Ancora il signor Andrieux nelle sue novelle ci reca la pungente filosofia di Voltaire e la graziosa semplicità di La Fontaine.
Se di moralisti poeti è la francese letteratura abbondevole, non è men copiosa di prosatori, che i principii mostrando di morale, effigiano costumi e caratteri. Di tutti quanti è Montaigne il più antico, se non forse il più notabile. Perciocchè avendo egli scritto prima che alla lingua francese fosse stata posta regola, i due secoli che quindi seguirono, pieni di grandi scrittori, non hanno potuto fare ch’egli non sia la delizia di quanti amano le lettere e la filosofia. Ora un incontro così costantemente felice, una reputazione che moltiplica col moltiplicare dei lumi, non saranno prova d’un merito pellegrino, se non forse ancor solo nella storia dell’umano ingegno? Volle Montaigne dipinger l’uomo di tutte le guise, e quale si è quandunque ed ovunque; nè si avvisò di poter meglio venire al suo intendimento, se non se tenendo ragione co’suoi propri affetti, e seguendo il processo de’suoi pensieri. Sembra però che sola una legge si fosse posta in cuore di guardare, quella cioè di nulla mai scrivere se non da che fortemente si sentisse commosso. Ecco la ragione di tanta forza e rigoglio ne’suoi modi, e di tanta leggiadria e novità nel suo idioma. Quello che altri presumono di sapere, Montaigne lo studiava; e ciò che leggeva, egli paragonava con quanto in se stesso sentiva. E come colui che tutti aveva conosciuti i movimenti dell’anima, egli è desso che meglio d’altri filosofi li fece conoscere altrui. E non è solo utile a chi brama di apprendere, ma molto più a chi vuol pensare: nè mai fu scrittore che tanta potenza avesse di pascere l’intelletto e di fecondarlo. La sua erudizione serve alla sua filosofia. Nondimeno è chi lo biasima di troppo esser largo in allegare; quando che egli in quello medesimo in che all’altrui autorità ricorre, è nuovo ed originale, perocchè noi fa, se non quando il pensiero gli vien di sua vena, ovvero quando egli d’un modo inusitato e singolare n’e stato percosso. Ma quantunque un gran filosofo si fosse Montaigne, non avea sulle facoltà dell’umano intendimento ben giuste e perspicue le idee; nè conoscendone quanto si conviene le forze e i termini, ha sospinto alcuna fiata lo scetticismo troppo innanzi.
Altri ripigliano Montaigne d’egoismo per lo ragionare che sovente egli fa di se stesso. Ma non ne ragiona in modo da rivolger noi sovra noi medesimi? E rivelando il come aveva osservate le proprie sue debolezze, non c’insegna egli di fare il simigliante delle nostre? Ben disse in alcun luogo. “Il mio libro è di buona fede.” Il qual detto, ch’è pur vero, è la maggior lode della sua Opera. Nessuno scrittore mai con più semplicità, nè con più franchezza parlò quel che sentiva e pensava. Il suo persuadere è via più efficace che se facesse vista di ammaestrare. Ed anzi che sembri un libro ch’uom legga, gli è una conversazione ch’uom ascolta; e ciò diede cagione a madama de La Fayette di dir che “Gran diletto è lo avere un vicino come Montaigne.” Altri similmente lo ha incolpato di avere difetto d’ordine e di regola; nè s’accorgono che la forma per lui data a’suoi Saggi è quella sola che al suo indolente carattere ed al suo spirito acceso potea concordarsi. E questa dovea per fermo a lui parere la più convenevole perchè ricevute fossero tutte le verità che ha pel suo libro seminate. La sua filosofia è un labirinto nel quale tutti amano di smarrirsi, ma di cui il solo pensatore possiede il filo, e giunge a conoscere veramente l’ordigno. E, a dir vero, nei Saggi di Montaigne s’annidano i germi di tutti i sistemi che sono stati sposti dai filosofi posteriori. Quanto allo stile di Montaigne, forte, ardito, vivo e pittoresco, nulla tien d’altro scrittore, ma tutto è del suo genio. Dalla più ingenua semplicità alla maggiore altezza di stile vi si trovano esempi di tutti i generi.
Charron, discepolo di Montaigne, ed a lui con somma affezione caro, scrisse di morale il miglior trattato che dopo gli Uffici di Cicerone apparisse. Il libro suo della Sapienza non è tanto utile quanto quest’Opera, perocchè quello non ha lo allettamento di questo, e il divisamento a cui volle soddisfare era vasto di troppo per quel secolo in ch’egli vivea. Nel suo libro tralucono i principii d’Aristotile, di Seneca, di Plutarco, e via più quelli del suo maestro. Che se la dilettazione, l’agevolezza e la dovizia non possiede dell’ultimo, ei d’altra parte ha gagliardia, precisione e chiarezza assai. I principii che il suo maestro lasciò involti e senza lor forma, furono per lui ordinati a sistema, e disposti all’intelligenza delle menti comunali; e fu questo lo scandolo che sopra il capo gli attrasse le più odiose persecuzioni. Or colui che con nuovi argomenti nel libro delle Tre Verità avea guerreggiato l’ateismo, fu d’ateismo incolpato dal gesuita Garasse.
Lo scrittore che più fece per constituire la lingua francese, dandole forza di grammatica e chiarezza e nobiltà, fu l’immortale Pascal che si cimentò contro gli sfrenati e corrotti moralisti, ed ai principii della sana morale rendè vita. Le Lettere Provinciali, che sono la più bell’Opera di stile, di motteggio e di facondia, si schierano con le classiche Opere di sommo grado, tutto che altro non sieno che un libro di controversie. Nè porge la storia delle lettere un altro esempio di scrittura per dispute, la quale non sia stata, con la importanza che la produsse, dimenticata. A Pascal entrò nell’animo di mettersi ad un’Opera in cui divisava di trarre, coi lumi della ragione, alla religione la gente. Di questa non rimasero che pochi frammenti dopo la sua morte, i quali furono sotto il titolo di Pensieri stampati. Ma in essi è tanta la forza del pensare e del dire, che da se medesimo senz’altro avrebbero virtù di far l’autore immortale. Pascal non era ito meno al fondo nello studio dell’uomo, che fosse in quello di matematica, ove ne insegnò a conoscere il vero nostro vantaggio, e a non valicar mai i confini posti alla umana debolezza.
Altro scrittore annumerato pur come Pascal alla Società di Porto-Reale, voglio dire Nicole, avvegnachè abbia perduta sua fama di controversista, è tuttavia ben riputato per li suoi Saggi di Morale. Fra questi sono i più apprezzati quelli su i Mezzi di mantenere fra gli Uomini la pace, e sullo Accordo fra l’amor proprio e la carità, ec. Si discernono in Nicole alcune verità che fino a lui non erano state ancora ben dichiarate. Scrisse con una logica diligente ed uno stile schietto e castigato; come che siasi anzi frigido e prolisso, che no. Egli prova ad altrui piuttosto che persuadere la morale, e più ragiona che non commuove. Poco si legge, perchè nelle sue Opere non graziosi consigli di un amico, ma severe lezioni s’incontrano d’un direttore.
Fu ripreso Pascal di aver calunniato l’uomo con amplificarne i difetti e le debolezze, e per discolparlo ebbe chi disse lui avere inteso a formare il cristiano più che l’uomo. Ma come scusasi La Rochefoucault che manifesta sempre il cuore umano sotto una trista luce, presupponendo quanto di buono è in esso partir da vizioso principio, da travestita brama d’interesse e da non ordinato amor proprio? Come gli potè entrar nel pensiero di cercar nel vizio l’origine di tutte le virtù? Or la pietà ch’è la fontana de’sentimenti, non è naturale in ogni uomo? Non ha ciascuno sua coscienza, quello istinto dell’anima, ed infallibile giudice del bene e del male? Carico di moralista si è far vedere all’uomo ogni elemento di bene che in sè rinchiude, e fargli conoscere tutto quello ch’egli può, ed in tal forma davanti a sè innalzarlo. L’Opera di Rochefoucault ci conturba e sconforta; e pochi altri libri sono tanto dannosi, e che inducano tanto disamore della virtù e della umanità. S’avvisarono alcuni di giustificarlo con dire ch’egli avea fatto studio dell’uomo nella Corte, e nella corruzione ed insania della guerra della Fronda. È agevole a comprendere che la filosofia d’uno scrittore allevato ad una scuola delle cosiffatte non sia guari lontana dalla misantropia. Riguardate con occhio letterario le Massime di La Rochefoucault, sono l’uno de’libri originali del secolo di Luigi XIV. Ed assai sono quelle che per la drittura, profondità e l’ingegno de’concetti, e per lo stile delicato e preciso divengono esemplari di perfezione.
Ma se La Rochefoucault calunniò l’umana natura, La Bruyere contro lei mormorò. La sua morale quasi sempre sente della satira. È il vero che morde le persone, non già tutta la specie; ma ben gli si può rimproverare di aver badato a ritrarre più i vizi e il ridicolo che la virtù degli uomini. Ed è così ch’egli è penetrato giù nel cuore umano per conoscere le latebre, i refugii e i nascondimenti del vizio, invece di cercarvi le forze ch’ei vi serba per la virtù. Non per tanto la sua morale generalmente è severa, ma giusta; se non che rischiarando la mente e parlando alla immaginazione, forse che non aggiunge al commovimento del cuore. Di rado fa egli sentire all’uomo quella favella soave ed affettuosa che più teneri e più utili moralisti le porsero. Quanto a scrittore, La Bruyere è de’primi prosatori francesi; e come che pieno egli sia di acute e profonde considerazioni, pure a chi leggelo, paiono maravigliosi meno i suoi pensieri che lo stile, di cui non ci è bellezza la qual non si trovi nella sua Opera; tanto e siffatto è il nerbo e l’ardire de’suoi modi, la vivezza delle sue figure e la varietà de’suoi movimenti. Pare che La Bruyere tutte in sè riunisca le qualità dell’ingegno: ch’egli or nobile e familiare, or facondo e scherzevole, or agro e leggiadro, muta forma e carattere con una incredibile mobilità. Certo si è un originale scrittore, da che egli, secondo che sono usati gli scrittori originali, ha partorita una moltitudine di copisti.
L’esser nelle morali verità succinto, che per opera di La Rochefoucault e di La Bruyere si è connaturato con la lingua francese, poggia in maggior dignità per la penna di Montesquieu, che ai più gravi argomenti, ove luce nuova ei diffuse, lo applicò. Per la morale illustrò Montesquieu la legislazione, e per converso. Da null’altro filosofo possono i moralisti avere più scuola, nè eziandio i pittori de’costumi e dei caratteri, per la ragione che nessun altro appresenta più veri e più ricchi quadri, nè più variati. Sotto il velame d’una ingegnosa allegoria assale i ridicoli, i vizi e le false opinioni, e muove e risolve grandissimi dubbii, che per lui compresi in una sola o due carte, hanno per altri formati interi volumi. Pure entro sì alte contemplazioni la mente del lettore continuamente è rinfrescata da ridenti dipinture, da quadri dignitosi e da commoventi scene. Havvi cosa di maggior momento che la storia dei Trogloditi, nazion virtuosa che fece senno per via di sciagure? La quale storia fu per lui posta a rincontro d’un corrotto popolo, il quale, non ostante il miglioramento dell’arte sociale, è da’suoi vizi balestrato negli infortunii. Ivi uno stil nerboruto ed arrendevole, siccome splendido e puro altresì, infonde anima e movimento a’suoi quadri, empieli di grandezza e di forza. Ben è rincrescevole che sieno a Montesquieu venute poste certe opinioni ardite ed eziandio perniciose. È il vero che disse in voce del suo Filosofo persiano:

Citation/Motto

“Sè aver tolte le maniere del paese ov’egli si dimorava, (esso era la Francia) ed ove si vogliono tenere di strane opinioni, e tutto recare a pati radosso.”
Il che viene a dire che a suo proprio nome non avrebbe egli avventurato ciò che fa uscir di bocca allo immaginato personaggio; ma siffatta scusa non fa forza, nè Montesquieu d’una giusta riprensione assicura.
Se per un’Opera di giovinezza fu degno Montesquieu di riprensione, che potrem dire di Voltaire e di Rousseau, che il loro ingegno sì malamente spesero? Ma l’uno e l’altro di questi scrittori seggono fra i più grandi ingegni de’tempi moderni; entrambi hanno arricchita di nuove bellezze la lingua francese, e vivranno entrambi finchè ella vivrà. Per conseguente saria, non che ingiusta, ma impossibil cosa il dare lor bando senza discrezione e senza una scelta di ciò che nè la religione nè la morale saprebbero ricusare ne’loro scritti. Che ricca messe raccor si potrebbe nelle Opere di Voltaire! Una immensa quantità di saggi ei possiede sovr’argomenti della maggiore importanza, i quali, non altrimenti che le sue tragedie, lo sublimano al grado dei maggiori dipintori dell’uomo e dei maggiori moralisti. Lo ammaestramento v’è trasfigurato per tutto nelle sembianze della dilettazione. Dei quadri artificiosi, delle forme drammatiche, delle pitture e delle narrazioni egli fa uso a tempo e a luogo, per modo che del dottore e del maestro non ci ha mai sentore. Nè altri ebbe più altamente una magia di stile che ognora incanta il leggitore, come quello che di chiarezza, di leggiadria, di morbidezza e di rapidità, tutte composte insieme, si forma. Nè altri ha mai sì ben temperato il trapassamento dal grave al dolce e dal dilettevole al severo. Sempre egli naturale, sempre condotto da un gusto sicuro, da una evidente ragione, straccia, gabbandosene, alla impostura la larva, ammenda i costumi, bilancia le opinioni, cuopre di scherni le umane follie, e torna gl’intelletti ai principii di sana ragione e di sana morale. Tra i titoli della sua gloria quello che più caro farà il suo nome ai discendenti, e che, se potrà essere, intercederà grazia per gli suoi errori, gli è quel general sentimento di umanità che gli abitava nel cuore, e nelle sue Opere ha mosso uno incantesimo di tutta forza e di tutta dolcezza. Or quale degli scrittori che questa parte della pubblica morale mostrarono, ha mai sollevata una più eloquente e più forte voce? Chi mai tante lagrime fece spargere, o di compassione, o di sdegno, sulle sciagure della umana famiglia?
Rousseau con paradossi intorno alla utilità delle scienze ed alla uguaglianza delle condizioni entrò in lizza. Pure i suoi ragionamenti, tutto che siedano sovra una massa di errori mostrano ancora verità particolari, il cui sentimento egli instilla ai lettori entro l’anima. Ma è la Novella Eloisa, e massime l’Emilio, dove egli ha il più della sana morale seminato. Questa ne persuade a tal segno che per entro ogni cuor si fa via, e lui stesso anche a coloro i quali riprovano i suoi principii filosofici, commendano. Fu mai uomo così, come egli era, signor di quella logica delle umane passioni, di quella penetrevol facondia in cui il discorso materiato d’immagini a’nostri sensi diventa quasi palpabile? Quando avviene che a morali considerazioni egli monta circa la esistenza dell’anima e della divinità, nulla v’ha che pareggi la maestà delle sue locuzioni, l’altezza de’suoi pensieri e il vigore de’suoi sentimenti. Nel cuore stesso dell’uomo egli ravvisa la prova e il bisogno delle verità primitive, e manifestandogli la sua natura, gli addita i suoi doveri, e rende sensibile alla sua ragione la testimonianza della coscienza. Veramente Rousseau spesse volte non è più che uno interprete dei filosofi anteriori; se non che fa egli sentire quello che altri avea fatto vedere, e delle cose appena dimostrate allo intelletto egli lo persuade. Similmente nel suo sistema di educazione non può tutto praticarsi: ma nelle differenti circostanze ove pone il suo allievo, uscito di fanciullezza fino alla sua maturità, usa egli perfetti insegnamenti, e la morale sempre opera e sempre avvivasi di maggiori forze e d’allettamento. Ben è vero che io aver deformata così bell’Opera con una digressione tanto erronea e biasimevole, quanto è la confessione del preteso Vicario savoiardo, non gli fa troppo onore. Per altro egli diede alla prosa francese una perfezione continua, qual ne’prosatori del secolo di Luigi XIV non regna.
Ad un altro scrittore di gran fama, come che da meno de’due precedenti, stette bene, come ad essi, una censura, della quale niente di ciò che hanno le sue Opere può sdebitarlo. Elvezio, per ridurre tutto a materia, compose un libro su lo Spirito. Or qual utilità può un’Opera fare tutta quanta informata di questa luttuosa dottrina? Chi può conoscersi all’autore obbligato di quanto su le cause de’nostri errori, su i differenti caratteri dello spirito e sulla influenza della educazione egli afferma? Elvezio, male usando i principii di Locke, nè contentandosi come quegli di provare che le nostre idee non levano capo altronde che dai nostri sensi, ha in noi tutto recato a sensibilità fisica, senza volerci una facoltà distinta dai sensi concedere. Calunnia egli l’umana specie, lasciandole per solo motore di sue azioni l’amor dell’utile e del piacere, nè accettando in compagnia di tutti i moralisti il sentimento di giustizia, il freno di coscienza e l’affezione di virtù. Come fia stato che uno il quale, secondo che narrasi, visse ognor puro e con generosi sentimenti, non abbia in sè potuto discerner bene questo interesse morale, senza il quale non si renderà mai ragione di una vita virtuosa? Convien dunque inferire che un infelice appetito di vanagloria abbia sospinto un uomo d’onore e d’ingegno ad accumular paradossi donde la falsità dell’argomento non meno che l’orrore delle conseguenze apertamente viene fuori.
Vauvenargue avea deliberato, non altrimenti che Elvezio, di fondare un compiuto sistema di quanto constituisce l’uomo; ma per formare la moralità di lui e porla di rimpetto allo scetticismo. Sventura fu che morte innanzi tempa lo privasse di fornire un’Opera di cui pochi brani inducono la più alta opinione. La sola parte ch’ei terminò, cioè la raccolta di considerazioni e di massime, vale a collocarlo fra i buoni moralisti. Intitolato è l’uno dei capitoli: Dalla virtù nessuno può trovarsi ingannato. In siffatto pensiero tutta la brevità dimora e tutto l’acume di La Rochefoucault, avvegnachè sia d’uno spirito tutto diverso. Ben è degno di colui il quale scrisse nel libro stesso questa bella sentenza: “I grandi pensieri derivano dal cuore.” Gli è Vauvenargue uno di que’rari scrittori ne’quali virtù pare consanguinea dell’ingegno. I suoi scritti impregnansi d’una morale che racconsola; non si possono mai leggere senza prendere più confidenza di se stesso, e più condiscendenza verso altrui.
Fra i buoni moralisti ha preso luogo Duclos per le sue Considerazioni sui Costumi, ancorchè fra gli scrittori di primo grado egli non sieda. Nè di alcuno de’suoi antecessori ha egli la maniera tenuta; nè si assottigliò di formar caratteri come la Bruyere, nè a convertire come La Rochefoucault in massime i suoi pensieri; onde nè amaro è come il primo, nè duro e tristo come il secondo. Un sommario egli fece della conoscenza del mondo, che d’un batter d’occhio acuto e veloce aveva egli guardato: il perchè la sua Opera è di eccellenti osservazioni ben corredata, e di nuovi pensieri e felici, non che di salsi motti che sono altrettanti utili ammaestramenti. Ha posto avvedimento più nelle mutazioni bizzarre dell’animo che negli arcani del cuor dell’uomo. Si è egli principalmente brigato degli effetti che fa la opinione nella società, dei mezzi che la conducono e di quelli che l’uomo usa per acquistarla. Per la qual cosa il libro di Duclos può riputarsi come un supplimento della esperienza, sì veramente che possavene essere alcuno. Altri lo hanno ripigliato di non esser troppo profondo, e di essersi arrestato alle superficie che perpetuamente trasmutansi, e di non aver tolto di mira i punti che non patono alterazione. Pure essendo il proposito di Duclos quello di ritrarre l’uomo non di tutti, ma del suo secolo, egli è riuscito al suo fine. Senza che il suo stile breve, compresso e robusto, è ignudo d’immagini, e con tutto questo ha una pienezza ed una forza di senso che alla ragione piace molto.
Marivaux, che sotto il titolo di Spettatore francese pose in vista una pittura di costumi, non seguì che la forma di quello che aveva nell’inglese pubblicato Addisson e i suoi colleghi. La maniera ch’egli tiene è tutta sua propria, come quella di un osservatore fornito di una singolar sottigliezza di spirito e di ragione; che sa, quanto altri mai seppe, la delicata arte di trattare con misure di gradi il sentimento, di ricogliere i momentanei colori dei costumi e dei caratteri, di aggiungere importanza ai più semplici fatti ed alle più minute particolarità. Fu Marivaux che il primo esempio diede del genere onde Sterne fu creator reputato, che nel dipingere con più verità la vita umana consiste, facendo nel cuore dell’uomo vedere un gran numero di movimenti rapidi sì che appena si scorgono. Il moralista francese, nell’acume dell’intelleto e nel conoscimento del cuore umano, non val punto meno dell’inglese. Nè di sensibilità nè di patetico patisce difetto. Ma Sterne in ciò lo vince. Lo stile di Marivaux declina spesso in lezii ed in neologismi; nè in questo è da seguire, non ostante che gli si perdonino questi particolari suoi modi, perchè si conosce esser suoi proprii, come la vera impronta d’un animo che tutto concepisce con un sottile e delicato intendimento.
Fra quanti moralisti adornano la francese letteratura, amorevolissima è la marchesa De Lambert, di cui gli Ammaestramenti al suo figliuolo ed alla sua figlia, e il trattato dell’Amicizia e della Vecchiezza sono tutto dì letti come la prima volta, e sovente nelle Opere di morale richiamati. Più da notare in essi è la purità e piacevolezza dello stile. Poche donne, nè per avventura molti uomini così sottilmente pensarono e con tanto sentimento scrissero. Negli Ammaestramenti risiedono quali consigli più si convengono a guidar nell entrata del mondo la giovinezza d’entrambi i sessi. Similmente ricchissimi di ottime considerazioni e di savi precetti sono i trattati dell’Amicizia e della Vecchiezza. E ben meritava madama De Lambert di poter dare insegnamenti di amicizia, da che era ella amica di parecchi uomini per virtù e per ingegno famosi, e fra tanti eziandio dell’immortal Fénélon.
Toussaint nel suo libro de’Costumi edificò la sua morale su la religion naturale, avvisando quella aver quanto è mestieri a costumar gli uomini. Non parve che egli riconoscesse la per tutti riconosciuta necessità di annodare gli obblighi della morale con l’esterno culto che a Dio si rende. Volle Toussaint rilevare i costumi correnti, e quelli che dovrebbero correre. Dei ritratti, ond’è copioso oltremodo, alcuni appresentano molto di vero e di frizzante, ma generalmente si rassomigliano troppo e sentono del romanzo. Egli scrive con una chiara semplicità e ornata e precisa; nè lo abbandona punto l’ingegno e il sentimento, ma non però che da mediocrità s’alzi egli gran fatto.
Holbach e S. Lambert quanto più ardimentosi, tanto più errati di Toussaint, si adoperarono di far venire dalla natura stessa dell’uomo tutti i principii della morale. Il perchè la confermazion di religione che sola può questi principii schermire, fu da essi sdegnata e scossa, malgrado di Socrate, di Platone e di quasi tutti i moralisti. Sol da’progressi di una rischiarata ragione, da una educazion buona e da buone leggi hanno preteso cavar quanto bisogna a fondare la signoria della virtù, e quel benessere all’uom procacciare che può ricevere la sua natura. Ma cui non è manifesta la fievolezza e la impotenza di somiglianti sbarre, che alle passioni ed ai vizi, i quali vituperano l’umana natura, in essi si contrappongono? La Morale Universale d’Holbach è un ordinato e compiuto trattato, nel quale egli allega molte volte i moralisti antichi e moderni per non parere troppo da altrui discordante, e sì incalzare i suoi principii. Quanto al suo stile, è chiaro, ma non preciso: senza che non favella egli giammai al cuore nè alla immaginazione; e di quanti dipinser l’uomo, egli, se non erro, è colui che, ammaestrando, sa meno allettare altrui. L’Opera di S. Lambert chiamata Catechismo Universale, ovvero Principii di costumi, soverchia di gran lunga quella di Holbach. Ben è vero che nè originale nè profondo altresì nelle sue considerazioni si scorge. Ma non è da negare che la vaghezza di queste due doti avrebbe troppo più forza di trarre altrui nell’errore, che al vero, trattandosi di un suggetto i cui principii tante volte furono disaminati, ove le verità particolari già cognite e ricevute non richieggono omai altro che di essere con preciso ed evidente raziocinio annodate. Che se in ciò pure si richiede alto intendimento, e ingegno pellegrino, e lunghe meditazioni, S. Lambert in gran parte n’è venuto a capo; conciossiachè dalla varietà dei colori e delle forme nella sua Opera usate scaturisce una facile lettura e dilettevole. Nè affetta veruna specie di stil particolare l’autore; anzi accordalo co’suoi pensieri, non senza locuzione breve e schietta, e un ornato e naturale andamento. Altra Opera non venne ancora la quale abbia meglio fatta sentire la verità di questo precetto, che lo adornamento degli alti pensieri è la chiarezza.
In mezzo ai prosatori moralisti che a fregiare verità nuove e importanti adoperano la finzione, sovrano luogo certamente possiede l’autor del Telemaco. Critici assai quistionarono di che genere quell’Opera fosse, o di poema, o di romanzo. Al lettore lasciò briga Fénélon di nominare il suo libro, e quei che vennero, Opera di perfezione lo chiamarono. È il vero che se coloro ai quali calse d’imitare Fénélon ne avessero avuto l’ingegno, sariasi per avventura senza contraddizione ricevuto un genere che in sè accoppia a molto piacere di poesia la utilità della prosa. Sendo il Telemaco una delle Opere della moderna letteratura che più generalmente conoscasi, si perderebbe fatica a volerne qui disegnare il carattere. E riguardandolo solamente per l’utile moralità, menzioneremo un detto di Terrasson, che se la prosperità dell’umana generazione potesse nascere da un libro, nascerebbe essa dal Telemaco.
Ramsay, che di discepolo di Fénélon si dava vanto, non tanto si studiò di prendere un color vivo e poetico dal suo maestro, quanto quel prezioso arcano di dare azione alla morale. Se non che sprovveduto di quella magia dello stile, di quella invenzione dei casi dilettevoli, e di quella pittura delle passioni che il Telemaco eterneranno, egli scrisse i Viaggi di Ciro, nè altro fece che un romanzo morale, savio e freddo.
Terrasson, autore del Sethos, quantunque a Ramsay vada innanzi, pure gran tratto vien dietro a Fénélon. Notabil cosa è a conoscere che in questo componimento di un dettrator degli antichi non v’abbiano cose di maggior pregio che le tolte all’antichità. Mosso ed animato dalle narrazioni de’Greci sull’Egitto, su le sue cerimonie, su i suoi misteri, e sull’arcana congiunzione della sua religione con la politica, ei gli ha effigiati con vigore, tingendo d’un colore opaco e maestoso le sue dipinture. Ma in balía di se stesso, disegna poco verisimili avvenimenti; e l’interesse dell’Opera si menoma secondo che ella appressa al suo fine. Più eloquente che poetica è la prosa di Terrasson, come alla materia si richiedeva, e squarci vi sono di molta bellezza. De’così fatti è la funebre laudazione di una regina egizia, con cui si arringa ad un tribunale che giudicava i re dopo la lor morte.
Marmontel non intese nel suo Belisario a comporre un romanzo, nè un poema, ma sì bene un trattato morale, ove adopera la forma del dialogo e della narrazione, per seminare varietà e interesse. Della sua fama non è già tenuta quest’Opera alla censura che a ragione la Sorbona ne fece: perocchè vero suo pregio è pur la nobiltà e leggiadria di stile, e sì la dirittura e la utilità de’pensieri, non che l’altezza e la commozione de’sentimenti.
A similitudine di Marmontel anche Mably aveva nelle sue Conversazioni di Focione divisato di dare a divedere che un savio Governo ha la vera sua forza nei principii soli di una moralità ben intesa. Ora improntando la voce di un chiaro Ateniese, e le forme drammatiche usando, scansò la fastidiosa uniformità d’un’Opera d’insegnamento, e contrasse più preciso il suo stile, con un moto e con una vigoría che nelle altre sue Opere non mise.
Tuttochè Marmontel dichiari che, scrivendo gl’Incas non aveva studio di fare un poema, pur non ci ha dubbio che attesa la forma e l’essenza sua tien molto dall’epopeia. Per piacere ed ammaestrare pochi sono gli argomenti sì doviziosi ed acconci. Vi raccolse con arte l’autore i più forti avvenimenti del conquisto del Nuovo Mondo, e le maggiori scelleratezze degli Europei conquistatori. Conculcare il fanatismo, il gran nemico dell’umanità, fu il principal suo proposito. Bello ed alto è il pensiero, nè altro se ne concepisce più giusto e meglio avventuroso che quello di far la stessa religione armare contro il fanatismo in difesa dell’umanità; ed è questo il pensiero in su che tutto posa l’edificio degl’Incas. Oltre a ciò, mirabili passi d’ogni genere vi sono di tratto in tratto, non senza ricche e variate digressioni. Che se l’azione principale vi spaziasse più largamente e più fossero a questa i varii incidenti annodati, sarebbe maggior che non è l’interesse dell’Opera, e via più molto s’accosterebbe alla epopeia.
Dalla Bibbia, alla quale tante volte si attinge quando più efficace e più commovente si vuol rendere la morale, venne fuori il soggetto di qualche poema in prosa. Qui farem solamente menzione del Giuseppe di Bitaubé e del Levita di Efraim di G. G. Rousseau. L’argomento piaciuto al primo di costoro è de’più belli sicuramente che all’epica musa giammai si facessero incontro. L’opposizione de’costumi patriarcali contro le scienze, le arti e la potenza dell’Egitto può bene alle pitture più vaghe e magnifiche somministrar materia. Assai commendabile è l’Opera di Bitaubé; salvo che le cose da sè inventate e poste fra quelle delle sante Scritture non vi si accordano di natura, nè vi seppe quella semplice e commovente bellezza servare. Similmente si può ripigliare Rousseau di non essersi bene abbeverato dello spirito della Scrittura. Ma non però che la sua prosa non possa alle Opere di tal genere esser d’esempio, quando senza fare alcuna vista di poesia quasi sempre appresenta splendide, vive e tenere dipinture.
Ancora fra gl’imitatori di Fénélon sono con lode messi Pecmeja e Florian. E certo che il primo, del quale è il Telefo, porta bellezze di stile non comuni; ma d’invenzioni e d’interesse l’Opera patisce difetto. Oltre a ciò, non porge che immagini e pensieri tetri circa il destino dell’uomo, la ingiustizia della oppressione e la necessità della virtù. Florian scrisse Numa Pompilio, Opera mezzo favolosa e mezzo storica, il cui soggetto non parve ben preso; da che il carattere di questo dator di legge, consegrato per esempio di sapienza nelle storie, non comporta passione di molto fuoco. Ma la seconda Opera di Florian, il Gonsalvo di Cordova, ovvero la Granata conquistata, è da molto più che il Numa, non che per la testura e per li caratteri, ma per l’esecuzione ancora. È il vero che non è di grande invenzione; conciossiachè gli accidenti di maggior importanza rinvengonsi per la più parte negli altri poemi conosciuti. Ancora gli manca vigore e sublimità, e di rado mette il suono epico; ma non fallisce leggiadria, gentilezza e facilità. Questi due poemi si leggono con diletto, quantunque valgano meno de’suoi pastorali Galatea ed Estella, i migliori che abbia la lingua francese. Si veggono in questi le pitture della vita rustica e dei costumi villerecci, che generalmente hanno quell’aria soave e quei colori veramente pastorali che formano l’incantesimo degli idilli di Gesner.
Sono i romanzi diventati la storia del cuore umano, da poi che la pittura e la censura de’costumi è stato il loro proposito. Ma non prima che nel secolo di Luigi XIV ricevettero in Francia tal carattere. Si possono tenere per primi de’romanzi in lingua francese li Fabliaux, novelle il più in versi, e spesso gaie e ben inventate; ancora il romanzo della Rosa, allegoria morale e piacevole e satirica, scritta pure in versi; ancora i romanzi della cavalleria. Appena in Francia conobbesi la letteratura della Italia, furono i novellieri seguitati e i poeti di questa; e videsi una selva nascere di novelle le quali, più per l’argomento che per lo stile, di quelle di Boccaccio rendevano similitudine. Signoreggiava in siffatto genere la Regina di Navarra. Quindi in su lo entrare del secolo XVII Onorato d’Urfè con la sua Astrea mise fuori una specie di pastorizia, ovvero pastorale eroica, la quale, perocchè gran tempo e con mirabile effetto andò attorno, assai imitatori produsse. A tale esempio si convertirono Desmarets, Gombreville, Lacalprenede, Scuderi, ec., che alla scipitezza d’una galanteria romanzesca mescolarono l’eroismo non men romanzesco degli Spagnuoli. I più grandi uomini dell’antichità furon veduti in quel tempo trasformarsi tal fiata in eroi, tale in damerini e tale in dilicati ridicoli. La signora di Scudery, avanzando nell’arte dello stile gli emuli suoi, si tolse alto in fama, e ne fu gloriosa insino al punto che Boileau ed altri buoni ingegni svelarono la falsità e il ridicolo di simiglianti finzioni.
La gloria di rivocare al vero suo fine, cioè alla pittura del cuore umano ed alla modificazione de’costumi, il romanzo, fu d’una donna. Madama della Fayette, come colei nella quale ingegno era, e immaginazione e sensibilità sopramodo, prese ad interessare altrui anzi che stupefarlo, pose in luogo de’prodigii l’affettuoso, e invece di fantastici eroi ritrasse gli uomini della società. La Zaida, nel cui disegno porse qualche mano il poeta Segrais, ha invenzione ed ha pitture assai dilettevoli ed eleganti. Ancora più amorosa e più tenera composizione è la Principessa di Cleves, perocchè non mai più delicatamente, nè con più verità è stata dipinta la battaglia di amore col dovere. Commendevole imitatrice ebbe madama della Fayette in madama d’Aulnoi, componitrice dello Ippolito Conte di Douglas, in cui si trova invenzione e interesse, salvo che lo stile non è leggiadro come quello del suo esemplare.
Avvenne intorno al medesimo tempo che in francese si traslatarono le Mille ed una Notte, novelle arabe, e i Mille e un Giorno, novelle persiane. Per la dilettazione che porsero le meraviglie di tali finzioni, uscirono in campo le novelle delle Fate: nel cui genere scrisse con molto effetto Perrault, e fu primo a cui senza ragione entrò nel capo le novelle delle Fate potere ai fanciulli essere di ammaestramento, perciocchè a quelle si congiungeva la morale: ma chi non discerne il pericolo che si porta nel caricare di fallaci pensieri le menti tenerelle, dando loro male impressioni, che dalla immaginativa si convertono spesso in natura? Similmente nel predetto genere valse assai madama d’Aulnoi, perchè lo condì di quell’interesse che può esso ricevere, e che, siccome fa in tutte le finzioni, dipende dai gradi del verisimile serbato nelle mirabili cose. Il conte Hamilton, indotto a compor novelle delle Fate in sulla maniera delle Mille e una Notte, si avvisò di fare, come avea fatto Cervantes, un libro di cavalleria, ma per ischerno. Mostrò dunque di accrescere la bizzarria delle finzioni sorvolando fino alle follie; se non che d’una graziosa giocondità, d’una piacevolezza pregna di sale e d’uno efficace motteggio, come l’autore di Don Chisciotte, le rivestì. Onde alla sua Fior di Spina egli seppe dare importanza di caratteri e di circostanze, e proporsi ad un tempo uno scopo morale.
Dei romanzi scritti nel secolo di Luigi XIV con alcuna dipintura dei costumi, non si può con onor menzionare, dopo i già nominati, se non se il Romanzo Comico di Scarron. Veramente alle minute classi della società s’aspettano i caratteri ch’egli dipinge: ma che monta se dipinti sono con vivi e naturali colori? Anzi quella è la gente in cui più che in altra si mostra e si conosce ciò che fa la natura, e meglio si palesano gli effetti delle passioni. Oltre a ciò, il Comico Romanzo porta di molte scene gioconde e sollazzevoli sopra modo, con uno stile accoppiato ad una vivace natura, il quale avanza di purità quasi tutti i contemporanei di Scarron.
Ma il romanzo critico e morale uscì spezialmente di mano di Le Sage, il quale vi trasportò la commedia di carattere con quell’ingegno che nella commedia avea messo. L’Opera perfetta in tal genere è il Gilblas, che tanto è a dire, quanto il quadro della vita umana e la scuola del mondo. Ivi ogni condizione è ritratta per averne o per darne ammaestramento, ed ivi eziandio si trova una pungente e bellissima satira delle mondane follie. Gli uomini vi si dipingono quali sono, al fallo ed al pentimento, alle debolezze ed al ravvedimento soggetti. Non va poi fuor dei confini la morale ch’ivi insegna, onde ciascuno può trarne profitto. Oltre a ciò, notasi nello stile di Le Sage una elegante semplicità: il perchè alla francese letteratura pochi altri nomi al presente fanno tanto onore quanto ne fa questo scrittor valoroso. È il vero che in sua vita non ebbe tutta la fama di che era egli degno. Perocchè tutto lontano dai letterarii partiti, poneva ogni studio nelle sue Opere, e nel loro incontro nessuno. Dopo il Gilblas sono il Diavolo zoppo e il Baccelliere di Salamanca i suoi migliori romanzi.
Marivaux è spesse volte nomato appresso Le Sage, sebbene la sana critica pongalo molto a quello di lungi. Nè per tanto di meno essa giudica la Marianna di lui per l’uno di que’romanzi che appo gli stranieri sono in più pregiò. Conciossiachè per interesse tanto degli avvenimenti, quanto dei caratteri esso alletta in egual maniera gli animi. Più che in altro pone ogni cura nel rivelare le astuzie dell’amor proprio e i sofismi delle passioni. E così vien dipingendo con un lieve e sottil pennello le fattezze e i colori più fini che la differenza dei caratteri fanno; e disaminando le minime particolarità della vita umana, la ritragge al vero ed al vivo. Ben è dritto che il Metafisico del cuore sia egli appellato. È a biasimare in Marivaux un affettato stile, il quale conoscer si fa eziandio nella sua negligenza; una viziosa abbondanza che a rivoltare in tutte le forme possibili un pensiero lo conduce; in somma un artificioso neologismo che la lingua e il gusto fastidisce. Ancora il Villano ingentilito, che dopo la Marianna è la più buona sua Opera, patisce siffatti vizii.
Quello che è la commedia di sentimento al paragone della commedia di carattere, lo sono i romanzi di Prevost rispetto ai romanzi di Le Sage. Prevost nella dipintura delle passioni e dei movimenti dell’anima riesce a maraviglia, siccome in quella dei ridicoli, dei vizi e degli errori dello spirito venne fatto all’autore del Gilblas. Nè alcuno scrittore di romanzi lo pareggia nella varietà, nella ricchezza, nell’ordito e nell’effetto degli accidenti; salvo che abusa della immaginazione, e abbonda oltre misura d’inusitate avventure. Per la qual cosa volendo dar luogo a’nuovi personaggi, fa dileguar via quelli dì che caleva ai lettori. Massimamente nel Cleveland è nelle Memorie d’un Uomo ragguardevole si annidano somiglianti difetti, per modo che diverse parti si discernono in nulla mai raffrontarsi tra loro. Pure nel Decano di Killerine i caratteri sono più saldi, e meglio edificata è la macchina. Non ostante i difetti di che può essere Prevost accusato, e che certo nella più eccellente delle sue Opere, cioè nella Storia di Manon Lescaut, non si scorgono, son poche letture che tanto allettino e tanto amor di virtù spirino, quanto quelle fanno de’suoi romanzi.
Quel medesimo ingegno che pose nelle considerazioni dei costumi, mostrollo il moralista Duclos nei romanzi. Il perchè le Confessioni del Conte * * *, che per la sua miglior cosa sono apprezzate, altro non paiono che una sala di pitture d’incomparabil pennello. È chi pur colloca questo componimento fra i più buoni di cotal genere, come che nè molta immaginazione, nè molto interesse, nè un fine altresì morale che ben si discerna, noi fregi. In quanto a questa ultima parte, le Memorie da servire al secolo XVIII sono degne di andare innanzi. Gli è questo romanzo quasi una continuazione delle Considerazioni su i costumi, nelle quali Duclos non volle far motto delle femmine. Or si dee credere che suo intendimento fosse meritare questa metà della famiglia umana che tengasene un distinto trattato. Le acute meditazioni e gli squarci di moralità che vi trionfano, alcun compenso mettono alla fievolezza del lato drammatico. Acajou e Zirfilo non sono che favole delle Fate; ma Duclos ebbe l’argomento di allettare altrui non già con le maravigliose avventure, ma con l’arte di ritrarre gli uomini e i ridicoli dell’età sua negl’immaginati paesi ove la sua fantasia conduce i leggitori.
Crebillon, figliuolo del celebre Tragico, usò pure quest’arte ne’suoi romanzi di Fate, che ebbero incontro assai. Essi uscirono in un tempo nel quale i malvagi costumi signoreggiavano; e la fedel dipintura ch’egli ne fece, non è da’precetti della morale emendata. Nè di siffatte rampogne si potrebbero fare ai Divisamenti dello Spirito e del Cuore; conciossiachè vi si vegga una grande varietà di caratteri, bellissime scene, parti dilicate e sollazzevoli, e sottili accorgimenti del mondo e delle femminili disposizioni. I costumi poi ch’egli rileva, non sono di quelli sì transitorii e sì personali, come alcun critico intende; perocchè rileggesi ancora l’Opera col medesimo diletto; nè fra gli altri popoli è da meno riputata che nella sua patria.
Come in tutti gli altri generi a cui Voltaire si rivolse, così nuovo cammino egli corse nei romanzi. Da lui ebbe vita e perfezione il romanzo filosofico. Onde Zadig, Candido, Memnon, Babouc e l’Ingenuo sono originali e senza esempio, ai quali nessuno ancora si accostò. Le più alte quistioni filosofiche vi discioglie in azione: anzi gli stessi sapienti ammaestra, quando mostra loro uno arredo di dipinture ov’egli trascorrendo ritragge gl’inganni, gli errori, le ridicole usanze delle nazioni e i sociali disordini. Degli uomini in qualunque clima ed in qualunque condizione fa egli la satira. Poi con paragoni inaspettati, con opposizioni di scene, di pareri o d’idee continuamente nuove fa maravigliare, rinvenendo nei gravi oggetti la parte sollazzevole, e nei piccoli filosofica. Si addimestica coi lettori, e mette lor nella mente aver tutti lo spirito ch’egli diffonde: per tal modo i pensieri da sè concetti in luce meridiana ed in ridente aspetto si appresentano.
Nessuna Opera di Rousseau tanti leggitori ritrova e tanti critici quanto la Novella Eloisa. In essa avvisò egli quel medesimo segno morale che Richardson nella Clarissa, cioè di fare ai padri comprendere il rischio di far violenza all’inclinazione dei figliuoli. Ma non vanno ambedue per una via: poichè quegli è meno inventore e meno artificioso, e i suoi casi poco tengono del verisimile, nè ben naturali sono i caratteri. Nondimeno lo ingegno di Rousseau e la facondia sono da tanto, che i suoi difetti non gli fanno con Richardson perdere il paragone. Veramente la passione vi adopera con la maggior forza; e i personaggi, se alcuna volta dispiacciono in quel che fanno, a sè traggono ed invaghiscono altrui con le verità che ragionano. E così nella Novella Eloisa moltissimi sono i punti di morale filosofia che la critica caccerebbe in bando, come male allogati; ma vi si scorge la impronta dello ingegno di Rousseau in tal guisa che non si attenterebbe di por mano al sagrificio lo stesso buon gusto. Veramente fu a questo grande scrittore apposto di aver attribuito il linguaggio e gli onori della virtù alle debolezze: la qual seduzione è più che qualunque altra dannosa. Ed è sì alto il fondamento di questa accusa, che la morale persuasiva di che tutta fiorita è quell’Opera, non la può ricoprire.
In questo secolo sono poche le Opere che nascendo avessero più grido che le Novelle morali di Marmontel. Queste di mezzo le mura di Parigi, ove ebbero vita, per tutta intera l’Europa si son diffuse, ed in ogni lingua tradotte. Ancora la turba dei tristi imitatori è chiaro argomento del pregio loro. La critica pure alle giustissime lodi qualche riprensione mescolò. Le scene ch’egli ordisce, non sono mai povere di spirito, d’interesse e d’arte; salvo se non vi si bramasse alcuna fiata un poco più di passione e di movimento. Similmente assai leggiadro e dignitoso è lo stile, e corretto; se non che potrebbe talora più semplice essere e più naturale. E come ha saputo ben cambiare i suoi soggetti, così per avventura non ha troppo variata la sua maniera. I fiori di alcune delle sue novelle vengono meno con gli usi e i costumi ch’egli dipinge; e forse che non ha egli abbastanza ritratta quella natura di tutti i tempi e di tutti i luoghi, la qual sola giammai non si muta. Nè con minor diletto si leggono le nuove favole che Marmontel mise fuori quarant’anni dopo le prime; e se non è in esse tutta la immaginazione, ben vi regna la dipintura dei costumi, e forse ancor più fedele. In queste ricorda Marmontel più d’una volta le cose da sè vedute, e i nomi delle amabili persone e degli uomini famosi che a suo tempo furono; i loro ragionamenti, i pensieri e gli accidenti della loro vita. Onde lo allettamento e la verità delle sue narrazioni sempre più moltiplica; e quanto egli vide, non occupa meno il lettore che quanto egli immagina.
Fra i sovrani scrittori del preterito secolo ha la Francia locato Bernardino di S. Pierre, che scrisse gli Studi della Natura, ove differenti e piacevoli quadri, siccome richiedea il propostosi tema, dipinse. Gli si perdonano i suoi scientifici vaneggiamenti in grazia delle sue dipinture e de’suoi romanzi che, di piacevolezza e d’immaginazione pieni, gran parte sono dell’Opera. Principalmente Paolo e Virginia gli è della più pura e della più tenera pietà compreso. Nè altrove portò mai la lingua francese più delicate e soavi immagini, nè più alti e vivi sentimenti, nè più naturali. Un’azione di gran momento, ma semplice, per lo solo incantesimo dello stile diventa un romanzo senza pari. Un altro romanzo di Bernardino di S. Pierre, intitolato l’Arcadia, è come un poema nel quale si studiò l’autore di rappresentare le tre età che comunalmente nella umana società si volgono, cioè natura, barbarie e corruzione. Certo ivi ha pensieri felici e bellezze di stile meravigliose: ma eccellente non è la invenzione, e troppo vago n’è l’argomento. Per molti riguardi è B. di S. Pierre a G. G. Rousseau pareggiato; chè quantunque non abbia quel vigor nè quel fuoco, pure ha quell’arte di dipingere e di commuovere.
Fra tutte le Opere pare che i romanzi di spirito siano quelli ai quali sono più disposte le femmine. Perocchè amore, che è quasi sempre materia principale di quei componimenti, gli è pur quello affetto del quale esse conoscono meglio la natura e le operazioni. Già parecchie donne che in siffatto genere acquistarono fama, furono da noi mentovate; ed altre saranno ricordate, le quali contesero la palma ai più valenti scrittori di romanzi. Madama De-Tencin compose tre romanzi di molto pregio, che sono il Conte di Comingio, l’Assedio di Calais e la Infelicità dell’Amore. Il primo è risguardato come un quadro corrispondente alla Principessa di Cleves di madama della Fayette. Tutti e tre sono pieni d’allettamento, e pitture hanno in sè vive e naturali delle più morbide passioni: lasciamo star che lo stile è ornato, semplice, pulito e nobile. Il romanzo poi intitolato la Contessa di Savoia composto da madama Fontaine sente di quelli di madama De-Tencin, ed a Voltaire prestò il tema del Tancredi, ch’è una delle sue tragedie più interessanti.
Quanto vivranno le Lettere Persiane, tanto, cred’io, che avranno vita le Peruviane di madama di Grafigny. Ella non è da paragonare nella critica dei costumi a Montesquieu; ma la sua Opera fia sempre cara per lo attrattivo suo stile, che di un amore non meno vero che ardente informa variamente e sempre a maraviglia il linguaggio.
Ancora madama Riccoboni fra le componitrici de’romanzi ha gran luogo. Primi saggi di lei furono le Lettere di Katesby ed il Marchese di Cressy, le quali insieme con la sua Ernestina sono le sue migliori Opere. Anzi quest’ultima è sì perfetta composizione, che alla rinomanza di uno scrittore basterebbe da sè sola. E generalmente i romanzi di madama Riccoboni sono tessuti con arte, e posseggono quella unità di argomento che in tutti i generi è tanto da commendare. Senza che ella tiene una maniera graziosa e dilettevole molto; e siegue uno stile veloce, adorno e naturale, siccome profondi spesso ed acuti sempre i pensieri concepisce. Chè quantunque i suoi romanzi non valgano tutti uno stesso prezzo, pure non havvene uno che con piacer non si legga. Al pari de’buoni romanzieri inglesi, madama Riccoboni i molto artificiosa nel ritrarre le passioni, le quali nelle conversazioni e negli accidenti della vita si tradiscono da se stesse; ed essa, così come quelli, per destare l’altrui vaghezza si abusa di una tal arte.
Scrisse madama Elie di Beaumont le Lettere del Marchese di Roselle, le quali perocchè vanno ad un fine morale d’inestimabile utilità, possono farsi guida della gioventù. Sommo è il diletto onde invaghiscono il lettore, e pieno di dolcezza e di eleganza è lo stile.
Non ha guari ci fu da morte innanzi tempo tolta madama Cottin, la qual sedea fra gli scrittori di romanzi più buoni. Veggonsi nella sua Chiara d’Alba le più gentili e piacevoli dipinture toccate d’uno stile piano, elegante ed affettuoso. Ancora la sua Maloina mirabilmente usa il linguaggio della sensibilità più faconda. Gran cosa è a dire che questa pittura della più calda e più pura passione e della più lusinghevole, se viene a paragonarsi co’quadri della Novella Eloisa, non solo commoveci ancora il cuore, ma nulla perde della sua fulgidezza.
Madama di Staël, che parimente alle lettere fu involata, compilò di gravi nei e d’incredibili bellezze pieno il romanzo di Delfina. E però la forza e lo ardore de’suoi detti con la sottigliezza e profondità de’suoi pensieri compensano i suoi difetti; e fra quelle del suo sesso che scrissero, l’uno de’primi scanni le assicurano.
Più donne ancora nel presente ha la Francia, le quali con ottimi effetti esercitano questo genere. Qui non faremo menzione se non se di madama di Montolieu, che ha scritto Carolina di Lichtelfield; e di madama de Sousa, autore di Adele di Senange, romanzi pieni di molti fiori e gentilezza e sensibilità vera; e cosi farem motto di madama di Genlis, che con molta eloquenza e leggiadria ha prodotte di molte novelle morali e di molti romanzi, in cui invenzione, allettamento e diritta morale si ravvisa.