Référence bibliographique: Giovanni Ferri di S. Costante (Éd.): "Sezione IV", dans: Lo Spettatore italiano, Vol.1\04 (1822), pp. 191-271, édité dans: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Éd.): Les "Spectators" dans le contexte international. Édition numérique, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.784 [consulté le: ].


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Sezione IV

Degli Spagnuoli

La prima lingua di Europa che dopo l’italica sia giunta a perfezione ed abbia dato esemplari di poesia e d’eloquenza, ella è fuor d’ogni dubbio la castigliana. È il vero però che ciò avvenne due secoli appresso, cioè nel sedicesimo secolo; ma prima di quest’epoca ella si era assai dirozzata, siccome lo mostrano le molte poesie, delle quali le più antiche e migliori furono raccolte e stampate in quattro volumi. Quivi primamente si trova il poema del Cid, quell’eroe degli Spagnuoli stato l’argomento di tante romanze canzoni, drammi ed istorie. Cosiffatto poema, che precedette quello di Dante cento cinquant’anni, non è altro che una cronaca spesse volte malissimo rimata; ma egli è un pregevolissimo monumento, attesa l’animata e viva dipintura della cavalleria. Per certo mancavi l’arte, e sola natura vi signoreggia, e fa discernere al tutto gli uomini d’allora sì differenti da quelli d’oggidì. Non se ne sa l’autore, ma stimasi tratta dalla cronaca originale del Cid, scritta poco tempo appresso la costui morte.

Dopo il poema del Cid si annoverano quelli del monaco Gonzales di Berceo, i quali giungono a nove, e fra tutti fanno più di tredici mila versi. Chi volesse giudicarne dal linguaggio e dalla versificazione, li troverebbe posteriori, come sono, al poema del Cid; ma nella [192] naturalezza e nell’interesse non sono da comparare con quello. Si aggirano essi intorno a subbietti di pietà; se non che l’autore, pieno il capo delle sue fratesche idee, ne porge la credenza della superstizione, anzi che del verace cristianesimo. E notisi che egli era nato presso la fine del dodicesimo secolo.

V’ha un’altra Opera del tredicesimo secolo in cui non trovi nè invenzione, nè dignità, nè armonia, il poema cioè intorno Alessandro, composto da Gianlorenzo Segura. L’autore, vissuto in un tempo nel quale ignoravasi al tutto l’antichità, appicca all’eroe della Grecia i costumi, gli affetti e i pregiudizi di uno Spagnuolo del suo tempo. Fu illustrata allora la Spagna da uno de’suoi re, da Alfonso X, chiamato il Saggio pel suo sapere astronomico e chimico, e per la protezione delle scienze e delle belle arti. L’istoria letteraria giustamente lo pone tra i più antichi poeti spaglinoli per cagion del suo libro Dei Lamenti, da lui scritto nel 1282, per lagnarsi del figliuolo don Sancio e dei Grandi del reame che l’aveano deposto. Spira questo poema tai sentimenti, quali ad un re caduto dal trono si convengono. Alfonso arricchì la lingua di nobili immagini ed alti pensieri, e sollevolla a tanta sublimità, che non ha da invidiare, al dire di Andres, alle grandiose espressioni del celebre Dante a lui posteriore.

Ma di tutte le poesie comparse nei secoli XII e XIII. le più singolari e le migliori sono senza dubbio le romanze canzoni, delle quali, secondo l’argomento, si distinguono più classi. [193] Molte ce ne ha che paiono composte pei Mori, e che cantano le gesta de’loro eroi. Le più celebri son quelle consecrate alla gloria del Cid e di Bernardo del Carpio, che in rinomanza agguaglia quasi il Cid, e che uccise Orlando a Roncisvalle. Finalmente v’ha di molte romanze che ricordano istorie e avventure particolari, e che presentano una fedele e schietta dipintura dei tempi cavallereschi. Il celebre istorico e critico Sismondi, che noi più d’ogni altro seguitiamo in cotali notizie, ha fatto una minuta analisi di tali canzoni, le quali contengono armoniosa versificazione e molta verace poesia, e che potentemente intertengono l’immaginativa ed il cuore. Nella più parte ritrovi una induttiva semplicità di esprimersi, una verità di dipinture ed una squisita sensibilità che lor danno uno infinito allettamento. Massime le romanze del Cid furono popolari, insegnandole le madri ai figliuoli, ripetendosi nelle feste e intonandosi dai soldati innanzi alle battaglie, ed avendo fornito a tutti i poeti spagnuoli luminosi argomenti pel teatro. Si hanno più raccolte di queste canzoni ristampate più volte, delle quali la più riputata è quella divulgata dal celebre tedesco Herder, che le ha disposte con ordine cronologico e tradotte con assai fedeltà.

Desta meraviglia il vedere la Spagna dar fuori nel XII secolo tante poesie, istorie ed altre composizioni in lingua vulgare, mentre che le altre nazioni quasi tutte niente facevano di simigliante: la qual singolarità procedè dall’esempio e dal commercio degli Arabi, che soli [194] potevano allora accendere negli Spagnuoli la fiamma di una gloriosa emulazione. Avendo questi fatto sui Mori il conquisto di Toledo, la fama delle scuole Toletane non cadde col dominio di quelli, ma crebbe anzi sotto l’imperio spagnuolo.

Il secolo XIV fu fertile di poeti, i quali contribuirono agli avanzamenti del linguaggio e della versificazione; se non che tanto fra loro somigliano e nelle immagini, e nei pensieri, e negli affetti, che pochissimi sono da ricordare. Al principiar di tal secolo, quando il Petrarca facea maravigliare colle sue amorose rime l’Italia, Giovanni Ruiz scherzava in Ispagna con amene e lepide burle; introduceva nella poesia le piacevoli invenzioni e i leggiadri giuochi fino allora sconosciuti nella poesia. Può dirsi avere egli dato il primo esempio del poema burlesco in quel che contiene una specie di combattimento tra il carnovale e la quaresima. Ben tessuta n’è la favola, ben dipinti i caratteri degli allegorici personaggi, e sollazzevoli ne sono gli episodii; intanto che il poema si potrebbe locare tra i migliori di un tal genere, se più ne fosse elegante e armonico lo stile.

Tra i più segnalati autori del secolo XIV è don Giovanni Manuele, disceso dalla real casa di Castiglia, nel quale ebbe cominciamento quella unione, sì gloriosa per la Spagna, delle lettere e delle armi che fu tanto singolare nel secolo di Carlo V. La sua principale Opera si è il Conte di Lucanore, della quale noi favelleremo nell’articolo dei Romanzi: ma scritto ha similmente poesie, ove ha immaginazione e [195] semplicità, massime nelle romanze. Don Pietro Lopez d’Ayala, gran cancelliere di Castiglia, congiunse egli pure l’amor delle lettere colla professione delle armi, e fe’avanzare la lingua castigliana colla sua traduzione di Livio. Delle sue poesie le più famose sono il Rimario di Palagio, da lui scritto in carcere, sendo stato fatto prigione in una battaglia: lo che porge alle sue poesie scure immagini, malinconici affetti ed alti pensieri. Al tempo di Ayala tutti i poeti spagnuoli scrivevano versi amorosi. Solo esso nelle molte sue poesie non n’ha una che si riferisca all’amore profano. A Vasco Loberio, scrittore del medesimo secolo, si dee l’Amadigi di Gaula, il migliore e più celebre romanzo di cavalleria, che noi qui accenniamo sol per notare che questo romanzo, colle sue imitazioni, diè alla poesia spagnuola uno spirito più cavalleresco, suo principale carattere.

Non si coltivò la poesia con meno ardore dagli Spagnuoli nel secolo XV. Giovanni II di Castiglia, il cui lungo regno ebbe cominciamento col secolo, mostrò grande inclinazione per la poesia, e raccolse più poeti nella sua Corte. Uno de’più celebrati fu il marchese Enrico di Villena, generato dal real sangue di Castiglia, che fondò in questo regno e in quel d’Aragona accademie di trovatori, a foggia dei giuochi floreali di Tolosa. Egli indirizzò loro una specie di Poetica intitolata la Gaia Scienza, nella quale si studia di provare doversi alla poetica immaginazione unire l’erudizione. Don Inigo Lopez di Mendoza, marchese di Santilliana, fu discepolo del marchese di Villena, e uno [196] de’maggiori poeti della Corte di Giovanni II. Scrisse poemetti pieni di guerresco ardore e di galanteria, cose che allor distinguevano la sua nazione. Si ha anche del suo, col nome di Centiloquio, una raccolta di cento massime morali e politiche, ristrette ognuna in otto versi, che scrisse pel principe reale, poscia Enrico IV di Castiglia. Un altro poeta di quella Corte che ebbe fama di grande ingegno, e dagli Spagnuoli oggidì si chiama l’Ennio Castigliano, è don Giovanni di Mena, nato in Cordova nel 1412. In un viaggio fatto in Italia, avendo studiato il poema di Dante, concepì il pensiero di farne un’imitazione; lo che poscia eseguì nella sua maggior Opera intitolata il Laberinto, che è un quadro allegorico della vita umana; Opera, al detto di Andres, piena di nobili e grandi immagini, e di sublime ed energico dettato. Se avesse avuto il pregio di una lingua più ingentilita e di un più dolce ed armonico verseggiare, potrebbe allogarsi di costa a’più celebrati poeti. Le costui poesie, come quelle del suo maestro, ebbero fama specialmente per l’erudizione che vi frapposero; e questo che fu allora il primo lor pregio, ne forma oggi il principale difetto.

Ma qual che sia il merito dei poeti onde abbiamo parlato, solo nel XVI secolo sotto il regno luminoso, ma tirannico, di Carlo V, la poesia, e in generale la letteratura spagnuola s’innoltrarono alla loro perfezione. Primo a calcare un novello sentiero fu Giovanni Roscano, a cui il celebre Andrea Navagero, allora ambasciatore di Venezia a Carlo V, inspirò il [197] gusto classico e puro che regnava allora in Italia. Garcilasso della Vega, amico di Roscano, se gli unì nel consiglio di affatto cangiare la poesia spagnuola, come fecero, mutando le regole della versificazione castigliana, introducendo il verso eroico italiano, e dando al poetico stile maggior correzione, eleganza e dolcezza che non trovavasi nei precedenti poeti. E qui è da por mente che la letteratura spagnuola, come quella delle altre nazioni, avuto ha esemplari di poesia e di eloquenza non prima di essersi, per imitare i grandi esemplari dell’antichità, dilungata dalla pretesa maniera romantica.

Dell’antico gusto castigliano sono le poesie scritte da Roscano nella sua gioventù. Si scorge nelle altre l’imitazione del Petrarca, ma vi si sente ancor molto lo spirito spagnuolo. Ritragge in sè molto bene la precisione dell’italico poeta, ma rade volte la sua dolce armonia. Più forti sono i colori di quello, più passionato l’affetto; di questo i teneri vaneggiamenti piuttosto ti commovono. Quella perpetua lotta delle passioni colla ragione, che è un’idea ripetuta da tutti gli Spagnuoli, ti affatica spesse volte per la uniformità. Sono anche stimate le Epistole di Roscano, ove dipinge la felicità della vita domestica, e similmente la sua descrizione del Regno di Amore, fatta in ottava rima. Quivi si trova uno stile così numeroso, una espressione tanto elegante, che giustificano la stima che gli Spagnuoli fanno del loro primo poeta da essi tenuto per classico.

Garcilasso seguì gloriosamente le armi, e [198] perdè la vita in una battaglia. Ma chi legge le sue poesie neppure sospetta avere lui vissuto fra il tumulto guerresco. La delicatezza, la sensibilità e l’immaginativa lo avvicinano al Petrarca più ancora di Roscano. Trovi ne’sonetti tale dolcezza di lingua, tal finezza d’espressioni qual si richiede per ricreare l’orecchio, e inoltre quella mescolanza di desío e di tema che tanto son proprie a ritrarre i tumulti dell’anima. Ben è da dolere che egli ami talvolta le idee ricercate tanto contrarie a significar la passione. Ma le migliori delle sue poesie sono le egloghe, delle quali diè per primo l’esempio a’suoi; e scrissele a Napoli, ove si riempì l’animo dello spirito di Virgilio e di Sannazaro ad un tempo. Spirano elle una purità di pastorale affetto che ti fa maravigliare ancor più se pensi che il poeta era guerriero. Tutte le poesie di Garcilasso formano un volumetto, il quale ha bastato per dare al poeta il primo lirico e buccolico lauro spagnuolo. Dopo Roscano e Garcilasso si suole dai più ricordare don Diego Hurtado di Mendoza, grande tra i politici e i generali del luminoso secolo di Carlo V. Non ha la coloro eleganza e dolcezza; ma questo difetto è compensato dal pregio de’pensieri. Fu primo a dare agli Spagnuoli perfetti esempi d’epistole; e quelle che scrisse son didascaliche, piene d’una filosofia maschia secondo quel tempo, e scritte con uno stile facile e preciso: ma sarebbono troppo uniformi se non vi si trovassero mescolate con bel modo sentenze, ritratti e dipinture. Nell’epistola indiritta a Roscano rappresenta [199] la domestica felicità con tale allettamento, che, leggendola, nessuno avviserebbe essere lui quel così duro e crudele Mendoza, come erano la più parte dei generali spagnuoli d’allora. Le sue Opere in prosa gli hanno anco procacciato maggior rinomanza, avendosi meritato il titolo di Salustio spagnuolo per la sua Storia della Guerra di Granata. Fu similmente il primo che nel suo Lazzarillo di Tormes (del quale noi farem motto in altro luogo) porgesse il modello dei romanzi piccareschi.

Due poeti portoghesi d’origine, ma che pertengono anch’essi al linguaggio castigliano, cioè Miranda e Montemayor, seguirono similmente la riforma fatta nella poesia sulla norma degli Italiani. Scrisse il primo poesie pastorali, ma senz’arte, abbandonandosi alle sue impressioni, nè pensando alle regole che dividono un genere dall’altro. Onde le sue egloghe quando si accostano alle italiane canzoni, quando alle odi latine e quando pure all’epopeia. Le costui poesie non porgono esempi, tuttochè contengano grandi bellezze e in vari generi. L’altro ha intromesso nel suo romanzo della Diana molti versi, la cui grazia, armonia e delicatezza l’han posto tra i primi poeti spagnuoli.

V’hanno altri due lirici poeti del Cinquecento che dai Castigliani si tengono per classici, e sono Herrera e Ponzio di Leone. Il primo è, a dir vero, il più lirico vate spagnuolo, avendo voli pindarici e sublimità la più elevata. Delle più belle canzoni una è quella ove celebra la vittoria di Lepanto. Tal altra [200] delle sue poesie, e massime l’ode al Sonno, ha un altro pregio, grazia di linguaggio, delicatezza di affetto e arte pittoresca. Avendo egli trovato comunale la poetica dicitura spagnuola; si studiò di apporre al linguaggio maggior dignità, e spesso cadde nello stravagante; perciocchè incontra di uscire dal naturale a chi cerca di levarsi in alto.

Luigi Ponzio di Leone è stimato l’ultimo fra i grandi poeti che fecero chiaro questo secolo. Diverso da tutti gli altri per noi ricordati, aveva un entusiasmo al tutto religioso. La poesia era per lui un sollazzo, avendo consecrato in ispecial modo i suoi studi all’ascetica morale; e le sue Opere in tal genere, atteso lo stile, gli dan luogo tra i migliori scrittori spagnuoli. Avvisano più critici non aver saputo altro poeta esprimere l’interno del suo cuore con maggiore eleganza e sensibilità. In lui vedi quella semplice e nobile maniera degli antichi. Orazio specialmente sembra esserne stato il modello; se non che all’epicurea filosofia del Latino quegli ha sostituito la morale della religione cristiana.

Non si vogliono pretermettere alcuni altri poeti, benchè men reputati dei precedenti: tali sono Gernondo d’Acuna, elegante traduttore di alcuni passi delle Metamorfosi d’Ovidio e poeta grazioso e affettuoso nell’elegie; Gottiero di Cettina, il primo felice imitatore d’Anacreonte nel linguaggio spagnuolo; Pietro Dadilla, emulo di Garcilasso nella pastoral poesia, e Gasparo di Gil Polo che riscosse tanta lode dalla per lui continuata Diana di Montemayor.

[201] Comechè gli spagnuoli poeti di quest’epoca abbiano imitato gl’italiani, pure non v’ha grande simiglianza fra loro. Il linguaggio di questi, perfezionato due secoli innanzi da uomini sommi, era più elegante, più ricco e più ornato; ma il linguaggio di quelli teneva ancora alquanto dell’antica rozzezza. Non avevano potuto gli Spagnuoli in mezzo al tumulto delle armi goder di quell’ozio e di quella tranquillità che si richiede alle Muse. L’altezza a cui si levò la loro poesia, fu effetto, anzichè dello studio e dell’arte, del loro genio felice. Hanno gl’Italiani, a giudizio dell’Andres, un altro vantaggio sugli Spagnuoli: mostrano questi nelle loro composizioni più ingegno, quelli vi fanno più parlare il cuore. Pure se Garcilasso, il Leon e l’Errera ed alcuni altri avessero trovata la versificazione sì ripulita, la lingua sì ricca e sì avanzata la poesia, come lo era allor nell’Italia, avrebbero forse potuto pareggiare i migliori Italiani.

È stato osservato che i poeti del regno di Carlo V quasi tutti si rassomigliano, e che gli affetti, le idee e le immagini sono le stesse: la qual conformità procede dall’avere la poesia spagnuola conservato lo spirito cavallereso che traspira dalle sue romanze, e dall’esserne essa stata sempre animata, non ostante la varietà delle forme e dei generi. Il gusto della pastoral poesia, a cui si appresero in generale que’poeti nel XVI secolo, contribuì ancor più a renderli uniformi. Cotal gusto pastorale desta maggior meraviglia, in quanto che i più di quei poeti erano guerrieri. Citation/Devise► „Per certo una grande moral [202] cagione dee, come dice il Sismondi, spiegare una tal discrepanza. Se Garcilasso, Montemayor e tanti altri per cercare un mondo poetico sono tanto esciti dei loro costumi, delle abitudini e dei particolari affetti, ciò procede dall’essere forte noiati da quel mondo nel quale vivevano. Levavasi a volo la poesia, mentrechè tutto cadeva, tranne la gloria delle armi; la qual gloria, contaminata anch’ella da tanti orrori, non parlava più al cuor dei poeti.“ ◀Citation/Devise

Il critico or da noi nominato, sendo anche storico sommo, meglio che altri ha mostrato il potere della religione e della politica sul carattere d’una nazione, e per conseguente sulla sua letteratura. Certa cosa ella è che gli Spagnuoli, spogliati di lor libertà, dei diritti e dei privilegi, e a doppia tirannide sopposti, dapprima per l’astuta e perfida politica di Ferdinando e di Ximenes, poscia pel luminoso despotismo di Carlo V, e in fine per la sospettosa e sanguinaria tirannide di Filippo II, cangiarono carattere; del che la loro letteratura non tardò a risentire gli effetti. Ma lo spirito umano conserva lungo tempo la prima ricevuta impressione; e innanzi di ristare, si altera, e splende talvolta per un intero periodo, dachè ha perduto l’aggiustatezza e la verità. Per tal guisa la letteratura spagnuola annovera parecchi uomini celebri comparsi dopo il regno di Carlo V, i più dei quali hanno però il gusto corrotto, siccome avevano i principi. Si osserva in essi l’amore della ricercatezza, della vana pompa e della gonfiezza, cose ereditate dai Mori, ed alle [203] quali inchinavali il proprio carattere, se vero è che innanzi alla conquista degli Arabi, tutti i latini scrittori della Spagna furono macchiati di tal pece.

Il regno del secentismo cominciò nella Spagna al tempo stesso che nell’Italia. Luigi Gongora fu colui che aperse una vera scuola del fallace gusto e del falso bell’ingegno, e fu il Marini spagnuolo. Egli pretese d’inventare per la seria poesia uno stile più elevato, che appellò Estilo culto; e col più faticoso studio creossi un affettato linguaggio, oscuro e ridicolosamente figurato. Ricercatore delle più disusate parole e amante del più strano neologismo, raccolse studiosamente tutte le mitologiche cognizioni per abbellire il suo nuovo linguaggio, e dopo uno studio siffatto, scrisse le sue Solitudini, il Polifemo ed altre poesie, delle quali il Polifemo ha avuto più imitatori. Il principal loro difetto si è l’oscurità, per modo che ebbe costui chiosatori ancor vivo. Gl’imitatori suoi, più falsi e più esagerati di lui, furono chiamati cultoristi per cagione dello Estilo culto da loro imitato, ovvero concettisti per cagion de’concetti alla foggia di Gongora. Alcuni di essi montarono a gran fama, come il loro esemplare; e tali sono Alfonso di Lodesma che usò tal linguaggio e un tal falso spirito nell’esprimere poeticamente i religiosi misteri; Felice Arteaga che nelle sue Pastorali fe’con quello parlare i pastori, e Lorenzo di Zamora, più famoso teologo che poeta, il quale di poesie seminò le sue Meditazioni.

Il secentismo così nella Spagna, come in Italia, non fu universale, avendo parecchi poeti e [204] scrittori conservato il classico gusto. Tra questi si vogliono particolarmente ricordare i due fratelli Lupercio e Bartolomeo d’Argensola, cui gli Spagnuoli paragonano a Orazio. Elli si rassomigliano molto nel gusto, nelle qualità dell’ingegno e nello stile, per modo che si stenta a distinguere l’uno dall altro, siccome avviene dei nostri due Montemagno. Non sono chiari per l’originalità e la forza, ma per la gran delicatezza del poetico affetto, per la classica dignità dello stile, e massime per tal purità di gusto che li pone subito dopo Ponzio di Leone. Le epistole e le satire sono le poesie per le quali più elli si sono accostati ad Orazio. Nè minore è la lor rinomanza come storici, avendo continuati gli Annali di di Aragona dello Zurita, e con tanta critica e con tanto alti concetti, quanto non si sarebbe aspettato da quei tempi.

Ebbe allora la Spagna più altri poeti che nella Lirica e nella Buccolica seguitarono l’esempio dei Latini e degli Italiani, come avevano fatto Roscano e Garcilasso. Ma più sono pregiati per la purità del gusto e per l’eleganza che per la ricchezza dell’invenzione e la forza della mente. Non negando loro la debita laude dell’ingegno, affermiamo che chi non si sente trasportare ai canti d’amore, e non ha una infinita pazienza per leggere idee comunali, ben presto ne rimane ristucco. Vincenzo Espinel, Cristovalo di Mesa, Giovanni di Morales, Agostino di Texada, Gregorio Morillo imitator felice di Giovenale, Luigi Barahona di Soto emulo di Garcilasso, Gonzales di Argoto e [205] Molina, le cui poesie spirano il patriottismo, e tre Figueroa, chiari pel diverso ingegno, sono i principali tra i molti lirici poeti.

Don Francesco di Quevedo, uno de’maggiori ingegni che abbia generati la Spagna, appartiene similmente a quest’epoca del secolo XVII; uomo universale nelle cognizioni e nelle facoltà, desideroso di tutto intraprendere, e di lasciar monumenti del suo genio in tutti i generi ad un tempo. Ma il suo particolar carattere si è l’abilità di maneggiare il ridicolo, e con una alquanto cinica piacevolezza e coll’arte di sottomettere al tribunale dell’opinione gli abusi della società. Nato sotto il sospettoso governo di Filippo II, e ritenuto dal giogo dell’Inquisizione, dovè rinserrare il suo genio dentro angusti confini. Noi qui parleremo solamente delle sue poesie raccolte in tre grossi volumi, col nome di Parnaso Spagnuolo, ch’egli ha diviso coll’invocazione delle nuove Muse, quasi per mostrare di aver abbracciato ogni ramo di poesia, e trattato ogni argomento. Si trovano in quello poesie liriche, pastorali, allegorie, satire, epistole, ec.; ed abbiamo similmente di lui molti sonetti e romanze. Non è scevro dei difetti de’suoi contemporanei; ma tutti li supera nello spirito e nell’ingegno.

Dopo Quevedo, i più ripongono Stefano Manuele di Villegas, riputato l’Anacreonte della Spagna. È stato imitatore di questo poeta, così come d’Orazio, col quale il suo ingegno ha moltissima conformità. Divulgò la raccolta delle sue poesie di ventitrè anni, nè poscia più verseggiò: ma non sempre ha rispettato le regole [206] e il gusto dei classici, nè al tutto è libero dai difetti di Gongora. Son chiari similmente tra i poeti del secolo XVII Giovanni di Xauregui, il traduttore della Farsaglia di Lucano; Francesco di Borja, che lasciò voluminose Opere di poesie, e Bernardino di Rebolledo, che nelle sue Selve Danesi raccolse le poesie da lui fatte su diversi argomenti, quando era ambasciatore in Danimarca. Questi poeti conservarono il gusto sano in mezzo all’universal corrompimento; ma non furono da tanto che potessero mettere argine al torrente della depravazione.

La Spagna, dopo la morte di Filippo IV in fino al secolo ultimo, non ha generato poeti degni della posterità. Don Ignazio di Luzan circa la metà di questo secolo si adoperò a tutto potere di richiamare ai veraci principii la poesia; nè si contentò di scrivere composizioni di sano sapore, ma volle eziandio porger l’aiuto de’precetti, componendo una dotta, ingegnosa e savia Poetica da stare a lato delle più celebrate fra i moderni. Ne secondarono gli sforzi Agostino Mondano e don Biagio Nazarro, e contribuirono ad arrestare il cattivo gusto. Vennero dopo essi Montengon, Yriarte, Melendez, Moratin e Cienfuego, tutti benemeriti delle Muse spagnuole. Sono stimate le Favole letterarie d’Yriarte, il quale si è avvicinato alla grazia e alla ingenuità propria di un tal genere. Giovanni Melendez Valdez è anch’egli un poeta degno dei tempi migliori della poesia spagnuola; perciocchè è andato sulle orme di Anacreonte, d’Orazio e di Tibullo, e più di questi ha il pregio di avere adornato le sue [207] poesie di una dolce e pura morale. L’Accademia Reale di Spagna ha incoraggiato ancora lo studio della poesia; ma essendo pochi coloro che si sono segnalati, forza è confessare, far bisogno di tempo per raccendere l’entusiasmo e sollevare gli animi abbattuti per più secoli da ogni maniera di tirannie. Perchè la Spagna vedesse risorgere a giorni gloriosi, le si richiedevano avvenimenti da poterle restituire l’energia e la libertà.

Noi abbiamo tessuto il novero dei poeti spagnuoli che hanno avuto nome nella Lirica e in altri generi di breve estensione: ora ci rimane a favellare degli epici e didattici poemi e delle Opere drammatiche.

Benchè spesso si ricordi l’Araucana d’Ercilla, come il solo epico poema spagnuolo, pure si contano fino a trentasei epopee in verso castigliano. Del poema del Cid e di quelli di Barceo abbiam già parlato. Lopez di Vega, oltre a duemila e dugento Opere teatrali, scrisse cinque epici poemi. Il primo è intitolato la Gerusalemme Conquistata, in ottava rima e in venti canti; il secondo è una continuazione dell’Orlando Furioso col titolo della Bellezza di Angelica, similmente in venti canti. Così per gareggiare col Tasso e coll’Ariosto trattò presso che i medesimi lor subbietti. La terza epopeia; da lui chiamata la Corona tragica, ha per argomento la tragica fine di Maria Stuarda: sopra Circe si aggira la quarta, e sull’ammiraglio Drake la quinta, intitolata la Dragontea, ove rappresenta come ministro del diavolo quell’Inglese odiato dagli Spagnuoli per le sue [208] vittorie. Questi poemi sono grossolani abbozzi, e nessuno di essi ha ottenuto che gli Spagnuoli stessi lo agguagliassero all’Araucana d’Ercilla.

Questo poema per la novità della materia, per alcuni bei luoghi e per avere avuto lo stesso autore parte nelle azioni da lui tolte a narrare, ha veramente luogo tra l’epopeie. È stato detto che per avventura dee questo nome a Voltaire, il quale nel suo Saggio sull’epica poesia ha posto l’Ercilla a lato dei grandi Epici antichi e moderni, del che però non pochi si meravigliano. Se non che Voltaire, il cui giudizio è tanto sicuro, quando la passione nol fa traviare, concedendo che Ercilla è stato animato dal fuoco poetico e che ha di bei luoghi, mostrando che in un passo ha superato Omero eziandio, pone ancora che in tutto il rimanente è inferiore al menomo poeta. Sembra che l’Ercilla, al dire di Andres, abbia tolto ad imitare Ariosto più che Omero e Virgilio. Non solo il principio del poema è preso dall’Ariosto; ma quel cominciare ogni canto con qualche moralità, quel terminarlo con rimettersi al canto seguente, quell’andare scorrendo di fatto in fatto, con dire espressamente di lasciar l’uno per trapassare ad un altro; queste ed altre tali cose mostrano che l’Ercilla teneva per esemplare della sua Araucana l’Orlando dell’Ariosto.

L’Araucana, massime per la prima parte, anzichè un poema, si è una verace istoria. E pare, al dire di Sismondi, che gli Spagnuoli abbiano sempre naufragato nell’epopeia pel falso concetto che se ne sono formati. Lucano è stato per essi il modello degli Epici. Il perchè tutto [209] hanno sagrificato all’istorica verità, quandochè dovevano studiarsi di accordarla coll’unità dell’interesse e dell’azione. Il poema d’Ercilla è materiato di tre parti, ciascuna delle quali cangia di argomento. La prima, ossia la più lunga, ch’egli scrisse in America, è precisamente la più storica, la più vuota d’ornamenti. Nella seconda, scritta in Ispagna, volle correggere l’uniformità del subbietto sollevando il poema con avvenimenti di un nazionale interesse; e qui egli descrive la battaglia di Lepanto e quella di S. Quintino, senza saperle annodare coll’argomento. La terza parte, che si chiude col poema di trentasette canti, è anche più smaltata d’ornamenti estranei al subbietto e quasi tutti fuor di luogo. In questa si trovano le veraci avventure di Didone, cui Virgilio, a suo dire, calunniò; e questo lungo racconto si distende per due canti. Nè già dee stimarsi un piccolo difetto del poema l’esser composto di trentasette lunghissimi canti.

In fra i bei luoghi del poema, lasciando stare il discorso traslatato e abbellito da Voltaire e da lui posto a fronte di uno di Nestore nell’Iliade, si possono eziandio nominare i caratteri di Caupolicano e di Lincoya, l’ardita impresa di Lentaro, la prigionia di Valvidia generale spagnuolo, la consulta tenuta da Caupolicano, e le parlate di Tucapelo e del Mago. Citation/Devise► „Ma, a vero dire, per usare l’espressioni di Andres, è sì mancante tutto il poema d’invenzione, di caratteri e d’interesse; lo stile generalmente è sì semplice e piano, e quasi da per tutto si vede sì poca poesia, che [210] difficilmente i bei passi bastano a compensare i difetti e a sostenere l’Araucana nel ruolo degli epici poemi.“ ◀Citation/Devise Tanti difetti non hanno impedito all’immortale Cervantes di affermare che l’Araucana può essere comparata ai più celebri poemi d’Italia. Per verità si è l’amor patrio che gli ha dettato così falso giudizio. Il poema d’Ercilla non si può paragonare nè a quello del Tasso, nè a quello pure di Camoens. Una sola cosa ha egli a comune con quei due grandi poeti, l’essere stato infelicissimo. Come il Camoens, così quegli partecipò al conquisto da sè celebrato, e meritò, ma non ottenne, ricompense in qualità di guerriero e di poeta. Indarno dedicò il poema a Filippo II, di cui stato era paggio; indarno più canti empiè delle lodi di quell’odioso monarca: l’Ercilla morì abbandonato e indigente.

Hanno gli Spagnuoli un poema che pel subbietto e per lo stile è più Ariostesco dell’Araucana; voglio dire il Bernardo del Balbuena. A giudizio di Andres i nazionali non ne fanno conto abbastanza: ma se purgato fosse da alcune espressioni e da alcuni pensieri del gusto di quell’età, i quali però non vi sono molto frequenti, potrebbe annoverarsi tra i più pregiati poemi.

Contano gli Spagnuoli eziandio poemi eroicomici, la cui favola non è per avventura così ben tessuta, nè l’azione tanto regolare, nè gli episodi così piacevoli, come in simiglianti poemi di altre nazioni moderne: ma con tutto questo non sono privi di lode. Già per noi si è parlato del più antico di questi poemi, del [211] Combattimento del Carnovale e della Quaresima di Giovanni Ruiz. I poemetti di don Mendoza sulla Pulce e sopra altri ridicoli subbietti sono i più antichi dopo quelli di Ruiz; ma poco si leggono e conoscono. Il primo eroicomico poema che abbia goduto di una più estesa riputazione, si è la Gattomacchia, ovvero la Guerra de’Gatti del famoso Lopez di Vega, che divulgolla col finto nome di Tommaso Burguillos. Ma il poema di Villaviciosa, intitolato, come quello dell’italiano Folengo, la Moscheide, è più limato e più epico. L’ottava rima, a quel che pare, meglio si acconcia a siffatte composizioni, che non le Selve usate dal Vega. In entrambi i versi son facili e armoniosi, ma nel primo hanno più nobiltà e sostenutezza. Ambidue dilettano per le invenzioni delle circostanze e delle particolarità, ma quegli inoltre procede con epico andamento, e tutto ordina con dignità. Nella Gattomachia più si mostra il poeta e studiasi di risvegliare il riso non tanto pel racconto dei fatti, quanto per le burlesche e ridicole espressioni che adopera: ma nella Moscheide favola è ben continuata e adorna di sollazzevoli episodi. L’uno e l’altro troppo largheggiano di erudizione e mancano di quel fino gusto, senza del quale perfette Opere non si formano mai.

Gli Spagnuoli coltivarono pure con laude la didattica poesia. E senza far motto dei primi tentativi in tal genere, come sono l’Arte poetica del catalano Raimondo Vidal e la Gaia Scienza del marchese di Villena, anteriori al bel secolo della letteratura spagnuola, accenneremo [212] coloro che al pregio dello stile congiungono quello delle idee. Di questa maniera è l’Arte nuova del famoso Lopez di Vega, che è una novella Poetica, i cui precetti se non hanno gran fatto la giustezza e la verità di quelli di Orazio, hanno sempre facilità ed eleganza di stile. Si può anche di lui ricordare il Secolo d’oro, poema descrittivo che ha preceduto per più d’un secolo i poemi cosiffatti, poscia venuti tanto in voga. È pure del genere didattico il suo poema intitolato il Lauro di Apollo; perciocchè l’autore, rivedendo le ragioni ai poeti spagnuoli, congiunge i precetti cogli esempi, e forma un poema più utile e più instruttivo dell’Arte nuova.

Giovanni della Cueva, contemporaneo del Vega, ha scritto un’Arte poetica piena di savi ammaestramenti, ma vuota di poesia. Più poetico e più sodo è il poema di Cascales sullo stesso argomento; ma pure non può agguagliarsi ad Orazio, a Vida, a Boileau e a Menzini. Il conte Rebolledo ha composto un didascalico poema sopra un argomento che più abborriva i poetici fiori, avendo voluto nella Selva militare e politica poeticamente trattare queste due scienze. Non era già povero di poetico talento, il quale a quando a quando sfavilla nel suo lungo poema; ma pieno della gravità della materia sembra avere trascurato di cercargli quegli ornamenti che richiede la poesia. Egli si è dimenticato di seguire il precetto di Virgilio, del grande esemplare de’poeti didattici, il quale diceva: Non io vo’tutto ne’miei versi chiudere. Con tutto questo l’eleganza [213] e la chiarezza onde il Rebolledo ha trattato un sì difficile argomento, e l’amenità con cui si è studiato di condire i precetti, citando antichi esempi e moderni, la gravità e la fluidità del verseggiare gli assicurano tra i didattici poeti spagnuoli un posto onorevole.

Ma in questo genere nessun poeta di quella nazione è pervenuto all’eccellenza di Cespedes, autore del poema sulla Pittura, e di Tommaso Yriarte sulla Musica. Il primo di tali poemi ha uno stile ricco di poetici colori, un facile e armonico verseggiare, una felice applicazione della favola e dell’istoria, precetti brevi e poeticamente espressi, episodi e digressioni interessanti. Cespedes mostra molta immaginativa in un argomento didattico, e con molta arte sa mescolare ai precetti gli ornamenti poetici. Questo poema fa tanto onore alla Spagna, quanto la Coltivazione dell’Alamanni all’Italia, e deve annoverarsi tra le classiche Opere di un tal genere. Il poema d’Yriarte sulla Musica ha ottenuto i generali suffragi dalla critica approvati. La facilità e la chiarezza nel maneggiare un sì difficile argomento, il parco uso della mitologia, le ingegnose finzioni e gli episodi giustificano gli elogi tributati al poema. Ma saria stato da desiderare che l’autore non avesse così spesso adoperato i termini tecnici; che avesse schifato di entrare in particolarità più convenienti a un trattato che ad una poetica composizione; e che lo stile fosse generalmente più adorno e più energico: ma non resta per questo che il poema non sia una delle più belle produzioni della poesia spagnuola.

[214] Di tutte le maniere di poesia dagli Spagnuoli coltivate, la Drammatica ha loro per certo fruttato più gloria; e questa è la parte più luminosa di lor letteratura, comechè Opere da essere esempio altrui non somministri. Nel secolo XVI e al principio del XVII, quando il potere e la politica della Spagna grandissima forza avevano sui pubblici affari d’Europa, la conoscenza della lingua spagnuola divenne universale, e quella eziandio delle sue drammatiche composizioni, adottate perciò, ovvero imitate, su tutti i teatri delle altre nazioni. Un tanto incontro è certo per gli Spagnuoli onorifico, posciachè opera è dell’immaginativa e dell’ingegno loro, cose che in quelle composizioni splendono oltremodo. Ma se prode arrecò l’introdurre le loro drammatiche invenzioni, fu pur cagione di gravi inconvenienti. Gl’Italiani al sorgere del secolo XVI, seguendo le orme degli antichi, avevano fatto rinascere l’arte drammatica, quale si era vista tra i Greci e i Romani: nè altro ad essi mancava per arrivare a perfezione, se non che si levassero eccellenti ingegni, i quali, a simiglianza di Machiavello e di Ariosto, senza imitar servilmente gli esemplari, dipinger sapessero secondo natura le passioni, i costumi ed i caratteri. L’imitazione dei drammi spagnuoli svolse i nostri dal verace sentiero, e loro insegnò a porre il romanzesco in luogo del naturale e a mescolar tutti i generi. Il teatro francese era nel vero molto inferiore all’italiano, o perchè la Francia non aveva avuto autori di molto ingegno, o perchè imperfetto ancora n’era il linguaggio. Con tutto ciò i [215] Jodelle, i Garnier sapevano le regole drammatiche, e scrivevano cose regolari: ma i successori loro, facendosi discepoli degli Spagnuoli, avrebbero fatto retrocedere la Drammatica, qualora i due sommi ingegni Cornelio e Molière non avessero mostrato come si potea torre dal teatro spagnuolo senza violare le regole dell’arte, e non avessero dato i veraci modelli della tragedia e della commedia per opera della creatrice lor mente.

Cervantes, Vega e Calderon, quei celebri autori che levarono in grido il teatro spagnuolo, sapevano le leggi della classica poesia e le regole dagli antichi prescritte ai Drammatici. I due primi ne ripigliarono, siccome vedremo, i violatori; ma non vi si sottoposero essi, stimando più agevole e più certo mezzo di piacere e di riuscire quello di secondare il gusto di un pubblico adusato a far plauso alle irregolari e romanzesche Opere. Cornelio e Molière non tennero siffatta via; perciocchè in cambio di accarezzare il mal gusto del pubblico, che niente sentiva nella verace arte drammatica, procacciarono di riformarlo e acconciarlo a gustare le loro grandi Opere. Ed è ben noto che il Molière, perchè passassero il Misantropo e il Tartufo, li mandò accompagnati da farse di un certissimo incontro.

Ma non durò lungo tempo il potere del teatro spagnuolo, e la meraviglia che si fece dapprima di quella tanta ricchezza, posciachè venne tosto a decadenza e ad un intero obblio, e generalmente si trasmutò in isdegno. Da un secolo e più il teatro spagnuolo è ignorato [216] dal rimanente d’Europa, nè più si ricorda senza apporgli l’aggiunto di barbaro: del qual cangiamento chiare sono le ragioni. Hanno gli Spagnuoli ad incolpare di questa dimenticanza se stessi, dachè in luogo di perfezionarsi e d’innoltrarsi nella carriera gloriosamente intrapresa, non hanno fatto altro che a vicenda copiarsi, senza nulla aggiungere all’arte. Nè alcuno dubitava della cagione di una tale decadenza, quando all’improvviso alcuni critici alemanni hanno preteso d’insegnare all’Europa ed agli stessi Spagnuoli esser decaduto il loro teatro solo perchè i drammatici scrittori dilungati si sono dalle orme di Vega e di Calderon „i quali, essendo autori romantici per eccellenza, soli conobbero le vere regole dell’arte.“ Questo è lo strano paradosso dichiarato da Schlegel nel suo Corso di Letteratura drammatica, e da Bouttenveck nella sua Storia della poesia spagnuola. Hanno elli trovato qualche seguace in Alemagna; ma in tutte altre parti non si è lasciata indurre persona a mettere Calderon allato di Sofocle, ad antiporre gli informi abbozzi di Vega alle compiute Opere di Molière, e a credere essere i sommi Tragici francesi deboli copisti dei Greci. Questi critici sono stati confutati specialmente da un celebre scrittore, la cui autorità è di maggior peso, in quanto che vien posto tra i partigiani del romanticismo. Ma il signor Sismondi, veracemente filosofo e investigatore in tutte le cose del vero e dell’utile, non è di quelli che desiderino l’ignoranza, la superstizione e la barbarie dell’età di mezzo perchè [217] più romantici argomenti somministra: anzi dichiara che non ammira, come fanno alcuni critici tedeschi, il romantico teatro spagnuolo; e di questo giudizio adduce la ragione colle analisi e i particolarizzati estratti che rendono il lettore idoneo a giudicare da sè del pregio e dei difetti delle migliori Opere spagnuole; laddove il signor Schlegel è contento di darne una generale sentenza, o, a meglio dire, di tesserne l’elogio con un entusiasmo cui l’imparzialità della critica rifiuta. Noi in cosiffatte notizie teniam dietro al signor Sismondi con tanto maggiore sicurtà, in quanto che le opinioni sue si conformano a quelle del rinomato critico Andres, che certo non avrà la taccia d’aver voluto oscurare la letteratura spagnuola, e a quelle di Napoli-Signorelli, che nell’Istoria generale dei Teatri ha dimostrato una profonda cognizione della Drammatica, e avendo dimorato vent’anni nella Spagna, pervenne a conoscere il teatro spagnuolo più che alcun critico di questa nazione.

Gli avanzamenti della Drammatica nella Spagna furon lenti assai, e al chiudersi del secolo decimosesto n’era anco informe il teatro. Gli Spagnuoli ricordano la Celestina per la più antica loro commedia, e insieme per la prima drammatica Opera con eleganza e regolarità scritta. Nè si dee negare esser quella di assai pregio per lo stile e pel dialogo ingegnoso e vivace, e contenere una vera dipintura dei costumi e dei caratteri. Ma come può avere regolarità un’Opera in venti atti, da chiamarsi un romanzo in dialogo, anzichè una commedia? [218] Il primo atto è attribuito a Rodrigo Cota, gli altri sono di Ferdinando di Roxas, alquanto inferiore al primo. Fu ella stampata primamente a Salamanca nel 1500. La sua infinita lunghezza e la sfrenata licenza impedirono che fosse rappresentata sui teatri, non che fosse traslatata in tutt’i linguaggi e accolta con plauso da tutte le nazioni. L’incontro avuto dalla Celestina nella Spagna fe’sorgere molte imitazioni, quali sono la Selvaggia, la Floriana, l’Eufrosina ed altre parecchie, nessuna delle quali può all’originale compararsi.

Il famoso Cervantes nè della Celestina, nè delle imitazioni sue fa motto, tessendo una brieve storia dei primi avanzamenti del teatro spagnuolo, nel preambolo delle sue commedie; chiaro argomento che non le risguardava per Opere destinate alla scena. Ei parla, come del primo drammatico, di Lope di Rueda, attore ed autore ad un tempo, che ha lasciato due colloquii pastorali e quattro brevi commedie, quelli in versi e queste in prosa. Di quindi si scorge che l’arte era bambina; se non che semplice n’è lo stile e naturale, e sembra formato sulla norma della Celestina. A Rueda successe Naharro di Toledo, attore egli pure, che fe’gire innanzi alquanto il teatro, introducendovi decorazioni e macchine; e coi duelli, coi combattimenti, con tutto lo sfoggio romanzesco risvegliò la curiosità degli spettatori. Il cherico Bartolomeo Torres Naharro, tolto spesso in iscambio di quel di Toledo, ne ha dato col titolo di Propaladia una raccolta di otto commedie, prive d’ogni [219] teatrale movimento, senza verisimiglianza nella favola, senz’arte nell’intreccio e senza decenza nel costume. Si videro in questo medesimo torno altre Opere drammatiche, delle quali, atteso il pregio dello stile, menzionar possiamo le tragedie di Ferdinando Peres d’Oliva, intitolate la Vendetta di Agamennone e l’Ecuba, scritte in prosa, le quali però, anzichè originali componimenti, deono dirsi libere traduzioni di Sofocle e di Euripide. Tra questi primi Drammatici sono pure da ricordarsi il dottor Ramondo, di cui Cervantes loda la fecondità; e il licenziato Michele Sanches, di cui egli stima ingegnosi gl’intrecci; e il canonico Tarraga, in cui ritrova una prodigiosa inventiva.

Ma non ostanti questi elogi, i veri avanzamenti del teatro spagnuolo si denno attribuire a Cervantes, come afferma egli stesso, chiedendo licenza di lasciare la sua usata modestia. E nel vero non si era vista ancora rappresentazione da compararsi agli Schiavi d’Algeri, alla Distruzione di Numanzia, alla Battaglia navale e a parecchie altre Opere di Cervantes, le quali furono recitate sul teatro di Madrid. Sapeva questo grande scrittore le regole della Drammatica da lui vedute porre in pratica in Italia; e nel suo Don Chisciotte propose di stabilire un censore per giudicare i drammi e vietarne la rappresentazione, qualora dalle leggi della classica poesia si dilungassero. Da che dunque procede che le Opere da lui composte o nella gioventù o nella vecchiezza non si conformano alla classica legislazione cui egli tanto desidera? Questa contraddizione non può capirsi, [220] se non si dica che quando Cervantes imprese a scrivere pel teatro, gli spettatori già erano accostumati agli irregolari drammi e romanzeschi, in cui tutti i ceneri si mescolavano. Pare che in quel tempo le drammatiche Opere non si proponessero altro scopo che quello momentaneo di dilettare sulle scene, e ottenuto questo, fossero dimenticate. Cervantes, innanzi che il Don Chisciotte gli procacciasse un’immortal gloria, avea scritti da venti o trenta drammi, dei quali neppur egli indica il numero; e come che allora abbiano riscosso gran lode, pure caduti erano nell’obblio, e solo da pochi anni in qua se n’è pubblicata la Distruzion di Numanzia e la Vita in Algeri, i quali non cedono ai migliori di Vega e di Calderon, e ne fanno perciò desiderare che si divulghino gli altri, se fia che sienosi conservati. Nella prima parte del Don Chisciotte nomina delle sue commedie quelle che teneva per più pregevoli; e queste sono l’Ingratitudine vendicata, la Distruzion di Numanzia, il Mercante Amoroso, il Nemico favorevole, e massime la Censura.

La Vita, ossia la Condizione d’Algeri, è per avventura la prima Opera drammatica scritta da Cervantes. Per cinque anni e mezzo stato egli era schiavo in Algeri, e i patimenti de’compagni della sua sciagura, e i suoi propri avevano altamente percosso il suo animo. Tornato nella Spagna, pieno era di un giusto disdegno contro i Barbareschi, e desioso oltremodo di contribuire al riscatto degli schiavi che cadevano nelle mani di quelli. Trattò lo stesso argomento nell’altro dramma intitolato i Bagni [221] d’Algeri, da lui pubblicato sulla fine di sua vita; e similmente nella novella degli Schiavi, e in quella dell’Amante generoso: i quali componimenti non tanto erano letterarii lavori, quanto pietose opere e politiche azioni, colle quali sperava di aver forza sull’opinione, e d’irritare la nazione e il re stesso contro i Barbareschi. Avvisava che le Potenze cristiane si collegherebbero per cessare quest’orribile corseggiare, più obbrobrioso per chi lo soffre che per chi lo esercita. Benchè poca arte si trovi in cotal dramma che unisce più azioni, nondimeno partorisce un grande effetto per le molte svariate e interessanti dipinture.

A quest’Opera va molto innanzi la Distruzione di Numanzia, e mostra il grand’ingegno drammatico dell’autore. Suo obbietto è d’infondere l’amor della patria; nè il teatro spagnuolo annovera altro dramma di situazioni più tragiche e passionate, nè di più patetici ed eloquenti discorsi. Cervantes, nella prefazione per noi ricordata, afferma che primo egli ha rappresentato i fantasmi dell’immaginativa e i reconditi pensieri dell’animo, ponendo in sul teatro morali personaggi. In questo dramma si veggono la guerra, la fame, la malattia personificate; la quale invenzione, benchè commendata, saria per certo da lodarsi poco, se quegli avesse agli allegorici personaggi mescolato i reali; se non che esso comparir li faceva solo tra un atto e l’altro, attribuendo loro in qualche modo l’uffizio dell’antico coro.

Il signor Schlegel ritrova in Cervantes un grand’ingegno drammatico, e nondimeno il [222] ripiglia di avere avuto invidia di Lope di Vega, dimenticandosi questo censore che Cervantes, pieno di ammirazione per la fecondità di Lope, chiamollo un portento della natura. „E’ pare, aggiunge Schlegel, che tutto non fosse poetico l’ingegno di Cervantes, e che inclinasse alla freddezza, la quale lo induceva a rifiutare, siccome contrari alla verisimiglianza ed alla natura, gli arditi scherzi dell’immaginazione e il gusto pel maraviglioso.“ Ma senza fallo l’autore del Don Chisciotte ha mostrato che aveva immaginazione, e più che altro poeta romantico. Di questi è proprio il trascurare la verisimiglianza e la natura che sono l’anima della vera drammatica poesia.

Cervantes nella vecchiezza, dopo una infelicissima vita, ripigliò la Drammatica, e nel 1615, poco innanzi la morte, fe’stampare otto commedie e altrettanti intramezzi. È il vero che non vi si trova il fuoco e l’immaginativa propri di chi compone nel fior dell’età; ma sono da lodare molto eziandio per l’orditura, specialmente i Bagni, ovvero i Cristiani schiavi in Algeri, e l’altra intitolata il Labirinto d’Amore. E possiamo presupporre che se Cervantes si fosse al tutto dedicato alla Drammatica, avria sorpassato Lope di Vega e Calderon, i quali poeti non hanno cosa che superi la Distruzione di Numanzia e il Laberinto d’Amore, tanto diversi di genere.

Cervantes contraddistinse la prima epoca luminosa del teatro spagnuolo, e Lope di Vega la seconda. Questi seppe, come l’altro, le leggi della Drammatica dagli antichi prescritte e praticate, [223] e dagl’Italiani rinovellate; ma compose solamente per piacere al popolo, e piegossi al suo gusto, come egli dichiara nell’Arte nuova. Citation/Devise► „Quando io debbo scrivere qualche commedia, io chiudo sotto chiave i precetti dell’arte, caccio dalla biblioteca Plauto e Terenzio, perchè non me ne accusino, gridando spesso la verità dai muti libri. Scrivo secondo l’arte trovata da coloro che hanno solo cercato i plausi del volgo; perchè essendo il volgo quegli che paga, e tale essendo il suo diletto, giusta cosa è goffamente parlargli.“ ◀Citation/Devise Lope di Vega era fornito di una fecondità di cui la storia letteraria non somministra altro esempio; perciocchè giunse a scrivere 2200 drammi, vale a dire 1800 fra commedie e tragedie, e 400 Atti sagramentali; del quale immenso numero di Opere drammatiche, ove quasi sempre i generi si confondono, non se ne divulgarono che trecento in venticinque volumi in 4°. Il Vega, sin dalla gioventù, divenne l’arbitro della scena spagnuola, ed ebbe molto potere su tutti i teatri d’Europa; lo che fu effetto non della perfezione delle sue Opere in generale assai difettose, ma della mole e del numero. Era egli un verace improvvisatore, perciocchè la fatica del verseggiare non parea che punto lo ritardasse; e nota il suo discepolo Montalvan, scrittore della sua vita, che egli componeva più presto di quello che potessero scrivere i suoi copisti. Ma qual è il pregio e il carattere di questi estemporanei drammi? Il più delle volte sono pieni d’intreccio, d’inaspettati avvenimenti, d’interessanti situazioni; [224] ma sono propriamente novelle drammatiche d’un interesse or tragico, or comico ed ora istorico. Classificarli secondo i generi è impossibile, perchè spesse volte hanno parte nell’azione così i re e i grandi, come gli amanti e i famigli; e perchè il tenero e il burlesco, il sublime e il vulgare vi fanno una perpetua mischianza. È difficilissimo, per detto di Schlegel, l’additarne il dramma migliore, non pervenendo in nessuno particolarmente nè ad una straordinaria altezza, nè ad una grande profondità. Oggidì nè si rappresentano, nè si leggono, e di rado assai furono ristampati, per modo che questo autore è più celebrato che noto. Noi qui farem menzione solamente delle Opere principali, le quali, per rispetto all’arte drammatica, certamente nulla interessano, ma in quanto esse contengono la dipintura dei costumi spagnuoli e delle dominanti opinioni.

I drammi di Vega si partono in umani e divini. I primi comprendono gli eroici, gl’istorici, i mitologici e le commedie di Cappa e Spada; i secondi gli Atti sagramentali e le Vite dei Santi. I drammi eroici spesso si presuppongono avvenuti in tempi e luoghi immaginarli. Crea politici avvenimenti d’ogni maniera, senza che gli si possa dar carico d’aver violata la verità e la convenienza; e vi fa nascere monarchi ed eroi, de’quali nessuno ha udito parlare. Per tal guisa nel dramma intitolato La Felicità venuta senza cercarla, una fuggitiva accolta per carità nella casa di un povero gentiluomo dei monti Carpazi gli reca in dote la corona dell’Ungheria; e similmente nell’Uomo [225] di parola il supposto figlio d’un giardiniero, trasmutato in eroe per l’amore d’una principessa, merita e per le sue imprese consegue lo scettro di Macedonia. Drammi siffatti non congiungono all’interesse l’ammaestramento; ma pure talvolta sono copiosi d’invenzioni e di avventure.

I drammi storici di Vega, tra le sue Opere per avventura i più interessanti non presentano i grandi avvenimenti della storia, siccome quelli di Shakspeare; ma il più delle volte appiccano un romanzesco intreccio a quanto di più glorioso ei trova ne’fasti della Spagna; e tanto egli lega colla storia il romanzo, che le laudi degli eroi nazionali diventano una parte essenziale di tali sue composizioni. La giusta Vendetta è dei drammi di così fatta maniera il più pregevole, e questo pregio sta nell’intreccio. Così in questo, come nella più parte degli altri, l’autore mette l’esposizione in azione; alla qual arte non meno che alla rapidità dell’azione, alla moltiplicità dei fatti, alla impossibilità di antivedere lo scioglimento, spesse fiate però inverisimile, egli deve il vantaggio d’avere attento e affezionato lo spettatore.

Del medesimo interesse sono due altri drammi storici, il Certo per l’Incerto e la Povertà non è viltà, i quali ad un tempo son nazionali e cavallereschi. Presentano essi tal dipintura di costumi che la verità ne ferisce; e mostrano il punto d’onore degli Spagnuoli, di cui essi sono oltremodo gelosi. La più piccola civetteria d’una amante, d’una sposa o d’una sorella, è un affronto pel vago, per lo sposo [226] o pel fratello; affronto che può lavarsi solo col sangue. Cotal frenetica gelosia fu agli Spagnuoli appiccata dagli Arabi, tra i quali però accompagnossi colla galanteria che il cavalleresco spirito protegge, nè mai niega difesa a donna che ne invoca l’aita. Tutto il teatro spagnuolo porge questa singolare legislazione del punto d’onore. Nel Certo per l’Incerto don Piero si risolve di uccidere il fratello don Enrico, non per impeto di maligna perversità, ma da Spagnuolo delicato sul punto d’onore, perchè quegli in fortuito incontro avea baciato la sua madonna.

Il signor Sismondi, che noi seguitiamo in queste osservazioni, aggiunge Citation/Devise► „Cosa da notarsi in tutti i cavallereschi drammi spagnuoli si è il poco orrore e il poco rimorso destato dall’omicidio. Non v’ha nazione tra cui siasi veduta altrettanta indifferenza per l’altrui vita, tra cui il duello, gli armati incontri e gli assassinii sieno più frequenti, e da meno vergogna o pentimento accompagnati. Tutti gli eroi del teatro, al cominciare della loro istoria, han sempre tolto la vita a un potente, e perciò sono astretti a fuggire. Vero è che dopo l’omicidio esposti sono alla vendetta dei parenti e alla persecuzione della giustizia; ma elli son posti sotto la protezione della religione e della opinion pubblica. Si salvano di convento in convento, di chiesa in chiesa, per insino a che sieno in sicuro; nè questo avviene per una cieca compassione che li favoreggi, ma si presume d’inculcare a’fedeli carità inverso di un infelice che non ha saputo resistere ad un impeto di collera.“ ◀Citation/Devise

[227] Non v’ha forse dramma di Vega, il quale possa ricordarsi senza farvi sopra di queste flessioni; ma nessuno presenta in maggior luce cotale opinione, quanto il dramma che ha per titolo: Vita del valoroso Cespedes. Era costui un soldato di fortuna chiaro per la valentia e la prodigiosa forza. È difficile l’ammassare in un dramma più atti di una brutale ferocia e più omicidii, commessi la più parte senza ragione. Quali effetti dovea produrre uno spettacolo in cui si rappresenta un uomo simigliante per l’eroe del suo paese, degno dell’ordine cavalleresco ond’è decorato? Nè di questo presenta inclinazioni meno funeste, lezioni meno crudeli, nè un meno deplorabile fanatismo il Conquisto d’Arauco, argomento tratto dall’Araucana di Alfonso d’Ercilla, nel quale i costumi dei popoli barbari si veggono opposti a quelli degl’inciviliti che mostrano maggior barbarie. Per compiere il trionfo degli Spagnuoli, il poeta fa convertire l’eroe degli Araucani al cristianesimo, la qual conversione non ne ritarda però l’orribile supplizio.

Prima che il tedesco Schiller ponesse in su la scena i Briganti, si era tra i Castigliani presupposto che la virtù, il valore, la magnanimità fossero doti proprie dei proscritti. Lopez di Vega e Calderon, i principi della scena spagnuola, elessero per protagonisti i capi dei banditi; e molti autori di second’ordine tolsero dalla medesima classe i loro eroi. Questi, dopo di avere coi loro delitti risvegliato l’interesse degli spettatori, sopraggiugnendo al fine il momento di succumbere, ottenevano miracolosamente d’esser [228] sottratti ai nemici, ovvero certificati di loro spirituale salvezza. Questo sarà per avventura romantico; ma niente è più opposto alla morale, niente più mostruoso; e si dee desiderare che di cosiffatti drammi non si veggano sul teatro.

Le commedie dette di Cappa e Spada si propongono di rappresentare i costumi eleganti e le correnti maniere; ma quelle di Vega poste in tal genere, a vero dire, sono opere a intreccio, ove la verisimiglianza nell’annodarsi di una scena coll’altra a stento si trova. Le migliori commedie di tal natura sono la Vivace Toletana e la Bella Brutta, il cui linguaggio è gentile ed urbano più che altrove, le situazioni interessanti e grazioso il motteggiare; se non che tal fiata degenera in buffoneria per la voglia che ha l’autore di far ridere, come si ravvisa nella commedia della Dama Melindrosa.

I drammi divini del Vega per la più parte sono non meno immorali, che stravaganti. La religione vi è scompagnata dalla moralità, perciocchè uomini rei per passioni, o che esercitano le più vituperose e colpevoli professioni, vi si rappresentano sempre come buoni credenti che purgano i più grandi delitti con leggiere espiazioni. Nelle sue Vite de’Santi il Vega non mostra quasi più l’arte di risvegliar l’interesse, la curiosità, la compassione, e di rappresentare l’istoria e la vita reale. Nondimeno queste bizzarre composizioni piacevano alla moltitudine, perchè le apparizioni degli esseri soprannaturali, come sono i diavoli, gli angeli, i santi, e lo stesso Iddio, tenevano ad ogni ora gli occhi occupati, e la curiosità sempre era sospesa dai [229] miracolosi avvenimenti che antivedere non si potevano, e per tal guisa colla fede si garantiva l’inverisimiglianza. Più strani eziandio son gli Atti sagramentali, i quali però meno erano acconci a piacere al popolo, perciocchè lunghi teologici discorsi, dissertazioni e scolastiche sottilità formano più di tre quarti di queste allegorie. I divini drammi del Vega sono, non ostante il lor romanticismo, più dimenticati che gli altri; e gli Spagnuoli non si lamentano che il Governo abbia proibito di più rappresentare le religiose commedie e gli Atti sagramentali.

Comechè Lopez di Vega signoreggiasse le scene, pure molti altri autori drammatici riscossero lode. Ma tutti coltivarono la Drammatica senza partirsi dai principii dell’Arte nuova: scrissero cioè drammi senza regolare andamento, senza verisimiglianza, con uno stile in gran parte affettato e ampolloso. Tra questi autori si contraddistinguono Guilleno di Castro, che ha molta dolcezza nello stile, e che va debitore della sua fama specialmente alla bella imitazione che Cornelio fece del suo Cid; e Giambattista Diamante, che scrisse pure una tragedia sul medesimo subbietto, e che fu autore di più altri drammi anche oggidì rappresentati, massime la Giudea di Toledo; e Antonio Mira di Mescua, scrittore di più volumi di commedie, delle quali la più riputata è quella che ha per titolo i Carbonai di Francia; e il monaco Gabriele Telles, che col nome di Molina pubblicò più volumi di commedie, e tra le altre la bizzarra composizione dei Convitato di Pietra, tuttor rappresentata sui teatri di più nazioni; [230] e finalmente Giovanni Perez di Montalvan, discepolo e amico di Vega, cui si tolse per solo modello. Questi, benchè trapassato nell’aprile degli anni, scrisse più di cento commedie sacre, o profane, molte delle quali vanno ancor pe’teatri, e singolarmente la Lindona di Gallizia e gli Amanti di Terruel.

D. Pietro Calderon della Barca, contemporaneo anch’egli di Vega, avendo trentacinque anni alla morte di lui, e sopravvivutogli forse un mezzo secolo, levossi più alto che tutti i suoi predecessori nel genere seguitato da quelli, e come quelli nessuna osservò delle regole che è più malagevole ignorar che sapere, e confuse tutti i generi e tutti gli stili. Ma fornito era d’una immaginativa oltremodo feconda; e allettar sapeva gli spettatori con inaspettati avvenimenti, che producono vive e interessanti scene; e aveva stile al tutto poetico, quando l’affettazione e la gonfiezza nol guasti. Calderon per certo ebbe un bell’ingegno: ma tanto potere hanno sulle lettere, e in ispecial modo sul teatro le instituzioni politiche e le dominanti opinioni, che quegli fu l’uomo del secolo, l’uomo della misera epoca di Filippo IV, e dell’epoca vergognosa di Carlo II, suoi protettori. Citation/Devise► „Quando una nazione si corrompe, dice il sig. Sismondi, quando ella perde ciò che la rendeva pregevole, non ha più dinanzi agli occhi i modelli della virtù e grandezza verace; e mentre che avvisa di ritrarle, cade nell’esagerato. Tale si è il carattere di Calderon, che oltrepassa i confini in tutte le parti, non conosce la verità, e si forma un’ideale senza giustezza. [231] Negli antichi cavalieri spagnuoli v’aveva una nobile fierezza, generata dall’amore di una patria gloriosa, nella quale elli erano pure qualchecosa; laddove il millantatore orgoglio degli eroi di Calderon levasi in altura nelle sciagure del loro paese e nel proprio servaggio. I cavalieri avevano per l’innanzi una giusta estimazione di sè, la quale antiveniva le offese, ed a ciascuno assicurava il rispetto degli eguali suoi: ma dachè il pubblico e privato onore fu sempre in pericolo per cagione del vile e corrotto reggimento, al punto d’onore il teatro fe’sottentrare una ritrosa delicatezza, che di ogni menoma cosa si offendeva, e respirava sempre vendetta. Il duello e l’assassinio formavano in certa guisa la vita del gentiluomo; e se i costumi della nazione feroci divennero, più anche lo furono i costumi drammatici. Corrotti si erano eziandio i costumi donneschi; la galanteria introdotta si era ne’maritaggi, e l’intrico aveva penetrato anche ne’monasteri. Ma Calderon alle donne per lui poste sulla scena attribuisce tanto maggior severità, quanto era più rilassata la morale; dipinge l’amore tutto quanto nella mente, perde la natura di mira; e avvisando di stringer l’ideale, abbraccia l’esagerazione.

Se in cosiffatto teatro i costumi sono ognor falsi, più esser lo deve il linguaggio. Il gusto delle iperboli e delle più ardite immagini si apprese agli Spagnuoli per lo comunicare cogli Arabi: ma la maniera di Calderon è tutta sua, trapassando tutto quello che in fino [232] allora si erano creduto lecito i suoi predecessori. La ricercatezza e le antitesi rimproverate ai seicentisti italiani sono piccola cosa verso il continuo torcimento di Calderon. Ei carica tutti gli obbietti di sì sfacciati colori, che più non se ne raffigura la natural forma. Anche al dolore porge un linguaggio tanto poetico, che si lascia di compiangere chi per mostrarsi ingegnoso sa così bene distrarsi dal suo dolore; la qual voglia di attribuire ad ogni interlocutore un linguaggio poetico toglie a lui sempre l’espressione del cuore. Si trovano in lui situazioni di un ammirabile effetto, ma una parola affettuosa, o sublime per la verità, o la semplicità, non si scontra mai.“ ◀Citation/Devise

Gli ammiratori di Calderon rivolgono quasi in sua lode il non aver conservato in alcuno straniero argomento i nazionali colori. Citation/Devise► „Troppo era acceso il suo patrio amore, dicono i critici tedeschi, perchè ei prender potesse altra forma che quella propria della Spagna: ma di quindi ha colto più il destro di profondere le ricchezze della immaginazion sua, e d’improntare le sue creazioni d’un carattere fantastico che aggiunge novella attrattiva a quei drammi, nei quali signoreggiar non si lascia dai fatti.“ ◀Citation/Devise Ma dopo di essere stati tanto indulgenti per una parte, come dall’altra cotali critici sono tanto severi coi Tragici francesi, perchè ai loro eroi greci e romani appongono un qualche lineamento, una qualche forma ai più politi moderni costumi appartenenti? Che si dee pensare ancora di [233] Calderon, quando intorno ai più rinomati periodi dell’Istoria Romana vedesi accumulare fatti, costumi e circostanze, per modo che un giovinetto scolaro ne farebbe le meraviglie? Taluno si è studiato di escusarlo, dicendo che siffatta ignoranza procede dalle instituzioni, le quali avevano ristretto oltremodo la sfera delle cognizioni permesse; la quale scusa non sembra doversi ricevere, quando il veggiamo lodare con uno zelo fanatico cotali instituzioni, e porne i principii in azione, e meritarsi il titolo a lui dato di Poeta dell’Inquisizione. Calderon non ispira altro che orrore per la religione da sè professata. Nessun altro era giunto a disfigurare fino a tal segno il cristianesimo: nessun altro tribuito gli aveva passioni tanto feroci, e una morale tanto corrotta. Fra i molti suoi drammi pregni d’un medesimo fanatismo, quello intitolo la Divozion della Croce la ritragge in un modo ben singolare, proponendosi quivi di persuadere gli spettatori cristiani che la devozione per questo venerabile segno della religione basta ad iscusare tutti i delitti, e ad assicurare della protezione del cielo.

I drammi di Calderon, come quelli di Vega, partir si possono in quattro principali classi: commedie di cappa e spada, drammi storici, drammi sacri e atti sagramentali. Non ostanti gli elogi versati a larga mano dai critici tedeschi sui drammi piucchè romantici di Calderon, certa cosa ella è più essere state sempre stimate le sue commedie di cappa e spada. E nel vero queste sono state più spesso sulle scene, trovandosi in esse più verità nei caratteri, più [234] verisimiglianza nelle situazioni, e meno esagerazion nello stile. Le più sull’intreccio fondate presentano quasi sempre situazioni ingegnose, assai movimenti e spesse fiate la giocondità. I Comici francesi si sono studiati di arricchirne il loro teatro; e per tal guisa dal Carceriere di se stesso prima Scaron; e poscia Tommaso Cornelio fe’un dramma, però men sollazzevole dell’originale. La Dama Duenda ha somministrato ad Hauteroche la Dama invisibile, ovvero lo Spirito folletto, commedia rimasa al teatro. Il celebre Quinault ha tradotto col titolo di Colpi dell’amore e della fortuna quella denominata Lances de amor y fortuna. Il Borghigiano Magistrato, dato similmente al teatrol francese, non è altro che una traduzione dell’Alcade di Zamalea. La commedia intitolata, La Casa con due porte mal può guardarsi, più volte è stata imitata nelle commedie francesi. V’hanno certamente molti altri drammi di Calderon, ai quali i Drammatici francesi e di altre nazioni hanno attinto; la qual ricerca però non è del nostro Saggio. Tra i drammi di cappa e spada, ovvero d’intreccio, di Calderon, sono particolarmente ricordati ancora i seguenti: No ay burlas con el Amor (Non si scherza coll’Amore); Meyor està que estaba (Sta meglio di prima); Los Empennos de un caso (Gl’Impegni del caso); Los Empennos en seis horas (Gl’Impegni di sei ore), ne’quali la durata dell’azione è quasi ristretta nel tempo della rappresentazione; lo che il poeta ha fatto, non per osservare le regole prescritte, ma per desío di riescire in una prova creduta allora [235] difficilissima. Di tutte le commedie d’intreccio forse le più lodevoli per l’invenzione sono il Segreto ad alta voce e il Medico del suo onore. Contiene la prima combinazioni oltremodo ingegnose, comechè tal fiata poco verisimili; e la seconda dipinge in un modo assai originale il carattere e il punto dell’onor nazionale. Il suo stile in queste commedie è per la maggior parte proprio del genere, eccetto quando gli amanti vogliono parere spiritosi e leggiadri, diventando allora pedanteschi ed enigmatici.

I critici alemanni fanno dipendere dai drammi storici la riputazione di Calderon, risguardandoli come romantici per eccellenza. Ma di questi i fondati solamente sulla patria storia hanno verità e allettamento, conciossiachè l’autore avesse spirito nazionale e sapesse l’istoria del suo paese. Citation/Devise► „Non può questo poeta, dice lo Schlegel, adattarsi alla classica antichità, come non può ai climi del Nord. L’Istoria Romana non è per lui che una dignitosa iperbole.“ ◀Citation/Devise Infra i drammi storici si fa più conto di quello intitolato il Principe costante, che ha per argomento la spedizione de’Portoghesi contro i reami di Fez e di Marocco, capitanata da Ferdinando ed Enrico principi del Portogallo. Ferdinando, fatto prigione, si tolse di rimanere tra i ceppi, anzichè di comportare che la sua libertà costasse caro alla patria. Non si riscontra in questo dramma una meschianza di comico e di serio come negli altri di Calderon, e vi hanno situazioni molto interessanti e discorsi eloquentissimi. Citation/Devise► „Si dee [236] riguardarla, al dir di Sismondi, non come una imitazione della natura, ma come una immagine di essa natura nel mondo poetico“ ◀Citation/Devise

Col bizzarro titolo di Amare dopo la morte Calderon tratta l’argomento della rivolta dei Mori sotto Filippo II, cagionata dalle inaudite vessazioni che il Governo lor facea patire. Questa è la rivolta dell’Alpuiarra, ossia la Montagna di Granata, di che Diego di Mendoza ha scritto l’istoria. Fra tutti i drammi ove i Mori si rappresentano nel teatro opposti ai Cristiani, non ve n’ha altro che desti un interesse più forte, non ostante la parzialità dell’autore.

Un subbietto dai poeti spagnuoli sempre con amore trattato si è lo scoprimento e il conquisto del Nuovo Mondo; e tanto più volentieri lo imprendono, in quanto che gli orribili scempii degli Indiani si dipingevano sempre quai meritorii sagrifizi a Dio fatti dai Cristiani. Col titolo dell’Aurora di Capocavana Calderon ha posto in sulle scene il conquisto e la conversione del Perù; ove l’unità d interesse e di azione non sono osservate, e i miracoli ne fanno la principal macchina; dramma che è molto inferiore a quello di Vega, intitolato Arauca domado, sul conquisto del Chilì.

Calderon diè il nome di tragedia al suo Tetrarca di Gerusalemme, che è l’argomento di Erode e Marianna, benchè v’abbia posto per entro buffonerie, irregolarità, e notturne comiche avventure. Si è già da noi detto avere il nostro Dolce trattato con lode un tal subbietto; e questi, non Calderon, fu imitato dal [237] francese Tristano l’Eremita nella sua Marianna.

I drammi sacri di Calderon possono per qualche titolo unirsi cogl’istorici, perciocchè son cavati sempre dalle istorie della Bibbia o dalle Leggende dei Santi. Il Purgatorio di San Patrizio è de’più bizzarri e mostruosi, ed anco de’più ammirati dagli Spagnuoli e dai critici alemanni. Il tema più caro a Calderon si è il trionfo della fede e della penitenza, che lavano i più esecrandi delitti. Più straordinario eziandio è l’altro intitolato Origine, perdita e ristaurazione della Vergine del Santuario, fatto per celebrare una miracolosa immagine di Nostra Donna venerata nella cattedrale di Toledo. Il dramma è diviso in tre atti: il primo è posto nel VII secolo, il secondo nell’VIII, e nell’XI il terzo. L’unità, se quivi se ne può favellare, è nell’istoria della miracolosa immagine, a cui ogni cosa si riferisce: del resto personaggi, azione, interesse, tutto è diverso in ogni atto.

Calderon nella innoltrata età rendutosi cherico, non iscrisse se non se Atti sagramentali, da lui considerati e come religiose azioni e in uno come Opere drammatiche. Racchiudono essi la più bizzarra composizione di esseri reali e allegorici, di pensieri e di affetti da non potersi insieme accordare; cose tutte che gli Spagnuoli eziandio chiamano disparate. Il primo de’suoi numerosi Atti, che giungono a settantadue, è intitolato Dio per ragione di Stato; la morale del qual dramma si è questa, che ad amare e a credere un Dio sconosciuto dee lo [238] spirito umano pervenire per ragione di stato, eziandio se la fede a lui mancasse. Nell’Atto denominato gli Ordini militari si presuppone che G. C. venga a chiedere al mondo la croce, e che quegli prima di accordargliela voglia sapere quel che ne pensino Mosè, Giobbe, Davide e Geremia, i quali affermano ch’ei la merita per lo quarto di nobiltà del padre! Cessò finalmente nel 1765 lo scandolo di queste che si pretendevano pie rappresentazioni, avendo il re Carlo III vietato le commedie sacre e gli Atti sagramentali: la dinastia Borbonica avea già tolto al popolo uno spettacolo a lui non men caro, cioè l’Auto da Fè. Sol lice agli entusiasti romantici il dolersi di queste riforme, siccome contrarie alla romantica poesia.

Calderon ebbe parecchi emuli tra i suoi contemporanei, de’quali il più rinomato e più degno di esserlo si fu Agostino Moreto, protetto come quegli da Filippo IV, e cherico in sul terminar de’suoi giorni. Aveva più giocondità di Calderon, e a più piacevoli scene dan luogo i suoi intrecci. Si provò più spesso di dipingere caratteri, e di aggiungere alle sue commedie l’interesse cui desta l’osservazione e la verità, le più volte mancanti nel teatro spagnuolo. Si trova questo pregio singolarmente nella commedia intitolata Questo non può essere, dove una donna di spirito amata da un geloso, innanzi allo sposarlo, si propone di persuadergli essere un’impossibile cosa il guardare una donna, e doversi riposare nella sua buona fede. Commedia molto inferiore a questa, ma piacevolissima, [239] è il Marchese di Cigarral, imitata, o, a meglio dire, tradotta da Scaron col nome di Don Jafet d’Armenia. Lo stile di Moreto è in gran parte moderato e proprio del genere comico, all’infuori di quando parlano gl’innamorati, perdendosi allora nel lirico e nello stravagante al pari degli altri. Ma egli, pieno di buon senso, vide molte sconcezze del teatro spagnuolo, e ne fece più volte grandi le risa, e in ispecial modo gabbossi de’servi buffoni che assistono ai discorsi dei principi1 . Quanto alla unità di tempo e di luogo, egli profitta, quantunque con discrezione, degli stabiliti privilegi: ma osservate si veggono in uno de’suoi migliori drammi, la Confusione in un Giardino. Il Dispetto contro il dispetto comparisce sovente sulle scene castigliane; e Molière imitolla nella sua Principessa di Elide; ma con farla più regolare, la fece anche men sollazzevole. Regnard, altro famoso Comico francese, dalla commedia di Moreto, l’Occasione fa il ladro, ha tolto più scene piacevoli de’suoi Menechemi. Son ancor riputate di questo terzo Drammatico spagnuolo il Parecide e la Corte, il Non si può custodir la Moglie, il Giudice coraggioso; nella qual ultima si ritraggono al vivo le tirannie de’baroni sotto il governo feudale.

Il celebre storico del Messico Antonio di Solis è anche de’primi Comici spagnuoli, osservatore piucchè gli altri suoi competitori della verisimiglianza, e in gran parte dell’unità di [240] tempo, massime nelle commedie di cappa e spada. Non ha disagio di quelli che si chiamano colpi di teatro e delle comiche situazioni; e trapassa lo stesso Calderon se non nell’eleganza, almeno nella proprietà dello stile. A’suoi personaggi appone un natural linguaggio secondo i caratteri e le passioni; e se tal fiata seconda il gusto nazionale discendendo a sottilità, nol fa mai con eccesso. Le migliori tra le sue commedie sono El amor al uso, imitato da Tommaso Cornelio nel suo Amore alla moda; l’Amparar al enemigo, tradotto liberamente nell’italico idioma dal Celano col titolo di Proteggere l’Inimico; la Xitanilla de Madrid, traslatata similmente dallo stesso col nome la Zingaretta di Madrid; e il Dottor Carlino, tratto da una imperfetta commedia di Gongora. Solis sopravvisse più anni a Calderon, morto il quale, furonvi di quelli che all’altro s’indirizzarono per indurlo a scrivere Atti sagramentali; cosa che Solis negò con fermezza, perciocchè quel mostruoso genere troppo si opponeva alle sue idee di regolarità e d’imitazione della natura.

Francesco di Roxas ebbe similmente assai fama come valente autore drammatico del secolo XVII. Scrisse molti drammi, de’quali il teatro francese non ha adottato se non se il Vincislao, assai ingegnosamente imitato da Rotrou, e l’altro intitolato l’Intrigo degli sciocchi, donde Tommaso Cornelio ha tratto il suo Don Bertrando di Cigarral. Vi sono più commedie di Giovanni Matos Fragoso, tra le quali si distinguono il Galante di sua Moglie, e il [241] Savio nel suo ritiro. Questa è il modello delle commedie ove si sono introdotti i re in condizion di privati, che, senza essere conosciuti, sentono parlar di sè senza adulazione. Ella è stata imitata dall’inglese Dodsley nell’Opera il Re e il Molinaro di Mansfield, appresso la quale Collé fece la sua Partita di Caccia di Enrico IV, e Sedaine l’Opera comica il Re e il Fittaiuolo. Si annoverano tra le buone commedie spagnuole il Pedante presuntuoso e la Bella di Ferdinando Zarata, la quale unisce sbozzi di caratteri ad un piacevole intreccio; e il Gastigo dell’Avarizia di don Giovanni di Oz, ove il moltiplice intreccio nuoce all’effetto della dipintura dei caratteri; e il Picarillo nella Spagna di don Giuseppe Canizares, autore di molti drammi di ogni maniera.

Si potrebbero ancora ricordare il messicano Giovanni Ruiz di Alarcon, Antonio Zamora, Francesco Rances di Candamo, Augusto di Salazar y Torres, ec; se non che i componimenti loro non hanno un singolar carattere, e stancano per l’uniformità. Ma i molti drammi di cui si può far menzione, sono un niente verso quelli che appartengono ad anonimi autori. Sotto il regno di Filippo IV se ne videro comparir moltissimi con questa indicazione di Un ingegno di questa Corte, col qual nome molti furono scritti dallo stesso Filippo IV, caldo amator del teatro. Concordano i critici ad attribuirgli il dramma che, col titolo di Dar la vita per la sua Dama, contiene l’istoria del conte d’Essex; il quale, quantunque i caratteri vi siano pennelleggiati con forza, [242] non cede a verun altro nè per l’irregolarità, nè per la stranezza dello stile. Tutti questi autori drammatici prendevano per esemplari Lopez di Vega e Calderon, ai quali si credevano di simigliare imitandone la rapidità nel comporre; ma non avendone l’ingegno, e trascurando lo studio e la correzione, ne facevano deboli copie senza novità nei caratteri, nelle situazioni, nel motteggiare; senza varietà veruna nei generi, senza alcuno avanzamento dell’arte drammatica. Il favore di Filippo IV potè allettar molti ingegni a coltivarla; ma elli principalmente vi si inducevano pel rischio che si correva nell’appigliarsi ad altri studi, atteso i rigori dell’Inquisizione e attesa l’ignoranza che ogni giorno più ingrossava, come si ravvisa dalle Opere che nel teatro più si applaudivano.

Il teatro spagnuolo, secondo che dice Andres, per mala avventura incontrò di essere con ardor coltivato, quando per l’appunto non poteva dar frutti che a maturar pervenissero, e quando l’immensa turba de’poeti che l’innondava, non conoscea perfettamente l’arte da essi con amor professata. Nell’ultimo secolo meglio si conobbe il verace gusto del teatro, e allora il fervore di coltivarlo venne manco. Ignazio di Luzano, che nel 1737 pubblicò una nuova Poetica non meno profonda che elegante, la quale avuto ha gran forza sugli Spagnuoli seguaci dei classici antichi e moderni, ha fatto più d’ogni altro per ristaurare il teatro della sua nazione. Parecchi letterati impresero a scrivere drammi in sui principii di Luzano, ed alla foggia francese; ed egli stesso tradusse il [243] Pregiudizio alla Moda di La Chaussée, ed altre molte traduzioni di Opere francesi furono in quel torno rappresentate a Madrid.

La gloria di avere per primo dato fuori una regolar tragedia pertiene ad Agostino di Montiano, che nel 1750 pubblicò la Virginia, a cui pose in fronte un bellissimo discorso sulle tragedie spagnuole dei secoli antecedenti, e tre anni dopo diè in luce il suo Ataulfo. Queste tragedie fanno poca impressione nel teatro, mancando esse di movimento e di forza; ma per la purità e l’eleganza dello stile e la naturalezza del dialogo, dilettevole n’è la lettura. Nicola Fernando Moratin, venuto appresso Montian, divulgò nel 1763 la Lucrezia, e poco dopo l’Ormesinda, e poscia Gusmano il Buono; le quali tragedie, massime la prima, non hanno gran fatto nello stile la tragica dignità; ma nè regolarità nè interesse vi manca. Don Giuseppe Caldahalso trasse dalla storia nazionale il suo Don Sancio Garzia, acconcio a risvegliare il terrore. Don Ignazio d’Ayala si provò nella sua Numanzia distrutta di riporre in su le scene un argomento già con tanta laude trattato da Cervantes, benchè irregolarmente; ma tutta l’arte d’Ayala non potè supplire all’ingegno drammatico. Don Tommaso Sebastiano y Latre pretese di contribuire agli avanzamenti del teatro col sottoporre alle regole alcuni drammi di Moreto e di Roxas; prova che riescì senza lode.

Si studiarono alcuni poeti di accoppiare la classica eleganza colla immaginazione spagnuola; del qual numero sono don Giuseppe Lopez [244] di Sedano, e don Vincenzo Garzia La Huerta. Il primo fece una tragedia sopra Giaele, ovvero sulla morte di Sisara, dramma che per la sostanza e per lo stile non arriva al mediocre. La Rachele del La Huerta è tenuta la miglior tragedia spagnuola del secolo XVIII; nè già è senza lode e senza pregio, massime per lo stile, ma troppo le manca ad esser perfetta. Egli si provò pure di far gustare a’suoi le tragiche bellezze de’Greci, adattando al moderno teatro l’Agamennone di Sofocle.

Il comico teatro spagnuolo nel secolo XVIII non trapassò la mediocrità del tragico. Nicola Fernandes Moratin appigliossi pure alla commedia, e nel 1762 diè la sua Petimetra, pregevolissima per lo stile e per l’andamento, ma non profonda nella dipintura dei caratteri, e nella piacevolezza, non naturale quanto si richiederebbe. Leandro Fernandes Moratin aveva pel comico più ingegno che suo padre Nicola, come si ravvisa dalle due piacevoli e graziose commedie il Vecchio e la Fanciulla e la Bacchettona. Comparve a Madrid nel 1770 una commedia intitolata Hacer que Hacemos, che noi diremmo Ser Faccendone, nella quale i tratti di carattere debolmente son tocchi, e vi manca interesse e calore. Don Tommaso Yriarte, noto per altri letterarii lavori, ha fatto due commedie che riscossero assai lode, la Mala Educacion e la Senorita Mal-Criada, ovvero la Fanciulla mal allevata, bello argomento per piacere e ammaestrare ad un tempo. L’Accademia di Madrid premiò le Menestrales e le Rodas de Camacho, pregevoli componimenti, ma farse piuttostochè commedie.

[245] Gli Spagnuoli imitatori del teatro francese non hanno sempre fatto buona scelta di esemplari. Studiaronsi alcuni di dipingere, a simiglianza di Marivaux, gli eleganti costumi, la sensibilità alla moda e le passioncelle dell’animo: tal altro provossi nel dramma o commedia sentimentale, ed ebbene lode Javellanos nel suo Delinquente, ove per l’andamento, pei caratteri, per le passioni e lo stile poco hassi a desiderare. Porremo fine a questo sunto con don Ramo di Cruzicano, che nel 1788 pubblicò un teatro con drammi di ogni maniera. A lui particolarmente vien fatto di dipingere i costumi della gente vulgare, e trovasi ne’suoi drammi l’antica nazionale giocondità. A ristabilire la fama degli antichi maestri delle scene spagnuole, La Huerta diè in luce nel 1781 il suo Teatro Spagnuolo in sedici volumi, nel quale ha inframmesso una critica, o, a meglio dire, una invettiva contro il teatro francese. Ma con tutto questo si scorge ch’egli non s’è arrischiato di esporre i pretesi modelli spagnuoli ad una severa ma giusta censura. Nella sua collezione ha riprodotto solamente le commedie di cappa e spada, senza ammettervi alcun dramma di Vega, nè alcuno fra i drammi istorici, o fra gli Atti sacramentali di Calderon, ben conoscendo che queste Opere veramente romantiche sariano state con ragione morse dai critici.

Il rapido trascorrere che abbiam fatto pei diversi generi di poesia, ne mostra le poetiche ricchezze degli Spagnuoli, e il carattere dell’ingegno e del gusto loro, che mai non furono [246] veracemente classici, neppure nel secolo d’oro di lor letteratura. La prosa tenne dietro agli avanzamenti e alle vicende stesse della poesia; perciocchè la lingua vi dispiegò nel secolo XVI assai nobiltà, forza ed eleganza; ma spesse volte il pregio delle idee non corrisponde a quel dello stile. Nei secoli appresso la prosa soggiacque anch’essa al poter del cattivo gusto; essendo che la gonfiezza, le sottigliezze, l’affettazione, un’aria falsamente sentenziosa si scontrano eziandio negli scrittori riputati. E vuolsi aggiungere, che le Opere sopra materie valevoli ad interessare in ogni tempo, com’è la morale filosofica, sono assai minori tra gli Spagnuoli che tra le altre dotte nazioni; sterilità che procede non da penuria d’ingegno negli Spagnuoli, ma dalle instituzioni che ne impedirono il volo, e lo circonscrissero fra subbietti meno importanti.

Tra i prosatori spagnuoli che lasciarono Opere pertinenti alla morale, se ne potrebbero ricordare parecchi prima del secolo XVI, quali sono l’infante don Emanuele, Pietro Lopez d’Ayala e il marchese di Villena, dei quali abbiamo già parlato, che sollevarono per primi la lingua castigliana a tale altezza, forza ed eleganza, da far conoscere che poteva col tempo gareggiar colle antiche. Ma senza ristarci alle Opere didascaliche, nelle quali si veggono i primi passi dell’eloquenza spagnuola, noi esaminerem coloro che più generalmente son noti, ed hanno acquistato la stima delle altre nazioni.

Primo a levarsi ad altissimo volo tra gli scrittori spagnuoli fu Antonio di Guevara, che agguagliò i più celebri de’suoi contemporanei, e [247] giunse ad esser norma agli altri, in guisa che sue Opere studiosamente furono traslatate in tutti i linguaggi. Tanta è la purità e l’eleganza del suo stile, tanta l’aggiustatezza e la solidità de’pensieri, che, se non avesse troppo spessamente inversioni e termini oggidì invecchiati, se non amasse di troppo certe metafore e i periodi posti con simmetria, si potrebbe ancora proporre per un esemplare di eloquenza. Il Marco Aurelio di Guevara fu oltremodo applaudito da tutta la dotta Europa: nè v’ha per avventura altro libro, al dire del Casaubono, eccetto la Bibbia, il quale sia stato tradotto in tante lingue straniere e del quale siansi fatte cotante edizioni. Hacci pure di lui un trattato del Dispregio della Corte, cui egli ben conosceva, essendo cresciuto alla Corte della reina Isabella di Castiglia, e poscia stato predicatore ed istoriografo di Carlo V.

Fernando Peres d’Oliva aveva l’ingegno di Guevara, con forse più arte e buon gusto. Il suo trattato della Dignità dell’Uomo, benchè lasciato imperfetto, è chiaro argomento dell’armoniosa, elegante, grave e robusta sua facondia. È da dolere che non abbia scritto altre Opere didattiche intorno alla morale; se non che della sua celebrità è pur debitore a ciò che scrisse pel teatro, del quale è annoverato fra i creatori.

Pietro Ribadeneira ha scritto due trattati filosofici, intitolati l’uno del Principe e l’altro delle Tribulazioni, pieni ambidue di sodi pensieri e d’una verace eloquenza. Scorgesi in leggendoli essersi l’autore formato in su lo stile [248] di Tullio, da pochi imitato con lode eguale alla sua. Contribuì egli d’assai coll’ingegno suo alla formazione e alla gloria della Società de’Gesuiti; ed è anco locato tra i buoni istorici spagnuoli.

Medina e Marquez, che fiorirono similmente nel secolo XVI, lasciarono parecchi trattati, ove il pregio dei pensieri e dello stile si scorge. Citation/Devise► „Se lor manca, dice Andres, quella vivezza e amena leggiadria che fa leggere con diletto i moderni moralisti, hanno però in quella vece la pompa e i dignitosi ornamenti degli antichi, cui si proposero d’imitare: e se impreso avessero argomenti che più generalmente allettassero; e se nel pensare avessero più seguíto una savia e filosofica libertà, rompendo i ceppi della timida soggezione, sarebbono anche a’nostri dì le delizie de’colti leggitori, come lo furono al lor tempo.“ ◀Citation/Devise

Tra gli scrittori di questo medesimo secolo, molti Ascetici moralisti, non che cedano agli altri, li trapassano nell’eloquenza. E benchè non sia nostro consiglio il trattare della morale religiosa, pure nomineremo i primi di questi Ascetici, le cui Opere sono classiche per lo stile, e si traslatarono in tutte le lingue. Tali sono Luigi di Granata, d’Avila, Luigi di Leone e Rodriguez, il primo dei quali fu soprannominato il Tullio Spagnuolo. Aveva egli assai studiato ne’classici antichi, e nella sua mente fattosi tesoro di lor bellezze, cui più ch’altri sentiva, avendo ingegno da crearle. Un aureo fiume di gravi sentenze, una purissima frase, una dolcissima fluidità di tutta l’orazione rendono veracemente [249] Tulliana la didascalica eloquenza del Granata: ma lo dividono da tutti gli altri in particolare maniera la molta unzione e il patetico giunti alla forza del ragionare. Non è per verun conto inferiore al Granata Luigi di Leon nelle teologiche e filosofiche Opere, tra le quali il trattato della Perfetta Maritata dichiara nella più soda e induttiva maniera tutti i doveri delle mogli. Giovanni d’Avila con tanta lode disseminò la divina parola, che ne fu detto l’Apostolo dell’Andalusia. Le sue Opere spirituali, scritte con forza e con unzione, racchiudono i più utili punti della morale. A degnamente lodare il trattato di Rodriguez sulla Perfezione cristiana, basta ricordare che il gran Bossuet non imprendeva a scrivere senz’averne letto un capitolo. Ma è da dolere che Rodriguez vi abbia poste per entro di molte istorie, che se avessero più verisimiglianza, più edificherebbero.

Al cominciare del secolo XVII fiorirono Quebedo e Saavedra, annoverati tra i più celebri scrittori spagnuoli. Quebedo forse ha più vivace ingegno di tutti gli altri dopo Cervantes, ed una mente che tutte le cognizioni abbracciava, con una ambizione che il traeva a segnalarsi in ogni maniera di versi e di prosa. Ma sua peculiar dote si è l’abilità del motteggiare con una giocondità un pocolino cinica, eziandio quando è da lui applicata a’serii argomenti, e coll’arte di citare innanzi al tribunale dell’opinione gli abusi della società. Visse regnando i quattro Filippi, e fu segretario del famoso duca d’Ossuna, uno de’ministri che a nome di quegli oziosissimi despoti malmenarono [250] l’Italia. I diversi offizi da lui sostenuti il resero acconcio a conoscere le arti della politica e la scienza del governare; delle quali cose potea favellare colla scorta dell’istoria e dell’esperienza. Nondimeno nell’Opera intitolata: Della politica di Dio e del reggimento di Cristo, si avvisa di trovare nella vita di N. S. un modello sufficiente per tutti i doveri del regno, ed esempi per tutte le circostanze di guerra, di finanze e di pubblica amministrazione. Questi, oltre le Opere puramente religiose, com’è la sua Introduzione alla vita devota, ha scritto più trattati di morale filosofica, dei quali forse il più singolare è una amplificazione di quello Sull’una e l’altra Fortuna attribuito a Seneca.

Molte delle Opere di Quebedo sono Visioni; e in queste maggiore è la sua giocondità e più variato il piacevoleggiare. Ma pure è mestieri accordare che ben singolari argomenti per sollazzare sono, ad esempio, un Cimitero, un Diavolo posseduto da un Alquazil, l’Inferno, le Ugne di Plutone, ec. Se non che le costui Opere son pur degne di lode per l’energia e la precisione del linguaggio, per la rapidità dello stile e la pienezza delle frasi in quanto al senso e ai pensieri. S’era egli guardato dall’esagerazione, dalla pompa delle parole, dalle gigantesche immagini e dalle frasi con lunghe inversioni; e più volte aveva del suo grazioso satireggiare fatto bersaglio il mal gusto introdotto dal Gongora; come che per altri titoli ancor egli senta del secolo in cui visse. Amò di farsi conoscere per uomo ingegnoso, usando ad ogni ora piacevolezza, motti ed antitesi, le [251] quali procedendo dall’arte e dalla fatica, eziandio sollazzando ne stancano. Così il principal difetto di Quebedo si è in gran parte il volere spruzzare d’ingegno le idee più comunali.

Saavedra avea di Quebedo un miglior gusto, come quegli che studiato si era di formare uno stile nobile senza affettazione, e conciso senza oscurità. Benchè egli senta i difetti del secolo, e si possa ripigliar talvolta di essere più armonioso che energico, e più ingegnoso che sodo nei pensieri; pure la sua Idea d’un Principe politico è degna della fama che gode. Il perchè con ragione Mayans nella Rettorica lo cita spesse volte come un modello d’ogni maniera d’eloquenza. Ma per quanto allettamento egli abbia, per quanto ricreamento nello stile e ne’pensieri, un severo gusto non lo antiporrà mai ai celebrati scrittori del secolo precedente, i quali per la semplicità, la nobiltà e l’abbondanza saranno sempre da più di Quebedo, di Saavedra, e de’costoro imitatori, non ostante la studiata energia, altezza e brevità loro.

Dopo i famosi uomini di cui abbiam favellato, il cattivo gusto si allargò per tutta la Spagna; e quelli furon più riputati che più si abbandonarono alla gonfiezza, ai giuochi di parole e alle sottilità. Baldassare Graziano, per cercar sempre il forte e il sublime, divenne gigantesco e si perde nelle nuvole. Tanto egli differisce da’buoni scrittori, dice un critico, quanto Don Chisciotte da’veraci eroi. L’uno e gli altri hanno una falsa aria di grandezza, che dagli sciocchi è ammirata, e fa ridere i savii. A [252] proseguire il qual parallelo, diremo che Don Chisciotte in mezzo alle follie diceva sensatissime cose; e Graziano, nonostante i moltissimi pensieri sconnessi, falsi, oscuri e inconcepibili ha parecchie massime espresse con vivezza ed ingegno e gravide di senno. Sarebbe egli stato un buono scrittore, se non avesse voluto essere straordinario. Per tutto si scorge un uomo ingegnoso che procaccia di alzarsi su tutto ciò che è comune, ma che spesso varca i confini della natura e della ragione.

Le Opere di Graziano si riferiscono alla elegante morale del mondo, alla morale teologica, alla critica poetica ed alla rettorica. Della prima maniera sono i suoi trattati il Discreto, l’Eroe, l’Uomo di Corte, l’Uomo universale, l’Uomo ingannato, ovvero il Criticone; dei quali il più generalmente letto e più volte traslatato si è l’Uomo di Corte, in cui si trovano molte sagaci e giuste osservazioni e grande pratica del mondo. L’Uomo ingannato, ovvero il Criticone, è un allegorico e didattico quadro della vita umana diviso in epoche, da lui chiamate crisi, e frammischiato di un romanzo poco dilettevole. Egli nel trattato della Finezza dello Spirito ha mostro il carattere del gusto suo e de’suoi contemporanei, dicendo che si oppone al gusto spagnuolo il sottoporsi ad un regolare andamento; che va più al verso di questa nazione il modo di Marziale e di Seneca, e che trapassare d’una in altra ragione, e annodare il ragionamento è un trastullo praticato nell’infanzia dei Greci.

Nel principio dell’ultimo secolo, Nasarro, [253] Luzano, Montiano ed altri dotti spagnuoli lasciarono il cattivo gusto de’loro antecessori, e intesero ad imitare i grandi esemplari dell’antichità. Ne seguì pur con laude le vestigia Gregorio di Mayans, e pro maggiore arrecò coi precetti che cogli esempi. Ma di tutti gli scrittori spagnuoli del secolo XVIII, nessuno venne a maggior fama di Freyioo, autore d’una pregevolissima raccolta di Saggi morali, letterarii, critici, filosofici, ec., la cui lettura per la varietà e il diletto delle materie, per l’erudizione, il sano discernimento, l’ingegno con cui son trattate, riesce non meno utile che sollazzevole. Non se gli può’negare una singolar lode come scrittore, avvegnachè con assai ordine e chiarezza divide le materie, con molta forza espone le prove, e sa di similitudini e di convenevoli esempi fortificarle; ha l’arte di preoccupare e sciogliere le obbiezioni; finalmente ha lo stile naturale, dolce e vivace e di un assai rapido andamento. Perlochè v’ha di coloro che stimano lui essersi nutrito colla lettura dei libri francesi.

Questo celebrato scrittore in uno de’suoi Saggi da gran lode al Trattato della Filosofia morale di Codorniu, il quale ha, per suo dire, il pregio specialmente d’essere al tutto originale in un argomento da tanti altri trattato. Anche il celebre medico Piquer riuscì in gran parte originale nel suo libro della Moral Filosofia per la gioventù spagnuola, dove ingegnosamente applicò le anatomiche dottrine alla vera e pratica spiegazione delle passioni dell’animo, de’caratteri e del fomite e degli effetti loro. [254] Con maggiore apparato di moltiplice erudizione, ma forse con soverchia prolissità scrisse il Mayans la sua Etica; e parecchi altri Spagnuoli, o in corpi interi, o in particolari trattati, illustrarono la filosofia morale.

Resta che noi favelliamo degli scrittori, i quali hanno delle finzioni fatto uso, tanto per adornare i precetti della morale, quanto per metterne sott’occhio la dipintura dei costumi e dei caratteri.

Le più antiche Opere di questa maniera, e in uno della lingua castigliana, sono i romanzi cavallereschi. Pretendono gli Spagnuoli che l’Amadigi di Gaula, tenuto pel miglior romanzo di un tal genere, appartenga alla loro nazione, e attribuisconlo a Vasco Lobeira, che viveva tra il 1200 e il 1300; se non che più critici avvisano che quegli il trasse da qualche più antico romanzo francese. E saria cosa, dicono essi, da farne le meraviglie che uno Spagnuolo posto ne avesse in Francia la scena, nè condotto il suo eroe nella Spagna, nè dategli brighe coi Mori, le cui guerre erano sempre la grande occupazione degli Spagnuoli. Che se si vuol risguardare pel verace autore dell’Amadigi colui che per aver corretto il vecchio testo, e datagli una forma tutta nuova, il primo lo ha fatto leggere, questa è laude dello spagnuolo Garzia Ordognes di Montalvo, che pubblicollo a Salamanca nel 1525, e da cui Bernardo Tasso tolse l’idea del suo bel poema intitolato l’Amadigi.

Ciò che divide questo romanzo dagli altri cavallereschi, si è una maggiore delicatezza di [255] affetto e maggior tenerezza, e un non so che di più mistico nell’amore. Vi si trova eziandio più interesse, benchè il maraviglioso vi signoreggi, come in tutti i romanzi simiglianti. Ci ha chi presume aver l’Amadigi e le sue molte imitazioni contribuito a rendere gli Spagnuoli il popolo più cavalleresco di Europa. Ma questo carattere essi piuttosto lo deggiono all’emulazion loro cogli Arabi, cui soli ebbero a maestri in un tempo in cui quel popolo coltivava con amore le lettere, ed era pervenuto ad essere delicato negli affetti, aggiustato nel ragionare, puro ed elegante nella favella. Le guerre dagli Spagnuoli con tanta costanza sostenute per più secoli contro i Mori, ne fomentarono lo spirito cavalleresco, ed ebbero molto potere sul nazionale carattere.

Tengono i più che l’instituzione della cavalleria abbia fatto avanzare l’incivilimento delle nazioni moderne coll’introdurre il rispetto e un cotal culto pel gentil sesso, collo stabilire il punto d’onore, e col formare del coraggio una qualità necessaria per tutti gli uomini. I primi che scrissero le storie cavalleresche, furono uomini di un carattere grande, che si proposero d’infondere sensi generosi, e di risvegliar l’entusiasmo delle laudevoli azioni. Ma presto alle istorie si mischiarono le fole; e poscia si composero libri di sola finzione, senza fondamento di verità. La facilità d’inventare, la certezza di farsi leggere, narrando strani avvenimenti, aperse la letteraria carriera a molti poveri d’ingegno e di studio; e allora il buon gusto e il buon senso ne patirono egualmente. [256] Nelle molte imitazioni dell’Amadigi di Gaula, quali sono l’Amadigi di Greica, il Florimante d’Ircania, il Galaorre, il Florestano, l’Espandiano, ec., si vide la gonfiezza orientale in luogo dell’antica semplicità, l’amore divenuto una sottigliezza, e il valore inverecondo, la religione mischiata colle favole, e il fanatismo metter fuori la testa. Vantasi l’immaginazione che si trova nei più tristi di tali romanzi: ma quando le loro invenzioni non si appoggiano ad alcuna realtà, che altro sono esse se non se assurdità e stravaganza? Hanno ricchezza d’incantagioni, di prodigii, di mirabili avventure: ma quando mai vi si scontra la natura, quando la verisimiglianza della finzione, dote indispensabile nelle belle lettere? Non porgono queste Opere alcun ammaestramento, perciocchè sendo straniere al mondo, nessuna cosa può applicarsi alla vita. Nondimeno si leggevano con avidità, e tenevano occupata non pur l’infima gente, ma eziandio la primaria, e inspiravano il fastidio dei solidi studi. Un cotal pravo gusto dei romanzi cavallereschi continuò a signoreggiare in mezzo alla luce del secolo decimosesto, allorchè il gran Cervantes si propose l’utile e patriotico consiglio di ritrarre i suoi dalla lettura di questi romanzi, percuotendoli colle armi del ridicolo.

Cervantes divulgò nel 1605 la prima parte del suo Don Chisciotte, il quale produsse un effetto pronto e generale ad un tempo, e locò l’autore tra i più grandi pittori della natura, e tra gli uomini la cui celebrità non si restringe ad un linguaggio e ad un paese. Il Don [257] Chisciotte è senza dubbio il primo tra i romanzi critici e morali. Il Gilblas e il Tom-Jones, che gli si vorrebbero agguagliare, hanno su quello il vantaggio di essere stati scritti in tempo di maggiore coltura. Gli eroi di questi romanzi, appartenendo ad una classe ordinaria, passando pei diversi stati della società e per le diverse vicende della buona e della mala ventura, ne mostrano quadri a noi più vicini e più conformi ai nostri costumi, e lezioni ed esempi che noi possiamo meglio applicarci: ma nel Don Chisciotte ha un estro originale che negli altri due non si scontra, se non in un grado inferiore; ha un’immaginativa assai più vivace, una mirabile fecondità di mezzi per variare le scene e inventar novelli incidenti in un teatro che parea ristrettissimo, e che a lui offeriva assai meno aiuto che l’intero cerchio d’una vita agitata da diversi avvenimenti e occupata da diverse professioni, quali sono quelle che trascorrono gli eroi di Le Sage e di Fielding. Il Gilblas e il Tom-Jones sono opere di due sottilissimi osservatori e pieni di spirito e d’ingegno: il Don Chisciotte è opera di un uomo di genio.

Nei fasti della letteratura non v’ha forse altro esempio che ci renda tanto attrattiva in un lavoro di più volumi la lettura di stravaganze così bizzarre e lontane da noi, delle quali appena possiamo concepire la verisimiglianza e la possibilità, e che non hanno con noi quell’attinenza che sola può rendere interessante la follia, l’attinenza d’una passione che possa un giorno tiranneggiare ancor noi. [258] Cervantes fa anche di più; egli ci fa amare questo pazzo, questo bizzarro; ci fa stimare Don Chisciotte. Il suo amabile naturale, la candidezza dell’animo, il disinteresse, il valore, le illusioni, le pene, tutto ci alletta e interessa. La sua mente illuminata spesso c’istruisce; il buon senso e l’eloquenza ci strascinano dietro lui. Nessuno meglio discorre della guerra, della pace, dello studio, della letteratura, della poesia, della religione. Nessuno meglio si gabba dell’astrologia, della pedantesca erudizione, dei commentatori e di mille altre cose che si ammiravano al tempo di Cervantes. Don Chisciotte non è solo eloquente, quando è ragionevole, e nel bel conversare che egli fa sopra molti obbietti estranei all’errante cavalleria: lo è similmente quando si tratta di giustificare le sue bizzarre stravaganze. Non se gli risparmiano le più forti obbiezioni; e pare che non debba poter risponder parola a chi gli mostra la sua pazzia: ma egli riepiloga tutte quelle obbiezioni, le esamina con bell’ordine, le ribatte con discernimento; e la scempiaggine o la falsità che ponno essere nel suo ragionare, le compensa coi generosi affetti e col magnanimo pensare; per modo che sempre si ama questo dabben cavaliere, di cui disordinato è il cervello, ma il cuor sempre buono e sempre eroico il valore.

Il grande ingegno di Cervantes si dispiega sopra tutto nel comico, e in un comico che non offende mai nè i costumi, nè le leggi, nè la religione. Il carattere di Sancio Panza forma un graziosissimo contrasto con quello del suo [259] padrone. Mentre che l’uno è, per così dire, tutto poetico, l’altro è tutto prosastico. Si dichiarano in Sancio le qualità e i difetti dell’uomo volgare, ma congiunti con un certo grado di bontà, di fedeltà e anche di sensibilità, senza essere un carattere odioso. Cervantes ha voluto che Sancio si amasse così come Don Chisciotte, benchè si faccia beffe di loro; e in tutte le cose li pone in contrasto senza dividere fra essi la morale ed il vizio.

Egli non s’indirizza solamente all’intelletto, nè tragge tutte le sue invenzioni dalla piacevolezza. Il suo principale eroe non potendo risvegliare un interesse drammatico, Cervantes ha voluto almeno provare colle novelle che ha frammischiate alla principale istoria, che sapeva a suo senno eccitare un più vivo interesse colla dipintura di tenere o passionate situazioni e coll’introdurvi romanzeschi avvenimenti. Queste diverse novelle formano una parte molto ragguardevole dell’Opera; e per la natura dei fatti e pel carattere e pel linguaggio hanno una infinita varietà. Lo stile di Cervantes è d’una bellezza inimitabile; candido e schietto come quello degli antichi romanzi cavallereschi, e ad un tempo così vivace nel colorito, così preciso nell’espressione, così armonioso, che nessuno scrittore spagnuolo l’ha uguagliato. Molte delle sue parlate sono celebratissime per l’eloquenza oratoria.

Fra tutti i romanzi moderni nessuno ha somministrato una fonte così copiosa, come il Don Chisciotte, per moltissimi autori che ne han tratto l’argomento delle Opere e delle [260] imitazioni loro: prova evidente che in questo romanzo i caratteri sono ritratti con più originalità che negli altri, che i personaggi vi si rappresentano con una verità più manifesta, che le scene sono più vivaci e con maggior piacevolezza inventate. Citation/Devise► „La Spagna, dice il signor Sismondi, ci è stata scoperta da Cervantes: le usanze, i costumi e lo spirito de’suoi abitatori sono dipinti in questo specchio fedele, per modo che noi meglio conosciamo questa nazione pel Don Chisciotte, che pel racconto e per le osservazioni dei più minuti viaggiatori.“ ◀Citation/Devise

Citation/Devise► „Di tutti i libri da me letti, diceva il celebre S. Evremont, il Don Chisciotte è quello che io amerei d’avere scritto.“ ◀Citation/Devise

Si è fatta distinzione dei romanzi cavallereschi dagli eroici, nei quali s’introducono eroi immaginarii, ovvero illustri personaggi della storia. Gli Spagnuoli non hanno in cotal genere cosa da poter comparare coi romanzi francesi di Scuderi, di La Calprende e di Gombreville; ma essi non deggiono rammaricarsi di non esser riesciti in cotal falsità. Il solo romanzo Persile e Sigismondo può ricordarsi con laude tra i romanzi eroici; e di questo similmente è autore l’immortale Cervantes. Questa fu l’ultima Opera sua, della quale dettò la dedicatoria dopo aver ricevuto l’estrema Unzione; e in essa più che nelle altre sue letterarie fatiche egli riponeva la speranza di una riputazione durevole. Gli Spagnuoli locaronla subitamente di costa al Don Chisciotte; ma questo giudizio favorevole di troppo non è stato approvato. Certo è [261] lavoro di una ricca immaginativa, che però spesso trabocca fuori del verisimile e del possibile. Cervantes degli altri romanzi aveva fatto scena la Spagna, l’Italia, la Grecia, la Barbaria, paesi a lui ben noti; ma nel Persile e Sigismondo, per esso intitolato Istoria Settentrionale, trasporta la sua finzione nel Settentrione, cui risguarda siccome il paese de’Barbari, degli Antropofagi, dei Pagani e degli Incantatori; la quale strana supposizione ne fa tanto più maravigliare, in quanto che egli colloca l’istoria non in una remota e oscura antichità ricevitrice di favole, ma tra i suoi contemporanei. Cotal difetto di verisimiglianza senza fallo nuoce all’interesse: al che aggiungi che le avventure di que’due eroi è interrotta da moltissimi episodii, i più dei quali son troppo straordinarii per dovere interessare. In somma Cervantes è quivi caduto nella più parte dei falli per lui con tanta piacevolezza censurati nel Don Chisciotte. È stato anche osservato che in quest’ultima Opera egli degenera da quei generosi ed umani sentimenti che fanno amare l’autore nelle altre Opere; e così pare che, invecchiando, adottasse i principii d’intolleranza e di superstizione, che misero così profonde barbe sotto i Filippi, tiranni e deboli principi ad un tempo.

Mentrechè erano ancora in gran voga i romanzi di cavalleria, se ne introdusse un’altra maniera che meno si diparte dalla natura, cioè i romanzi pastorali, dove in qualche modo si è fatto rivivere il gusto dei Greci. Primo a segnalarvisi fu Giorgio di Montemayor, autore della Diana; la quale però dee riputarsi, anzi che [262] un romanzo, l’espressione degli affetti del suo cuore e il quadro ove gli è piaciuto di adattare le sue amorose poesie. Nessun altro libro spagnuolo dopo l’Amadigi era maggiormente piaciuto; e come quegli era stato padre di una numerosa famiglia di romanzi cavallereschi, così da questo uscirono moltissimi romanzi pastorali. La prosa di Montemayor è assai numerosa ed elegante, e in generale più semplice che quella de’suoi predecessori; nè dalla semplicità si allontana, se non che nelle filosofiche discussioni sull’amore. In esse, qualvolta vuol essere profondo o sottile, divien pedantesco. La grazia de’suoi versi, la delicatezza ed armonia loro l’hanno locato tra i buoni poeti spagnuoli. La scena di questa pastorale è appiè delle montagne di Leone: il tempo dell’azione non è agevole a ravvisarsi; perciocchè la geografia, i nomi e quanto v’ha di naturale nei costumi e nelle usanze è moderno, ma la mitologia è tutta gentilesca.

Gil Polo, Alfonso Perez e altri romanzieri hanno trattato lo stesso argomento di Montemayor, cominciando essi dove questi aveva lasciato, nella stessa guisa che fatto hanno molti italiani poeti dell’Orlando del Boiardo e dell’Ariosto; se non che quegli hanno minor ricchezza di avventure, che di bei versi e di begli affetti. Il famoso critico Andres giudica che la Diana innamorata d’Egidio Polo è da anteporre a quella di Montemayor e per l’invenzione e per lo stile così in versi come in prosa; che la tela n’è ordita con varietà d’incidenti naturali e spontanei, senza incantesimi e stranezze, senza [263] sottilità e affettazione: ma nondimeno lo nota talvolta di durezza nello stile per cagione delle forzate inversioni. La Diana di Perez non ebbe come le altre due il voto dei critici, e Cervantes dannolla al fuoco con molti altri cavallereschi e pastorali romanzi.

Cervantes ne diè anch’egli un’imitazione della Diana di Montemayor nella sua Galatea che è in due volumi, e non per questo è compiuta. Egli vien ripigliato d’aver frammischiato troppi episodii al principale avvenimento, e introdotti troppi personaggi, e di confondere colla moltitudine dei fatti la mente del leggitore che non può loro tener dietro. Notasi ancora che in questo romanzo, suo primo lavoro, lo stile è men puro’ed elegante che negli altri. Nondimeno la parte dei costumi e l’interesse delle situazioni e la ricchezza delle invenzioni e la grazia della poesia in essa frapposte sempre hanno collocato la Galatea, tra le classiche Opere della Spagna. Il francese Floriano, nel darne un’imitazione, ne ha fatto un sunto con molto buon gusto, e n’ha renduto popolare la lettura.

Una qualità di romanzi dagli Spagnuoli coltivata per tempo, e che sembra loro propria, sono i romanzi piccareschi, i quali si prendono per argomento le industriose frodi, e le dolose e artifiziose invenzioni de’pitocchi e de’furfanti. Se si dee credere agli Spagnuoli, i paltonieri di altri paesi non agguagliano i loro negli artifizi, nelle furberie, in quello che dicesi spirito di corpo, e nell’essere subordinati ad una interior polizia, sempre armata contro quella della civil società. Il primo romanzo piccaresco [264] è il Lazzarillo di Tormes scritto da don Diego Hurtado di Mendoza, istorico e poeta famoso, il quale lo compose nella sua prima gioventù, essendo ancora scolaro a Salamanca. Nondimeno ben conosceva i costumi e i vizi del popolo, e dipinse i pezzenti e i furfanti con quella piacevolezza e con quel sale che è solo il frutto della lunga esperienza del mondo. Il Lazzarillo di Tormes fu corretto ed accresciuto da uno chiamato di Luna, sconosciuto nel resto, e con questa forma va per le mani. Questo romanzo è un racconto tessuto di furberie e di furfanterie di un giovine nato nell’oscurità e nell’indigenza, e vi si scontra il carattere della gaiezza spagnuola, la quale consiste nel porre tutti gli ignobili vizi in contrasto col riserbo, colla dignità delle nazionali maniere.

Non men famoso di questo romanzo è la Vita del Picaro Gusmano d’Alfarache scritta nella metà del XVI secolo da Matteo Alemanno, la cui viva e feconda immaginativa trovò sì nuovi e curiosi accidenti, e li narrò con tanto ordine e metodo, e con uno stile sì puro, chiaro, elegante e dilettevole, che le colui furberie ne porgono una sollazzevole lettura, non ignuda di ammaestramento per la società; e si sono rendute famose non pure agli Spagnuoli, ma alle altre nazioni eziandio. Così questo, come il precedente romanzo furono traslatati in tutte le lingue: ma il favore onde quello fu accolto dal pubblico non impegnò fautore a terminarlo. La continuazione che ne fu pubblicata sotto il nome di Matteo Luzano, è molto lontana dall’originale per essere a quello comparata.

[265] Tra le novelle del rinomato Cervantes una ve n’ha intitolata Rinconetta e Cortadillo, del genere piccaresco, che è l’istoria di due garzoncelli: novella scritta con assai maggior piacevolezza che non è quella degli Spagnuoli, la quale sembra al tutto riserbata per dipingere la bassezza. “Non si pigliano essi la licenza di ridere, al dire del signor Sismondi, se non di coloro che hanno in non cale l’onore.”

Quebedo, uno dei più celebrati scrittori spagnuoli dopo Cervantes, prese a gareggiare coll’autore del Gusmano scrivendo la vita del gran Taccagno; ove ha riunite molte azioni d’una piacevole e feconda inventiva, e sparso lo stile di motti ingegnosi e salsi; ma troppo segue gli equivoci e i falsi concetti e le soverchie esagerazioni; nè si accostò all’eleganza, all’aria e alla dignità storica, che l’Alemanno seppe dare alle scherzevoli gesta del suo Gusmano. L’istoria della Picara Giustina è tenuta per la migliore imitazione di quest’ultimo romanzo. Taluno ha dato biasimo agli Spagnoli, gente di carattere così serio, di profondere le riccheze e la nobiltà della lor lingua nel rappresentare costumi ed obbietti tanto comuni e bassi. Ma gl’Inglesi ed i Francesi hanno essi pure romanzi siffatti; e la lingua spagnuola maestosa invero, ma ricca e pieghevole, è acconcia a tutti gli stili.

Se trapassiamo ai romanzi più direttamente critici e morali, è d’uopo risalire al secolo XIV per trovare la prima Opera di un tal genere.

Il principe don Giovanni Manuele, disceso da [266] un ramo della real casa di Castiglia, compose col nome del Conte di Lucanor una raccolta di novelle nel tempo stesso che Boccaccio scriveva le sue nella forma di Decamerone; e questa è la sola maniera di simiglianza che v’abbia fra loro. Il Lucanor è l’opera di un uomo di Stato, il quale per mezzo di apologhi voleva dar lezioni di politica e morale ad una grave e seria nazione: il Decamerone è l’Opera a un uomo sollazzevole, che più si studia di dilettare che di ammaestrare. Le novelle del Lucanor, le quali montano a quarantanove, sono in generale distese con semplicità e con grazia; e la morale di ognuna è ristretta in due versetti singolari per la precisione e pel loro buon senso.

Le novelle che Cervantes ha sparse nel suo Don Chisciotte sarebbero invero un bastante argomento che egli in tal genere non cede a veruno; ma questo meglio si ravvisa dalle sue Novelle esemplari, da lui date in luce nell’età di sessantacinque anni. Sono elle dodici novelle morali, o instruttive, genere di composizione fino allora senza esempio nella moderna letteratura; posciachè quegli non si prese per norma il Boccaccio e gl’italici novellieri, il che neppure fece poscia il Marmontel nelle sue morali novelle: le diresti anzi altrettanti romanzetti, nei quali l’amore è quasi sempre con delicatezza maneggiato, e le strane avventure porgono occasione ai passionati sentimenti. La prima novella intitolata la Gitanilla, ovvero la Donna di Boemia, contiene un ingegnosissimo quadro di quella razza di gente un tempo [267] sparsa per tutta Europa, e che in nulla si sommetteva alle leggi sociali. La seconda, che ha per titolo l’Amante liberale, è un’avventura di Cristiani schiavi dei Turchi; e questa per certo è di tutti i romanzi di un simile argomento il più interessante. Le altre hanno esse pure somma varietà d’invenzione. Il Licenziato di Vetro, e il Dialogo dei due Cani dello Spedale sono due satiriche dipinture, ove appare il molto ingegno dell’autore. Il Geloso dell’Estremadura è similmente mordace per la pittura dei caratteri, per l’intreccio e per l’affettuosa maniera con che è raccontata la catastrofe. Citation/Devise► “Le novelle del Cervantes, al dire dell’Andres, nascondono la finzione e presentano ogni apparenza di verità: sono eccellenti squarci d’immaginazione ed eloquenza e i capilavori delle novelle. Ma è da dolere che vi si trovino mediocrissimi versi, alcuni colloquii troppo concettosi e poco naturali, e argomenti non gran fatto interessanti e poco degni della sua penna.” ◀Citation/Devise

Cervantes è stato il modello dei romanzieri spagnuoli di ogni maniera. Tra’suoi più fortunati imitatori è l’autore della Storia di Fra Gerondio, la quale è tenuta per l’Opera più ingegnosa uscita nella Spagna nel secolo XVIII. Era l’eloquenza cristiana nella più scandalosa maniera degradata, quando uno scrittore d’originale ingegno imprese a correggere i predicatori con un comico romanzo; e narrando la vita di un ridicolo monaco, fe’su i mali predicatori quell’impressione che avea fatto Cervantes sugli erranti cavalieri colla vita d’un [268] cavaliere impazzato. L’autore, il Gesuita dell’Isla, si tenne occulto; ma i nemici che a lui suscitò quella graziosa satira, ben presto il disvelarono. Indarno egli seminò nella sua Opera le più sane massime della morale e della religione: lo zelo non lo salvò dall’animosità, massime degli Ordini mendicanti, che d’invettive l’oppressero, e all’Inquisizione se ne richiamarono. Non si vuole a lui negare una vivace e feconda immaginativa, un intelletto ricco di sottili e vivaci pensieri, uno stile semplice, leggiadro e pieno di sale. Quante particolarità bene inventate e ordinatamente esposte! quanti dialoghi veri e naturali! quante vive e parlanti dipinture! quant’altri pregi d’invenzione e di stile lo manifestano uno scrittore originale! Così un miglior fondo di dottrina, una più vasta e scelta erudizione, una più fina critica ed un gusto più squisito ne avessero regolato la fantasia, e scorta l’elegante sua penna e graziosa! Il romanzo di Fra Gerondio sarebbe stato di maggiore utilità e ammaestramento: pure, tuttochè a censura risguardi particolarmente la Spagna, è stato tradotto e gustato dagli stranieri. L’autore ha avuto il più lusinghiero onore a cui potesse aspirare; perciocchè ai dispregevoli predicatori degni d’essere o corretti, o cacciati dal pulpito, dassi il nome di Fra Gerondio.

Tra i romanzi spagnuoli comparsi nell’ultimo secolo, si vogliono anche ricordare l’Eusebio e l’Antenore di Montengon. Il primo interessa fin dal principio, e guida il suo alunno Eusebio per mezzo a tanto moltiplici avventure, donde egli tragge morali lezioni, che tiene attento il [269] leggitore, gli va al cuore, e profondamente vi scolpisce i principii che vuole inculcare. Benchè l’istruzione volesse essere più soda, nondimeno nell’applicazione de’principii, nell’invenzion della favola, nella verità dei dialoghi, nell’evidenza delle descrizioni e nelle altre parti della romanazesca composizione, ha tutte le qualità che in cotai romanzi didascalici si possano desiare. Il Viaggio d’Antenore di questo autore è una lodevolissima imitazione del Viaggio del giovine Anacarsi; e ne porge maggior varietà e diletto nelle romanzesche avventure, che non fa l’Opera del celebre Barthelemy; ma però minor cura e profondità in tutto quel che appartiene alla geografia, all’istoria, alle arti, alla filosofia, e per conseguente minore utilità. Montengon guida Antenore per molti viaggi e curiosi accidenti nell’Italia; lo fa ristare nell’antica Venezia, e fondare Padova e Venezia, e dare in qualche modo principio a quei floridi Stati. Quest’Opera ha preceduto il Viaggio di Antenore in Grecia e in Asia, composto dal francese Lautier.

Chiuderemo quest’articolo sulla letteratura spagnuola con un’osservazione del celebre critico per noi ricordato sì spesso. Citation/Devise► “Ella ha fiorito con tutto il vigore, dice Sismondi, fin dal principio nelle antiche romanze, ossia canzoni isteriche castigliane. Tutto il fondo delle idee, delle immagini, degli affetti e delle avventure, di cui ha fatto uso in appresso, si trova già in quel vecchio tesoro. I poeti del regno di Carlo V, Roscano, Garcilasso e gli altri imitatori degli Italiani, dierono alla poesia [270] una forma, non mia vita novella. I medesimi pensieri ed affetti romantici si scontrano nei poeti di questa scuola, ma con adornezze novelle. Quando cominciò il teatro spagnuolo, questo primitivo fondo d’immagini, d’avventure e di affetti fu posto in opera con forma diversa. Lopez di Vega e Calderon trassero in sulla scena i subbietti delle antiche romanze, e viver fecero nel drammatico dialogo ciò che lungo tempo innanzi nei nazionali canti trovavasi. Per tal guisa con un’apparante varietà il fondo della letteratura non era per niente dovizioso, e ne procedè una uniformità di cui noiati si sono gli stessi Spagnuoli.” ◀Citation/Devise

Se elli potuto avessero coltivare tutte le facoltà che recano a perfezione l’umano ingegno, se al loro pensare non si fossero troncate le ali, sarebbono per certo usciti dei loro ristretto arringo, e sarebbero iti così innanzi come le altre nazioni. Ma perduto avrebbono, giusta la Schlegel, il grande vantaggio di conservare lo spirito romantico, e di poter fare Opere degne della scuola di Vega e di Calderon; con che quegli dimentica aver gli Spagnuoli per più d’un secolo ormato questi grandi romantici, ed imitatone i difetti senza ritrarne le bellezze. Avvisa lo Schlegel, che se gli Spagnuoli non si sono nel secolo XVIII segnalati con alcun’Opera di un pregio singolare, procedè dall’essersi sforzati di seguitar le fogge dei classici; dicendo le quali cose egli si scorda che un doppio servaggio di più secoli avea spento ogni inspirazione del genio, ed essere da natura che il funesto potere della schiavitù abbia forza eziandio [271] quando è distrutta. Del rimanente lo Schlegel reputa bene avventurosa la Spagna di niente aver fatto in letteratura per un sì lungo intervallo di tempo. Citation/Devise► “La sua penisolare situazione, egli dice, ha consentito che gli Spagnuoli sonneggiassero durante il secolo XVIII; perciocchè qual cosa potevano fare di meglio?” ◀Citation/Devise Certo non si è mai avverato quel bel detto di Luigi XIV: Non vi sono più Pirenei; ma non è questo il riparo che ha impedito l’avanzamento della dottrina; e la Spagna, con tutta la sua penisolare esistenza, agguaglierebbe le altre nazioni, se non fossero le instituzioni che dal rimanente dell’Europa l’hanno partita. Non v’ha persona, all’infuori di qualche sbracciato romantico, la quale avvisi esser meglio per una gran nazione il sonnecchiare un secolo intero che il provarsi di abbandonare il romanticismo, vale a dire l’infanzia dell’incivilimento, delle lettere, delle scienze e delle belle arti. ◀Niveau 1

1V. Napoli-Signorelli, Storia Critica de’Teatri, tom. IV, lib. 6.