L’Osservatore veneto: Numero CII

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N° CII

A dì 23 gennaio 1761 M. V.

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Metatextuality

L’Osservatore.

Io tralascerò per oggi di favellare d’ombre e di cose d’aria, e ragionerò di corpi e di cose di sostanza; e attenda Ulisse Tiresia colaggiù, dove io lo collocai, fino a tanto ch’io abbia finito di narrare quello che m’è accaduto ieri con quattro compagni uomini dabbene. Udii a picchiare all’uscio mio, e domandato chi fosse, mi vidi a comparire davanti que’quattro giovani i quali mi scrissero nella passata settimana intorno al fatto dell’Osservatore. Facemmo insieme molti convenevoli, de’quali non importa però ch’io dica tutte le particolarità; basta che terminammo col metterci tutti a sedere intorno al fuoco; e io apersi il ragionamento con questo

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Proemio.

Metatextuality

Cortesi giovani, io non saprei veramente ritrovare tante parole che fossero bastanti a ringraziarvi della gentilezza vostra, che abbiate voluto alleggerirmi con così degna risoluzione da un peso che m’aggrava forse più di quello ch’io potessi comportare. E tanto più vi debbo testificare la gratitudine mia, perch’io veggo tale intenzione esservi venuta in un tempo, in cui sono per tutta la città i sollazzi maggiori che nelle altre stagioni. Io credea che pochi altri ci fossero, svogliati e di malinconico umore come sono io, i quali ritrovassero il passatempo loro in una stanza, col calamaio e co’fogli davanti. Ma pure, poichè così è, facciasi come voi volete, ch’io ve ne sarò sempre obbligato. Prima però che voi cominciate quell’opera che ora volgete in mente, è di necessità ch’io vi dica alcune poche parole. Accettatele di buon grado e qual da persona ch’essendosi occupata un anno intero in questo esercizio, ha acquistata la cognizione di certe particolarità, che dalla pratica solo possono essere manifestate. Voi vedete quanti sono i cervelli degli uomini; e quasi parrà impossibile ch’essendo fatti tutti d’una pasta, pensino tutti diversamente. E pure è vero. Non c’è diversità al mondo maggiore di quella delle opinioni. In esse però io metto due diversità generali. V’ha una porzione d’uomini, che pensa da sè, e un’altra che pensa con gli orecchi. Quella che pensa da sè, pensa in due modi. Il primo modo è di meditare e riflettere a quello che legge, e giudicare infine, secondo che le pare, o bene o male; il secondo è di leggere a salti o col capo altrove, o di non leggere anche, e sentenziare i libri. Quelli che pensano con gli orecchi, pensano tutti ad un modo, perchè, leggano o non leggano, non direbbero mai una parola; ma attendono sempre che gli altri gli avvisino di quello che debbono dire, sicchè se fossero sordi, sarebbero anche mutoli e non avrebbero cognizione veruna. Se s’abbattono dunque ad udire chi abbia, leggendo, meditato, giudicano secondo che merita l’opera; ma se per avventura odono i giudizi di coloro che leggono spensieratamente, danno quel giudizio che ne viene, diritto o torto, secondo che vuole la fortuna. Per la qual cosa voi potete comprendere quanto sia difficile il dar nell’umore ad ogni uomo, quando si pubblicano i propri pensieri con le stampe. Aggiungete a questa difficoltà, comune a tutti i libri, un’altra particolare e propria di questi fogli. Ogni altro libro va per lo più nelle mani di quegli uomini i quali fanno quella professione di cui tratta esso libro; imperciocchè chi non è avvezzo a quell’argomento, poco si cura di leggerlo. Onde uno scrittore di medicina, per esempio, avrà a fare co’medici, uno d’agricoltura con chi si diletta di coltivare i terreni suoi, uno d’architettura con gli architetti, e così dite degli altri. Sicchè chi scrive cose particolari, ha a fare con pochi cervelli, e sa in breve s’egli è scrittore o buono o tristo. In questi fogli la cosa va ad un altro modo. Voi vedete che si parla in essi quasi sempre di costumi, argomento che a guisa di immensa rete si stende sopra tutti gli uomini; e perchè ancora si renda più universale, si cerca di vestire di foglio in foglio la materia che si tratta con qualche invenzione; si tenta che lo scrivere sia facile, chiaro e inteso da ognuno. Questo fa che ogni genere di persone se ne invoglia e vi sieno concorrenti al comperargli, onde vanno sotto al giudizio di maggior quantità di cervelli che qualsivoglia altro libro. Di qua nasce che se n’odono infiniti ragionari e tutti di varie sorti, tanto che in un giorno m’è accaduto più volte ch’io mi sentissi a dire del medesimo foglio: “Io mi rallegro con esso voi, il foglio d’oggi vi farà onore;” e andato oltre due passi ritrovai chi mi disse: “Uomo dabbene, tu scrivesti il foglio d’oggi, ch’eri o ammalato o di malavoglia; quello del passato sabato fu migliore.” Sicchè sarebbe una disperazione chi credesse d’appagare ognuno. C’è a cui piacciono le favole; un altro dice: “Le son cose da bambini.” Un altro vuole sogni, un altro dice: “Quando io dormo, gli fo più belli.” Molti vi furono i quali m’animarono a proseguire co’dialoghi delle bestie; altrettanti mi domandavano: “E fino a quando avremo noi ancora ad udire a parlare la civetta? Almen che si fossero gazze o pappagalli, che la cosa non sarebbe così lunge dalla verità.” Io avea un bel dire e ritoccare: “Non guardate che sieno favole, sogni o bestie; notate quello che dicono. Quelle invenzioni sono come una vestetta per dare un’aria di novità agli argomenti, e per non dire le cose in un certo modo che abbia dell’antico, per non parlare o scrivere come tutti gli altri.” Buono! a che vagliono le ragioni, quando altri s’è ostinato a volerla a modo suo? Sarà sempre un batter l’acqua nel mortaio. Da quanto ho detto fino a qui, conchiudo dunque, amici miei, che volendo voi esercitarvi in così fatte scritture, procacciate d’ingegnarvi a fare il debito vostro, ma con uno stomaco di struzzoli che smaltiscono l’acciaio, compensandovi con quelle poche lodi che vi verranno date, io son certo, da que’discreti che leggono con un poco di pensiero e di meditazione. Poich’io ebbi favellato in tal forma, guardai nel viso i compagni attendendo quello che m’avessero risposto. Allora il Proemio si cambiò in

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Dialogo.

Quattro Compagni e l’Osservatore.

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Dialogue

Compagno primo. A quante cose avete detto fino a qui, noi abbiamo già lungamente pensato; e con tutto ciò siamo risoluti, poichè così vi compiacete, a proseguire l’impresa nostra. Io so che voi erete, quando avrete intesa da noi la cagione che ci mosse ad intraprenderla. Voi avete a sapere che, per una certa nostra natura, siamo poco inclinati a ragionare; e sia che lo starci solitari e pensierati ci abbia tolta la facondia, o sia altro, in qualunque luogo ci ritroviamo, è l’usanza nostra di starci taciturni e cheti, rispondendo quanto richiede la cortesia e la decenza della conversazione. Egli ci è avvenuto più volte di ritrovarci in molti luoghi, ne’quali le persone facevano il contrario di noi; e senza carità degli ascoltanti, quando aveano cominciato a dire per diritto e per traverso, non volevano più tacere, tanto che a nostro marcio dispetto ci conveniva star ad udire quello che non avremmo voluto; e se ci usciva dalla lingua una sillaba di due lettere, valeva per appicco ad un’altra dissertazione d’un’ora. Ne anche giovava il tacere affatto, perchè credendosi da chi parlava che noi fossimo di malavoglia, o non affatto sani, ciò dava argomento ad un altro ragionare, per modo che ci conveniva spiccarci di là assordati, mezzo balordi e quasi disperati. Fummo più volte sopra questo punto a ragionamento fra noi, e dicemmo: “È egli però possibile che noi abbiamo sempre ad essere molestati, e che ci debbano essere sempre tolti gli orecchi da tante lingue che, quando hanno cominciato a cianciare, non s’arrestano mai; e che all’incontro natura nostra non somministri alla nostra lingua di che poterci rifare? Noi abbiamo pure nel capo pensieri come tutti gli altri. Abbiamo pure sperimentato che scrivendo ci escono in parole sulla carta. Perchè non c’ingegneremo noi d’avvezzargli ad essere più spediti, e correre repentinamente alla lingua, tanto che la possiamo fare a chi ce la fa, e assordare chi ci assorda?” Fino a qui l’intenzione fu mia. Amico mio, digli tu ora la tua proposta. Compagno secondo. Quando egli ebbe così favellato, io dissi: A che andremo noi ghiribizzando per iscambiar natura? La qual cosa non ci riuscirà mai; o infine, credetemi, noi ragioneremo così a stento che il nostro parrà piuttosto balbettare che favellare disteso; e credendo di rifarci d’altrui, saremo cagione che altri si farà beffe del fatto nostro. Nelle cose un lungo esercizio è quello che dà facilità e garbo. Quando credete voi che potessimo pervenire a quell’articolazione spedita che, a guisa di pallottola d’avorio sopra un piano liscio, non trova mai intoppo veruno, e romoreggia come cascata d’acqua a cui la fonte non manca mai d’umore? Non vedete voi come si riscaldano a cotesti tali gli orecchi? Come sono in continuo movimento, ch’ora vi vengono colla faccia quasi sulla faccia, ora vi picchiano sopra una spalla, e talvolta vi ghermiscono un bottone del vestito, o una falda del mantello e non la lasciano più andare, come fanno coloro che caduti in acqua s’appigliano a qualche cosa? Credetemi, credetemi, fratelli miei, noi vi riusciremmo male. Non voglio però che ci crediamo incapaci d’ogni cosa. Sono molti anni che andiamo esercitando le penne. Ci servano queste per lingua. E se non possiamo rifarci con la favella contro a chi ci stordisce con mille bagattelluzze che non importano, col ragionarci delle stagioni dell’anno, del vento, della pioggia, della nebbia, e quel ch’è più, d’assalti di città, di fortezze, d’eserciti e di marce, prendiamo il calamaio e la penna, e cianciamo con questi mezzi. Compagno terzo. Questo è il modo, è vero. Ma come faremo noi, perchè quello che scriviamo, venga letto? Si vorrebbe pubblicarlo con le stampe. Compagno quarto. E io, dissi, vi dirò in qual forma. Preghiamo l’Osservatore che dia luogo alle scritture nostre ne’suoi fogli. È già un anno ch’egli ne pubblica, e ne va intorno una buona quantità. S’egli accetta il partito, ecco che in un momento, si può dire, gireranno i fogli nostri, e ci saremo rifatti della pazienza dell’ascoltare: oltre di che noi avremo un notabile vantaggio sopra quelli che favellano. Voi sapete che chi favella non può dire una cosa altro che una volta per tratto; e s’egli vuol ridirla, dee ricominciare, sicchè volendola dire più volte, gli mancherebbe finalmente il tempo ed il fiato. Chi stampa ha questo vantaggio che dice la stessa cosa in un dì cinquecento, mille e duemila volte, e più ancora in un tratto; e parla in un tratto in più case, in più botteghe, in più cerchi, è ascoltato in parecchi luoghi; e quello che più mi piace si è che s’egli vuole, mentre che parla in istampa, dorme, mangia, bee e fa tutte l’altre faccende, laddove se parlasse con la lingua, non potrebbe far altro. Compagno primo. Fu accettato il parere; ne scrivemmo a voi, e fu da voi anche ricevuto. Faremo l’obbligo nostro. Voi vedete però che non ci possono fare alterar punto l’animo le lodi, nè i biasimi, non intendendo noi che il nostro ragionare sia nè più nè meno di quello che udimmo noi a farsi dagli altri. L’Osservatore. Amici e fratelli miei, io veggo benissimo che quanto m’avete detto fino al presente, è stato per ischerzo; e che con questo allegorico ragionamento avete voluto significarmi la costanza vostra nelle varie opinioni che udirete intorno alle vostre scritture. Oltre di che veggo ancora che la vostra è modestia, e vorreste indurmi a credere che quanto scriverete, sarà opera d’ingegni che non possano volare molto alto, mezzani e non rari. Ma ci conosciamo. So qual è ognuno di voi: e so quanto ciascheduno di voi ha procurato sempre di dar nell’umore al pubblico e di far cose che gli sieno gradite. Mettetevi pure all’impresa, e cominciamo qui fra noi a meditare come abbia a farsi. Vedete. Sabato io darò fuori due fogli e saranno gli ultimi che chiudono i cento e quattro dell’intero obbligo mio. Mercoledì venturo comincia il nuovo giro dell’anno, e, se così volete, s’ha a dar fuori il primo foglio. Pensateci. Il titolo da me proposto d’Osservatori Veneti vi garba? Compagno primo. A me sì. Che ne dite voi? Compagno secondo. A me ancora. Compagno terzo. E a me. Compagno quarto. E anche a me pare che quadri. L’Osservatore. Saremo in compagnia alla bottega di Paolo Colombani, per partecipargli ogni cosa, acciocchè nell’ultimo foglio di sabato possa scrivere a’signori associati. Intanto vi ringrazio di nuovo e a uno a uno v’abbraccio di cuore. Tutti. Addio, addio: a rivederci alla bottega.