L’Osservatore veneto: Numero C

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N° C

A dì 16 gennaio 1761 M. V.

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Dialogo I.

Ulisse, Ombra di Paride e un Villano.

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Dialogo

Utopia

Ulisse. Ecco fatto il sagrifizio, ed ecco la fossa empiuta di sangue. Oh! come ci concorrono l’ombre! e qual mormorío fanno! Ma mi conviene far qui secondo l’ammaestramento di Circe, e spaventarle con la spada, fino a tanto che ci venga l’indovino Tiresia, il quale deve essere il primo. Via, via di qua. Ritraetevi. Non si bee, no. Verrà la volta di ciascuna. Paride. Oimè! anche in questi pacifici luoghi sotterranei s’ha a vedere l’odiato splendore delle spade? Non bastava forse che nel mondo si facessero battaglie, distruzioni di città e rovine d’uomini, che qui ancora viene chi vuol far zuffe? Qual sei tu che non lasci in pace nemmeno l’ombre de’morti? Ma che veggo io? Ora che ti miro attentamente, ti riconosco. Tu sei il re d’Itaca, tu sei Ulisse. Ulisse. Sì, tu vedi appunto quello ch’io sono. Paride. O fraudolente! Non t’è forse bastato con le tue maladette astuzie di rovinare la capitale dell’Asia e il regno di Priamo, che vieni ancora per mettere sozzopra il reame di Pluto? Ulisse. Dappoichè cotanto ti quereli ancora de’casi di Troia, tu dèi essere troiano. Paride. E troiano sono: e mi maraviglio grandemente del fatto tuo, che avendomi veduto più volte, tu non m’abbia ancora riconosciuto, mentre ch’io ho riconosciuto te. Ulisse. Egli è perch’io ho ancora la faccia di prima. Ma io ti prego, di grazia, dimmi il nome tuo, e fammi sapere chi tu sei. Io ti prometto di fare costassù nel mondo quell’onorata ricordanza che meriterà il tuo nome. Paride. Io sono un de’figliuoli di Priamo. Ulisse. Egli n’ebbe tanti, ch’io non saprei qual d’essi tu fosti. Se tu fossi Ettore, m’avresti detto il tuo nome al primo. Tu dèi essere alcuno di quelli che morirono di morte oscura. O saresti tu mai . . . ? Paride. Sì: quegli sono, che la più bella femmina che avesse la Grecia trassi dalle braccia d’un re greco, e la feci mia sposa. Ulisse. Se il fatto in coscienza ti paresse bello e nobile, tu m’avresti detto che sei Paride; ma conoscendo tu medesimo che facesti un’ingiustizia, parli con dispetto, e tenti di nascondere il tuo torto con l’alterazione della voce, e col mettere innanzi al tuo nome il vitupèro che facesti alla Grecia. Lodato sia il cielo, che tu e tutta l’Asia ne foste benissimo pagati. Paride. Tu credi ch’io ti voglia rinfacciare l’ignominia da me fatta alla Grecia, e t’inganni. Altro è quello che mi move a sdegno. È la tua astuzia. Ulisse. Quale astuzia? Paride. Quella, che per vilificare il mio nome, t’infingi di non conoscermi, come se mai non m’avessi veduto. Ulisse. O Paride! Che credi tu? Pensi tu forse d’essere ancora quel medesimo che ne’boschetti d’Ida traevi alla tua volontà la pastorella Enone? Quegli che alle mense di Menelao accennavi con gratissime occhiate la figliuola di Leda? Io non veggo però che dal’tuo capo caggiano e t’ondeggino sopra le spalle que’capelli somiglianti alle sottilissime fila dell’oro, che avevi in quel tempo; nè quello splendore di prima scintilla negli occhi tuoi. Paride. Come? Qual sono io dunque? Sarò io tanto da quel di prima tramutato in sì pochi anni? e sarebbe forse vero quello che mi dicono l’altre ombre, quando mi deridono? Qual sono io dunque? Ulisse. In prima in prima ti sono sparite quelle tue pienotte guance, nelle quali io non veggo ora, altro che la figura che avrebbero l’ossa nude di polpe. Gli occhi sono ridotti a due occhiaie, nelle quali io non veggo lume veruno; la zucca è calva; e tutto il corpo appena si vede. Pensa tu in qual forma ti potea raffigurare. Paride. Oimè! Oimè! Che mi di’tu? Ulisse. Io ti dico quello che veggo. Oh! oh! maravigliosa cosa ch’è questa! Non ti specchiasti tu mai nella riviera d’Acheronte? Non vedi tu quello che sono le altre ombre? Perchè non credi tu a quelle, quando scherniscono il tuo stato? Come va questa faccenda? Il Villano. Ah, ah, ah. Ulisse. Chi ride di qua? Qual se’tu, ombra, che in questi luoghi di tristezza e malinconia hai voglia di ridere? Il Villano. Non occorre ch’io ti dica quale io sia. Tu non mi conosceresti però quando anche avessi udito il mio nome. Nacqui fra’campi, vissi di lavorare la terra, morii fra’solchi. Questa vita non è nè conosciuta nè stimata, fino a tanto che si sta al mondo. Quaggiù ritrova grazia. Ora sono io dopo molte fatiche contento. Ulisse. Tu mi dirai almeno di che ridevi poco fa, mentre che ragionavamo Paride ed io; se pure ridevi di quello che si diceva tra noi. Il Villano. E di che altro pensavi tu ch’io ridessi? Di quello appunto. Paride. Io avrei però caro d’intendere che cosa diss’io, che t’avesse a movere a riso. Il Villano. Odimi, Ulisse, io parlo a te, dappoichè il tuo destino t’ha qui condotto, acciocchè tu debba imparare cose nuove. Sappi dunque che quando quaggiù discendono l’ombre da que’luoghi dov’esse compierono il corso della vita loro, ne vengono tutte con que’costumi appiccati intorno, che aveano costassù nel mondo; e questo è l’indizio che hanno i tre giudici di questo luogo nel dar loro quel guiderdone o quel gastigo che meritano della loro passata vita. Ma tutti coloro i quali hanno avuto qualche difetto, hanno per pena fra l’altre che non lo conoscono punto da sè, e vengono scherniti dall’ombre che stanno loro intorno, e derisi in varie forme; di che hanno tanto dispetto, che si disperano mille volte l’ora. Ad ogni momento qui scendono, per esempio, superbi, intorno a’quali si affollano l’ombre in calca, e con atti d’umiliazione mostrano ad ogni cenno d’ubbidirgli, gli lusingano con dolci parole, fanno le viste di temer di loro. E che più? giungono a tale, che pongono loro talvolta uno scettro nelle mani e una corona in capo, e gli onorano, quali se fossero principali di tutti. E quando gli veggono gonfiati bene, cominciano a far loro visacci e ceffi e mille burle; di che essi hanno tanta rabbia, che dicono villanie a quanti sono loro d’intorno, di che si fanno le risa universali. Vorrei che vedessi quando s’apparecchiano tesori agli avari, a’quali par di possedere immensi tesori che svaniscono; quando si mettono in ordine a’divoratori solenni conviti che vanno in aria ed in fumo, quando aprono la bocca per mangiare. Credimi che tu non potresti tenere le risa; e tanto più, che a coloro i quali vengono burlati, sembra d’avere ragione; e non conoscono mai i difetti loro, accecati dalla consuetudine che aveano al mondo. Ulisse. Ma qual difetto ha Paride quaggiù, che meritasse d’essere da te deriso? Il Villano. Quello ch’egli avea, quando le tre Dee rimisero nelle di lui mani il giudizio della loro bellezza, quello ch’egli ebbe, quando giudicò Venere superiore all’altre due, e le diede il pomo della Discordia. E qui femminacciolo, come egli era sulla terra. Pensa quante baie e berte gli vengono fatte. Dappoich’egli è sceso quaggiù, egli si crede ancora di aver quella faccia giovanile, e quelle fattezze che nel mondo avea. Bench’egli sia stato più volte beffato, non vuol credere alle altrui parole. Fu colto più fiate di furto, che si specchiava nell’acque d’Acheronte; ma quel torbido e ingannevole fiume gli rimanda alla visi a la sua immagine altrimenti fatta da quella che in effetto è, ond’egli sempre più si conferma a credere che tutti sieno bugiardi; e presta fede maggiore alla sua falsa immaginazione, che a tutte l’ombre. Questa sua fallace opinione è una commedia e uno scherzo perpetuo fra noi. Tutte l’ombre si sono insieme collegate per fargli nascere mille accidenti amorosi, ne’quali egli se ne va alla fine con le risa di tutti, e non gl’importa punto; sicchè torna da capo dopo finito uno scherno ad avvilupparsi in un altro. Ed egli è un bel vedere, quando gli si dà ad intendere ch’egli è veramente bello e garbato, ed egli si dirizza, e va sopra sè, non ricordandosi che i passini, gli attucci e le occhiatine non convengono più a quegli stinchi, nè a quegli occhi vôti di luce. Di che tu più pensare se qui se ne ride gagliardamente. Ma il colmo d’ogni giocondità è allora quando qualche ombra di donna si finge innamorata di lui, la quale quantunque sia ombra e a lui somigliante, pure egli non se ne cura, bastandogli di sentirsi a lodare, e d’udire que’sospiri affettuosi e quelle vezzose parole. Infine l’ombra lo pianta, e si fa uno sghignazzare intorno a lui, che lo fa tutto imbizzarrire. Ulisse. Odi tu, Paride? Tu hai inteso. Sappi reggerti da qui in poi, e non avrai cagione di tanto sdegno. Il Villano. Credi tu ch’egli si corregga per le mie parole? No; anzi si crede che quanto gli ho detto sia invidia. Non vedi tu come sta ingrognato? Ti par segno quello d’essersi ravveduto della sua pazzia? A me non pare. Ulisse. Che ne di’tu, o Paride? Paride. Ch’io lascio col malanno te e lui. Che tu se’un astutaccio cattivo, conosciuto da ogni uomo per tale; e che io non debbo affidarmi a te, nè alle tue parole: e che questo villano, avvezzo tra le boscaglie e le pecore, non può essere stato ammesso dagli Dei a sapere quello che sia la verità più d’un figliuolo di re, qual son io. Sicchè egli avrà le traveggole, e gli debbo parere un altro da quel ch’io sono. Statevi nella malora l’uno e l’altro. Il Villano. Udisti coro’egli s’è corretto? In questa guisa s’ingannano anche quaggiù coloro che vissero sopra la terra con qualche difetto. La sola virtù conduce seco la vera intelligenza delle cose anche in questi luoghi sotterranei. Ulisse. In qual modo esercitasti tu, o villano, la virtù nel mondo? Dappoichè non credo che a te fosse nota in una vita così rozza la sua bellissima faccia. Il Villano. E tu di’anche il vero, che non mi fu nota. Io consumai tutta la vita mia cercando colle mie fatiche d’acquistare onoratamente il pane per me e per una certa mia numerosa famigliuola. Questo solo pensiero m’occupava sempre; se qualche frutto mi rimaneva delle fatiche mie che fosse stato più di quello che m’abbisognava, ne facea volentieri parte a chi stava peggio di me; non m’avvidi mai che questo fosse atto di virtù o d’altro; ma assecondava in ciò una certa inclinazione ch’io avea di vedere ognuno contento. Ulisse. Bene. Non era forse virtù questa? Il Villano. La conobbi di poi. Quando, circondato dalle lagrime di quella mia povera famigliuola e di certi miei buoni amici, uscii del corpo mio, venni alla riva del fiume Acheronte, non sapendo in qual luogo venissi. Entrai in un battello, guidato da un vecchio nocchiero in compagnia di molte altre persone, le quali si disperavano e piangevano di ritrovarsi quaggiù; mentre ch’io all’incontro non mi sentiva nell’animo verun dolore; anzi piuttosto avea consolazione di vedermi liberato dalle mie lunghe fatiche, e d’aver lasciati i miei figliuoli, se non ricchi, almeno ammaestrati nell’arte loro, e capaci di guadagnarsi il pane, com’io già fatto avea. Venni condotto davanti a’giudici d’Averno, i quali veduto in me tutti i segni della passata vita, di cui l’ombra mia portava seco l’impronta, mi domandarono conto dell’opere mie; io lo diedi loro, ed essi le giudicarono ad una voce virtù; onde allora appresi ch’io era stato virtuoso; e fui mandato a sedere ne’boschetti degli Elisi, dove regna un’eterna luce ed una bellissima verdura che non ha mai fine. Ulisse. Chiunque tu ti sia, mi rallegro d’ogni tuo bene; e ti ringrazio che sii stato meco così lungo tempo ad informarmi delle cose i quaggiù. Il Villano. S’altro non ti occorre, io me ne vado alle mie selve. Ulisse. Sì, va’. Addio. Io non so, se dopo così lunghi pensieri e fatiche toccherà a me quel bene ch’è tocco a questo semplice villanelle. Ma quest’ombre s’affrettano di bere. Alto, alto. No. Io aspetto Tiresia.