Cita bibliográfica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero XCVI", en: L’Osservatore veneto, Vol.1\096 (1761-01-02), pp. 402-405, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.481 [consultado el: ].


Nivel 1►

N° XCVI

A dì 2 gennaio 1761 M. V.

Nivel 2► Nivel 3► Nivel 4► Diálogo► Utopía► Polite. Ulisse, io sono infra due: dall’una parte tu mi persuadi; ma dall’altra . . .

Ulisse. Col tempo e con la nuova navigazione ti smenticherai tale avventura. Egli è usanza d’un animo, che uscito d’una passione gagliarda, non può dimenticarlasi così presto, e gli rimane qualche ferita per un tempo; ma il trascorrere de’giorni lo risana finalmente.

Polite. Vedremo.

Ulisse. Sì, stanne certo. ◀Utopía ◀Diálogo ◀Nivel 4

Dialogo XII.

Ulisse e Cervo.

Nivel 4► Diálogo► Utopía► In fine, s’io non farò vela, e non mi partirò da questa benedetta isola, io dubito ancora che alcuni de’miei cercheranno essi medesimi di tramutarsi in bestie, e di vivere alla bestiale. E egli però possibile che faccia tanta noia, e dia fastidio così grande il fare uso dell’intelletto? Io ho udito a’miei giorni mille volte a dire che gli animali sono degni d’invidia, perchè possono supplire con poco alle bisogne loro. Ma chi pensasse bene, conoscerebbe che le bisogne degli uomini non sono in cotanto numero quanto altri crede, e che non ci vuol molto ad appagarle; e che quando anche fossero più che quelle delle bestie, noi abbiamo ingegno da ritrovarvi riparo. Orsù faccia ognuno come vuole; io, quanto è a me, dappoichè ho avuto dal cielo questa parte immortale, che mi vivifica, e mi fa intendere quello che sono e quello che debbo a me medesimo, procurerò di valermene, facendone uso anche a benefizio altrui, qualunque volta mi sia conceduto di poterlo fare. Ma non veggo io costaggiù fuori di quella macchia sbucare un cervo, il quale mi guarda, e pare che si maravigli di vedere in quest’isola un uomo? Voglio andare alla volta sua, e far prova di favellargli. Che belle e ramose corna ha questo cervo! E com’è di pelo lucido e liscio coperto! Oh! quanto pagherei che, come molti altri animali di quest’isola, egli avesse umana favella, per rispondere alle mie interrogazioni!

Cervo. O chiunque tu sia, che cerchi d’appagare la tua curiosità, tu senti che posso rispondere alle tue domande. Di’ su quello che t’accade.

Ulisse. S’egli non ti rincresce, vorrei che tu mi dicessi chi fosti, in qual paese nascesti, e qual caso a quest’isola ti condusse.

Nivel 5► Utopía► Cervo. Volentieri soddisfarò alle tue richieste. Un certo Elpenore fu il padre mio. Non credo che al mondo fosse mai padre il quale si desse maggior pensiero dell’educazione del proprio figliuolo. Imperciocchè, oltre all’avermi fatto ammaestrare in tutte quelle buone arti che [403] ad un onesto giovane appartengono, acciocch’egli fra la gioventù del suo paese riesca di spirito e garbato, aggiunse a tutte l’altre discipline sempre quella de’costumi: anzi posso dire ch’egli medesimo mi fosse maestro. Molti buoni ed onorati filosofi m’insegnavano che cosa fossero virtù e vizio, e mi davano precetti perch’io quella amassi, e questo fuggissi. Ma il mio buon padre riduceva questa dottrina generale alle particolarità dell’opera, facendomi in effetto vedere fra quelli di Samo chi bene o male facesse, pesando, per così dire, con una sottilissima bilancia sotto gli occhi miei tutte le azioni di quelli. Quando s’udiva in città la lode o il vituperio d’alcuno, tosto comentava ogni cosa, e mi facea conoscere il più intimo seno del cuore di chi avea bene o male adoperato, ornando con tanta eloquenza di parole l’uomo dabbene, ed abbattendo il tristo, ch’io avrei eletto mille volte di morire piuttosto che ricevere nell’animo mio alcuna benchè menoma macchia di depravazione. In tal guisa crescendo con gli anni, sentiva nel mio cuore di giorno in giorno a crescere l’amore della virtù, e avea tra me fatto proponimento di farmi altrui conoscere di fuori, qual era di dentro, desiderando ardentemente che mi si appresentassero occasioni di poter effettuare i miei onesti pensieri. Avvenne intanto che il mio buon padre morì, e mi lasciò padrone d’una larga ed abbondante, fortuna; ma non potè questa sì confortare l’animo mio, che non piangessi amaramente la morte di lui, e non mi dolessi veramente di cuore d’aver perduto un padre, un precettore e un amico. Veniva intanto una turba di giovani d’età uguale alla mia a visitarmi, e, consolandomi della morte di lui, tentavano di farmi voltare il pensiero alle ricche rendite, a’poderi e all’oro che lasciato m’avea; e mi dicevano: “Lascia, lascia piangere noi, che non rederemo da’padri nostri di che confortarci, come tu hai redato dal tuo; e tu rallégrati, che in iscambio d’un vecchio, il quale noti tutt’i tuoi fatti e le parole, sei divenuto padrone di te medesimo, e puoi fare una larga e comoda vita.” Non ti potrei dire di quant’ira m’accendessero queste parole; la quale fu così grande, che avendo prima con lamenti e con un dirotto pianto dimostrato il mio dolore, finalmente gli rimproverai che tenessero così poco conto de’padri loro, e che vituperassero il mio dopo la morte, a cui io mi tenea più obbligato della custodia ch’egli avea avuta di me, che della vita che avea ricevuta da lui. Crederesti tu, o forestiero, che non vollero mai persuadersi che fosse vero il mio dolore? E perch’io a poco a poco mi spiccai da loro per lo sdegno che n’avea risentito, e per avere stabilito fra me di non voler pratica nè comunella veruna con persone che non tenevano punto conto d’un naturale amore, sai tu che fecero? Interpretati come vollero i miei amorevoli sentimenti verso la memoria del padre mio, andarono spargendo per la città ch’io era un avarone, e che discacciava, con la finzione del piangere il padre, tutti gli amici miei dal mio fianco per timore che mi domandassero in prestanza qualche somma di danaro, o mi facessero spendere in qualche passatempo.

Ulisse. Sai tu, o figliuolo d’Elpenore, quante volte la malignità altrui interpreta sinistramente le buone azioni? Ma che? in certi casi s’ha a lasciar dire, e a fare il bene perch’è bene, e non curarsi delle interpretazioni.

[404] Cervo. Non potrei dirti quanto mi dolesse che mi fosse appiccato addosso concetto tale. Ma perchè il gittar i danari miei, per dimostrare che dicessero la bugía, mi pareva piuttosto atto di vanagloria, che di vera virtù, attendeva qualche onorata opportunità di valermi delle mie ricchezze. Non andò molto tempo che mi si parò dinanzi, e io la colsi. Morì in Samo una femmina nominata Criside, la quale in un’estrema povertà avea conservata una grandissima virtù, e lasciava di sè una figliuola giovanetta di sedici anni, della cui bellezza non avrebbe trovato a ridire il più acuto e sottile censore. Parea di costei perdutamente innamorato un giovine di famiglia ricchissima, il quale le avea più volte promesso che col mezzo de’maritali nodi l’avrebbe alla sua casa condotta, se i parenti di lui si fossero contentati d’accettare per congiunta una giovane, la quale non potea altro arrecare alla casa del marito, che onestà e virtù. Ecco, dissi allora fra me, quell’opportunità che ho così lungamente aspettata; e presa una buona somma di danari, me n’andai soletto alla casa della virtuosa giovane; e facendo le viste di condolermi della morte di Criside, le lasciai, senza ch’ella se n’avvedesse, in casa parecchi borsotti; i quali se non fossero bastati alla dote, erano almeno sufficienti al mantenimento della sua onestà: e parendomi d’aver fatto un’opera degna d’un uomo bene accostumato, uscii di là per ritornarmene a casa mia. Io non so in qual forma anelasse la cosa; ma certamente io fui veduto da alcuno, mentre ch’io andava, o ritornava: perchè incominciando molti giovani a tentare la virtuosa fanciulla, e più che gli altri colui, il quale temendo della virtù della madre, le avea promesso di sposarla, ed ella, che stimavasi mandato dal cielo quell’aiuto di danari, contrastando ad ogni loro iniquo volere, uscì, non so donde, una fama ch’ell’era mia innamorata, e ch’ella era quella sola che sapesse mugnere, all’avarizia mia quell’oro ch’io con tutti gli altri tenea serrato con mille chiavistelli. Ti confesso ch’io fui per disperarmi; e più mi spiacque per l’innocente fanciulla, che per me medesimo; tanto che mosso dalla compassione di lei, vedendo già che l’intenzione del suo primo amatore era mascherata, me n’andai a casa sua: e raccóntole il fatto, la pregai a voler meco divenire padrona di quelle facoltà, dalle quali avea pochi giorni prima spiccata una picciola parte per darle una testimonianza di quella stima che sono tutti gli uomini obbligati di professare alla virtù.

Ulisse. Bella e veramente degna azione fu la tua, figliuolo d’Elpenore, a rendere felice una povera e virtuosa giovane.

Cervo. Crederai tu ch’ella non mi volle per marito? La si dolse altamente meco ch’ella avea spesa una parte dei danari, sicchè la non potea più restituirmegli tutti, volle ad ogni modo ch’io prendessi il restante, accusandomi che colla mia finta liberalità avessi tentato di renderla screditata appresso le genti; di ch’ella avea tanto rammarico, che mal volentieri udiva il mio nome, non ch’ella potesse meco vivere in vita sua. Ben puoi immaginarti ch’io mi scusai quanto seppi caldamente, e le giurai che la mia era stata una purissima intenzione di farle del bene; ma ella non volle mai prestarmi fede, e mi tenne allora e poi per un astutaccio più di tutti gli altri, e per uomo del più pessimo cuore del mondo.

Ulisse. Tu mi di’ cosa quasi da non poterla credere. E di lei che fu?

Cervo. Nulla le giovò la delicatezza della virtù sua. Si mormorava ch’ella avea simulato quest’atto nobile e di gran pudicizia, per non vo-[405]lersi legare all’obbligazione di maritaggio, e vivere a modo suo; ch’ella tirava le reti a pesci più grossi; e ch’io non per altro le avea offerito di sposarla, fuorchè per non ispendere seco tanto largamente quanto avea costume di fare. Sicchè ed ella ed io perdemmo il concetto sempre più, e i maligni avvelenarono ogni cosa.

Ulisse. E però egli è vero quel detto che la virtù si dee esercitare perch’è bella e buona, non per amore della lode, dappoichè le interpretazioni degli uomini, i quali non guardano altro che le apparenze, tirano tutto al peggio.

Cervo. E così volli fare. Proposi nel cuor mio, checchè me ne avvenisse, di volerla sempre esercitare. Ma che? tutto era giudicato doppiezza, falsità, maschere. Non vi fu mai verso che alcuno volesse credere che l’opere mie avessero origine dall’ingenuità del cuore, nè da un onesto animo; di modo che per disperato deliberai di cambiar paese, e, lasciata la propria patria, m’imbarcai per andare intorno alquanto tempo, e fare sperienza se tutti gli uomini erano buoni giudici della virtù, come quelli di Samo. In ogni luogo trovai quasi le medesime usanze. Ragionai con molti infelici, i quali erano giudicati di mal cuore: e trovai ch’essi erano il contrario da quello che ne veniva detto. Visitai molte femmine delle quali avea udito infiniti obbrobri; e ritrovai in effetto che tutto era maldicenza. Infine conobbi che in ogni luogo ha la virtù i suoi detrattori, e che l’è assalita da’denti altrui. Mi confortai con tanti esempi, e deliberai di ritornare alla patria mia, quando un’improvvisa borrasca mi gettò a quest’isola. Venni accettato con molta solennità da Circe. Facevansi larghi conviti e liete danze, cantavansi soavi canzoni, e con varie feste si ricreavano tutti gli abitatori del suo palagio. Io godeva assai temperatamente tutte le solennità che vedea, dimostrandomi grato ch’ella per ospitalità con tanti festeggiamenti cercasse d’alleggerirmi il fastidio de’miei così lunghi viaggi. Poichè stetti parecchi giorni a quel modo, venne a me Circe ripiena d’un’acuta collora, e mi parlò in questa forma: “Che pensi tu, o villano e superbo forestiere, che la tua astuzia sia da noi stata scoperta? Quel tuo sì grave contegno, mescolato colle dolci parole di gratitudine e d’obbligazione, pensi tu che non si conosca donde proceda? Tu sei qui venuto con un buon capitale di falsa modestia e di simulata gentilezza, per mostrare la gran difficoltà che avrebbero le donne di quest’isola a vincere il tuo cuore, ed indurre alcuna di noi a pregarti sfacciatamente ad avere pietà del fatto suo. Ma non avrai così bella vittoria.” Mentre ch’io volea con le parole difendermi da così falsa ed inaspettata accusa, la lingua non potè più articolare parole, il viso mi si pinse in fuori, e mi spuntarono sulla fronte queste altissime corna. Non potendo altro fare, mi diedi a fuggire, ed entrato in queste selve, godo almeno quel solo bene che m’è rimaso, che non mi sento più a biasimar dagli uomini. ◀Utopía ◀Nivel 5

Ulisse. Ho pietà della tua mala fortuna; ma se tu avessi perseverato a stare nella tua patria, sarebbe cessata la maldicenza. La virtù da principio è poco creduta, ma coll’andare del tempo vince tutti gli ostacoli, e diviene accreditata. ◀Utopía ◀Diálogo ◀Nivel 4 ◀Nivel 3

L’Osservatore.

Metatextualidad► A cagione delle feste non s’è pubblicato quel numero di fogli che si dovea; avranno i signori associati i due che mancano fra la ventura settimana e l’altra, insieme con gli ordinari. Il differire qualche giorno, quando si vegga la cagione, non può far dispiacere ad un pubblico intelligente, amorevole e discreto. ◀Metatextualidad ◀Nivel 2 ◀Nivel 1