L’Osservatore veneto: Numero XCII

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Nivel 1

N° XCII

A di 19 dicembre 1761.

Nivel 2

Nivel 3

Dialogo VIII.

Circe, Ulisse e Passeggeri.

Nivel 4

Diálogo

Utopía

Circe. Ulisse, Ulisse. Egli è così intrinsecato nel pensiero del favellare alle bestie, che non m’ode. Ulisse. Ulisse. Chi mi chiama? Oh! sei tu, potentissima Dea? in che posso io ubbidirti? Circe. Lascia, lascia per un breve tratto di tempo di ragionare con le bestie, e vieni meco. Ulisse. Dove? Circe. Costà al mare. Io so che fra poco dee giungere una barca a quest’isola, e ho caro che tu ragioni a coloro che scenderanno da quella. Ulisse. Della buona voglia. Sia come tu vuoi. Sai tu chi sieno eglino? Circe. Una brigata d’uomini, i quali tuffati nelle voluttà fino a’capelli, e stanchi dei diletti che hanno fino a qui provati, comecchè sappiano benissimo quello che nell’isola mia dee loro accadere, ne vengono a bella posta per esser coperti con la pelle delle bestie. Che ti pare? Ulisse. A me pare che sieno tali, quali essi bramano d’essere, prima di metter piede in terra. O avvilita condizione dell’uomo! E può egli avvenire che ci sieno al mondo intelletti cotanto sozzati nelle brutture e nel fango, che non si curino più punto dell’altezza e nobiltà della natura loro? Qual pazzia e qual voglia è questa di tuffarsi tanto nelle voluttà, che non rimanga più loro un lume di ragione da guidargli nel cammino della vita? Circe, io non posso crederti una bestialità così grande. Circe. Poco potrai stare a chiarirtene. Ecco là la barca che viene . . . L’è già pervenuta alla riva . . . Chiudonsi le vele; è gittato il ponte. Escono le genti. Va’loro incontro. Io entro nel mio palagio. Un passeggero. Chi c’insegnerà in qual luogo dell’isola sia l’abitazione della bellissima Circe? Ecco di qua un uomo. Costui saprà forse dove sia l’albergo richiesto da noi. O uomo, uomo, di grazia, se tu lo sai, di’a me e a tutti questi forestieri, dov’è il palagio della piacevollissima Circe? Ulisse. O voi miserabili! Qual vostra mala ventura v’ha a quest’isola condotti? Se avete care le persone vostre, rientrate nella navicella donde siete usciti, date le vele a’venti, e fuggite di qua quanto più presto potete. Rientrate, dicovi, fuggite. Secondo passeggero. È egli però così mala cosa quest’isola, che si debbe tanto temere? Che ci potrebbe mai avvenire? Ulisse. Come, che vi potrebbe avvenire? Voi non dovete dunque sapere i gravissimi pericoli che corrono gli uomini in questo luogo, dappoichè parlate in tal forma. Qui poco dureranno gli aspetti vostri rivoltati verso le stelle, e quelle delicate membra coperte di morbida pelle. Non sarete qui stati due ore, che vi troverete scambiati ne’più sozzi e più vili animali del mondo. Un passeggero. Tu non ci di’però ogni cosa. Non è egli forse vero che in quest’isola fioriscono più che altrove i diletti, e si godono in mille fogge e in un subito tutte quelle voluttà che altrove si ritrovano di rado ed a stento? Ulisse. Che dite voi ora? Egli mi pare che se fosse vero che qui fossero que’piaceri che vi fu altrove detto che ci sono, voi non vi curereste del pericolo di divenire animali. Mettereste voi forse in bilancia certe poche dilettazioni, con l’essere uomini quali voi siete? Un passeggero. E pare a te così bella cosa l’annoiarsi nel mondo? Noi siamo passati di diletto in diletto a grandissimo stento; e negl’intervalli che trascorsero vôti dall’uno all’altro, provammo tanto fastidio, che noi siamo al tutto risoluti di prendercene una corpacciata tutta uguale dall’un capo all’altro; e poi sia che voglia. Ulisse. Io non voglio ora star a ragionare lungamente con esso teco, e a farti vedere che nulla forse ti manca ad essere quell’animale che vai cercando di diventare: nè qual pazzia sia ora la tua, e quella di tutti i compagni tuoi, di voler perdere le celesti qualità che il clementissimo Giove a voi ha concedute. Troppo alto ragionamento sarebbe questo, e da voi forse non inteso e dispregiato, per avere la mente offuscata dalle tenebre degli esercitati vizi. Solamente io ti dirò che per avere scambiati i veri ne’falsi diletti, avete preso l’inganno in cui siete ora caduti, e che la noia gravissima che vi prese, venne da ciò, che rivolgeste l’animo a que’piaceri che non sono adattati ad esso. Un passeggero. Vorrestù forse negare che non abbiamo trovata la voluttà in quelle cose nelle quali noi l’abbiamo tante volte provata e sentita? Ulisse. Io non voglio negar questo: ma quello ch’io vi voglio dire si è, che voi avete creduto che non si trovi diletto altrove che in quelle cose le quali intorbidano il cervello, mettono il fuoco e la furia nelle vene, e fanno sì gli uomini traportati e fuori di sè, che non conoscono più dove sono. Così fatti diletti sono stati i vostri. E non è maraviglia se, quando siete pervenuti a godergli, perdettero di subito il sapore, e vi sparirono dinanzi, come la rugiada dinanzi al sole. L’elezione nei piaceri è necessaria come in tutte l’altre opere della vita, e forse più che in tutte l’altre; perchè è di maggior conseguenza alla tranquillità e al bene di chi vive. Un passeggero. Poichè ci siamo abbattuti in un filosofo, o voglia o no che ne abbiamo, ci converrà ascoltarlo fino a tanto ch’egli abbia terminato di cianciare. Di’ su al nome del cielo, e vediamo un poco qual sia questa elezione che si dee fare ne’diletti. Ulisse. Quanto è a me, dico che ve n’ha di due ragioni. Gli uni sono quelli che s’affacciano all’intelletto con una bellissima presenza, con tale attrattiva, che quando l’uomo rivolge l’occhio ad essi, gli sembra che sieno quanto bene può avere sopra la terra, e sentesi stimolato da un interno fuoco di correre dietro ad essi. Ma questi sono d’una natura, che quando vengono raggiunti, perdono incontanente quella maschera di felicità che gli ricopriva, e svaniscono in aria e in nebbia; lasciando nell’animo di colui che gli ha desiderati, prima la noia, e poscia quasi un’aperta ferita nel cuore, il quale si sente una nuova brama di ritrovare sempre più di quello che ha goduto; pessima e mortale infermità, poichè quanto ha il mondo di piaceri di questo genere, non la potrebbe infine più guarire, nè satollare un animo che coll’andare del tempo si rende insaziabile, e che ha più voglie di quanti diletti sono nel mondo. Gli altri piaceri son quelli che s’offeriscono alla veduta dell’intelletto con apparenza di fatica e difficoltà, le quali circondandogli quasi come un velo, lasciano però da quelli trasparire una cert’aria di grazia e di consolazione, che mostrano a colui che gli vede, ch’essi infine sono atti a beneficare e confortare chi gli potesse cogliere. E chi in un tratto gli coglie, non se ne stanca più mai, non si tedia; non si sente a ferire da quegli ardenti desiderii che l’ammazzano, e prova una continua dolcezza. Io non ti dirò quali sieno codesti diletti; ma solamente ti dirò qual sia il modo di poter conoscere quali sieno i buoni e quali i rei, acciocchè tu medesimo conosca quali sieno, e con quali regole se ne debba fare quell’elezione che io ti diceva poc’anzi. Mettiti prima bene in capo che a questo mondo non se’tu solo, che teco vivono infiniti uomini, co’quali hai relazione, e a’quali se’obbligato a pensare, non dico per carità, no, ma per debito; imperciocchè essi pensano a te: che se tu fossi solo, non avresti tanti agi ne tanti beni, quanti hai e quanti ne possiedi; perchè tanti uomini s’affaticano per te continuamente. Legislatori, artisti, lavoratori di terreni, e tanti altri, benchè tu nol sappia, o non vi pensi, s’affaticano per te: dunque è debito tuo che tu ancora t’affatichi per loro. Pensa dunque che tutti que’diletti i quali non giovano al quieto stato di quella società in cui tu vivi, sono i fallaci, e quelli che ti svaniscono davanti agli occhi come la nebbia; imperciocchè o tu farai contro le leggi, o farai danno, o almeno non farai benefizio alcuno alla tranquillità comune. Di che non solo avrai mille inquietudini che ti squarceranno il seno, ma ne riceverai anche i biasimi del maggior numero di coloro che vivono teco: e per pochi adulatori, e avvezzi a vivere come tu vivi, i quali non ti dicono il vero, acquisterai ignominia fra tutti gli altri. All’incontro que’diletti i quali fanno giovamento alla tua società, sono i veri, quelli che non ispariscono mai, quelli che non solo daranno al cuor tuo quella quiete che così di rado si trova, ma quella gloria di più e quell’onore che agli animi gentili e dilicati è il maggio diletto di tutti. Un passeggero. E che sì, che tu avrai intenzione di farci stillare il cervello negli studi e nelle meditazioni? Ulisse. E s’io avessi questa intenzione, sarebbe forse mala cosa? Vi trarrei forse fuori della natura vostra? Che avete voi fatto fino a qui altro che meditare? Costa forse meno al pensiero il voler giungere ad un mal fine, che ad un buono? N’è forse l’animo meno impacciato? Se i pensieri avessero corpo, e gli potessi prendere con mani e mettere in un cofano, io credo che quelli d’ognuno di voi sarebbero in maggior quantità che quelli d’un metafisico. Quanti studi non avete voi fatti? quante sottigliezze non avete voi ritrovate per giungere ad un diletto falso? che voi avrete studiata la più acuta e speculativa scienza. E che? credete voi che qual si voglia uomo il quale si dà agli studi, non abbia diletto molto maggiore di quello che abbiate voi? Notate solo una cosa: che là dove voi per lo più scioperati, mezzi dormendo, e talora disperati di non saper che fare della vita vostra, attendete che s’affacci al capriccio vostro qualche nuova dilettazione; essi entrati nelle loro speculazioni, o con la penna in mano stendono i loro pensieri, o si pascono la mente sui libri; o quasi sordi e ciechi fatti a tutto quello che hanno intorno, d’altro non si curano, che di pervenire a qualche bella cognizione. Credete voi che, se non vi trovassero diletto, fossero così lungo tempo sofferenti? E infine, che ne riesce? Che i lumi loro coll’andare del tempo hanno fatto bello il mondo; essi n’hanno acquistato nome e celebrità non solo in vita, ma dopo la morte ancora; e che le dottrine loro hanno giovato alla quiete e allo stato migliore della società, ch’è il punto principale che ne’diletti dee ricercarsi. Un passeggero. Uhi! che noia! Vuoi tu insegnarci il palagio di Circe, o no? Se tu non vuoi, c’ingegneremo di trovarlo da noi medesimi. Addio. Ulisse. Quanta cecità! Quale ostinazione! Ma oh! oh! che veggo! Ecco, ecco, che Circe prima di vederli, gli ha gastigati. Come si sono aggrinzate e impicciolite le membra loro! Già scorrono pel terreno tramutati in ramarri e lucertole. Se non m’hanno voluto prestar fede, sia loro il danno. Ma io m’avveggo che per favellare con le bestie, ho perduto troppo lungo tempo, e i miei compagni sono ancora porci: egli è bene ch’io pensi a’fatti loro, e m’ingegni di fargli riacquistare l’aspetto di prima.

Nivel 3

Metatextualidad

Al Signor N. N., a Padova. Voi avete grandissima cagione di querelarvi del fatto mio. Sono quattro mesi e più che m’avete scritta una lettera alla quale promisi di rispondere e tacqui. Le vostre cordiali espressioni meritavano che fosse da me compiuto l’obbligo mio. Ma voi siete così discreto e gentile che saprete nell’animo vostro ritrovare qualche scusa al mio silenzio. Che volete voi più? Se mai mi concederete la grazia di farmi palese il nome vostro, sicchè io possa o scrivervi o favellare con voi, mi direte ch’io feci bene a tacere. Pregovi quanto so e posso, non mi negate il favore di scoprirvi a me, tanto ch’io possa farvi conoscere qual sia stata la mia intenzione. Non mi lasciate con questo aggravio sul cuore e verso una persona che ha tanta cortesia e bontà per me. Se la gentilezza vostra sola v’indusse ad amarmi, non dubito punto ch’essa non stimoli ancora a consentire al mio desiderio e alla mia domanda di conoscervi. Animo, amico, scrivetemi liberamente. Datemi adito di scusarmi e credetemi intanto qual sono con la più vera stima vostro affezionatissimo amico L’Osservatore. Venezia, 19 dicembre 1761.