L’Osservatore veneto: Numero LXXXVI

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N° LXXXVI

A dì 28 novembre 1761.

Citação/Lema

Amor est. Juventæ gignitur luxu, otio nutritur
inter læta fortunæ bona, quem si fovere, aut
alere desistas, cadit, brevique vires perdit
extinctus suas. Sen.

È Amore. Di lascivia giovanile nasce, si nu
trisce d’ozio tra i lieti beni di fortuna.
Lascia di fomentarlo, di coltivarlo, in breve
si spegne, e perde sue forze.

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Dialogo III.

Ulisse, Euriloco, Circe e Compagne.

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Diálogo

Utopia

Ulisse. Olà, o di costà dentro. Smarrite genti per li non conosciuti luoghi di queste solitarie valli chieggono cortesia ed asilo . . . Euriloco, a me pare che s’indugi. Che viene a dire che non s’apre? Euriloco. Nol so. Quand’io ci venni l’altra volta, al suono della prima voce si spalancarono le porte. Circe. O donzelle, o ninfe, o amiche, nuovi ospiti giunti sono alla nostra magione. Mettete a ordine ogni agio e delizia, sì che possano avere di che riconfortarsi per la fatica de’loro viaggi. Voi sapete che a quest’isola non pervengono altre genti, fuor quelle che ci sono dal mare gittate, e che non per altro edificai questo mio palagio, che per poter arrecare qualche consolazione agli smarriti e poveri naviganti. Sieno apparecchiate le mense, collocati i doppieri, le letta rifatte, preparata la musica, i ballerini in ordine. Ulisse. Euriloco, odi tu con quante apparenze di carità, d’ospitalità e di creanza costei ci vuol accettare? Io sono già bene informato de’suoi perversi costumi. Ella avrà che fare con chi la pagherà di cerimonie così bene, com’ella ne sa fare. Va’tu intanto, e vedi di confortare quegl’infelici nostri compagni, se la nuova tramutazione ha lasciato loro tanto di sanità nell’intelletto, che possano intendere un uomo che favelli. Va’, e di’loro, se ti pare che ti capiscono, a che fare io sia qui venuto. Sollecita. Euriloco. Io vado. Ma ti stia in mente, che quando la vedrai, la ti parrà bellissima; che le sue arti e lusinghe sono infinite, e che tu hai grandissimo bisogno dell’erba di Mercurio per isfuggire dalle sue trame. Addio. Ulisse. Faccia a modo suo. Ma, oh! l’uscio s’apre! che incantesimo è questo. Dove si vide mai tanto splendore? Ve’con qual maestà ella ne viene! e con quale accompagnamento di belle giovani intorno e dietro a sè! Qual ineffabile bellezza è questa? Io non credo mai che la marina Venere uscisse con tanto splendore della sua conca, nè che tali fossero le Grazie che n’andavano con esso lei. Erba mia, a te mi raccomando. Io mi raccomando all’opera tua, e a quella del celeste Mercurio, che mi ti diede. Circe. Perchè non entri tu, o ospite mio, in questa non più mia, ma tua casa? Che stai tu così di fuori? Io son certa che non potresti essere qui venuto se non dopo un lungo disagio di mare e un disastroso cammino. Tu hai gran bisogno di quiete e di ristoro. Vedi: in questo mondo tanto è soave la vita nostra, quanto si può fare altrui giovamento; e prestami fede, io sarò molto più obbligata a te, che tu ti degni d’entrare in casa mia, di quello che tu abbia obbligo a me, se ci vieni. Ulisse. È tua gentilezza, o bellissima donna, o Dea, ch’io non so in qual guisa io ti chiami; è tua gentilezza tutto quello che tu di’al presente. Ma io conosco bene quant’obbligo aver ti debba uno sfortunato, sbattuto dalle tempeste del mare, e dalla nimicizia degli Dei tenuto lungo tempo lontano dalla patria sua, il quale ritrova un rifugio appresso di te in tanti suoi travagli. Accettami dunque, chè tu avrai grato, in qualunque luogo egli sia, l’animo d’un tuo fedelissimo servo. Circe. Queste nobili espressioni non possono derivare da altro animo che educato nobilmente. E però avrei caro di sapere qual tu se’, ospite mio. Fammi grazia, dimmi il tuo nome. Ulisse. Il nome mio potrebbe essere che noto ti fosse per le lunghe calamità ch’io ho sofferite. Sono Ulisse, il re d’Itaca; andai con Agamennone all’assedio di Troia . . . Circe. Non più. Oh fortunata Circe! Qual mia ventura conduce dinanzi agli occhi miei il più saggio e il più prudente re della terra? Non sono così selvaggi e lontani dal restante del mondo questi luoghi, che non ci sia penetrata la fama delle tue imprese. Si sanno i profondi consigli che da te ricevette il re de’re in quella pericolosa guerra, e le tue belle imprese per le quali venisti da tutte le genti greche giudicato legittimo erede dell’armi d’Achille contro il fortissimo Aiace. Opera tua fu il ritrovato del cavallo, per cui la capitale dell’Asia venne atterrata e distrutta. La tua dolcissima eloquenza può far quello che vuole degli animi altrui, e non è così rigido e ostinato pensiero che non ceda alle tue parole: entra, entra, o saggio e facondo Ulisse, e fa’lieto della tua presenza il mio albergo. Ulisse. Sia come tu vuoi, o nobilissima Circe. Io so bene a cui vengo. Tu se’quella divina figliuola del Sole, a cui fu dato il dono del dolcissimo canto, e di tutte quelle arti che allettano gli uomini; le quali, a chi ben pensa, sono più di tutte l’altre alla vita necessarie. Da che siamo noi circondati, fuorchè da continue calamità, le quali ci travagliano il cuore? Ogni bene è intorbidato da qualche amarezza. Tutte quelle arti che ci possono far dimenticare lo stato nostro, sono le più degne di commendazione, e quelle che debbono da’più saggi venire approvate. Tu se’maestra dolcissima della musica, della danza e di quante altre grazie possono avere le voci e gli atteggiamenti. Appresso di te si passa il tempo in lauti conviti, in ozio lieto, e nulla manca di quanto può far dimenticare all’uomo infelice la sua infelicità. Circe. Lodate, o compagne, il prudente re che viene ad onorare la nostra abitazione. Coro di donne. Perchè non lieti e non secondi venti Spingon d’Ulisse la beata prora?
Perchè lo scotitor dell’ampia terra
Trova nemico nel suo lungo corso?
È nemica agli Dei forse virtute,
Qual tra’mortali? Non vins’egli forse
Col suo saper tutto dell’Asia il regno?
Chè certo ei fu, non l’iracondo Achille.
Egli, che le invincibili saette
D’Ercole trasse alle avversarie mura,
Quando a partirsi Filottete indusse
Di Lenno un tempo inospitale e cruda.
Per lui spesso dal ciel scese Minerva,
Che sapïenza nel suo core infuse,
E, per sua gloria, altrui del senno trasse.
Cantiamo il nome del prudente Ulisse,
S’innalzi Ulisse con le laudi al cielo. Ulisse. (S’io non avessi l’aiuto della divin’erba, questa maladizione delle mie lodi potrebbe per avventura scoccarmi addosso quella trappola che mi vien tesa; ma paghisi la Dea di quella stessa moneta ch’ella spende.) Circe. Ulisse, perchè se’tu cotanto pensoso? Che vuol dire? Ulisse. Io non sono così buon cantore improvviso, come quelle tue belle fanciulle allevate dalla tua dottrina; ma ad ogni modo intendo di cantare anch’io qualche cosa. Abbimi per iscusato, se l’armonia, delle mie canzoni non riesce uguale a quella che tu se’avvezza ad udire nel tuo albergo. Circe. Accompagnate, o fanciulle, la voce del gentile Ulisse; a cui sono note tutte le belle arti; seguitela col tuono de’vostri strumenti. Ulisse. Quale il tenero fior, che dalla terra Spunti, e s’adorni di color vermiglio,
È la guancia di Circe, e i suoi begli occhi
Han somiglianza di lucenti stelle.
Trema il cor de’più forti in faccia a lei.
Dalla possanza de’suoi vivi sguardi
Tanto si può salvar alma virile,
Quanto può ramo di frondosa quercia
Durar contro la folgore di Giove.
Venere bella tra il beato coro
Delle Grazie sì lieta non fiammeggia,
Nè sì ripiena d’amoroso foco.
Oh non abbia più mai prosperi venti!
E il mar sempre minacci aspra tempesta,
E fune eterna la mia nave leghi,
Insin ch’io vivo all’isola di Circe. Circe. (A questo passo io t’attendeva: poco anderà, che setoloso e zannuto andrai a vedere i tuoi compagni nelle stalle, o prudente Ulisse.) Udiste, o compagne mie, com’egli soavemente canta? Vorrei solo ch’egli avesse eletta materia più nobile e più atta a quel suo grande e capace ingegno. Ma è tempo che sieno apparecchiate le mense. Vada una di voi a prendere quel maraviglioso liquore che ristora gli animi afflitti, e alleggerisce i corpi della loro stanchezza. Ulisse. (Io mi raccomando a te di nuovo, o celeste messaggiere di Giove. Io berò. Non lasciare che l’incantato beveraggio m’offenda. Erba mia, tien saldo il cuore, rinforzami il cervello. Ecco, che vien l’ampolla.) Circe. Prendi, o re sapiente d’Itaca, il virtuoso vasello e mettilo alla tua bocca; così possa essere a te di salute, e a me di consolazione. Béi, che il buon pro ti faccia. Ulisse. (Ecco ch’io ho bevuto. E ti ringrazio, o Mercurio, ch’io mi trovo ancora qual era prima.) Ma come si cambia ora la clemente faccia di Circe in disdegnosa e superba? che viene a dire, o mia cara albergatrice, che tu mi sembri da un’acuta collera traportata? Circe. Sorgi da questo sedile, o sciocco, e senza senno re di scacchi; e va’percosso da questa mia verghetta, colà dove meriti, a grugnire co’tuoi compagni. Ulisse. O falsa e sfacciata strega, credesti tu che alle simulate grazie delle tue lodi e de’tuoi incantati vaselli cedesse come tutti gli altri avvilito Ulisse? L’uomo, ch’è uomo, sa corrispondere alla gentilezza delle parole con quella cortesia che conviensi, ma dee però aver sempre l’occhio alle trappole, quando egli ha a fare con femmina, qual se’tu, che non conoscesti mai altro che la falsità e la dissimulazione. Che è stato? Ora impallidisci? Ammutisci? Chini gli occhi a terra? Che pensi tu? a qualche nuovo artifizio? Io ho meco tale aiuto, che non possono offendermi ne l’arti tue naturali, ne le soprannaturali, se tu le usassi; e però pensa incontanente a restituire i compagni miei nella prima forma, o a pagare la pena delle tue molte scelleratezze. Circe. Ulisse, non più. Io veggo oggimai che hai per protettrice una forza superiore alla mia, e puoi a tua posta volere da me quello che più t’aggrada. Non è colpa mia s’altri cedono alle lusinghe del mio canto, e a que’vezzi di cui sono da natura dotata. Questo è il regno mio, e queste sono le forze, con le quali io regno sopra altrui. Se tu’ti valesti dell’armi e del coraggio per vincere la città di Troia, io mi vaglio di quell’armi e di quella facoltà che posso per mantenermi sul seggio reale. Per la qual cosa se tu hai potuto più di me, non dèi però trattarmi con soverchia crudeltà, ma come umano nemico aver compassione della mia disgrazia. Questa isola è tua, tuoi sono tutt’i passatempi e i sollazzi che in essa sono. Usagli a quel tempo che vuoi, per tua ricreazione, e senza lasciarti da quelli intenebrare il cervello. In breve, tu ne sei il padrone. I compagni tuoi saranno, quando tu il voglia, da me ritornati all’aspetto di prima. Ulisse. A questo modo, io m’arresterò qualche giorno nell’isola di Circe. Sciogli i compagni miei prima, e lasciami un poco spaziare per queste tue valli; tanto ch’io esamini cotesti altri animali che già furono tutti uomini. Io voglio un poco vedere come possono viver insieme bestie di sì diversa qualità, come fanno, senza offendersi l’uri l’altro. Circe. Fa’come ti piace. Interrogagli a modo tuo; chè tu puoi d’ogni mia cosa disporre. Vado a sciogliere i tuoi compagni. Ulisse. Nume eterno, celeste, io ho tutto l’obbligo a te della mia libertà. Tu mi traggi salvo dalle mani di Circe, e tu mi concedi ch’io possa rivedere i miei compagni in aspetto umano. Dammi ora, che anche da un paese ripieno di salvatiche bestie possa cogliere qualche frutto di cognizione e di virtù, che mi possa giovare, s’io ritorno mai in Itaca a rivedere Penelope mia moglie e Telemaco mio figliuolo.