Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero LXXXIV", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\084 (1761-11-21), S. 352-356, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.469 [aufgerufen am: ].


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N° LXXXIV

A dì 21 novembre 1761.

Zitat/Motto► Trovâr di lisce pietre edificato
Tra valli, e posto in ragguardevol sito
Il palagio di Circe.

Omero, Odissea, X. ◀Zitat/Motto

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Dialogo I.

Ulisse ed Euriloco.

Ebene 4► Dialog► Utopie► Ulisse. Dov’è Polite? Dove sono gli altri compagni che vennero teco, o Euriloco? Oimè! è avvenuta forse loro qualche nuova calamità? Oh! tu sembri così sbigottito, e piangi? Quando avranno fine cotanti nostri infortuni? E per non dire degli altri, quant’è che noi uscimmo dell’ugne al Ciclopo, e che le nostre carni scapolarono d’esser trinciate alle inique mense d’Antifate? Sarà però eterna l’ira del cielo contro di noi? Euriloco, di’su, io te ne prego, dove sono i compagni? Dove gli hai tu lasciati?

[353] Euriloco. In una stalla imbrodolati nel sucidume, e col grifo nel fango, tramutati in porci.

Ulisse. S’io non avessi fino al presente vedute tante maraviglie, io direi che tu fossi pazzo; ma ad ogni modo questa è sì grande, che a fatica posso prestarti fede. Com’è egli però possibile che uomini abbiano potuto in così breve tempo cambiar faccia e costumi da uomini, vestirsi di setole, e grufolare? Io credo piuttosto che il sangue tuo atterrito da tante passate sventure, e la fantasia riscaldata t’abbia fatto vedere quello che non è, e che non sarà mai; o che temendo di qualche trista fortuna, tu gli abbia piantati, e te ne sia tornato indietro a raccontarmi questa tua favola.

Euriloco. Io ti dico che non fu mai verità, nè storia maggiore e più chiara di questa. Sono tutti porci, chiusi in un porcile, e il grugnire è la loro favella; e poco mancò che non fossi anch’io medesimo in uno di quegli animali trasfigurato. Entriamo nella nave, tagliamo la fune, facciamo vela di subito, e scostiamoci di qua, perchè già mi pare che spuntino le setole in sul corpo a te e a me, e a quanti altri ci rimangono vivi ancora.

Ulisse. Euriloco, se la cosa è pur tale, qual tu a me la narri, io fo conto di perdere in questo luogo la vita, e d’avventarmi ad ogni pericolo per trarre i compagni nostri da uno stato così vile e meschino. Mai non sarà detto al mondo che Ulisse siasi dimentico d’uomini che hanno passati seco tanti rischi, che l’hanno in tanti orrori di mare aiutato; e ch’egli poi gli abbia lasciati animali nel fango, senza procacciar loro soccorso veruno. L’opera loro ha giovato a me; io debbo tentare che la mia giovi a loro. Altrimenti io sarei più bestia salvatica, e peggio costumata de’miei poveri compagni; non distinguendosi più gli uomini dalle bestie, che nella gratitudine e in un caritativo amore che hanno l’uno verso all’altro, aiutandosi vicendevolmente ne’loro infortuni. Ma dove debbo io andare? In qual parte dell’isola è avvenuta questa maraviglia? Come fu? Dimmi.

Euriloco. Noi ci partimmo di qua, tratti a sorte, come vedesti, in polizze fuori dell’elmo. Camminammo un lungo tempo e con gran disagio per profondissime valli, che qua e colà aveano certi stagni e certi pelaghetti d’acqua; e non senza nostra grandissima maraviglia vedemmo bellissimi pesci guizzare e venire a galla, quasi che desiderosi fossero di vederci; laddove in tutti gli altri luoghi sogliono al comparire degli uomini nell’acque tuffarsi, e tutti sparire. Mentre che ci movea a maraviglia la novità de’pesci, da un altro lato uscivano da certe selvette, che vestivano gli orli delle valli, animali d’ogni qualità che ci diedero un gran capriccio di paura, benchè non mostrassero punto di volerci offendere; ma ci accompagnavano con altissime voci di varie sorti, per modo che avresti detto che ci dessero il buon viaggio. Di sopra ci svolazzava una gran torma d’uccelli con grandissima festa, de’quali chi saliva allo insù, chi si calava a piombo, chi volava a scosse, e qual roteava, e facevano uno schiamazzo che quasi ci aveano assordati. Parea che dicessero: “Venite con esso noi, che v’insegneremo la via.” E in effetto avviatici dietro a quelli, incominciammo a scoprir da lunge un palagio veramente reale, posto in un luogo che signoreggiava a tutte quelle valli, e con la sua nobile prospettiva ricreava gli occhi de’riguar-[354]danti. Fino a tanto che fummo da quello discosti, egli ci parea che i lucidissimi raggi del sole da ogni lato vi percotessero dentro; così luminoso e lieto appariva. Ma secondo che ad esso ci andavamo via via approssimando, una certa nebbia lo circondava, che andava togliendo dinanzi agli occhi altrui la sua mirabile architettura; e quando fummo, entrati in un ampio cortile, poco mancò che non dessimo del capo nelle muraglie; tanto era divenuta grassa quella nebbia, che dalle vicine valli sollevandosi, intorno al palagio si rauna, e fa nuvolo, e quasi nembo. Fummo forzati ad andare innanzi tentoni, e aggirandoci qua e colà non so dove, nè in qual modo, udimmo una voce che, soavemente cantando, divenne guida de’nostri passi, perchè andando dietro a quella, ci ritrovammo innanzi ad un uscio grande, in cui erano certe fessure, alle quali si potea adattare gli occhi e gli orecchi, e vedere ed udire quello che si faceva di dentro. Le parole della canzone furono queste:

È la vita mortai piena d’affanni;

Rapido il tempo, e l’ore sono corte:
Ahi! chi può tutti noverare i danni
Del rigido pensiero e della sorte?
La speme è il solo ben che con inganni
Conduce al fin l’uomo pensoso a morte:
Se il diletto fuggite, e che vi resta,
Fuor che tuon, nembi, folgori e tempesta?

Venite al riso, al canto ed alla danza,

Alle delizie del giocondo Amore.
Questi son beni, qui non c’è speranza,
E non si pasce solo d’aria il core.
Poco, mortali, al viver vostro avanza;
In obblio qui si mette ogni dolore:
E se vi cale di passare il tempo,
A me venite insin che ancora è tempo.

In tal guisa cantava la lusinghiera voce, con sì dolce e con tanta grata armonia profferendo le parole, che parea più presto incantesimo, che cantare umano.

Ulisse. Io comincio ora a vedere che dalle ingannevoli parole e dal suono della musica rimasero presi gli sciagurati compagni; e che non giovarono punto gli esempi di virtù e sofferenza che vedeste ne’miei lunghi viaggi. Oh! santissima e divina faccia della Virtù, come sparisci tosto dinanzi ad ogni menomo articolar di voce del Diletto? Tu sarai sempre a pochi gradita, e i seguaci tuoi verranno in ogni tempo dal maggior numero dileggiati. Ma tu sei consolazione a te medesima; e quell’animo che in se ti riceve, molto meno sente i travagli del pensiero e della fortuna, di quello che altri immagina. Ma segui, segui, Euriloco, ch’io debbo ora pensare a’ripari.

Euriloco. Udita la maravigliosa canzone, mettemmo gli occhi alle fessure dell’uscio; e vedemmo, oh che vedemmo! la più bella, e la più gentil giovane che mai a’mortali occhi apparisse. Stavasi ella a sedere in un ricco seggio, tutto guernito di preziose pietre in castoni di finissim’oro legate, risplendenti come stelle. Avea ella non so quali donzelle che le stavano intorno in piedi e sonavano cetere, liuti, flauti, vivuole, accompagnando col suono il canto della padrona. Nella spaziosa sala [355] stavansi ad udire, non uomini o donne, ma varie sorti d’animali salvatici e domestici di monti e di selve, lioni, orsi, lupi e tigri, e con essi cervi, buoi, pecore; i quali tutti senza rabbia nè timore si stavano insieme, e di tempo in tempo, tocchi dalla dolcezza del canto, si rizzavano in su due piedi, e andavano alla Reina del luogo a festeggiarla e a baciarle la mano, quasi volessero ringraziarla del diletto che riceveano dalla sua voce; ed ella in contegni, non si degnava di pur guardarnegli, e proseguiva il fatto suo, standosi essi tutti attoniti dinanzi a lei. Comecchè quella maravigliosa veduta ci facesse prima un grandissimo spavento, pure a poco a poco vedendo tanta dimestichezza in tutti quegli animali, cessò il timore ne’nostri compagni; e s’invogliarono tutti, d’entrare nella sala, e cominciarono a bisbigliare e a dirsi all’orecchio: “Or come farem noi per essere alla bella Reina introdotti?” – “No,” diceva io, “non, fratelli, non, amici e compagni, non fate. Non avete voi veduti poco prima que’pesci, quegli animali delle selve e quegli uccelli, come ci facevano feste? E al presente non vedete voi forse qui in qual guisa sono domestiche davanti a cotesta donna le fiere più superbe e crudeli? Io non veggo in questi luoghi la natura degli animali somigliante a quella che ritrovasi altrove. Colei è certamente qualche potentissima strega, e da lei deriva cotale scambiamento ne’costumi universali. Chi sa quali sono le sue fattucchierie, e quello ch’ella fa per guidare gli animali a tanta dimestichezza? S’ella tanto può nelle bestie, che potrà negli uomini? Ritorniamo alla nave; si riferisca ad Ulisse quello che veduto abbiamo: egli farà quello che gliene pare.”

Ulisse. Ed essi che fecero?

Euriloco. Come s’io avessi stuzzicato uno sciame d’api e di vespe, borbottarono tutti insieme, e contro di me s’ammutinarono; e aveano già levate le pugna per infrangermi la faccia. Non sì tosto mi nascosi dalla furia loro, che incominciarono essi a vociare, e a far segno ch’erano di fuori. Allora dal luogo dov’io era celato, vidi aprirsi le porte del palagio, e venir loro incontro con benigna faccia la donna che avea prima veduta a sedere, la quale facea loro gratissimo atto con la mano ch’entrassero, ch’egli erano i ben venuti; e tutte le donzelle che seco erano, faceano un dolce sorriso, e tutte le bestie ancora corsero loro incontro con clementi atti di bontà, e leccavano loro le mani con molta gentilezza. Che più? I nostri compagni entrarono tutti nel palagio, le porte si chiusero; ed io andai alle fessure dell’uscio per vedere quello che avveniva.

Ulisse. E che vedesti?

Euriloco. Io vidi incontanente incominciarsi una danza, e i compagni miei adocchiare or questa or quella delle donzelle, ed esse far loro mille civetterie e lusinghevoli guardature; di che nel principio ebbi quasi quasi dispetto d’essere, come uno sciocco, rimaso fuori, e già era per aprire la bocca, e farmi udire, per essere ammesso in quel consorzio, quando, oh grandissima maraviglia! vidi che le schiene de’miei compagni s’erano per lo lungo vestite d’una lista di setole negrissime, senza ch’essi punto se n’avvedessero, anzi parea loro d’essere i più gentili e garbati donzelli del mondo. E mentre che faceano quelle giravolte e quegli scambietti, non vedendosi essi l’un l’altro, ed essendo dalle fanciulle veduti, quelle s’accennavano, e motteggiavangli di furto; di che ebbi tanta passione e paura, che mi toccai le reni, temendo di trovarlemi setolose, quali le vedea a’miei compagni. Intanto la festa [356] ebbe fine. Ed eccoti che una torma di donzelle uscì dalle contigue stanze, e chi portava di esse panieri con varie sorte di candidissimi pannilini, argenterie e cristalli, di che fu apparecchiata una mensa, anzi un solennissimo convito. Ventitrè erano i compagni miei, e ventitrè furono le fanciulle che si posero a’fianchi loro a sedere. Io vidi benissimo che di sotto alla tavola facevansi atto l’un l’altro col ginocchio e col piede; e ad ogni menomo attuccio, ora spuntava a’compagni miei un orecchio porcino, e ora s’appicciniva loro l’occhio, e già erano quasi tutti di setole ricoperti. E già era pervenuto alla fine il convito, quando fu arrecato in sulla mensa un vaso di non so quale incantato vino, di cui ognuna delle donzelle empiè un bicchiere, e lo presentò al zerbin suo dicendo: “Te’, fa’un brindisi a colei che più ami.” Essi tutti lieti preso il bicchiere, quasi a uso d’esercizio militare, se gli posero a bocca ad un tratto, e gridando pro pro, ne vollero vedere il fondo. Ma non sì tosto ebbero cioncato, ch’io vidi le loro braccia tutte pelose divenire, le cinque dita delle mani congiungersi insieme, e poscia dividersi in due ugne nericce, e lo stesso avvenire de’piedi. Gli umani visi s’allungarono in un nero grifo, e le zanne uscirono fuori delle labbra mezzo palmo. Essi spaventatisi di tal cambiamento, si levarono su per fuggire; ma non era più tempo, perchè si posarono quelle che prima erano mani, in terra; la faccia, che solea essere rivolta verso il cielo, guardava allo ingiù, e, in iscambio di articolare parole, uscì loro della gola un altissimo grugnare. Allora la maladetta Reina, levatasi su da sedere, gridò: “Così sarà di qualunque uomo consentirà alle delizie di Circe, e verrà alla possanza di lei;” e detto in questo modo, prese in mano una sua verghetta, e quasi pasturandogli, accompagnata dalle fanti sue che smascellatamente ridevano, gli fece entrare in un porcile, riempiendo loro un truogolo di ghiande, gusci di frutte, e di quante ribalderie le giunsero alle mani. Io sbigottito, anzi più morto che vivo, venni incontanente ad arrecarti la mala novella.

Ulisse. Miserabili e veramente infelici compagni! che avendo prestato fede a lusinghe da voi non conosciute, siete ora d’uomini divenuti così schifi animali! Ma il piangere è da femmine, e l’opera è da maschi. Ad ogni modo io mi voglio avventurare a liberargli dalle mani di Circe. Euriloco, vieni, e segnami la via per andare a lei.

Euriloco. Bench’io tremi ancora, farò quello che tu vuoi; ma guarda molto bene che se mai sei stato prudente, ti bisogna a questa volta.

Ulisse. La mia buona volontà sarà giovata dal cielo; ad essa m’affido. ◀Utopie ◀Dialog ◀Ebene 4 ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1