L’Osservatore veneto: Numero LXXXIII

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N° LXXXIII

A dì 18 novembre 1761.

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Letter/Letter to the editor

Metatextuality

All’Osservatore.
Spirto gentil, di poesia languente Maggior ristoro, udir deh! non t’incresca
Quello intorno ad essa ragionammo
Macrino ed io: Macrin, che infonde i semi
D’arti e scïenze al mio crescente ingegno. Se una facciata alzarsi maestosa A un palagio magnifico o ad un tempio,
D’alte colonne vagamente e fregi
Scorgessi adorna, il cui padrone avaro
Del bianco eletto veronese marmo
Ponesse in opra pinto legno in vece:
“Temi i tarli che Tempiali di foracchi,”
Gridare udrei, e dar beffe al Cremete.
E perchè: “i tarli temi,” al poetastro
Che a servil suono sciocchi sensi inventa,
Gridar non odo? No; da’lettor stolti,
Il cui naso infreddato oltre la scorza
Mai non penètra, e del midol non sente
Coll’odorato fievole il fetore,
Larghi batter di mani, e mal dovuti
Applausi e lodi dar sento, e mi rodo.
Se poi bennato ingegno, il nobil estro
Vago aggirando, eletta opra produca
Di puro stil, di pensier sodi e giusti,
Composta a sesta; con sbavigli e braccia
Stiracchiando allargate, i marchigiani
Giudici odo gridar, cader lasciando
Dalle man sozze gli aurei scri terra:
“Ahi, stentati pensier! rancido stile!”
Suole così l’incolto Americano
Tratteggiare ammirando il rozzo ferro,
E ‘l lucid’ôr co’piè calcar negletto.
“Che giova dunque esatto i miei pensieri
Pesare, esaminar, frenar, disporre,
E averne in premio poi visacci e fiche?
No, no: piuttosto un palafren, che sciolto
Or corra a lanci ed ora a saltelloni,
Regola insegni; simmetria s’impari
Dai gran che cadon, poichè lunge i scaglia
Duro villano, acciò lascin la pula;
Ed acconcezza da que’sgorbi e mostri,
Che suoi primi disegni il fanciul noma.
Così udransi eccheggiar del popol folto,
Al cui tergo ignoranza il marchio impresse
Di suo vassallo, gli alti applausi e i viva.”
Così dissi, e i maestri che sfuggire
Seppero i spessi fóri del mai queto
Crivel, con cui gli autori vaglia il tempo,
Lunge scagliar con disdegnosa mano
Già m’apprestava; ma Macrin rispose: “Da un dispetto simíle anch’io già fui Quasi commosso; ma una voce udii,
Voce di tuono, che dicea gridando:
‘Bestemmiator, che fai?’ Sentii cadermi
Cispa a me ignota, velo a’mortali occhi,
E Apollo vidi. ‘Alzati,’ ei segue, ‘e mira
Di Parnaso alle falde.’ Io l’ubbidisco;
E un pantan veggo, dove i poetastri
Impanïati diguazzando stansi;
Come gli augelli, sopra cui rinchiusi
Ha suoi calappi il cacciatore astuto,
Che pur battono l’ale, e ‘l capo e ‘l becco
Dan nell’intoppo, ma volar non ponno;
Così costor scuotersi spesso, e un dito
Non alzarsi giammai da quella melma;
Gloria lunge beffarli, e una donzella
Sol d’aria gonfia, con belletti e strebbi
Un cavo specchio a ognun tener davanti
Scorgo. Stupido in mezzo a’nuovi oggetti
Tacqui ammirando. Allor mi disse il Nume:
‘Quelli tu vedi, a’quai gentame udisti
Dare indebite lodi, ed è Burbanza
La donzellaccia che l’immagin falsa
Di lor, fatti giganti, a loro stessi
Mostra, e da lunge capovolti e nani
Fa creder loro i buon del monte in vetta.
Tai son costoro, or quai saran riguarda.’
D’altra parte mi volgo, e l’obblio vedo,
Guscio di sarde, o di cessami arazzi
Far divenire d’instancabil penne
E fantasie sfrenate i parti informi. ‘Or va’,’ mi disse Apollo, ‘assai vedesti.’ Umile mi prostrai, perdon gli chiesi;
Sparve ogni cosa. Per l’antica via
De’buon maestri i passi miei condurre
Risolsi allor. Tu fa’lo stesso, o figlio,
E soda gloria ai schiamazzar preponi
Di sciocca turba che non squadra applausi.”

Metatextuality

E’mi pare che l’opere degli scrittori sieno come quei quadretti a fettucce di legno, che tre diverse figure rappresentano, di fronte, a destra e a sinistra mirati: con questo divario però, che quelle abbiano in fronte sè stesse al naturale dipinte; guardate a destra, quelle stesse, ma assai migliorate si scorgano; ed a sinistra quelle medesime pur sieno, ma coi pregi abbassati e i difetti rialzati. I lettori sono quelli che guardano il quadro, e le loro passioni in quel punto quelle che lo rivolgono. Io temo che questi miei miseri versi alla sinistra lo sdegno del mio folle ardire vi abbia fatti leggere; potrei anche sperare che a destra la vostra gentilezza li rivolgesse; ma vi prego mirargli almeno di fronte, ed empierne qualche ultima pagina dei vostri fogli preziosi, se pur vi paresse che meglio di un festone potessero campeggiarvi. Andropo Microsi Diastroforino.
L’Osservatore.

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Se in colto zazzerin Damo vagheggia, Misura occhiate, e vezzosetto morde
L’orlicciuzzin di sue vermiglie labbra,
Spesso movendo in compassati inchini
La leggiadria delle affettate lacche;
Il nobil cor di nobile fanciulla
Ride di Damo, e vie più ride allora
Che di lui vede imitatrice turba
Di begl’imbusti svolazzarsi intorno.
Anzi si sdegna che il celeste dono
Di pudica beltà trovi sue lodi
In sospir mozzi, e non perite lingue,
A cui nulla giammai porse l’ingegno.
Lasciale a Frine, a Callinice, a Flora,
Urganda e Gella, e all’infinito stormo
Delle sciocche e volubili civette.
Credimi, Andròpo, da costei diversa
Non è la figlia del beato Apollo
Poesia, delle grandi alme ornamento.
Io ti ricordo, è sua beltà celeste:
Non giova a lei che innumerabil turba
Viva in atti di fuor, di dentro morta,
A caso applauda, e mano a man percuota.
Nè si rallegra, se le rozze voci,
Avvezze sempre ad innalzare al cielo
Perito cucinier, sapor di salsa,
Volgano a lei quelle infinite lodi
Ch’ebber prima da lor quaglia ed acceggia.
Vanno al vento tai lodi, e nero obblio
Su vi stende gran velo, e le ricopre. Quei pochi chiede lodatori a cui Dier latte arti e dottrine. Un liquor santo
È quel che nutre, non muscoli e polpe,
Ma la possanza del divino ingegno,
Vita di dentro. Ei vigoroso e saldo
Pel suo primo alimento, alto sen vola,
E puote della Dea comprender quale
Sia l’eterna e durevole bellezza. Nè creder già che di schiamazzi e strida Largo a lei sia, nè che sue laudi metta
In alte voci, ed in romor di palme.
Tacito, cheto e fuor di sè rapito,
L’ammira, e seco la sua immagin porta,
Nè più l’obblia. Se ciò Macrin non disse,
Or l’odi, onde, agli Dei caro intelletto,
Segui la bene incominciata via:
Rapisci l’alme, e non temer che noti
All’altre etadi i tuoi versi non sieno.

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Metatextuality

Carissimo Andropo. Quantunque si possa con la fiorita e variata vesticciuola della poesia vestire anche la verità, pure, poichè, secondo l’opinione degli uomini, comune, pare che si usi a metterla indosso solamente alla menzogna, non ho voluto in questi pochi versi dirvi quanto vi sia cordialmente obbligato dell’avere a me indirizzata la lettera vostra. Sì, caro Andropo, io vi sono obbligato con un vincolo di gratitudine eterna. I primi versi di quella contengono espressioni verso di me tanto generose, ch’io non mi posso dispensare dal riconoscere l’animo vostro per liberale e pieno di cortesia a mio riguardo. Che mai potrei far io, non dico per compensare tanta gentilezza, ma per dimostrarvi il mio cuore? Io non trovo in lui cosa che sia degna di esservi offerta in particolare, sicchè, vi prego, accettate da lui questa offerta universale della sua gratitudine. Anche l’ingegno mio poca cosa vi può dare. Que’pochi versi che sono qui sopra, vedrete benissimo che sono piuttosto un contrassegno del piacere destato in me dai vostri, che cosa la quale meritasse di venirvi innanzi. Oh Muse! oh Muse! voi mi costaste già lunghissime vigilie e non piccioli pensieri: e quando mi abbisogna l’aiuto vostro, voi mi abbandonate! Pazienza! Ma io non ho anche gran ragione di querelarmi di esse; anzi credo ch’esse abbiano cagione di lagnarsi di me, che le abbia da lungo tempo piantate. Sia come si vuole, abbiano la colpa esse o l’abbia io, mi spiace solamente che dopo le lodi ricevute dallo stimatissimo Andropo, la cosa non mi sia riuscita quale avrei voluto. Egli, ch’è cortese, mi avrà per iscusato, non me ne vorrà male per ciò, e viverà con la speranza che un’altra volta io gli riesca migliore, tenendomi intanto per suo buon servidore L’Osservatore.

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Letter/Letter to the editor

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Signor Osservatore. Con tutto ch’io m’avvegga che voi pensate poco al caso mio, è tanta e tale la vostra negligenza che alcuna volta dovreste accorgervene. Tacqui sin ora, perchè a forza di molestia vi ho pure tempo fa indotto a scrivermi che risponderete ad un mio quisito ch’io vi avea fatto. Io voglio tornarvi a molestare senza domandarvi perdono. Non mi ricordo nemmeno qual quisito egli si sia, perchè il tempo me l’ha fatto uscire di mente: ma non posso scordarmi di quelle due righe così asciutte datemi in risposta, e non mai eseguite. Dio vi benedica e vi guardi dalle mie polizze. Il non degno delle vostre risposte.

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Metatextuality

Signore. Vi giuro, o Signor mio, chiunque siate voi, che non so indovinarlo, ch’io non credo di avere altra qualità al mondo fuor quella di apprezzare tutti. Vi stimo dunque e vi venero, ma non vi ho risposto. Ben dovrete sapere che le cose non dipendono sempre da noi soli; non avete mai udito dire che ne hanno parte il Destino, la Sorte, il Fato, le Stelle, e che so io? Chi sa dunque ch’io non abbia avuta anche una voglia grandissima di rispondervi, e che il Diavolo non l’abbia voluto? Scusatemi, vi risponderò; se non che vi ricordo che mi bisognerà volgere tutti i fogli miei per ritrovare il vostro quisito; non potrò perdonarmela di non avervi risposto subito. Con tutto ciò vorrò sempre essere vostro servidore L’Osservatore.
Paolo Colombani.

Metatextuality

Essendo sabato festa, usciranno due fogli mercoledì venturo. Scrivo queste due righe, acciocchè non vi sia chi si sturbi sabato per venire a prendere i fogli. Questo spensierato dell’Osservatore non me n’ha detto nulla: ma io che so l’umor suo, che un giorno di tranquillità lo mette in conto d’oro e di perle, gli darò avviso d’aver pubblicate queste poche linee, e so ch’egli ne sarà contento. Non altro. Stia sano ognuno e viva felice.