L’Osservatore veneto: Numero LXXXI

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N° LXXXI

A dì 11 novembre 1761.

Zitat/Motto

Succum ex floribus ducant, qui protinus mel sit.

Sen., Epist.

Traggano il sugo da’fiori, di subito si fa mèle.

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È egli possibile che s’abbiano sempre a vedere le congregazioni intere degli uomini, i quali, dal favellare in fuori, tanto sanno il giorno in cui vengono al mondo, quanto quando chiudono gli occhi, e terminano la vita? Pegli occhi, pegli orecchi, e pegli altri sentimenti del corpo non entra mai loro cosa veruna ne buona nè trista. Tutto quello che veggono, che odono, toccano, assaggiano, è come l’immagine di qualche cosa nell’acqua e in uno specchio, che incontanente sparisce, e non ne rimane vestigio. Acquistano una certa consuetudine di mangiare, bere, vestirsi, spogliarsi, tanto che al prossimo appariscono vivi, e pare che facciano quello che fanno gli altri; ma in effetto non sono vivi. Il menare le braccia, le gambe, e il tirare aria ne’polmoni e il cacciarla fuori, non sono quella vita che dee aver l’uomo. Un mantice alla fucina a questo modo si potrebbe dire che vivesse. Che avrebbe a fare nel cranio quel bell’ordigno del cervello, con tante miracolose maraviglie che vi son dentro, se non s’avesse mai a farne uso? E quella vivacità e sensibilità del cuore hassi così a lasciarla infingarda, addormentata e morta? A che sarebbero state fatte tante belle magnificenze celesti e terrestri che ne circondano, se non avessimo avvederci della loro bellezza, grandezza e varietà? Ma sia quel che si vuole, io non intendo che ogni uomo abbia ad intrinsecarsi coll’intelletto in cose troppo massicce, perchè ognuno non è atto a spiegar l’ale tanto ad alto; e quella varietà ch’è in tutto quello che ci veggiamo d’intorno, è anche ne’cervelli. Non ci sono forse anche cosette leggiere che possono entrare nella mente di tutti, e si confanno con la capacità universale? Donde viene questa trascuraggine? questo sonno? Io credo che ne siano appunto stati la cagione coloro i quali, datisi agli studi e alle lettere, per parere essi da qualche cosa, sono andati spargendo pel mondo una fama della gran difficoltà che hanno in sè le dottrine; sicchè a poco a poco gl’ingegni si sono atterriti; e coll’andare degli anni, facendo conto che sia dottrina ogni cosa, non si curano più di nulla, lasciano andar l’acqua alla china, e si dormono in pace. Da un lato non hanno il torto, perchè ne’primi anni della fanciullezza loro andando alla scuola, trovano che al parlare è stato posto nome Grammatica; e vi perdono dentro i bei cinque o sei anni dell’età loro, tanto che dicono: “Se tanto ci ha a costar un poco di cinguettare, che sarà dell’altre dottrine? Questo è un mare che non ha nè fine nè fondo; e noi avremo prima i capelli canuti, che sappiamo un’acca: sicch’egli è meglio goderci in pace, e non affaticarci l’intelletto. Ad ogni modo noi veggiamo che tanto se n’ha. E cotesti uomini di lettere, da una certa boria particolare e da certi visi tralunati e stentati in fuori, non acquistano più che gli altri uomini; e forse forse ne cavano meno, non vedendo noi per lo più che sieno così agiati ne’fatti loro, che possano muovere invidia negli altri.” Al nome del cielo. Io non voglio negare a cotesti tali che la cosa non sia come la dicono. Ma quando io mi querelo che non pensano, che non vivono, non intendo già d’empiere un sacchettino di libri, di metterlo loro ad armacollo, e mandargli alla scuola. Non leggano mai, se non vogliono, non prendano mai calamaio nè fogli, ma s’avvezzino a leggere solamente in quello che si veggono intorno, a meditarvi sopra, a farvi chiose e commenti. Traggano il sugo da questi benedetti fiori che spuntano sotto i piedi e germogliano ad ogni passo, e ne facciano mèle. Questo è quello ch’io vorrei, e quella scuola che raccommando ad ogni uomo che vive. Immagino dunque che s’abbia ad allevare un giovane: e che la scuola sua debbano essere le case, le strade, le botteghe, e altri luoghi privati e pubblici; ch’egli non debba avere altri maestri, fuor che gli uomini e le donne che incontra, conosciuti o non conosciuti, co’quali s’abbatte a favellare. Non crederà forse che gli bastino? Ben so che gli basteranno. Ma egli dalla parte sua dee arrecare a cotesta scuola gli orecchi aperti, e l’animo apparecchiato a meditare un pochette sopra quello che ode, e non accostumarsi ad udire senza intendere; perchè altrimenti la sarebbe infine come s’egli non avesse udito nulla, o a cantare uccelli, o un mormorare di fiume. Io gli chiedo ch’egli faccia a un dipresso come fanno gli scrittori delle favole, che quando hanno dettato una favola, ne traggono nel fondo una breve sostanza, una lezione di morale. Che importerebbe a me, per esempio, di leggere che il Lione andò a caccia con diversi animali più deboli di sè, e che al dividere della preda si tenne a parte a parte infine ogni cosa per sé medesimo; se non se ne ritraesse nel fondo che quegli che più può, fa stare a segno tutti gli altri? Se da tutte le umane operazioni, da tutti i ragionamenti, e da quanto s’ode o si vede, non se ne tragge qualche sostanza, che importano le storie, le novelle che si dicono, e i fatti che accaggiono? Tutto quello che apparisce di fuori in azioni, ha la sua radice nel cuore umano, nel quale non si può penetrare altro? che per questa via; e a questo filo dobbiamo attenerci, per sapere con cui viviamo, e in qual forma dobbiamo con altrui diportarci. Facciamo quel conto fra noi, che ogni cosa sia favola, e con la bontà e facoltà della meditazione se ne prema fuori il sugo della morale, che ci serva a conoscere che sieno tutti gli altri, e quali siamo noi medesimi. A questo modo ogni umana faccenduzza, ogni menoma parola può risvegliare nel nostro cervello qualche buon pensiero, da adattarlo a tempo alle operazioni altrui, e alle nostre ancora. Oh! so io dire che questo, modo è di maggior giovamento, che lo studiare sui libri; i quali sono finalmente cose morte, e non danno a quello che rappresentano, quel vigore e quella vita che hanno le operazioni degli uomini affaccendati, e che si movono, e mangiano, e beono, e dormono, e veston panni.

Metatextualität

Ma perchè ad entrare in tali meditazioni è però di necessità l’avere qualche principio che guidi i discepoli, egli è bene che a questo proposito pubblichi un Dialogo, datomi a questi giorni da un amico mio, il quale a un dipresso dimostra come uno si debba reggere nelle sue considerazioni.

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Dialogo.

Minerva, Plutarco, Ippocrate e Ombre.

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Dialog

Plutarco. O di quanti sono nell’altissimo Olimpo, Dea veramente degna di venerazione e di stima, tu m’hai fino a qui fatto passare tanti monti, tanti mari, e finalmente varcare, non senza mio gran sospetto, la nera palude infernale; nè ti degnasti mai ancora di palesarmi la cagione di questo così lungo e faticoso viaggio. Tu mi conducesti nelle corti d’altissimi re, ne’palagi di nobili personaggi, in casette d’artisti, e in casipole di villani; m’hai fatto vedere i costumi d’ogni uomo, notare le operazioni di tutti. Mi dichiarasti con la tua divina penetrazione la felicità e infelicità d’ogni genere di persone; e infine non è cosa che tu non m’abbia detta, soddisfacendo alle mie domande. Ma la cagione del mio viaggio, me l’hai sempre taciuta. Eccoci finalmente pervenuti a quel luogo in cui io credo d’aver a rimanere sempre, non essendo lecito a chi scende quaggiù di più rivedere le stelle. Chieggoti dunque per ultima grazia, che tu mi spieghi la cagione che t’ha mosso ad essere la compagna del tuo umilissimo servo e schiavo in così lungo e travaglioso cammino. Minerva. Anzi non è lecito di rimanere in questo luogo a colui che ne viene con lo spirito vestito di carne e d’ossa, come tu sei; nè può nell’abitazione degli Elisi arrestarsi chi dalla prima vita non s’è disciolto. Ritornerai fra poco a vedere quella luce, la quale in queste mortali tenebre agli occhi tuoi più non apparisce. A grande uffizio tu fossi eletto dal rettore di tutti gli Dei; ma non si potea compiere la volontà di lui senza questo viaggio. Noi abbiamo ora passato la palude infernale. Sta’qui meco sopra questa sponda, e vedi quella schiera d’ombre che vengono in fila verso di noi, e nota bene quello che ciascheduna d’esse ha in mano. Già ci si accostano. Taci fino a tanto che le sieno passate . . . Bene: che ti pare? Plutarco. Io non ho veduto alcuna d’esse, che non ci sia passata dinanzi malinconica: e le portavano tutte in mano come un pezzuolo di carne che m’avea somiglianza di cuore; ma non tutt’i pezzuoli mi parevano d’un colore; e poi non anche ogni ombra portava il suo così aperto e manifesto, ch’io potessi vederlo intero. Ho io veduto bene? Minerva. Sì, non ti sei punto ingannato. Quello che l’ombre aveano nelle mani, è un cuore; e ciascheduna ne viene di qua col suo; nel quale è contenuta la sentenza di tutte le operazioni che avrà fatto su nel mondo. Plutarco. Non intendo. Minerva. Ben sai che non puoi intendere, se non te ne fo la spiegazione. Tu avrai fino a qui creduto, come tutti voi uomini mortali credete, che ciascheduno, il quale si vive nel mondo, abbia un solo cuore, poichè in effetto con gli occhi del capo non potete vederne altro che un solo. Ma gli uomini non sono però così acuti veditori, che possano comprendere ogni cosa. Due sono i cuori che avete nel corpo vostro, e ciascheduno d’essi ha l’uffizio suo separato. Quello che tu hai veduto nelle mani all’ombre che sono passate di qua, è il primo cuore, quell’occulto agli occhi de’più riputati notomisti, sottile, invisibile, e che solo si gonfia e apparisce quando viene in questo mondo sotterraneo dinanzi a’giudici immortali, dinanzi agli occhi che tutto conoscono, a’quali niuna cosa può sfuggire. Questo è quello donde nascono le voglie umane, quello che è l’origine delle vostre operazioni: la quale non si può vedere nè sapere fino a tanto che non sia venuto di qua nelle mani d’Ippocrate stabilito da Radamanto a tagliarlo, e a farne le osservazioni, per renderne conto a’giudici di quaggiù, i quali danno la sentenza secondo quello che dall’incisione apparisce. L’altro cuore anche costassù visibile, oltre agli uffizi ch’egli ha per conservarvi la vita, n’ha uno particolare, a cui pochi fino a qui hanno posto mente; cioè quello di nascondere il primo con mille apparenze, che non lo lascino quasi comprendere neppur con gli occhi intellettuali, nè interpretarlo. Il visibile è quello che fa mostra d’essere il capo di tutte le funzioni; ha certe relazioni con la pelle della faccia, con la lingua, e con tutti i muscoli e nervi del corpo; tanto che dà quel colore che vuole alle guance, e fa a tutte le membra prendere tutti quegli atteggiamenti che a lui piacciono; e sopra tutto è il trovatore di quelle parole che la lingua profferisce per colorire i disegni dell’altro che non si vede mai, e gitta, come si suol dire, il sasso, nascondendo la mano, facendo sempre apparire che l’altro sia il tiratore. Ecco, o Plutarco, la cagione del tuo viaggio: tu dèi essere quaggiù testimonio di veduta, e vedere le incisioni che farà Ippocrate del cuore invisibile di molti, i quali vedrai quanto s’ingegneranno qui ancora di nasconderlo; ma i ferruzzi di quel sapiente gli convincerà di menzogna. Tu ritornerai poscia al mondo, e scriverai libri, ne’quali si vedranno dipinti i costumi di tutti gli uomini; e la tua dottrina avrà principio dagli scoprimenti che avrai in questo luogo veduti. Plutarco. Non solamente, o divina Minerva, io riconoscerò sempre obbligato agl’Iddii pel mio essere e per la mia vita; ma qual gratitudine può uguagliare cotanto benefizio, che per opera loro debba anche il viver mio essere guidato dalla luce d’una Deità, ed acquistarsi qualche onorata fama nel mondo? Andiamo quando e dove ti piace. Minerva. Seguimi. Vedi tu colà che s’avviano i giudici alla volta di quella selvetta; e vedi come dietro a loro vola in aria un nuvolo d’avoltoi, di gufi e di civette? Quegli uccellacci, quando saranno giunti alla selva, si caleranno tutti a piombo, ed attenderanno che si gettino loro per pasto i fracidumi di que’cuori, quando Ippocrate avrà fatto l’uffizio suo. Odi che schiamazzo fanno in aria! che rombo! Plutarco. Qui vanno questi uccellacci a schiere, come su nell’aria del mondo ho veduto andarvi le cornacchie. O Giove! io non credo che tanti se ne vedessero all’assedio di Troia, per mangiarsi que’corpi degli eroi che dice Omero. Poichè sono tanti, abbondante dev’essere la pastura. Minerva. Pensa che un mondaccio quanto lungo e largo ch’egli è, manda continuamente di che pascere tanti ventrigli. Ogni uomo ha il cuore che tu vedrai, e pochi furono sempre quelli ch’abbiano saputo indirizzarlo al bene; onde qui si becca lautamente. Ma noi siamo giunti alla selva. Ecco gli uccellacci che piombano e si posano sopra le piante, ecco i giudici a sedere, ed ecco Ippocrate co’suoi ferri alla mano. Taci, e odi bene, come s’affaticheranno l’ombre per coprire colle ciance il cuore che verrà poscia tagliato e notomizzato. Ippocrate. Avanti, avanti; venite, o ombre uscite de’corpi che aveste nel mondo. Perchè venite voi così adagio? Voi siete pure leggiere, e fuori de’ceppi delle gotte, delle febbri de’fianchi, e di quella vecchiezza che vi facea costassù spesso cotanto indugiare nelle vostre faccende. Perchè venite ora come le testuggini? E poi, che vi giova, che vi veggo tutte venire con la fronte bassa, e pensose? Meditate voi forse qualche bel trovato per nascondere alla perspicacia degli occhi immortali quelle magagne che avete nel mondo occultate? Perchè non portate voi liberamente in mano que’cuori che in questo luogo arrecate? Non c’è più niscondelli, no, qui non c’è più traveggole. Se voi avete dato ad intendere lucciole per lanterne a’vostri congiunti, a’domestici, a’cittadini, a’terrazzani e a’forestieri, qui le lucciole sono lucciole, e non risplendono più di quello che possono. Chi è quel grande colà, il quale mi pare un poco più sicuro in faccia degli altri? Vienne