Cita bibliográfica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero LXXII", en: L’Osservatore veneto, Vol.1\072 (1761-10-10), pp. 298-301, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.457 [consultado el: ].


Nivel 1►

N° LXXII

A dì 10 ottobre 1761.

Cita/Lema► Difficilis, querulus, laudator temporis acti
Se puero, censor, castigatorque minorum
.

Horat., De Art. Poet.

Difficile, borbottone, lodatore del tempo passato,
in cui era fanciullo, censore e accusatore perpetuo dell’età minore. ◀Cita/Lema

Nivel 2► Bella considerazione è quella che si fa sopra gli uomini, più di ogni altra che si possa fare intorno a tutte le cose del mondo; e quanto è a me, non ritrovo che ci sia studio più necessario, nè più utile. La varietà che s’offre in questo argomento, non ha nè fine nè fondo; e quello che mi pare più degno di maraviglia, tengo che sia, che quando s’è detto uomo, o donna, sembra d’aver detto una cosa semplicissima, e che ci sia poco da meditare. Ma quando anche si lasciasse andare l’universale dell’umana generazione, e si volesse attenersi ad un uomo solo, chi potrebbe immaginare cosa più variabile e più strana? È egli mai un momento una cosa sola? Egli è vero che quando hai posto nome ad uno o Simone o Giovanni, si rimarrà sempre quel Simone e quel Giovanni che fu il primo giorno; ma in effetto non sarà tale. Lo stato suo è sempre mutabile: quel Simone di ieri non è più oggi, e quel Giovanni d’oggi non lo sarà domani, quando tu pensi che l’uomo sia veramente l’animo e non il nome. Dico il nome, e non il corpo, perchè anche questo ha le sue mutabilità; e benchè ti paia che un naso, una bocca e due occhi, che pure sono sempre quelli, formino sempre quella medesima faccia, non è vero; e se vuoi vedere che così sia, come ti dico, odimi. Quante volte avrai tu veduto un fanciullo di dieci anni, che non ti sarà poi capitato innanzi fino a’diciotto? E se tu vuoi raffigurarlo, converrà ch’egli ti dica: “Io son quel Matteo, figliuolo di Giammaria, che voi avete veduto putto tant’alto.” – “Oh!” risponderai tu, “io non t’avrei riconosciuto mai: vedi come tu sei venuto! me ne rallegro.” E se tu starai parecchi anni ancora a vederlo, converrà che ti ritocchi la stessa canzone di Matteo e di Giammaria, se vorrai raffigurarlo. Diresti tu forse che a questo modo egli fosse quel medesimo ch’era la prima volta di dodici anni? E forse che negherai di non esserti scambiato tu ancora, e che gli occhi tuoi non ti facciano veder altro da quello che vedevi prima? E se si scambia una faccia, che pure avrà sempre quel naso aquilino, o camuso, o schiacciato che avea il primo dì, e quella bocca o piccola o sperticata, e quegli occhi o neri, o cilestri, o giallognoli che avea quando uscì del ventre della madre sua; perchè non vorrai tu credere che si possano scambiare le voglie, i pensieri e i capricci, che non istanno mai saldi, che hanno dipendenza da tutte le circostanze di fuori, da sangui ora bollenti, ora tiepidi, ora agghiacciati? Dunque vedi s’è lungo studio quello che si fa intorno agli uomini, e se chi vi si mette dentro, può finir mai. Io medesimo quante volte mi sono cambiato! Mi vergogno a dirlo. E se non avessi una certa faccia fredda intagliata che sembra quella medesima sempre, avrei [299] più volte dato indizi della mia intrinseca mutabilità; ma la mia effigie m’ha salvato. Non dico però che la non si sia mutata anche essa; ma nelle sue variazioni ha conservato certi lineamenti d’insensibilità e di freddezza, che l’hanno fatta parere la stessa, più d’altra faccia che si vegga. Nivel 3► Io credo d’aver detto abbastanza per un preambolo, e per apparecchiare la via ad un dialogo, o piuttosto zibaldone di ciance, ch’io, standomi secondo l’usanza mia rincantucciato in una bottega da caffè, udii iersera sopra le maschere. Exemplum► Parecchi vecchiotti stavansi quivi a sedere intorno ad un deschetto, i quali, scordatisi di quello che furono un tempo, incominciarono un ragionamento a modo loro. A uno a uno io udii il nome di tutti, perchè all’entrare di ciascheduno si salutarono a nome; e questo mi gioverà alla chiarezza del dialogo ch’io porrò qui sotto, e che per la sostanza d’esso verrà da me intitolato:

I Desiderii.

Nivel 4► Diálogo► Anselmo. È egli però possibile che ognuno debba vergognarsi di mostrare la faccia, e che un pezzo di cencio coperto con la cera debba far l’effetto de’visi?

Silvestro. Oh! noi siamo a quel medesimo. Anselmo l’ha con le maschere.

Anselmo. Silvestro no; perchè se l’età non l’avesse mezzo azzoppato, lo vedremmo ancora a correre per le vie col zendado in sul capo, e con la signora al fianco.

Silvestro. Io non so quello che io facessi. Ma quanto è a me, mi pare che tu faccia male a farneticare intorno a quello che vuol fare il mondo oggidì: il quale non essendo più quel medesimo ch’era a’nostri giorni, ha scambiato usanze; e volendola egli a modo suo, noi non siamo uomini da ritenerlo, nè da farlo fare al nostro.

Anselmo. S’io non posso far fare a modo mio l’universale, almen che sia fo osservare le mie leggi nella famiglia mia, e non v’ha chi esca un dito degli ordini miei.

Silvestro. E però vedi le lodi che tu n’hai d’ogni parte. Tu non lasci fare a’tuoi figliuoli quello che fa ognuno, e vien detto da tutti che sono ceppi.

Ricciardo. Taci, vecchio rimbambito; io credo bene che a poco a poco tu sarai uno di quelli i quali dicono che la maschera è necessaria in queste viuzze così strette, dove il verno vengono i corpi infilzati da’venti, e che l’hanno ordinata i medici per mantenere la salute . . . ◀Diálogo ◀Nivel 4

L’Osservatore.

Il ragionamento delle maschere durò più di una lunga ora, e poco si conchiuse; se non che i vecchi persuasero Silvestro a dir come loro, e non so in qual forma passarono dalle maschere a favellare intorno [300] a’piaceri degli uomini. Nivel 4► Diálogo► Oh! questi, sì, dicea Silvestro, sono le vere maschere: e io non so cosa che vada più mascherata di questa. Ma io non credo che alcuno di voi abbia notato mai che costoro si mettono una bella maschera dalla parte della collottola, e camminano andando avanti dalla parte che pare dalle calcagna; sicchè con l’aspetto loro simulato e dipinto stimolano i nostri desiderii in forma ch’egli ci pare di non poter vivere, se non gli abbiamo abbrancati. Non sì tosto poi abbiamo posto ad uno di essi il branchino addosso, ch’esso ci volta la vera faccia, la quale ha in sè una noia e un fastidio tale che non ce ne curiamo più; e lasciato andare quello ch’era da noi stato preso, corriamo dietro ad un altro.

Anselmo. Tu hai ragione. E mi ricorda d’aver letto una favola a questo proposito, la quale spiega la tua intenzione, intitolata:

Nivel 5► Fabel►

La Sirena.

Fu già un uomo dabbene, il quale andando a passo a passo sulla riva del mare, s’abbattè a vedere una Sirena. Sa ognuno di voi che il viso delle Sirene ha in sè tanta vaghezza e tal grazia, che non è donna al mondo che si potesse a quelle rassomigliare. E oltre a ciò le cantano con tanta soavità, che la voce loro è piuttosto un’armonia di cielo, che cosa di mondo. Il valentuomo vedendo quella faccia mirabile, e udendo quelle divine canzoni, uscito quasi di sè, non sapea spiccarsi mai dalla riva del mare; e quando era giunta la notte, se n’andava via di là, portandosi nel cuore la sua bella Sirena, e aspettando la luce del giorno per poterla un’altra volta vedere. Tanto andò dietro questa tresca, e tanto fu roso dal suo desiderio, che le guance cominciarono a ingiallare, gli occhi suoi ad incavarsi, non potea più mangiare nè bere, e gli uscivano del cuore profondi sospiri; i quali sendo uditi da Nettuno, gliene venne un dì compassione; sicchè uscito fuori dell’acque, in quel modo appunto che fece nel primo libro di Virgilio, quand’egli volle discacciare la famiglia d’Eolo (che non so come io me ne ricordi; tanto tempo è ch’io fui alla scuola), gli disse: “O tu che con abbondanti lagrime, e con li tuoi mal concepiti desiderii, immagini di non poter vivere se non possiedi questa Sirena, sappi ch’io la ti posso conceder per moglie. Ma prima, acciocchè tu non ne rimanga ingannato, odi il mio consiglio, e prestami fede, ch’io te lo do per compassione della tua presente pazzia. Quella che a te pare la più bella e gentile di tutte le donne, non è però tale qual essa ti sembra. Il corpo suo non è tutto quello che vedi, ma dalla cintola in giù, la si tramuta in un pesce.” – “Sia pure qual essa si voglia,” disse l’innamorato, “e siami pietoso. Dallami, io te ne prego, per moglie, ch’egli non mi pare di poter vedere l’ora ch’io l’abbia nelle mie braccia; altrimenti io mi gitterò in cotesto tuo mare per affogarmi.” – “Poichè così vuoi, sia fatto a modo tuo.” E così detto, Nettuno diede la Sirena all’uomo per moglie, il quale in un cocchio, perchè la non potea camminare, la si condusse a casa, e gli parve di toccare il cielo col dito. La sera le [301] nozze furono belle e grandi. La notte si coricò a letto con esso lei, e la mattina le diede un’occhiata, e incominciò ad aver dispiacere di vederle la coda e le squamme, delle quali non avea fatto prima conto veruno. In pochi giorni tanto gli venne a noia, che la gittò di nuovo nel mare, donde tratta l’avea con tanto desiderio ed amore. ◀Fabel ◀Nivel 5

Diálogo► Anselmo. Ora sì io veggo che noi siamo vecchi, dappoichè rincantucciati in questa bottega c’intratteniamo con le favole. Ma a me pare che questa tua favola abbia molto ben ragione; benchè non mi paia che la falsità stesse tanto nella Sirena, quanto nella testa di colui che la vagheggiava con tale effetto. Credimi; il male sta in noi, che vegliamo le cose diversamente da quelle che le sono in effetto. E quello che mi piace, si è che pare ad ognuno d’avere ragione; e siamo quasi sempre per fare alle pugna in difesa delle nostre opinioni: nè c’è uomo che voglia cedere al compagno, quando si tratta di combattere pel suo pensiero.

Silvestro. E che direste voi, s’io avessi anche la favola mia sopra questo argomento?

Ricciardo. Se’tu l’albero che fruttifica favole? Io non so come tu ti possa ricordare tante baie.

Silvestro. La dirò, o non la dirò? E quest’anche sarà una opinione diversa. Insegnano, o non insegnano le favole?

Ricciardo. Sì, le insegnano. Ti sbrigherai più stasera?

Silvestro. Avendo Giove bevuto un giorno più che l’usato del suo nèttare . . .

Ricciardo. Che diavol è nèttare?

Silvestro. Gli è quella malvagía che tu béi la mattina, o altra cosa simile, che si bevea dagli Dei delle favole nel cielo. Nivel 5► Avendo dunque Giove bevuto più dell’usato un giorno, gli venne voglia di fare un presente agli uomini. E chiamato a sè Momo, gli diede quel che volea in una valigia, e ne lo mandò sulla terra. “Oh!” gridava Momo, quand’egli fu giunto sopra un carro, all’umana generazione; “oh! stirpe veramente fortunata! Ecco che Giove è a voi liberale de’benefizi suoi, apre la sua generosa mano. Venite, accorrete, prendete. Non vi querelate più ch’egli vi facesse la veduta corta. Il suo dono ve ne compensa.” Così detto, scioglie il valigiotto, e sbocca fuori di quello un diluvio d’occhiali. Ecco tutti gli uomini affaccendati a raccogliere; ad ognuno tocca il paio suo, tutti sono contenti, e ringraziano Giove dell’avere acquistato così bello e buon sussidio agli occhi. Ma gli occhiali faceano veder le cose con un’apparenza fallace. Costui vede una cosa turchina, che all’altro sembra gialla; quegli la vede bianca, e un altro nera, sicchè ad ognuno la parea diversa. Ma che? era ciascuno innamorato e invasato del paio suo, e volea che fosse il migliore. ◀Fabel ◀Nivel 5 Fratelli miei, noi siamo gli eredi di coloro, e ci sono capitati quegli occhiali. Chi vede ad un modo e chi ad un altro, e ciascuno vuole aver ragione. ◀Diálogo ◀Nivel 4 ◀Exemplum ◀Nivel 3

L’Osservatore.

Metatextualidad► Io non so, se i vecchi ragionarono più a lungo. Parve a me per un zibaldone d’avere acquistata materia che bastasse, e partitomi di là, scrissi tutto con quell’ordine o disordine che nacque dalla conversazione de’vecchi. ◀Metatextualidad ◀Nivel 2 ◀Nivel 1