L’Osservatore veneto: Numero LXVIII

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N° LXVIII

A dì 26 settembre 1761.

Cita/Lema

O insensata cura de’mortali,
Quanto son difettivi sillogismi,
Quei che ti fanno in basso batter l’ali!
Chi dietro a giura, e chi ad aforismi
Sen giva . . .

Dante, Par., canto XI.

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Relato general

Stavasi un libraio nella bottega sua sedendo dietro al cancello; e dall’un canto s’era posto a sedere un forestiere grassotto, e con una certa ariona di viso rubiconda e lieta, che ben si conosceva non aver lui perduto lungo tempo nello studiare. Querelavasi il libraio della sorte sua, e andava dicendo: Vedi, vita ch’è questa! Io posso dire che la mia condizione non è punto migliore di quella d’una sgualdrinella, d’una cantoniera, obbligata a starsi dalla mattina alla sera al finestrino affacciata, ad uccellare chi passa. Ed ella anche ha più ventura in ciò, che si trovano piuttosto uomini inclinati all’esca delle sue ceremonie, che a’titoli de’miei libri. Appena ho tempo di trangugiare due bocconi in fretta in fretta, che mi convien ritornare a questa maladetta uccellaia, e tenere, con sopportazione, il viso di sotto confitto sopra una panca, attendendo che fra diecimila o più persone che passano di qua, nasca il capriccio nel capo d’una o di due di comperare un libro. E quando ella è calata all’uccellaia, quante parole s’hanno a fare ancora prima di venire ad un accordo! Oh gli è caro! oh! quanti fogli sono? Tanto ch’egli pare ancora che noi altri poveri librai siamo ingordi, avari, e che vogliamo pelare il prossimo. Lasciamo stare i danari che spendiamo nella carta, quelli che vanno allo stampatore e ne’legatori di libri: s’ha pure a pagare il fitto della bottega, il facchino che l’apra e chiuda, le candele che s’ardono ogni sera, che in fine dell’anno sono oltre ad un migliaio, e in più anni tante che non hanno novero. E poi questo corpo condannato a non poter uscire di qua, legato schiavo in catena, non s’ha forse a calcolare per nulla? E pure a pensare il benefizio che noi facciamo agli uomini, non ci dovrebbe esser arte che dovesse avere maggior concorrenza di questa. Non sono forse le nostre scansíe e gli scaffali nostri il tesoro di tutti que’lumi e di quelle cognizioni tutte che guidano le genti pel buio cammino della vita? Non abbondano qui forse tutte le ricreazioni dell’animo e dell’ingegno? . . . Avrebbe detto più oltre l’eloquente libraio, se il forestiere a questo passo non si fosse posto a ridere sgangheratamente. Il mercatante rimase mezzo balordo e mutolo, guardando le grasse risa del forestiere, non sapendo da che procedessero, e non potendo immaginare che un ragionamento di tanta importanza avesse fatto l’effetto d’una facezia. Ma finalmente acchetatosi il forestiere, gli si rivolse il libraio con un atto ammirativo, e gli domandò quello che avesse, in tal forma.

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Diálogo

Libraio. Ho io detto qualche farfallone? Forestiere. Sì, amico mio, e de’più sperticati che mai uscissero di bocca ad uomo che viva. Io non ho mai potuto intendere a che serva l’arte vostra, che voi giudicate essere cotanto utile. Fino a tanto che vi siete querelato della fortuna vostra, io ebbi compassione di voi; ma dappoichè avete esaltato la qualità della mercatanzia vostra, non ho potuto ritenermi dal ridere, come avete veduto. Libraio. Io non so come la S. V. possa ridere de’libri, e perchè gli stimi inutili, essendo essi il nutrimento degl’intelletti, come il pane e l’altre vivande del corpo, e necessari non meno del cibo. Forestiere. Voi avete a credere in questo modo, ed è bene, acciocchè non muoiate disperato dell’aver eletto questo mestiere; ma la cosa sta altrimenti di quello che pensate. Io, quanto è a me, non chiamo vera utilità altro che quella la quale è evidente, e non si potrebbe in veruna forma contrastare. Udite un po’me. Potreste voi affermare che la utilità de’libri fosse vera e manifesta, s’io vi potessi provare che, dappoi in qua che sono libri al mondo, riescono gli uomini ancora que’medesimi ch’erano prima, e forse sono peggiorati? E dall’altro canto, che potreste voi dire, s’io vi mostrassi che un facitore di strumenti da sonare ha un’arte alle mani più vantaggiata della vostra, perchè gli riesce apertamente di fare utile a cui vuole? Libraio. Se mi provate questo, prendo un liuto ad armacollo. Forestiere. Voi dite che i libri beneficano l’intelletto e l’anima dell’uomo, e che hanno quest’oggetto per fine. Vedremo fra poco in qual, modo vi riescano. Il facitore degli strumenti ha per oggetto il beneficare assi, budella d’animali, acciaio, ottone e simili altre cose morte. Prende, per esempio, un pezzo di bossolo, lo fora per lo lungo, gli fa certi forellini in sul corpo misurati qua e colà, gli fa una fessurella in sul becco, per la quale entra il fiato; ed ecco un pezzo di bossolo guidato ad una perfezione, che può dirsi ch’esso abbia acquistata la vita, potendo minuzzare e trinciare l’aria con tal misura da intrattenere gli orecchi de’circostanti con grandissimo diletto. Lo stesso avviene d’un gravicembalo. Pezzuoli di legno diventan tasti, pennuzze si fanno lingue, fili di ferro o d’ottone acquistano voce; e mille cose che prima si sarebbero marcite per le vie, diventano atte a ricevere armonia e dolcezza. Delle budella, che sapete quale immondezza sono, si fanno soavissime corde da suono; sicchè quell’arte giunge squisitamente a quella fine che s’avea proposta, e riesce nel fare quell’utilità, che voleva, a certe cose che non pareano capaci di riceverla. Il che credo che vi sia abbastanza manifesto, senza ch’io più lungamente ragioni. Libraio. Quasi quasi fino a qui mi pare che abbiate ragione. Andate oltre. Forestiere. Ben sapete ch’io anderò. In che volete voi che i libri abbiano fatto utilità agli uomini? O nel vivere più comodamente, o nell’essere meglio accostumati. Nell’una cosa e nell’altra sono a peggior condizione di prima. Dappoi in qua che si sono sparse le scienze e le buone arti, che certo più largamente si sparsero per la venuta, de’libri al mondo, tutte le genti si sono scompartite in due ordini: in quello dei dotti, e nell’altro degl’ignoranti. Ed eccoti nato il dispregio che l’una classe ha per l’altra, ed un’intrinseca nimicizia che prima non era, quando tutti ad un modo viveano nelle dolcissime tenebre dell’ignoranza. Pare a’dotti che coloro che non sanno, errino sempre, e gli tengono per fango, e peggio; all’incontro pare a’non; dotti che i loro avversari vogliano sottilizzare in ogni cosa, e si ridono del fatto loro, e s’ostinano a dire che sono più pazzi che altro. Parvi che con questa continua discordia nell’anime de’viventi si possa aver; quiete nel mondo? Con tutto ciò vorrei aver pazienza, se almeno fosse in altro migliorata la condizione della vita. Spiacemi che, per un’avversione c’ho sempre avuta a’libri, non vi posso ora allegare così appunto i vari tempi e l’età diverse del mondo; ma almeno così in grosso vi potrò dire che con tutti i libri che abbiamo alle mani oggidì, io odo che ci sono le guerre com’erano un tempo, e che s’ammazzano gli uomini come si facea una volta, se non fosse utilità, ch’oggidì pare che s’ammazzino con migliori ordinanze e con più regolata disciplina di prima. Forse i libri che insegnano l’architettura, ci avranno dimostrato il modo d’avere abitazioni migliori. Questa benedetta arte ci ha ammaestrati a mettere tanto in ornamenti, ch’edifichiamo piuttosto per gli occhi di chi passa, che per le persone che hanno ad abitare nelle case: e se venisse un uomo avvezzo a ripararsi dal freddo e dalla pioggia, e non altro, ne’paesi suoi, e vedesse le case nostre, e non gli abitatori, crederebbe che fossero giganti; e, vedendogli per le vie, e non in casa, domanderebbe dove abitano? Dappoi in qua che ci sono libri di medicina, veggonsi forse morire gli uomini più vecchi? Stampansi libri di leggi continuamente, e sempre più sono le faccende ravviluppate e intralciate. Sapete ch’è? che di quelle cose che ci erano più necessarie, abbiamo già avuto dal cielo quella cognizione che basta. Stasera tramonterà il sole; lasciamo andare l’opera, andiamo a coricarci: domani sorgerà; torneremo al lavoro. Verrà la primavera, si semini; la state e l’autunno si raccoglierà; seguirà il verno, pensiamo a ripararci. Queste erano le cognizioni che ci abbisognavano, ci erano necessarie, utili: tutte l’altre ci aggravano il capo, ci fanno storiare senza pro, e poco meno che diventar pazzi. Questi sono i vantaggi de’libri vostri, e tanti altri che non gli dico per brevità intorno al migliorare la condizione della nostra vita. Ma che? Se non hanno beneficato lo stato degli uomini in altro, l’avranno vantaggiato nei costumi e saranno divenuti migliori. Sì, ch’io gli veggo che si baciano e abbracciano l’un l’altro veramente di cuore; chi può, dà un subito ed affettuoso soccorso all’infelice; l’uomo che vive delle fatiche di sue braccia, s’ingegna di fare i lavori suoi senza inganno; e chi gli compera, non si prevale punto della povertà di chi gli ha fatti. Io veggo, dopo la venuta de’libri, regnare in ogni luogo la mansuetudine, la bontà di cuore, la schiettezza, l’amicizia e l’altre felicità della vita. Va ognuno col cuore in mano, senza timore d’essere ingannato, e non inganna mai altrui; e la dovea esser così, poichè tanti hanno esaminato la dottrina de’costumi, e ci hanno con tanta chiarezza fatto intendere che cosa sieno le virtù, le passioni, la ragione, e sì minuzzata questa materia, che chi non è uomo dabbene, suo danno. Libraio. Io credo che voi parliate da motteggio. Forestiere. Da motteggio? Non lo vedete con gli occhi vostri propri, com’è bello, pacifico e mansueto ed onorato il mondo, dappoichè ci sono librai e libri? Libraio. A me non mi par di vedere quello che voi dite. Anzi . . . Forestiere. Che? vorreste voi fare una satira? Basta così. Ho lungamente cianciato. Vendetemi un libro. Libraio. Quale? Forestiere. Io intendo di compensarvi quel tempo che avete perduto. Spenderò otto lire. Datemi quello che volete voi; non mi curo più di questo, che di quello. Libraio. Eccolo. Forestiere. Ecco il danaro. Addio.
L’Osservatore

Metatextualidad

Ho scritto un dialogo, del quale fui testimonio; e non v’aggiunsi, si può dire, parola di mio. Sul fatto parvenu una cosa da motteggio, più che altro; ma facendovi sopra un poco di meditazione, mi parve che il forestiere non avesse il torto affatto. Bello fu che il libraio rimase così pieno di confusione e di pensiero, che volea del tutto tralasciare l’arte sua, ed acconciarsi con un maestro di flauti.

Nivel 3

Relato general

Io lo confortai, e gli dissi: Che importa a voi che i libri giovino, o no? Ad ogni modo, di tempo in tempo ne vendete, e in capo all’anno vi trovate vivo e sano. Non vedete voi che il forestiere n’ha comperato uno anch’egli, dopo d’averli cotanto biasimati? Che fa a voi che l’abbia comperato per civiltà, o per altro, poichè n’ha sborsato il danaro? A un dipresso quanti comperano libri, vengono alla bottega per capriccio. Chi per aver udito a lodare un’opera, chi per concetto ch’egli ha d’uno scrittore, e qual per una cagione, qual per un’altra. I letterati sono pochi, e que’pochi ancora per lo più non abbondano sì di beni di fortuna, che possano spendere in libri largamente. Posatevi nel vostro mestiere, e affidatevi ne’ghiribizzi umani. I comperatori di libri sono in maggior numero che voi non pensate; e i libri s’adoperano a più usi che non credete. Consolatevi. Volle la buona ventura che in quel punto capitassero alla bottega l’una dietro l’altra da sei o sette persone, le quali, facendo l’acquisto di certi libri, poterono più nell’animo suo di tutte le mie consolazioni, e lo lasciai di buona voglia, risoluto di proseguire nel suo mestiere, e di non curarsi altro di gravicembali e di liuti.

Nivel 3

Carta/Carta al director

Metatextualidad

Mio Signore. Non so dove sia andato il pensiero della morale de’villani accennata da voi molti fogli addietro, ne se la vedremo mai più. Anche altre promesse ci furono fatte da voi, che poi non vennero eseguite. Ricordatevi.
Risposta.

Metatextualidad

Tutte quelle promesse che vennero da me fatte in questi fogli, saranno mantenute. I giorni dell’anno sono parecchi e ognuno arreca qualche cosa seco. Voi vedete che ho attenuta la mia parola sempre pel passato, e così farò in avvenire. Non dubitate punto di ciò. Vedrete alla prova che non vi mancherò dell’obbligo mio. Ma non potreste credere quante volte io prenda la penna, disposto di trattare d’una cosa, e non so qual umore mi scambia e vuole ch’io parli d’un’altra. Le secrete polizze che mi pervengono all’improvviso alle mani, sono cagione di tali varietà e pentimenti. Abbiatemi per iscusato e credetemi.