L’Osservatore veneto: Numero LXVI

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Livello 1

N° LXVI

A dì 19 settembre 1761.

Citazione/Motto

Ille solus nescit omnia. Terent.

A lui solo non è noto quello che si fa in casa sua.

Livello 2

Gli occhi e gli orecchi degli uomini a me pare che somigliar si possano alle finestre di una casa, alle quali si affaccia l’anima per vedere le cose del mondo. E costei, ch’è la padrona dell’uomo ed ha tutte le sue masserizie in lui, lascialo per lo più in abbandono, e a guisa di una civetta che uccelli amatori, sta sempre alla finestra ora per adocchiare e ora per udire quello che facciano o che dicano gli altri. De’fatti del prossimo ella è maestra. Domandatele quello che fa il tale o il tale, quello che gli sia avvenuto, quali siano difetti suoi; ella vi tesserà una cronaca con tanta diligenza che voi direte: “Costei è la più dotta e la più erudita anima che vivesse mai. O quante cose ella sa! com’è informata bene!” All’incontro se voi le favellate punto de’fatti suoi, non solo troverete ch’ella n’è ignorante e goffa, ma vi accorgerete a vari segni che la non si cura di aver notizia di quello che le appartiene, e non vi ascolterà volentieri, e talvolta vi dirà cose che mostreranno che voi le fate dispiacere a parlargliene. Almen che sia, dappoich’ella pur vuole starsi alla finestra, mentre che vede i fatti degli altri, in iscambio di farne conserva nella sua memoria per cianciarne, se ne valesse per farne tacitamente specchio a sè medesima e averne scuola per li fatti suoi. Ma che? Non è mai stato possibile. E tuttavia dappoi in qua che ci sono uomini al mondo, sempre è stato alcuno che a guisa di trombetta andò intorno sermoneggiando e dicendo pubblicamente questo difetto ch’ella ha. Chi lo ha detto con libri aperti di morale, chi con finzioni di bestie che parlano, chi con immaginare azioni di uomini in poemi, altri in tragedie e in commedie; dicendo costoro fra sè: “Dappoichè l’anima vuol pur vedere ed udire, vagliamoci di questa sua inclinazione, e rappresentiamole cose le quali col mezzo della maraviglia, del terrore o del riso, la scuotano, la destino, sicchè sia sforzata a fare qualche comparazione fra sè e quello che vede, e non dorma con gli occhi aperti.” In fine io credo che non abbiano giovato punto, perchè la cosa fu presa per finzione ritrovata per dare altrui diletto; e in iscambio di comparare quello che si vedea o si udiva, a sè medesima, la maliziosa anima fece le comparazioni delle cose vedute ed udite con altri, e ne fu quello stesso di prima.

Metatestualità

Un garbato ingegno de’nostri giorni e molto mio amico, il quale forse non crede che la sia così, ha composto ne’passati mesi una commedia ad imitazione de’capricci di Aristofane, e dice che l’ha fatta a fine di ammaestrare il mondo di una cosa di molta importanza. Io non credo ch’egli l’ammaestrerà come si dà ad intendere; tuttavia la novità de’suoi ghiribizzi mi ha invogliato a fare in breve la descrizione della commedia sua intitolata

Livello 3

I Satiri.

Livello 4

Satira

Apresi la scena al buio, ed esce Lavinia di notte con una lanterna in mano, e sola incomincia il suo ragionamento in questo modo: O degna d’odio e di dispregio degna, Razza de’maschi! A che ci vaglion teco
Più le nostre bellezze? A che ci giova
Che le Grazie di Venere compagne
C’insegnino ad ornare ogni nostr’atto,
A girare occhi e a dir dolci parole?
Nulla. Caduto è il nostro nobil regno
E del nostro fiorir passato è il tempo;
Siam desolate. Passeggeri vezzi
Ci fanno i tristi. Di costanza il nome
Fra loro è ignoto, e siam pregiate un’ora.
Ma che fan le compagne? Ah! s’io l’avessi
Qui convocate a ragionar d’un nastro
O d’una cuffia, come sciame d’api
Già sarebber concorse, e s’udirebbe
Il cicalío salir fino alle stelle.
Ma poichè di domar si tratta i maschi,
Perversa stirpe, non ancor si move
Di loro alcuna, e l’assegnato loco
Ancora è solitudine, e diserto . . .
Eccole in fine. Io mi conforto. Sbocca
D’ogni lato la turba. Eccole pronte.
Da tal frequenza buon augurio prendo. Escono in questa seconda scena femmine di ogni condizione, le quali a coro si querelano dell’essere trascurate dai maschi, e narrano la poca attenzione che usano ad esse. In fine, poichè ha taciuto il coro e si sono chetate le querele, Lavinia ripiglia il suo ragionamento. Il tempo vola; ed il cianciare, o figlie, È vento e nulla, ove abbisogna l’opra.
Se lagnarci vogliam, contro a noi stesse
Caggian piuttosto le querele e l’ira;
Che il lasciarci veder poco, chiamammo
Antica rigidezza, uso da fere,
E delle raggrinzate avole usanze.
Se cadesser dall’alto i diamanti
Come la pioggia, e rovesciato l’oro
Dalle nuvole fosse, un picciol pregio
Sarebber tosto diamanti ed oro.
Ma perchè con sudor montagne e greppi
Sviscerar dee, chi vuol averne, prima,
Non è cosa fra noi che più s’apprezzi.
A buono intenditor poche parole.
A’ripari si venga. Io per me credo
Che sola rimediar possa l’assenza.
Lasciam chi non ci cura. Hanno le selve
A noi vicine una non còlta stirpe
Di Satiri idïoti; a cui son care
Le donne; ma allevati fra boscaglie
In zotico costume, hanno di loro
Temenza anche e rispetto; chè le Ninfe
Compagne loro, e delle selve Dee,
Gli hanno al rispetto e alla temenza avvezzi.
Quivi n’andiamo, e regnerem fra loro. Assentono tutte le donne con un altro coro di andare nelle vicine selve, e si partono. Cambiasi la scena, e si veggono i Satiri, i quali ragionano prima di cose pastorali; indi esce fra loro un Satiro, il quale arreca novella che una schiera di femmine vengono a viver fra loro; di che tutta la compagnia si rallegra, e conchiude che si abbia a trattarle con ogni gentilezza, affermando che questa sola le può allettare a starsi fra loro; e uno fra gli altri, che sembra capo di quelli, così favella: Poichè di tanto è a noi benigno il cielo, Che fra noi venga la beata stirpe
Che fa con sua beltà felice il mondo,
Mostriamci degni. Apparecchiamle albergo.
Accosti ognuno alle perite labbra
Le dolci canne che da Pane avemmo.
Di spicciolati fior tutto il terreno
Si copra, e spogliam alberi ed arbusti
Per imbandire semplicette mense.
Sappia ognun che dal ciel sono discese
Queste gentili per far bello il mondo,
E per togliere al cor ogni amarezza.
Io certo son che nascerà fra noi
Fiamma d’amor, e che ne’petti nostri
Scoccheran le saette da’begli occhi.
Ma non temerità perciò si desti
Ne’seni vostri. Sofferenza, fede,
Lungo servire e dimostrar desio
Sien le nostre armi per domar donzelle;
Chè dolci incendi nasceran d’amore,
E un gareggiar di gentilezza, e tanta
Letizia, che farà loro felici,
Felici noi. Saran tosto le selve
Un domestico albergo; e invidia a’boschi
Porteran le cittadì più superbe. Così detto, veggonsi i Satiri in un subito movimento. Quale ponendosi a bocca la dolcissima sampogna fa risonare il luogo con pastorale armonia; altri in canestretti di schietti vinchi intessuti ripongono le spiccate frutte dagli alberi, e spargono altri sopra la terra i coloriti fiori; e molti intrecciando una danza, attendono le donne che da lontano si veggono, precedute da una nuvoletta in aria di color dell’oro, la quale sospendendosi in aria nel mezzo appunto della scena, si apre e n’esce fuori il figliuolo di Venere, il quale canta questa canzonetta: Nascoste in vita sì solinga e cheta, Tosto faran di sè nascer desío.
Rifiorirà vita amorosa e lieta,
E sarà più pregiato il regno mio.
Amiche selve e solitario loco,
In voi ravviverò mio primo foco. Vanno con grandissima umiltà i Satiri dinanzi alle donne, ed offeriscono a quelle ogni loro avere, e sè medesimi per ubbidienti servi. Esse sussiegate gentilmente rispondono, e per modo ringraziano, che nella risposta non si può intendere se accettano o negano; tanto che si potrebbe interpretare l’uno e l’altro. I Satiri, non avvezzi a tal sorta di favellare, confusi, tanto più si affrettano di servirle, e apparecchiano loro alberghi, le festeggiano, usano ogni attenzione verso di loro. Intanto dall’altro lato gli uomini, veduta la partenza delle donne, pare che così al primo non se ne curino; ma essendo in fine certi che non vogliono più ritornare, spediscono messaggi con lettere, spendendo molti danari ed usando molte cautele. Le donne fanno qualche breve risposta in sul grave, e talvolta rimandano i messi senza nulla rispondere. Si muovono gli uomini, e cercano di vederle per ispiegar loro i propri affanni, e di rado riesce loro. Talvolta alcuna di esse si mostra appena, e dice due parole; ond’essi, presa speranza, cominciano con feste, con giuochi, con suoni e altri passatempi a tentar di allettarle. I Satiri mossi a gelosia tentano anche essi dal lato loro d’inventare sollazzi e piacevolezze quanto possono: tanto che le femmine conoscono di signoreggiare, e passano la vita in continua giocondità, riconoscendo tanto bene dalla loro risoluzione. Il fine poi della commedia è la più strana conclusione che vedessi mai, perchè la non pare terminata, benchè la sia in effetto. Stanno salde le femmine nel proposito loro, e gli uomini sembrano disperati; ma studiano il modo di vincerle, e intanto si propone di proseguire ad attestar loro con ogni atto di rispetto la fedeltà e l’amore. Le donne, promettendo, tirano in lungo, e apparisce di nuovo Amore cantando, e dicendo che il regno suo è stabilito, e in quello stato ch’egli avea desiderato gran tempo.

L’Osservatore.

Metatestualità

Tale è la tessitura della commedia da me, con quella maggior brevità che ho potuto, riferita; la quale in verità ha sparsi in diversi luoghi molti bei squarci satirici e degni di quell’intelletto che gli ha composti. E gran danno che questo genere di commedia detto allegorico sia stato abbandonato dagli autori italiani. Un tempo fu le delizie di Atene, e oggidì molti valenti scrittori in Francia ne conservano l’uso ancora. Oltre all’essere una spezie capricciosa che richiede forza d’intelletto e garbo d’invenzione, somministra anche il modo di adoperare senza offesa di alcuno un certo sale satirico che dà la vita al componimento. Io non dico perciò che non sia più pregevole una commedia, nella quale si veggano quasi in uno specchio gli umani costumi; ma in fine in fine senza qualche variazione si corre pericolo di stancare gli ascoltanti, e talvolta è bene scambiare per riuscir più grati. Il mio amico ha voluto tentare, e potrebb’essere che, alle istanze che io gliene ho fatte, deliberasse anche di pubblicare i suoi Satiri. I cori sono sopra tutto frizzanti e garbati; ed egli, come intendente di musica, gli ha anche vestiti di note, e ne ha in una compagnia di amici fatto cantare alcuni che riescono a maraviglia. Quanto al farla rappresentare, riuscirebbe difficile per la molta spesa e per la quantità de’personaggi, i quali sarebbe di necessità che sapessero sonare e cantare. Ma spero, se la pubblicherà mai, che verrà fatta giustizia alla sua invenzione.