Référence bibliographique: Gasparo Gozzi (Éd.): "Numero LII", dans: L’Osservatore veneto, Vol.1\052 (1761-08-01), pp. 216-220, édité dans: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Éd.): Les "Spectators" dans le contexte international. Édition numérique, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.437 [consulté le: ].


Niveau 1►

N° LII

A dì 1° agosto 1761.

Citation/Devise► Carmine qui tragico vilem certavit oh hircum,
Mox etiam agrestes Satyros nudavit; et asper
Incolumi gravitate jocum tentavit. Eo quod
Illecebris erat, et graia novitate morandus
Spectator; functusque sacris, et potus, et exlex
.

Horat., de Art. Poet.

Quel poeta che un tempo avea gareggiato in tra-
gici versi per acquistare il premio vile del
becco, mostrò di poi i satiri nudi, e fece prova
di far ridere altrui conservando la tragica gra-
vita; avendo necessità d’intrattenere, con la
malía e con la novità degli spettacoli, genti
che ritornavano da’sagrifizi, piene di vino, e
che non poteano capire fra limite alcuno. ◀Citation/Devise

Niveau 2► Il mondo è stato sempre quel medesimo ch’è oggidì, dai vestiti in fuori; se pur è vero che anche questi non sieno ritornati più volte quegli stessi che furono un tempo. E se noi avessimo ritratti di uomini da quel dì che si coprirono con le foglie di fico, fino al presente, io credo che in molti secoli troveremmo genti a noi somiglianti anche nel vestire, come lo sono nelle altre cose delle quali ci resta memoria sui libri. Io per me sarò obbligato in vita mia agli scrittori i quali ci hanno lasciata qualche ricordanza de’tempi antichi; e più che a tutti gli altri, a coloro che hanno detta la verità. Benchè paia che gli storici sieno i più puntuali, non è vero. Eglino hanno voluto sempre aggiungere gloria o a’loro paesi, o a qualche personaggio al quale erano bene affetti. E però quando si leggono le cose de’Greci, sembrano maraviglie, non paiono uomini come gli altri: Atene e Sparta sono luoghi mirabili, non mai più stati al mondo. Quando si dice Romani, non si può andar più là, e ti vien voglia di sberrettarti al solo nome per venerazione. Leggi poi Demostene; quegli Ateniesi de’quali si fa tanto romore, erano anch’essi, come tutti gli altri, curiosi, infingardi, spensierati, bestie. Io vorrei avere alle mani qualche storia de’Sabini, de’Sanniti, o di altri popoli nemici de’Romani, per saper bene a fondo che fossero que’popoli raccolti da Romolo, que’facitori di leggi, que’fortissimi combattitori e vincitori dell’universo. Orazio, Tacito e Giovenale a undipresso ce gli dipingono. Il mondo in ogni tempo fu una trista cosa; e se vogliamo compararlo a quello di oggidì, noi siamo più presto migliorati che altro. Ma a poco a poco io mi avveggo che sono entrato in un fondo troppo grande e da non uscirne senza zucca; sicchè ritornerò a quello che volea dir prima, che i capi e gli animi degli uomini [217] furono sempre que’medesimi, ed ebbero sempre le stesse inclinazioni; e però coloro che scrissero al pubblico, se vollero entrargli in grazia, lisi trovarono costretti a cercare novità, invenzioni, e a mescolare un poco di piacevolezza con la utilità, perchè questa è la medicina, e quella la foglia dell’argento che la veste.

Metatextualité► Il parere del comico Ione da me riferito nell’altro foglio, e i versi di Orazio cadutimi in mente a quel proposito, mi si rivolgevano per l’animo giovedì sera verso le quattr’ore di notte in circa, quando coricatomi nel letto e spento il lume, invitava con dolcissime preghiere il sonno, che, vincendo il bollore della stagione, venisse a ristorare l’affannato corpo co’papaveri suoi. Poteva anche dire più in breve, che avea gran voglia di dormire; ma poichè l’ho detto in questo modo, abbia pazienza chi legge, come ho avuto io pazienza a scriverlo; perchè alle volte le cose vengono come vogliono, e lo stampatore fa fretta addosso, onde non si può scambiarle. Sia come si vuole, mi addormentai, e mi apparve quello che dirò qui sotto. ◀Metatextualité

Niveau 3►

Sogno Allegorico.

Niveau 4► Traum► Non so in qual paese io mi ritrovassi, ma vedeami intorno un’infinita calca di popolo trascorrere per le vie e per le piazze con certi visi presi in prestanza, tutti del colore della cera e modellati in una forma; sicchè uomini e donne mi pareano con una faccia sola. Dall’una parte vedea cerchi di genti attente qua al ragionare di un uomo, colà a vari giuochi che si faceano, e da un altro lato ad udire una canzonetta cantata in sulla chitarra; e costà tutte rivolte a prestare gli orecchi ad un saltimbanco, il quale vendea un liquore da far guarire ogni male a dispetto della natura. In un altro luogo stavansi quasi innumerabili uomini e donne a sedere sopra due liste di sedie che lasciavano nel mezzo aperta una via, per la quale passeggiavano in due file, l’una che andava e l’altra che veniva, altre centinaia di persone che guardavano quelle a sedere, mentre che quelle che stavano a sedere, miravano quelle che passeggiavano senza altra faccenda. Udivansi intorno sonare strumenti di varie sorti, voci che andavano al cielo, un romore che assordava. Quando, non so come, io fui traportato in uno spazioso palagio, formato con mirabile architettura, nelle cui sale e camere vedea andare e venire diversi uomini affaccendati con panieri, ceste e fardelli sulle braccia e in capo: ed ecco, che mentre costoro venivano, si aperse una stanza dorata, dentro alla quale mi si scopersero agli occhi sette bellissime donne, ciascheduna vestita in guisa diversa, ma sì malinconiche in viso, che a vederle era una compas-[218]sione. Erano quivi con esse sette uomini spogliati in giubberello, i quali mostravano che attendessero le robe che venivano arrecate; onde non sì tosto veduti ebbero i portatori, che fattigli entrare, qual di loro si avventò ad un paniere e quale ad un altro, e trattone fuori quel che vi era dentro, cominciarono in fretta a vestirsi. Io era maravigliato a vedere prima la tristezza delle donne, e appresso quel nuovo vestimento, quando mi venne accennato con mano da uno di fuori ch’io uscissi; il che avendo io fatto incontanente, il valentuomo, fattomi sedere appresso di sè, incominciò a ragionarmi in tal guisa: Avete voi veduta la profonda tristezza ch’è in quella stanza? è poco tempo che non solo malinconiche, ma con le lacrime agli occhi io vidi quelle sette donne che meste avete vedute al presente. Quella, poichè io credo che voi nol sappiate, è una mascherata. Le sette donne che ivi sono in diversa foggia travestite, immaginarono di voler parere sette Virtù, delle quali saprete il nome fra poco. Sette uomini andavano con esse tutti vestiti ad un modo, e mostrava ognuno di vagheggiare la sua compagna, andando seco, facendole molti atti di cortesia o di amorevolezza. In tal guisa si partirono stamattina da questo palagio, e si credevano in sulla piazza di aver tutto il concorso del popolo intorno; ma non sì tosto furono colà giunti, che l’invenzione fu giudicata strana e di niun proposito, dicendo che la era una mascherata da romiti, e che donne e uomini poteano a quel modo travestirsi in casa; ma che non era da andar fuori per voler fare così tacitamente un sermone al pubblico. I poveri mascherati ebbero di ciò tanta vergogna, che dato la volta indietro, ritornarono a casa di subito, e massime le donne ne rimasero abbattute, come avete veduto. Se non che uno, fra gli uomini, più d’ingegno che gli altri, si avvisò di scambiare oggi la scena; e mandò di subito per non so quai vestiti da travestire i maschi in altra forma, lasciando le femmine come l’erano; e sperano di venirne applauditi. Fra poco dunque voi vedrete . . . Ma zitto, ch’essi già ne vengono. Notate, ch’io vi spiegherò quello che intendono di significare. Buono, per mia fè. Quella prima è Prudenza; e con quella catenella dorata la tien legato a sè un travestito da pazzo, il quale vuole a viva forza che ella non guardi altro che lui, e con quel flauto, ch’egli si pone a bocca, l’invita a ballare una furlana, e vorrà che la balli in sulla piazza. La seconda è Modestia. Ha costei per compagno un Brighella, il quale le fa cenno ch’ella legga una lettera ch’egli ha aperta sul petto. Poichè si sono arrestati ad attendere la compagnia, vediamo che dice quel foglio:

Niveau 5► Abbassare occhi, e tingersi la faccia

Di vermiglio colore, e parlar poco,
Fanciulla mia, son cose all’anticaccia,
Quando si usava far le veglie al foco.
La stima in altro modo or si procaccia;
Le vostre ritrosie son prese a giuoco;
Appena più l’avrebbe una che nasce;
Son cose che si lascian con le fasce. ◀Niveau 5

[219] Questa scritta dovrebbe dar nell’umore. Ma ecco che dietro a lei con quella vestetta candida e succinta ne viene l’Economia, ed ha seco a lato un giocatore, il quale con un mazzo di carte le fa invito a giocare: e seguela la Fedeltà, a cui il suo compagno, ch’è il marito, non viene così da vicino, ma le sta pochi passi lontano, mostrandole che l’abbia annoiato. Ma ora le hanno troppa fretta e scendono le scale, sicchè io non posso dirvi più oltre. Andiamo alla piazza. Ma che posso io dire di più? Egli mi parea che quando fummo quivi giunti, tutte le genti concorressero a vedere le maschere, e che battessero le mani per allegrezza intorno a loro; ◀Traum ◀Niveau 4 Metatextualité► se non che quand’io era più curioso d’intendere quello che dicessero particolarmente, mi risvegliai; e il sogno si rimase mozzo. ◀Metatextualité ◀Niveau 3

L’Osservatore a chi legge.

Metatextualité► Sono passati oggimai sei mesi da che ho cominciati i presenti fogli ed eccomi giunto alla metà del cammino. Egli è di dovere che assicuri della mia obbligazione ogni persona che fino a qui ha letto senza stancarsi; e massime s’ella ha ancora animo d’andar più oltre e di leggere pel corso d’altri sei mesi. Io so bene che ogni cosa non può essere piaciuta, e che ogni grano ha la paglia, e ogni fiore l’erba. E poichè sono caduto in una comparazione campestre, mi par che la non stia male affatto. Perchè in verità quando io considero bene il caso mio, egli mi pare appunto d’esser divenuto un campo, quando io mi veggo a fruttificare tante cose in un anno. Dico tante, e non dico nè buone nè triste, che questo l’ha a dire altri non io. Basta che germogli ogni settimana dal mio capo qualcosa, quello che non fa il terreno che segue le stagioni, e sta parecchi mesi a fruttare, e lo fa una volta l’anno. Adagio. Che adagio? Io so quello che voi volete dire: che il terreno dà una volta l’anno è vero, ma dà sempre cosa buona. Io non lo nego. Ma insieme con l’erbe che granano, quante altre ne nascono infruttuose, spinose, avvelenate e di mal odore. Il mietitore sceglie quello che fa pro, e lascia quello che non ha in sè utilità veruna. E poi quante fatiche s’hanno a durare? Taglia, picchia, spula, vaglia, crivella, qua cade la zizzania, colà caggiono i sassolini, di qua vanno la polvere e il carbone, e prima che il grano resti mondo, è una fatica di molti uomini e di più giorni. In altro modo non si fanno libri. Tocca alla discrezione degli ottimi leggitori a crivellare tutte le superfluità del capo d’uno scrittore. Quasi tutte le cose si possono dire con poche parole: e questa è la prima colpa d’un autore, che non gli pare d’aver mai detto abbastanza, e tocca, ritocca, picchia, ribadisci, a lui pare che ogni cosa sia necessaria, sicchè appena finisce in due facciate quello che avrebbe potuto conchiudere in due linee. Oltre alla sovrabbondanza delle parole c’è quella de’pensieri. Questi sono come le ciriege che a prenderne una e a levarla dalla cesta, se ne appiccano pei manichi dieci o dodici, e ne vengono su con le buone le immature, le intarlate, le guaste. Se non che in questo sono diversi dalle ciriege i pensieri, ch’esse s’intralciano insieme perchè appunto hanno i manichi naturali, [220] e noi facciamo a’pensieri un manico posticcio per appiccargli l’uno all’altro a viva forza. E questo anche fa lungo il favellare. E chi ne vuol vedere la prova, esamini questa lettera, e vegga in qual forma io abbia potuto passare dal ringraziare il pubblico alle ciriege, e troverà che quantunque questo componimento paia una cosa intera, il principio non ha punto che fare con quello che ho detto nel periodo passato. Nè sono però io solo che faccia a questo modo, ma ognuno che scrive. Sicchè spesso sono sforzati gli scrittori a dire: Ma par tornare colà d’onde io avea cominciato . . .; o: Mi verrà perdonata questa mia digressione e ritorno al mio proposito, dal quale si va poi fuori di nuovo per voler di nuovo andar dietro a’pensieri e tirargli a forza nell’argomento di cui si tratta.

Per tornar dunque al proposito mio, dico in breve che sono obbligato a’cortesi leggitori della sofferenza loro. Per gli altri sei mesi procurerò di fare il debito mio con altre invenzioni; e intanto vo’a pensare al principio del terzo volume. ◀Metatextualité ◀Niveau 2 ◀Niveau 1