Citazione bibliografica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero XLIX", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\049 (1761-07-22), pp. NaN-207, edito in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Gli "Spectators" nel contesto internazionale. Edizione digitale, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.434 [consultato il: ].


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N° XLIX

A dì 22 luglio 1761.

Citazione/Motto► Così l’animo mio, che ancor fuggiva,
Si volse indietro a rimirar lo passo
Che non lasciò giammai persona viva.

Dante, Inf., canto I.◀Citazione/Motto

Livello 2► Livello 3► Racconto generale► Passeggiando ne’passati giorni alle radici di un amenissimo colle, il cui dosso era di verdi arboscelli e di erbe minute tutto vestito, mi arrestai al mormorío di un rigagnolo, che cadendo dall’alto, entrava in un canaletto, e quivi scorrendo limpido e puro sopra certi sassolini di vari colori, dava non picciolo diletto agli occhi e agli orecchi. Scostatosi alcun poco dal piè del monte, serpeggiava in giro tanto, che circuendo intorno, ed avviandosi col suo tortuoso camminare ad un altro luogo del colle donde era nato, formava un mezzo cerchio che chiudeva nel seno suo un largo spazio di terreno, di erbe e di fiori coperto. Io era giunto là dove dal colmo dell’arco di esso rivolo si vedea la montagnetta, la quale più che in altro luogo bella e vistosa appariva; imperocchè quivi e verdi ulivi e frondose vigne e varie altre fruttifere piante verdeggiavano, e così un poco addentro fra esse appariva una picciola abitazione, la quale non bianca o rossa, come per lo più esser sogliono tutte le altre, ma di più colori benissimo distribuiti, a vederla da lunge, mi parea che fosse. Fui allora colto da una grandissima voglia di accostarmi ad essa, e di esaminare in qual forma fosse dipinta; ma ritenevami il passo il rigagnolo, che molto ben largo non mi offeriva luogo da poterlo oltrepassare; se non che io vedea sopra la sponda di là due pilastri, fra i quali con due catenelle era sostenuta in aria un’asse; ond’io immaginai chela fosse un ponticello levatoio, e che quivi si concedesse la via di andar oltre. Mentre che io stava guardando quale uomo potessi chiamare, che calasse il ponte o per preghiera o per danari, vidi spiccarsi dalla parte di là uno con lunga barba, e vestito a guisa degli antichi filosofi, il quale venendo alla volta mia piuttosto frettolosamente, e facendomi cenni ch’io lo atten-[204]dessi, giunse al ponte, calò l’asse, e con la mano mi fece cortese invito all’entrare nel suo ricinto. Così feci, e ne lo ringraziai, abbracciando egli me ed io lui amichevolmente. Era egli di statura piuttosto alta, ben impersonato di corpo, di aria gentile, comecchè alquanto fosse incotto dal sole, e mostrava di essere nel cinquantesimo anno dell’età sua, o incirca. Livello 4► Racconto generale► “Chiunque voi vi siate,” incominciò a dire, “vi offero cordialmente questa mia solitudine, dove di rado vengono genti, correndo voce all’intorno che io sia uscito del cervello, e lasciando io volentieri che ciò venga creduto, per liberarmi dagl’importuni. E’fu già un tempo che per vedere questo luogo molti concorrevano in calca, e vedea ogni giorno cocchi e cavalli con altissimo romore di fruste, di cornetti e di campanelli qui convenire da ogni parte; ma udendomi le genti a ragionare per lo più in un modo diverso da quello che si usa, giudicarono finalmente ch’io avessi perduto il cervello, e a poco a poco si allontanarono: ed io l’ebbi caro: gittai a terra un più largo ponte che fatto avea, e lo ridussi a quell’asse che avete veduta, acciocchè di uno per volta e solamente a piedi fosse capace. Qui dentro non abitano altri uomini, che alcuni pochi lavoratori i quali con l’opera loro coltivano quegli ulivi e le altre piante che mi formano non infruttuoso boschetto intorno alla casetta mia, ed io anche talvolta presto loro aiuto con le mie mani. Alcuni pochi libri, un calamaio ed i fogli mi prestano soccorso per non sentire la noia della solitudine; e in tal guisa passando i giorni e buona parte delle notti ancora, sono da forse quattordici anni in qua che mi dimenticai del mondo e di que’rumori, tra i quali negli anni miei giovanili, quando, secondo le genti era saggio, consumai il cervello e quasi la vita.” ◀Racconto generale ◀Livello 4

Mentre ch’egli andava favellando in tal guisa, non solo io mi consolai dell’aver passato il fiumicello, per poter vedere la bellezza naturale di quel luogo più da vicino; ma mi rallegrai molto più dell’essermi abbattuto a conoscere un umorista, il quale con la singolarità de’suoi pensamenti mi avrebbe per qualche tempo intrattenuto. Onde ne lo ringraziai della buona accoglienza che mi facea, lo commendai della risoluzione ch’egli avea presa; ma non seppi tra me però deliberare affatto s’egli fosse veramente pazzo, come dicevano le genti, o saggio, com’egli si credeva di essere. Di che egli quasi si accorse, e con un benigno riso a me rivolgendosi, mi disse: “Io so bene, o forestiere, che il mio favellare vi avrà posto in sospetto del mio cervello; ma saggio o pazzo ch’io mi sia, di ciò assicuratevi che le mie fantasie non sono di uomo nocivo altrui, ma chete, e di una ragione da non poterne temere.” Intanto io mi scusava quasi ridendo, ed egli mi assicurava di nuovo; ma non cessando noi di andare, quantunque si ragionasse, giungemmo finalmente alla casettina, la quale era tutta incrostata di fuori di nicchi marini e di chiocciole e di sassolini tramezzati di vario colore, donde nasceva quella diversità di veduta che non si sapea che fosse. Dai due lati dell’uscio erano in piedi due statue fatte della stessa materia, ma in un modo diverso da tutte le altre.

Metatestualità► Prima ch’io sia avviluppato in altri ragionamenti, descriverò quali fossero. ◀Metatestualità Quella ch’era a destra dell’entrata, avea il petto e tutte le altre parti dinanzi rivolte verso chi entrava, ma il capo piantato per modo che la faccia era dal lato della schiena, o almeno parea che fosse; perchè di qua si vedea la collottola dai capelli coperta, e con l’una delle mani alzava un occhialetto, accostandolosi alla coppa, come se [205] quivi avesse avuto il vedere; ma io non vi scorgeva altri occhi, fuorchè due fori, dai quali usciva un’acqua torbidiccia, che non so come spezzandosi in aria, e appresso qua e colà cadendo, veniva raccolta in diversi vasettini di un colore di ruggine, pieni di forellini, che a poco a poco la lasciavano uscire con tal misura, che sempre erano pieni e spandevano sempre. “Confessovi,” diss’io allora, “che da me solo non saprei giunger mai ad intendere che voglia significare questa fantastica statua, se da voi non mi vien fatta la spiegazione.” – “Oh! non vedete voi quelle parole che sono nel piedistallo descritte,” diss’egli, “con quelle pietruzze nere? Il Pregiudizio! Non vi par egli forse che costui guardi ogni cosa con la collottola? E che si creda di vedere quel che non è e che non vede? Quell’acqua torbida che spilla fuor di que’fori da lui creduti occhi, è quella dottrina e quella pratica ch’egli si forma nel cervello con la combinazione fallace degl’infiniti suoi errori; e que’tanti vasettini rugginosi che la ricevono e la spandono, sono le genti comuni, nelle quali passano gli spropositi, e gli comunicano altrui, sicchè se ne fa una perpetua circuizione e si spandono in ogni luogo.”

“Voi avete ragione,” ripigliai; “e ora, primach’io mi arresti alcun poco, con la buona licenza vostra, a riguardare l’altra statua a sinistra, concedetemi ch’io legga. Ma ch’è ciò? Non ha questa, come l’altra, il suo nome ai piedi?” – “Non lo ha,” diss’egli; “notate la statua.” Era questa tutta composta di chiocciole e pietruzze di tanti colori che formavano un cangiante il quale sfuggiva sì agli occhi, che non era possibile di stabilire qual fosse il color suo principale, imperciocchè bigia, rossigna, nericcia, vermiglia, verdastra, giallognola altrui appariva. “E chi mai,” diss’io, “ha fatto questa statua, la quale non ha in sè cosa che sia stabile? Vedi colorito incerto che ella ha! e non basta, che ora par di vedere ch’ella sia ingrognata, e poco dopo affabile, e appresso furibonda, poi pacifica: io non saprei per quale artifizio la fosse così fatta. Oltre dì che, quale uffizio fa essa? Sgorga dalla bocca sua una grande abbondanza di acqua, la quale da principio fa mostra dì voler beneficare quelle conche e que’bacini che ha intorno a sè, e poi non so come ricade tutta sopra di lei e le rientra pel bellíco, tanto che que’poveri vasi o si trovano sempre asciutti, o con pochissimo umor dentro. Dichiaratemi questo segreto, perchè io vi perderei dentro il capo senza trarne mai una cognizione al mondo.”

“Questa statua,” rispose egli, “che non ha nome, è in effetto l’Ambizione; ma poichè ella, secondo que’desiderii da’quali è tocca, si maschera, e diviene ora una cosa ora un’altra, l’artista non l’ha nominata. I vari suoi colori ed aspetti significano que’diversi personaggi che sono da lei, quasi in ispettacolo scenico, rappresentati, perchè ora fraude e talvolta bravura e tale altra un’altra cosa diventa, secondo che lo stimolo della sua voglia la punge. Quell’acqua ch’ella fa mostra di dare altrui, e che in pro suo si rivolta, è quella cortesia la quale ella usa altrui, che ritorna in suo benefizio; di che, come vedete, poco si saziano le conche che aspettano l’umore da lei. L’una e l’altra di queste due statue si rimangono fuori dell’uscio, quasi per segno che nè pregiudizi volgari nè ambizione debbano intorbidare la mia dimora, nella quale è oggimai tempo ch’entriamo.” La descrizione di tutto quello ch’io dentro vidi, sarebbe una prolissità soverchia. Non vi era cosa che non annunziasse quiete e buon sapore di vita. Vi si vedea uno squisito ordine, una pulitezza in ogni cosa che attraeva a sè l’animo. Molte [206] belle pitture vestivano le muraglie delle sue picciole stanze. Ogni pittura conteneva sotto a sè il midollo di qualche nobile intenzione. Non erano le figure di scorci troppo studiati e stiracchiati dall’arte, ma naturali movenze, e ogni figura atteggiata, come sono uomini e donne vive, se non che erano alquanto più belle Vedendo egli ch’io attentamente mirava quelle nobili imitazioni, mi disse: “Qui ogni cosa è naturale. Io so che per lo più oggidì si dipinge per modo, che tutto quello che si rappresenta dalle tele, sembra piuttosto tratto da que’nuvoloni che volano per l’aria la state, ne’quali si vede e non si vede quello che mostrano: molta luce, molta oscurità, uomini e donne, che sono e non sono. Il mio pittore ha abbellito la vera natura e non altro.”

Così dicendo, entrammo in uno stanzino dov’erano non molti libri; ma, per quanto lessi le polizze che aveano sulla schiena, de’migliori che sieno pubblicati; fra’quali i più erano greci e latini. “Non vi maravigliate,” diss’egli, “se la mia libreria non giunge più là che i quattrocento volumi. Io gli ho voluti leggere dall’un capo all’altro, e non gli ho ancora bene intesi tutti, sicchè mi converrà rileggerne una parte. La vita mia non mi può bastare a leggerne di più; perchè fra il dormire e qualche altra occupazione necessaria, tutti quelli che avessi di più, mi sarebbero superflui: oltre di che, quello ch’è detto in quattrocento libri principali, è detto in tutti gli altri, salvo le parole e qualche poco d’invenzione, che fanno apparire novità in sul vecchio, come i sarti ne’vestiti rifatti.” Io volea prenderne alcuno in mano, ma egli me lo vietò, dicendo: “Queste non sono cose da farle di passaggio, ma con qualche meditazione; e perciò lasciamo per ora stare i libri, ed entrate in un’altra cameretta qui vicina.”

Feci a modo suo, e ritrovai che quivi erano vestite tutte le muraglie di pitture, le quali rappresentavano quei diletti che ministra la villa a’suoi abitatori. Perchè dall’un lato si vedevano uomini arare i terreni, e parea di udire i boattieri con quella loro mattutina e rozza canzone animare sè medesimi e i buoi al lavoro; e colà segatori e mietitori di grani, fra’quali non si era dimenticato il pittore di fare andar loro dietro a passo a passo le villanelle spigolando: e da un altro lato vedevansi i vendemmiatori che carreggiavano le uve, e poco appresso alcuni altri che le pigiavano ne’tini, colle gambe tinte fino alle cosce, e spruzzati il viso e la faccia di quel liquore ch’è letizia e conforto degli uomini, e in breve, quivi erano tutti i simulacri e le apparenze delle cose villerecce. “Io non so quello che a voi paia,” diceva egli, “di questi miei fornimenti. Ma l’intenzion mia è stata quella di far onore ad una setta di genti che con le sue fatiche e co’sudori della sua faccia è sostegno principale di tutti gli altri. Quanti voi qui vedete, sono ritratti al naturale de’miei poveri villanelli, a’quali io ho obbligo del pane ch’io mangio, del vino ch’io beo, e di tutti gli altri agi della mia vita. In un quaderno di alquanti fogli ho registrati i nomi loro, corrispondenti alle figure, quadro per quadro, acciocchè rimangano, per quanto io posso, immortali. Mentre ch’io vivea fra’capricci del mondo, in cui mi sono avvolto per parecchi anni, era questo stanzino ripieno di ritratti di molte belle e vezzose donne, le quali con lo stimolarmi ad assecondare i loro infiniti capricci mi aveano a poco a poco fatto perdere l’intelletto e la roba mia. Io non le ho però mai dispregiate, nè le dispregio; ma i ritratti loro gli ho avviati alla mia famiglia alla città, con un altro quaderno, in cui, senza però dire il nome di alcuna [207] di esse, ho narrato a una a una i [] o caratteri e tutti que’danni che per esse ho patiti, scritti con quanta evidenza ho potuto, perchè rimangano scolpiti nell’animo di chi gli legge, senza incolpare nessuna di loro, ma solamente la mia debolezza. Perchè esse fanno quello che debbono, non potendo in altro modo acquistare nome e signoria fra gli uomini; e il difetto è nostro, che non le vogliamo pregiare per altro, che per la loro grazia e bellezza. Ma sia come si vuole, io ho al presente posto tutto il mio amore a questa povera schiatta di genti che fa come le formiche, non per sè, ma per altrui, e tutto l’anno si affacchina per dar di che vivere al mondo. E non solamente voglio che sieno onoratamente collocate per gratitudine le immagini loro, ma cerco ad ogni mio potere di far loro fare, secondo lo stato loro, buona vita; e aiuto con le doti a maritarsi le figliuole, e fo vezzi a tutti, ricreandogli di tempo in tempo con edizioni e con danze. Questa è la vita mia ora che vengo censurato dal mondo. Io non ho altro che farvi vedere nel mio tugurietto. Se voi volete, io posso, secondo la mia vita rusticale, darvi pranzo, cena e dormire, perchè io, essendomi ritirato dal mondo, non fuggo però di vedere le genti, quando son poche, e di conversare con esse.” Allora ringraziai caramente il filosofo, e lodandolo molto della vita che egli aveva eletta, presi commiato da lui, il quale di nuovo mi ricondusse al ponticello; ◀Racconto generale ◀Livello 3 ◀Livello 2 ◀Livello 1