L’Osservatore veneto: Numero XLVIII

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N° XLVIII

A dì 18 luglio 1761.

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Racconto generale

Trovandomi a questi giorni in una villa, dall’un lato fronteggiata da colli poco lontani, che paiono piuttosto incantesimo, che veduta naturale; e dall’altro aperta in una spaziosa e verde campagna, dove può andar l’occhio alla lunga quanto ha forza, mi sembrava d’essere rinato al mondo. I boschetti qua e colà sparsi da natura, gli artifiziati a uso di varie uccellagioni, tutto m’invitava, occhi, piedi, a mirare ed andare; avrei voluto essere in ogni luogo, e tutta quell’aria ritirare ne’polmoni. Mentre ch’io m’aggirava qua e colà soletto, mi si destò nelle midolle l’antico vizio del verseggiare, e traportato dalla fantasia all’immaginata età dell’oro, sedendo sopra il ciglione d’un fossatello d’acqua che correa, coperto da non so quali cespugli, cominciai in questa forma da me solo a parlare: O selve amiche, o piaggia solitaria, Della mente e del cor pace e tesoro,
In cui l’ombra a vicenda e l’apert’aria
Son della vita naturai ristoro:
Fra voi contento il mio pensier non varia;
Qui vegg’io quale fu l’età dell’oro.
Il viver cheto e i semplici costumi
Erano il latte e il mel d’alberi e fiumi. Colli beati e comodi boschetti, Quanto è felice chi nacque tra voi!
Di qua son lunge sempre ira e sospetti,
Non usa invidia gli aspri denti suoi . . . Mentre ch’io in tal guisa fantasticava, e cercava di legare i miei pensieri nella cadenza delle rime, sentii dietro dì me fra que’cespugli, da’quali era coperto, a ridere sgangheratamente; onde voltatomi di subito indietro, ni’avvidi che quivi era una villanella scalza e mal vestita, la quale avendomi veduto a fare atti e a parlare quivi da me solo, non avea potuto ritenere le risa. Di che ridendo io ancora, feci ch’ella s’assicurasse a ridere più di cuore, comecch’ella per modestia chinasse la testa, e la voltasse da un’altra parte per non lasciarsi vedere; ma io però conosceva al movimento de’fianchi ch’ella smascellava più che mai, e che non potea ritenersi. “Se il cielo,” diss’io, “sia benigno ad ogni vostra volontà, ditemi, o cortese pastorella, di che ridete voi?” Addusse ella prima alla mia domanda, tutta vergognosa in faccia, molte scuse, delle quali non credendone io alcuna, e ribattendole con buone parole, tanto feci ch’ella s’indusse a dirmi la verità, e fu questa: “La Signoria Vostra, o altro, perch’io non so chi ella si sia, o chi voi siate, m’ha fatto ridere, con sopportazione, a fare certi nuovi atti ch’io non ho veduti mai, e a stralunare gli occhi in un modo che tra noi non s’usa; oltre a che io non ho udito ancora uomini a parlare da sè soli così forte, come se fossero in compagnia, nè a ripetere tante volte le parole medesime, come la Vostra Signoria, o voi, avete fatto.” “Se voi sapeste,” ripigliai, “o gentilissima pastorella, di quello di ch’io ragionava, io son certo che voi vi terreste superba dello stato che avete fra questi boschi, e avreste gran compassione del mio, e di tutti coloro che, lasciata questa pacifica solitudine, abitano nelle città grandi. Io so che voi qui siete veramente felici; che i vostri armenti, le pecorelle, gli orti vi danno di che vivere senza pensiero; che il sole, la luna e le stelle, ricchissimi tesori della natura, risplendono veramente per voi. Non è egli forse il vero quanto vi dico?” “Potrebb’essere,” rispose la villanella, “che fosse vero; ma io non intendo bene il vostro parlare, perchè forse voi favellate per lettera, e io non sono avvezza ad udire altre parole, che quelle che ha fatte la bocca così alla naturale. E però non so che vi vogliate dire di superba, di sole, di luna o di tesori: non ch’io non conosca sole e luna; ma voi gli avete mescolati per modo con altre cose, che non so quello ch’essi v’abbiano a fare.” In effetto parvemi allora ch’ella non dicesse male, e considerai fra me medesimo in questo modo: Il cervello mio s’è innalzato poco fa a’pensieri poetici, e m’è rimaso un certo tuono nella lingua che ha della poesia. Costei avrà nome Lucia, Margherita o Nastagia; e a me parea di ragionare con Amarrili, con Cloe, o con Corisca; pure, dappoichè io sono entrato nell’egloga, voglio far conto, per passare il tempo, d’essere un pastore da Teocrito e da Virgilio, e prendermi spasso delle pazzie de’poeti, i quali, descrivendo lo stato pastorale, ne fanno una pittura, che ogni uomo s’invoglia d’andar a pascere le pecore e fare ricotte. Tali furono le mie meditazioni; ma non durarono tanto, quanto sta la penna a scriverle, perchè l’intelletto, come sa ognuno, è veloce e parla a sè, onde tosto s’intende; ma quando esso ha bisogno della lingua o della penna per iscoprirsi ad altrui, dee cercare le parole, come ha fatto al presente. La villanella non s’avvide punto delle mie riflessioni, perchè furono momentanee tanto, che appena ella avea taciuto, ch’io ricominciai a parlare in questa forma: “Prima ch’io vi dica altro, avrei caro d’intendere qual sia il vostro nome. Voi m’avete viso d’avere un de’più bei nomi del mondo.” – “Odi questa,” rispos’ella, “se l’è nuova! che V. S. voglia indovinare i nomi alla faccia, e sapere se son belli o brutti. Il nome mio mi fu posto quando la faccia mìa era appena cominciata, e la mi crebbe poi ch’io avea già il mio nome addosso; sicchè io vorrei pure intendere come voi siate buono strolago. Indovinatelo.” Io ne dissi forse da quindici in su, e non seppi mai cogliere in una Mattea, che finalmente per istracca, e per compassione di vedermi a ghiribizzare, la mi disse ella medesima; il qual nome ora mi gioverà per non interrompere il mìo ragionare con le parole: e io dissi, e ella rispose; ma i due nomi d’Osservatore e di Mattea mi caveranno da tale impaccio.

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Dialogo

Osservatore. Mattea mia, dunque, poichè Mattea siete, io volea dirvi poco fa, quando io non seppi sì favellar chiaro, che voi mi poteste intendere, che grande è la vostra fortuna dell’essere nata in una villa, lontana da’romori delle città, e che una dolcissima vita dev’essere la vostra fra questi campi e queste selve, tra le quali vi godete a vostro piacere or all’ombra e ora al sole la vostra libertà. Voi senza soggezione veruna ve n’andate con pochi panni indosso, senza legarvi il corpo con mille imbrogli, e calcate co’piè nudi e scalzi queste verdi e minute erbette, le quali vi nascono di sotto naturalmente per formarvi un panno naturale, e apparecchiarvi un dilicato cammino. Mattea. Io non so quali carote sieno queste, che voi cercate di darmi ad intendere. Ma sappiate che, se noi andiamo con sì poca roba indosso, egli è perchè non possiamo far altro; e voi dovete anche sapere, benchè abbiate calze e scarpe, quanti sotto a queste maladette erbe sono minuti ciottoli e stecchi, i quali ci frugano le calcagna, mentre che v’andiamo sopra così scalze. L’ombra è una bella cosa la state a chi se la può godere, sedendo senza pensieri sotto gli alberi, come fate ora voi; e il sole anche non è mala cosa, quando vien ritenuto dalle cortine fuori delle finestre, com’io veggo che s’usa nella casa del padrone. Ma se voi aveste a farvi cuocere la pelle, come siamo obbligate a far noi nel più fitto meriggio, quando andiamo a opera, so che direste altrimenti. Osservatore. Sia come voi dite quanto a queste cose; ma non potrete voi però negarmi che non sia una grandissima felicità la vostra a vedere che il terreno vi ministra tutto quello che v’occorre: sicchè dal vostro orticello vi cogliete le tenere insalate con le vostre mani, le viti vi concedono i maturi grappoli, gli alberi le loro dolcissime frutte, e la terra vi biondeggia davanti agli occhi in ricchissime spighe; le quali cose tutte sono bellezze e tesori naturali, che i cittadini non possono avere senza danari, e voi ve gli godete qui tutti senza una spesa al mondo. Mattea. E qui sta appunto il male, che non abbiamo un danaro da spendere. E poi, che credete voi che l’insalate, le frutte e i grani ci nascano così da sè? Questa è una benedizione, che non l’abbiamo altro che nelle ortiche e ne’malvoni, che ci vengono in abbondanza e troppo alti. Ma non c’è asinità, con licenza vostra, nè facchineria, che non facciamo noi altri poveri villani, prima di veder a spuntare un gambo di lattuca. La fatica non istà nel coglierla l’insalata. Io vorrei che voi aveste il diletto dell’apparecchiarle il terreno col badile, del seminarla, del trapiantarla e del rinettarla dall’erbe, che non la lascerebbero attecchire. Voi vedreste allora che i nostri diletti son magri. Ma che mi dite voi di grani e di grappoli? Forse che questi, lasciato stare lo stento di tutto l’anno, sono finalmente nostri? Mi parve che la Mattea l’intendesse più ragionevolmente di quanti poeti hanno esaltato la vita rustica, a’quali basta d’appagare chi gli ascolta con una bella apparenza di pitture; ma poi in fondo non ne sanno quanto una villana che ragiona per isperienza. Con tutto ciò seguitai. Osservatore. Mattea mia, io vi voglio credere che quanto voi dite, sia vero; ma certamente io credo che in questa semplicità di vita sieno almeno più grate certe consolazioni, che nelle città vengono intorbidate da mille affanni. Per esempio, la passione dell’amore qui non dev’essere tra voi mescolata nè coll’ingordigia delle doti, nè con la severità de’padri e delle madri che vi ritengano in casa; dappoichè ritrovandovi a pascolare le pecore, o a lavorare ne’campi, spesso potete ritrovarvi con gli amanti vostri, e conchiudere fra voi medesimi i vostri maritaggi, facendo per elezione quello che nelle città si fa per lo più secondo la scelta de’soprantendenti. Questo non mi potrete negare che non sia diletto. Mattea. Potrebbe essere, se mille cose non vi s’attraversassero. Ma egli è da sapere che quando un giovane e una giovane si sono un tratto adocchiati, e hanno nell’animo loro conchiuso il matrimonio, il quale vien poi approvato da’parenti, e’c’è la briga di provvedere la fanciulla di due o tre camice e del letto, ch’è un’opera la quale dura molti anni, tanto che i poverini si consumano prima che pervenire ad essere marito e moglie. E allora si può dire che la fanciulla abbia perduto quel buon tempo ch’ella avea, se n’ebbe punto. Osservatore. Io avrei creduto il contrario; e pareami ch’ella l’avesse acquistato il buon tempo. Mattea. Oh! sì, voi che pensate alle sole frascheríe, voi altri che non avete altro in capo che un fatto solo. Ma io vi dico che il buon tempo è perduto affatto. Perchè infino a tanto che noi stiamo in casa del padre, ci vengono risparmiati una parte dei lavori, acciocchè, apparendo un pochetto più vistose e manco stentate, ritroviamo più facilmente chi ci voglia. E perciò in quel tempo noi abbiamo un poco più salde le carni, e siamo un poco meno incotte dal sole; aiutandoci noi medesime dal lato nostro col lavarci qualche volta la faccia, o con un fiorellino o due qui nel seno o alle tempie. Ma non sì tosto s’è detto quel benedetto sì che ci ha legate; il giorno dietro delle nozze, la prima gentilezza, avanti che spunti il sole, è piantarci una zappa o una vanga in mano, e condurci con la nuova famiglia a dilombarci in un campo, dove noi altre povere sciocche, per parere d’assai davanti agli occhi de’congiunti, ci disertiamo il codrione a lavorare; e non è passata una settimana, che diventiamo magre, nere come il carbone, e siamo tutte slogate, come una botte ch’abbia perduti i cerchi, e a cui si sieno sfasciate le doghe, le quali si rovesciano da tutti i lati quando abbiamo fatto il primo fanciullo; perchè fra l’allattare, lo sfiatarsi ne’campi di là ad otto dì, il mal governo, e la poca creanza de’mariti, non possiamo mai più rifare le carni, e per aggiunta quel vostro bel sole ci abbrustolisce le cuoia, che diventiam zingare. Osservatore. Siete voi maritata? Voi non siete però distrutta, nè sì nera, come voi dite. Mattea. Addio.
La Mattea se n’andò a’fatti suoi. E io ripetendo nell’animo mio tutto quello che m’avea detto, perdei la voglia del lodare la vita rustica, come avea cominciato.

Metatestualità

Ho scritto questo Dialogo a’miei leggitori, acciocchè conoscano ch’anche da lontano non mi dimentico di loro, e del fare l’ufficio mio. Picciola cosa, lo so, è questa ch’io ho dettata al presente; ma tanti abitatori di campagna mi s’aggirano davanti agli occhi, che non ho potuto fare a meno di non ispendere qualche momento anche intorno a loro, che pure son uomini e donne come tutti gli altri. Sabato scambierò materia e supplirò al debito mio con due fogli.

L’Osservatore alla persona che gli scrisse vari biglietti.

Metatestualità

Non vi lagnate s’io non vi risposi; non ho taciuto per mala volontà. Quando mi pongo a sedere per dettar questi fogli, convien che io segua quello che il capriccio mi detta e che assecondi il ghiribizzo di quel giorno. Abbiate sofferenza e state certo che farò il debito mio. Intanto vi sono buon amico.

Lo stampatore a chi legge.

Metatestualità

Bisogna credere che il signor Osservatore fra le delizie della sua villeggiatura si sia scordato che il prossimo sabato è giorno di festa e non potrà supplire all’impegno che si è preso qui sopra. Certa cosa è che lo farà in altro tempo. Vivi felice.