L’Osservatore veneto: Numero XLVII

Permalink: https://gams.uni-graz.at/o:mws-103-488

Livello 1

N° XLVII

A di 15 luglio 1761.

Osservazione.

Livello 2

Parecchi ho veduti a’miei giorni, i quali, secondo gli accidenti di loro’vita, si cambiarono in altri uomini diversi da quelli ch’erano prima. Certuni ben voluti dalla fortuna erano sì capricciosi e strani, che l’impacciarsi con esso loro era una morte; non si potea far cosa della quale non mostrassero fastidio; e oltre a ciò, un sottilissimo spirar di aria gli facea ammalare; appena poteano star sani mangiando squisitissimi cibi, e aggravavano loro lo stomaco fino agli uccellini arrosto. Cambiatasi la fortuna, gli trovai non solo mansueti e cortesi, ma si mangiavano con grandissima consolazione vivande da struzzoli, che andavano loro tutte in sangue e in carne, sicchè di tristanzuoli e tisicuzzi, che prima erano, camminavano gagliardi in sull’anche, e aveano un viso vermiglio, che pareano la salute. All’incontro alcuni, saliti da una bassa ad un’alta fortuna, fecero il contrario, e divennero bestiali, scortesi e sì pazzi, che non si sapea più per qual verso prendergli a far loro intendere le cose ragionevoli. Ma quello che più mi facea da ridere, si fu che entrando in una vita nuova e fra mille circostanze, nelle quali non aveano dentro consuetudine; facevano cose che non si fanno, e volevano quello che non si vuole, parendo loro impossibile che lo aver danari non basti a far volare gli elefanti. Ragionarono di palagi con architetture che non si potrebbono inventare dalle nuvole, di vestiti con un certo garbo particolare per parere dappiù che gli altri, di fornimenti, di masserizie e di staffieri in un modo vario da tutte le genti; tanto che mostravano di essere impazzati per la buona fortuna. E questo avviene perchè le cose di fuori ci signoreggiano sempre, e dentro di noi non è chi comandi: ma ci lasciamo traportare qua e colà a tutto quello che avviene, come la pula al vento sull’aia. Egli è sempre di giovamento confermare le osservazioni con la storia, perchè venga prestata maggior fede a chi parla.

Metatestualità

Ma le storie antiche sono state allegate tante volte, che a forza di andar fuor di casa sono venute a noia alle persone; e chi tocca certi particolari moderni, vien accusato di malignità; ond’io volendo pur addurre qualche cosa, ed ischifare questi scogli, lascio stare gli esempi vecchi e i nuovi massicci, e mi volgo ad una novelletta, accaduta a due persone di contado, marito e moglie, e fu questa.

Livello 3

Novella.

Livello 4

Racconto generale

Iacopo e la Sandra, non sono ancora passati molti mesi, ch’erano un uomo e una donna di villa come tutti gli altri loro pari. Iacopo, quando egli avea munte non so quali pecore, e fatte due forme di cacio e un sacchettino di ricotta da poter vendere alla città, gli parea di aver tocco il cielo col dito, e stimava venzoldi un tesoro; tanto che ritornando con essi a casa, gli avea stampati nel cervello per tutta la via, e facea i conti suoi sulle dita; e talora traendoli fuori delle tasche, gli noverava da sè a sè così andando, e poi ne gli riponeva, e pensava ad essi di nuovo. La Sandra a un dipresso facea quel medesimo di certi pochi danaruzzi che andava traendo di alquanti suoi polli e delle ova che le fruttavano non so quali galline; tanto che tra marito e moglie, standosi in una casettina che avea più presto aspetto di tana che di altro, traevano con que’guadagni da scodellare una buona minestra ogni dì, e qualche cosetta di vantaggio la festa; e senza punto curarsi di più, viveano in gran contentezza ed amore. Avvenne per caso, che avendo costoro un congiunto, il quale era fattore e avea acquistato in quell’uffizio una buona quantità di quattrini con quella coscienza che potea, questi venne a morte, e non avendo più stretti parenti che lo redassero, Iacopo andò a cogliere quel boccone, e la Sandra, che sua moglie era, ne andò con esso, e si beccarono su parecchie centinaia di zecchini nuovi e interi, che non ne aveano ancora mai veduti in tutto il corso della vita loro. Dicono alcuni, i quali furono quivi presenti, che a Iacopo nel prendere quei sacchetti che chiudevano il tesoro, tremavano le mani, e che parlandogli alcuno, non gli rispondea più al verso; e la Sandra parea che non potesse riavere il fiato, le parole le uscivano mozze della lingua, e si cominciò a notare che, parendole oggimai di essere ingentilita, facea qualche sgarbata riverenza per venire stimata civile; ai quali indizi vi furono alcuni i quali dissero ch’essi andavano scambiando natura. Iacopo e la Sandra, coltasi l’imbeccata, si partirono tosto di là, per essere a casa per tempo, temendo che in sul far della notte qualche ladroncello gli assalisse: il qual pensiero non aveano ancora avuto giammai; e così camminando e ragionando insieme del bell’acquisto che aveano fatto, e lodando l’anima del parente loro, e chiamandolo veramente uomo di buona e santa coscienza, parve alla Sandra che la via le cominciasse a rincrescere. E non ricordandosi più ch’ella soleva spesso, poco prima, andare al mulino parecchie miglia lontano con un sacchetto di molte libbre in capo, ora vôta e scarica, incominciò a querelarsi e a dire: “Marito mio, egli non mi pare di poter vedere quell’ora ch’io sia a casa; io non so quello ch’io abbia oggi, che le ginocchia non mi reggono più, e non so perchè siamo venuti a questo modo a piedi.” Iacopo rispondeva ch’egli era stanco anch’egli; e incominciarono a dire che si avesse da indi in poi a provvedersi di un cavalluccio, e da mantenerlo per andare a’fatti loro. Tra questi ragionamenti giunsero al loro casolare, al cui aspetto, voltasi la Sandra al marito, gli disse: “Io non so, marito mio, se io abbia le traveggole, o se la lunga strada mi abbia sì indebolita la vista, che non vegga più lume bene; ma dappoi in qua che mi sono partita, mi pare’che questa casa siasi impicciolita.” – “Egli è vero,” rispose Iacopo, “e così pare anche a me; ma pure ell’è quella di prima; ma il cielo m’ha fatto tanta grazia, che ad ogni modo usciremo di questa spelonca.” Così dicendo, entrarono, e parea loro di affogarvi dentro. Una buona parte della sera la consumarono a noverare li zecchini, lagnandosi di non avere altro che un lumicino da olio; e finalmente gli riposero in un certo cassonaccio, dove erano insieme zucche, piene di sementi di rape e di cavoli, capecchio, lino e altre bazzecole; e fatto luogo ai danari perchè vi stessero agiatamente, chiusero il coperchio a chiave, provando da due volte in su, s’ella avea data la volta bene, e tentando con mano esso coperchio s’era suggellato e se si crollava punto. Lasciarono per quella notte il lumicino acceso, temendo le ladroncellerie del mondo; e fra il ragionare e il pensare a’quattrini, non chiusero mai occhi. Passò forse una settimana, che sempre stettero fra tali pensieri, bisbigliando sempre insieme e consigliandosi di quello che avessero a fare; ma pur finalmente assuefacendosi un poco alla veduta dell’oro, e avendo fatte assicurare le serrature della cassa e della casa da un fabbro, deliberarono di togliere alquanti zecchini in tasca, e di andare alla città per comperare, Iacopo da farsi una gabbanella, e la Sandra una gamurra, e uscire un tratto del vecchio. E così fecero. Chiuso prima ogni finestrino, e turata ogni fessurella, ne andarono alla città, dove non sì tosto furono giunti, che s’invogliarono di tutto quel che vedevano, e comperavano qua una bagattelluzza, colà un’altra, oltre alla gabbanella e alla gamurra della Sandra, la quale non si sapea stabilire a’colori, e pose sossopra una bottega fino a tanto che la trovò un colore di rosa, e si provvide di certe frange di seta gialle, come se l’avesse avuto a guernire una gualdrappa. Così andando, invogliandosi e comperando, passarono per caso davanti alla bottega di un rivenditore di robe vecchie, il quale, oltre a parecchie masserizie, avea molti quadri da vendere, ne’quali cominciò la Sandra con molto diletto a fissare due occhi spalancati, e maravigliavasi di vedere quelle figure che somigliavano così bene agli uomini e alle donne vive. Iacopo, il quale amava affettuosamente la moglie e cercava in quanto potea di compiacerla, per farle allora una cosa grata all’improvviso, tocco da un nuovo capriccio, si voltò al bottegaio, il quale con diversi suoi garzoni stavasi a veder baloccare que’due nuovi uccelli, e gli disse: “Avreste voi tra queste vostre masserizie un ritratto per mia moglie?” La Sandra arrossì, le battè il cuore, e ringraziò con un ghigno il marito della finezza; ed egli ghignò verso lei, quasi dicesse: Vedi se io so essere gentile! Il bottegaio, a cui scoppiava il cuore per la gran voglia che avea di ridere a così nuova e non più udita domanda, rispose che sì, e ch’egli ne avea uno che parea essa medesima; e dato ordine a’garzoni suoi, essi ne andarono ad un magazzino, e poco stettero che arrecarono fuori una Giuditta bella e giovane, la quale avea dietro a sè una servaccia nera con un sacchetto in mano con dentrovi il capo di Oloferne rinchiuso. “Voi vedete,” disse il bottegaio, “questa giovane è la moglie vostra, che la par dessa.” Al marito, che guardava or la moglie e or la tela, or parea che fosse, ora che non fosse quello che dicea il bottegaio; ma la Sandra, che la vedea bella, diceva che sì, e che l’era tutta lei, e che non le mancava altro che la favella; onde il marito, che pure volea essere cortese, rivoltosi alla moglie, le disse: “Comperando io questa cosa a posta tua, io intendo che tu ti abbia ad appagare liberamente; e poichè a te pare che la ti somigli, io ne farò contratto. Anzi nel vero, che guardando più attentamente, mi pare ch’egli sia vero, e che quella sia la Sandra medesima, non altrimenti che tu. Ma io non so quello che si abbia a fare quell’altra femmina con quel sacco, e perchè la Sandra mia abbia a tenere una spada in mano.” “Questi,” rispose il bottegaio, “sono capricci del pittore. Quella femmina, che voi vedete così nera, è la Tentazione, e in quel sacchetto sono rinchiusi i peccati; e la Sandra vostra, che buona e santa donna mi pare, tiene quella spada in mano, minacciando la Tentazione, che s’ella mai sciogliesse il sacco, le troncherebbe il capo.” – “Oh bella!” esclamò allora la Sandra: “io fo giuro al cielo che cotesto pittore fu indovino, e vorrei vedere io che cotesta Tentazione mi stimolasse a far cosa contra al marito mio.” – “Quanto ne vuoi tu?” disse Iacopo al bottegaio con le lagrime agli occhi per l’allegrezza. E in breve, chiuso il contratto per non so quante lire, si arrecò a casa la Giuditta, e dicea a tutti che l’era la Sandra, la quale combattea contro alla Tentazione. Dicono alcuni maligni che la Sandra fu ben quella prima dell’eredità; ma che dopo, la femminetta nera del quadro si avrebbe a dipingere col sacchetto aperto, e la Sandra con la spada nel fodero. Ma comecchè sia, io non dirò nulla di ciò: bastami che di tempo in tempo si dimenticarono affatto della prima condizione; e come se que’pochi danari che aveano acquistati, fossero stati scienza, nobiltà e ogni cosa, a poco a poco montarono in gran superbia; e volendo in ogni cosa diportarsi a guisa di cittadini, Iacopo e Sandra in breve ritornarono a povertà, e sono oggidì quasi disperati e beffati da ognuno.

Livello 3

Favola.

Livello 4

Fabula

Grandeggiavano in un giardino sopra tutti gli altri fiori i garofani e certe rose incarnatine, e schernivano certe mammolette viole che stavansi sotto all’erba, sicchè a pena erano vedute. “Noi siamo,” dicevano i primi, “di così lieto e vario colore, che ogni uomo e ogni donna, venendo in questo luogo a passeggiare, ci pongono gli occhi addosso, e pare che non sieno mai sazi di rimirarci.” – “E noi,” dicevano le seconde, non solamente siamo ammirate e colte con grandissima affezione dalle giovani, le quali se ne adornano il seno; ma le nostre foglie spicciolate gittano fuori un’acqua che col suo gratissimo odore riempie tutta l’aria d’intorno. Io non so di che si possa vantare la viola, che a pena ha tanta grazia di odore che si senta al fiuto, e non ha colore nè vistoso, nè vivo come il nostro.” – “O nobilissimi fiori,“ rispose la violetta gentile, ognuno ha sua qualità da natura. Voi siete fatti per essere ornamento più manifesto e più mirabile agli occhi delle genti, e io per fornire quest’umile e minuta erbetta che ho qui d’intorno, e per dar grazia e varietà a questo verde che da ogni lato mi circonda. Ogni cosa in natura è buona. Alcuna è più mirabile, ma non perciò le picciole debbono essere disprezzate.”
La morale che si può trarre da questa favola, vorrei che fosse intorno alle virtù. Alcune ve ne ha grandi e nobili, quali sono la magnanimità, la clemenza, e altre sì fatte principali, che sono la maraviglia del mondo e lodate da ciascheduno. Ma queste non si possono sempre esercitare, nè ogni uomo ha opportunità di metterle in opera. All’incontro mansuetudine, umiltà, affabilità le può avere ognuno; e comecchè le non sieno vistose, nè grandi quanto le prime, possono tuttavia essere ornamento della nostra vita cotidiana e comune; e fanno forse più bello il mondo delle altre, perchè entrano quasi in tutte le cose che vengono operate da noi. Le prime sono degne di essere allegate nell’istoria, quest’ultime di essere ben volute da tutti.

Avviso dato dall’Osservatore.

Metatestualità

Io chieggo grazia al pubblico di poter uscire alla campagna per alquanti dì. Sabato non uscirà il foglio come se fosse festa. Nella ventura settimana compenserò co’fogli questa mancanza.