L’Osservatore veneto: Numero XXXIX

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N° XXXIX

A dì 17 giugno 1761.

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Allegoria

quasi tentato di voltar via, mostrando d’aver faccenda, o di non avere inteso, come fanno i personaggi di merito, quando hanno il torto: ma pure facendo buon viso, e volendo quanto potea sostenere la sua opinione, seguiva a garrirla e a dar la colpa alla sua poca vigilanza di tutto quel male ch’era avvenuto. “Io non so,” diceva ella, “quale Iddio chiamare in testimonio della verità, essendomi tu contrario; ma sì ti dico io bene, che volendo tu concedermi quanto io ti dirò, egli mi darebbe l’animo di farti conoscere chiaramente che sono quella vigilante custode che tu non credi.” “E che vorresti tu ch’io facessi?” le disse il figliuolo di Saturno; a cui ella rispose: “Sire, s’egli a te piace di fare sperienza dell’attività mia nel reggere gli uomini, tu me gli hai a consegnare tali sotto il reggimento mio, che non sieno già guasti e corrotti; sicchè la corruttela de’padri, passando nei figliuoli, non faccia ostacolo alla mia antivedenza e alle mie leggi. Ma ciò non è ancora a bastanza: io ti chieggo che colà, dove da te mi sarà questa novella nazione conceduta, non sia giammai lecita l’entrata a Cupido. Cotesto pessimo perturbatore di tutti gli umani e divini statuti, penetrando nel novello popolo, quasi un lievito nel pane, in breve tempo lo mi renderebbe agro e di maligno sapore. Giuri egli per la palude tanto temuta dagl’Iddii, che non entrerà; e io ti prometto una nobilissima sperienza della mia attenzione.” Così affermò Giove; e fatto venire a se l’iniquo fanciullo, gli fece, parte con minacce e parte con le preghiere, far il solenne giuramento. Rideva in suo cuore il ladroncello, e quasi avvedutosi del tratto, mentre che giurava di non entrare, aggirava per la mente in qual forma potesse gabbare il giuramento, Giove, la Ragione, gli uomini quanti erano, e quanti n’aveano a venire in tutto il corso de’secoli. Intanto la Ragione, trovatasi un’isoletta segregata da un lontanissimo mare da tutte l’altre parti del mondo, e quasi tutta incoronata all’intorno da altissimi e dirupati monti, con una bocca sola dalla parte di mare, che facea piuttosto una picciola apertura piena di scogli e massi, che porto o seno da potervisi dentro arrestare, quivi incominciò a fare la sua dimora.

Metatestualità

Il greco manoscritto, donde venne tratta la presente istoria, è d’alquante pagine mancante; onde non si sa qual modo tenesse Giove per mettere nella detta isola uomini nuovi, acciocchè venissero dalla Ragione educati. Ma è da credersi ch’egli v’usasse alcuno di quegli artifizi che si trovano nelle Metamorfosi d’Ovidio, cioè di scambiare o i sassi, o le formiche, o i denti di serpente, o altro in uomini e femmine. Benchè voglio piuttosto credere che gli desse in mano della Ragione fanciulli in fasce, e ch’ella gli facesse poi allattare dalle capre, o da altro animale sì fatto; poichè la storia segue a parlare, ch’erano già pervenuti agli anni quattordici dell’età loro. E a questo punto il manoscritto ritorna intero, e segue la sua narrazione in tal forma:
Erano i novelli popoli, da Ragione governati, pervenuti a quell’età in cui gli uomini e le donne altrove incominciano a valersi del proprio cuore negli uffici della vita, e a divenire ostinati contro le leggi d’essa Ragione. Erano quivi all’incontro ad essa così ubbidienti, che ogni cosa facevano la quale venisse da lei ordinata: anzi non ardivano d’alzarle gli occhi in faccia; perch’ella veramente usando piuttosto il rigore, che la piacevolezza, pensava più al farsi temere, che al farsi amare. Sviluppavansi intanto i giovanetti animi con tanta innocenza, che il fatto loro era una semplicità a vedersi; ma una semplicità tuttavia, nella quale vedeansi i semi di quelle maliziette che sono in tutti gli animi umani fin dal principio della vita loro seminati; perchè l’altissimo Giove volendo fare sperienza della Ragione, glieli avea bensì consegnati innocenti, ma con que’medesimi principii che hanno nel cuore tutti gli abitatori dell’altre nazioni. Vedevasi quivi Corinna sull’orlo d’una chiara fontana specchiarsi dentro la prima volta, e atterrita mirare il suo aspetto in quella; ma a poco a poco avvedutasi che l’era la sua immagine, uscire quasi di sè per l’allegrezza, e fornirsi di fiori per vederlavi nell’acqua più bella. Coglievala in sul fatto Ragione, e di là ne la rimandava con certe sue scuse che non appagavano punto Corinna; la quale comecchè si mostrasse allora ubbidiente, pure di furto, quando potea, ritornava alla fonte a farvi l’ufficio di prima. Più impacciata era la Ragione con Tirsi e Dorinda, i quali voleano star sempre insieme; onde gli ritrovava in semplicissimi ragionamenti qua in un bosco, colà sotto l’ombra d’un albero a sedere, e di là a camminare in compagnia; tanto che non gli potea spiccar l’un dall’altra. E veramente che con essi due un giorno nacque un bello accidente alla Ragione. Avea Tirsi in un boschetto vicino udito a cantare soavemente un rosignuolo; onde postosi in cuore di volere, s’egli potea, farne un presente alla sua Dorinda, che sempre gli si aggirava nel pensiero, di cheto andò fra que’rami d’onde usciva il dolcissimo canto; e non venendogli fatto di cogliere l’uccellino che cantava, il quale aperse l’ali e se n’andò insieme con la compagna sua che si stava nel nido, e spaventata fuggì, rivolse Tirsi gli occhi al nidio in cui stavano i nuovi uccellini tutti di peluria coperti, lo colse, e tutto lieto corse a presentarlo a colei che amava troppo più che il suo cuore senza avvedersene. L’accettò la giovinetta, ed entrambi si diedero a mirare il fine lavoro di quella capannella: e Tirsi narrava in qual modo colta l’avesse. D’un ragionamento nasce un altro; onde avvenne che si cominciò a ragionare de’due uccellini che quindi erano volati. Nacque curiosità nell’animo di Dorinda di voler sapere perchè que’primi avessero potuto fuggire, e questi ultimi fossero nel nido rimasi. Raccontava Tirsi che, standosi in agguato per prendergli, più volte gli avea prima veduti a poco a poco a formare quel nido, che prima vôto era; che di là ad alquanti giorni v’avea dentro ritrovate non so quali pallottoline traenti al bianco, le quali finalmente sparite aveano lasciato luogo a que’novellini abitatori del nido. Struggevasi di voglia Dorinda di sapere più oltre; e non cessava mai dal proferire mille imperchè, i quali ne venivano fioccando l’un dietro all’altro. E perchè que’due uccellini n’andavano così insieme ad edificare il nido? e perchè n’erano uscite quelle uova? e perchè poi dell’uova gli uccellini? Tirsi non sapea più là di quello che avea veduto: ella se ne disperava. Per la qual cosa volendo Tirsi appagar la curiosità di lei, e parte anche la sua propria, le disse: “Dorinda mia, andianne alla Ragione. Ella è la nostra maestra, e per quello che mi pare, note sono a lei tutte le cose: ella ti appagherà di tutti quegl’imperchè, de’quali io non saprei soddisfarti.” Deliberarono d’andare a lei; ma prima l’uno, e l’altro appresso, acciocchè ella non sospettasse che fossero sempre insieme. Ma non ebbero di bisogno d’andarvi, poichè la Ragione, non veduta da loro, gli andava sempre codiando; onde quivi apparita, domandò che fosse quello che Tirsi avea in mano. Tirsi ogni cosa le narrò semplicemente, e venne alle domande degl’imperchè, alle quali Dorinda rizzava gli orecchi per udire le risposte. Ma Ragione, detto loro che quelle erano opere mirabili di natura, quasi sbigottita, aggiunse che non cercassero di quello che loro non importava punto, e che intanto segregati l’uno dall’altro vivessero. Ingrognò Dorinda, e Tirsi non fu meno ingrognato dal lato suo, ed entrambi borbottavano fra’denti, in modo però che gl’intendeva Ragione, ch’essa era soverchiamente rigida; e sopra tutto non si poteano dar pace ch’ella avesse tolto loro il nidio, e peggio, che gli avesse a quel modo disgiunti. Tali erano i caratteri ed i costumi a un dipresso de’popolani dell’isola, quando Cupido, voglioso d’accoccarla alla Ragione, pensò una nuova e non più udita malizia. “Io troverò,” diss’egli fra sè, “modo di non infrangere il giuramento, e tuttavia d’entrare nella a me vietata isoletta. Giurai che non vi sarei entrato da me; ma s’io trovassi modo che gli abitatori di quella mi v’introducessero, non sarebbe questa un’azione da rendere per tutt’i secoli immortale il mio nome, e da sciogliere i legami del giuramento? “Così detto, fattasi apparire dinanzi una barchetta, ed in quella subitamente entrato, s’appiattò dietro ad uno degli scogli vicino alla picciola apritura dalla parte del mare, e quivi si stette aspettando che in sulla spiaggia fossero molti uomini e donne raunati. Indi uscito a spiegate vele, avendo comandato a’venti, a’quali avea molte cose prima promesse, quello che dovessero fare, incominciò il mare a gonfiarsi, e in quella grandissima agitazione e strepito d’acque la barchetta a torcersi ora dall’un lato ora dall’altro, tanto che giunta vicina ad uno scoglio, v’urtò dentro con furia tale, che la ne rimase fracassata e inghiottita dall’acque. Accorsero i popolani a quello spettacolo, arrampicandosi di masso in masso; e giunti allo scoglio dov’era la navicella pericolata, altro non vi trovarono, fuorchè un piccioletto fanciullo di sei anni, tutto molle, quivi sulla rena disteso, il quale, comecchè morto sembrasse, pure avea una grazia nel viso e un’aria di tale gentilezza, che a vederlo era insieme una compassione e una dolcezza. Quivi colto affettuosamente fra le braccia da quelle genti, venne incontanente dinanzi alla Ragione portato, acciocch’ella ordinasse quello che se n’avesse a fare. Erasi l’astutissimo Iddio così bene tramutato che la Ragione, comecchè accortissima fosse, non lo conobbe punto; avendo egli in ciò assecondato la sua natura, la quale conserva anche oggidì fra noi, di mascherarsi cotanto nel principio, che ne rimangono ingannati i più acuti cervelli. Per la qual cosa veduto ella un fanciulletto, il quale non potea nell’isola sua con viziati costumi arrecare alterazione veruna, e mossa a compassione della miseria di lui, fece una bellissima diceria a que’popoli intorno alla misericordia e alla clemenza debita verso gli afflitti, tanto che tutti ne piangevano, e conchiuse ch’egli vi si dovesse accettare, e trattarlo come universale fratello. S’affrettavano tutti a vicenda per confortarlo, ed essendo egli già rinvenuto e diventato così bello nell’aspetto che non parea loro d’aver bene se non si rivolgevano gli occhi a lui, incominciò ad aver libera conversazione co’fanciulli e colle fanciulle dell’isola. Da prima, quando egli udiva certe solenni semplicità, incominciava a ridere così di cuore, che tutti ne rimanevano maravigliati; e facendosi beffe della loro goffaggine, gl’invogliava a voler sapere com’egli la pensasse ora intorno ad una cosa ed ora ad un’altra; sicchè passarono pochi dì, che tutti furono benissimo informati di tutti gl’imperchè domandati da Dorinda intorno al nascimento de’rosignuoli; e tanto gli empiè tutti di malizie in un breve giro di giorni, che sdegnatisi contro alla Ragione, cospirarono contro di lei, e stabilirono di scacciarla dall’isola. Avvedutasi ella, ma tardi, della spensierata accoglienza che fatta avea al suo nemico, e punta sopra tutto dalla vergogna della bella orazione che fatta avea in lode della clemenza, si rivolse di nuovo a Giove, perchè ne facesse una memorabile vendetta con l’acute sue folgori, o collo sprofondare l’isola negli abissi immensi del mare; ma principalmente esclamava contro alla iniquità di Cupido, che scordatosi del giuramento, avea perturbato il suo regno. Risesi l’onnipossente Giove di tante esclamazioni; e chiamati a sè Cupido e la Ragione, con buone parole fece loro comprendere che l’uno e l’altra erano necessari al governo de’popoli, i quali senza il primo riuscivano piuttosto ceppi che uomini, e senza la seconda più presto bestie che altro. Per la qual cosa raccomandato all’uno e all’altra che facessero la pace, e vivessero in concordia, lasciò all’uno e all’altra il reggimento dell’isola; la quale oggidì nelle carte geografiche più non si trova.
L’Osservatore

Metatestualità

Siete voi ora contento? O forse avete voi letto più di quello che avreste voluto? Ho adempiuto l’obbligo mio e mi basta. Da qui in poi non m’usciranno in faccia vostra promesse. Voi siete un uomo risoluto e quasi collerico, e quasi quasi con quella vostra citazione m’avevate mezzo atterrito. Ma sapete che è? Ora mi rivolgo io contro a voi, e vi chiamo anch’io a’tribunali, domandandovi pubblicamente che rileggiate quello che ho scritto con attenzione, non trascorrendo, non dormendo, non isbadigliando. Se voi non cercate di penetrare un poco addentro nel midollo delle allegorie, egli è quel medesimo come se leggeste arabico, o qualche altra scrittura ancora più occulta. Ricordatevi che siete uomo, e come tale avete un’obbligazione dalla quale non potete sfuggire, cioè di far uso del cervello e della meditazione. Io non voglio che andiate più su nè più giù di quello che possa un umano intelletto; ma dall’altro lato non voglio anche all’incontro che nel leggere facciate solamente uso della lingua o degli occhi. Io m’ingegno dal lato mio d’adoperare nello scrivere qualche cosa più che la mano, e però prego voi ancora ad adoperare qualche cosa più che le membra esteriori nel leggere. Fatelo di grazia e sono tutto vostro.