L’Osservatore veneto: Numero XXXV

Permalink: https://gams.uni-graz.at/o:mws-103-475

Nivel 1

N° XXXV

A dì 3 giugno 1761.

Cita/Lema

Credo fortunatum matrimonium et sororis visum.

Tit. Liv., lib. VI.

Stimo che il matrimonio della sorella le paresse fortunato.

Nivel 2

Quando la lingua s’è riscaldata a parlare, massime se l’è una di quelle accostumate ad una perpetua articolazione, non si può arrestarla a quel punto che si vorrebbe; e avviene talvolta che chi favella, non ricordandosi più di quello che s’ha a tacere o a dire, favellerà anche contro a sè medesimo e contro all’onor suo;

Metatextualidad

di che n’ho trovato un esempio, leggendo a questi giorni.

Nivel 3

Ejemplo

Nivel 4

Retrato ajeno

Margherita e Francesca erano due sorelle giovani; ma non d’uguale bellezza, perchè la prima avea capelli biondi, due occhi in capo di falcone, guance incarnate, e un bel portamento di corpo; l’altra all’incontro, oltre all’essere così un pochetto guasta dal vaiuolo, l’avea un certo colore di bossolo, occhi scerpellini, mani lunghissime, zoppicava un pochetto da un piede, e avea altri difettuzzi quanto al corpo; ma quanto all’eloquenza, non v’avea parola nel dizionario che non l’avesse più volte ripetuta in sua vita; e sopra tutte le buone qualità sue amava la sorella di perfetto amore. Erano entrambe le sorelle ricamatrici, e aveano sotto alla scorta loro molte giovani che imparavano a lavorare, e le aiutavano nel loro mestiere, tanto che viveano secondo lo stato loro in grande abbondanza; quantunque vi fossero, come s’usa, certe pessime lingue le quali volevano affermare che di fiorellini ricamati non potesse uscire tanto frutto. Ma come che la si fosse, non potea però alcuno affermar cosa contraria alla loro riputazione, perchè l’erano due sorelle molto dabbene; e se non che vi bazzicavano in casa non so quali giovani, che per cagione dell’andar puliti si faceano lavorare ora una cosa, ora un’altra, non si potea dire una parola che oscurasse la fama loro. Erano le due sorelle sempre insieme, e come accade ne’giorni di festa, lasciato il lavoro, andavano a visitare certe loro amiche, nella cui casa si ragionava di varie cose; e dove la Francesca, che buona rettorica era, cinguettava con tanto calore che appena potea più tacere, per modo che nel ritornarsene di là a casa sua, e tutta la notte ancora, l’avea sempre qualche rimasuglio in corpo di ragionamento, e non s’addormentava fino all’alba, non curandosi punto che la sorella, con cui dormiva, russasse; sicchè anche non ascoltata volea finire ad ogni modo.
Avvenne tra l’altre una domenica, che ritrovandosi esse in una compagnia di femmine e d’uomini, dopo una buona colezione, s’incominciò a ragionare di casi d’amore; e così in ischerzo chi raccontava una novelletta, chi un’altra; ma con sì poco affetto del prossimo, che si scoprivano vari segreti di persone le quali quivi non erano, e si scorticavano fino alle ossa la Giovanna, la Mattea e la Caterina, con quel cuore come se l’avessero esaltate. La Francesca non potendo più star salda, e sentendosi pizzicare la lingua, poichè toccò la volta di favellare a lei, incominciò a dire: Lodato sia il cielo, che nè sopra la Margherita mia, nè sopra di me possono cadere così fatti ragionamenti; e se voi vedete ch’ella ed io andiamo, secondo lo stato nostro di povere figliuole, vestite bene e onoratamente, sa ognuno le fatiche che duriamo e l’una e l’altra a stentare il dì e la notte, che ci caviamo gli occhi. E io non dico di me, che non sono nè bella nè garbata, no, e mi conosco e so quanto vaglio; ma della sorella mia, la quale io non voglio però dire che la sia Venere, ma la non è però l’Orco. Ella ha avuto più innamorati, che non ha capelli in capo; e perchè i giovani de’nostri dì sono sviati e d’un certo costume da non lasciarglisi bazzicare intorno, la non ha voluto mai che le durino a lungo in casa; e quando s’avvide che erano di quella maladetta opinione, la se ne sbrigò di subito, fuggendo gli assedi. Io ve ne darò una prova, che voi vedrete chi ell’è, glielo dico in sulla faccia sua; perchè chi dice la verità, loda il cielo, e non si dee guardar più là quando si loda il cielo. Io non so chi di voi conosca Lampridio, in verità un bel giovane. Ècci alcuno che lo conosca? Il figliuolo di Giampagolo, quel ricco che sta . . . ora basta, egli è un garbato giovane, e quel che più è, ricco, e a cui il padre suo lascia la facoltà di spendere quanto egli vuole. Costui s’era intabaccato della sorella mia; ma ella, ch’io lo debbo pur dire, la quale è una coppa d’oro, a cui non piacciono certi modi che garbano a tante altre fanciulle de’nostri giorni, gli riuscì così ruvida lana, e sì brusca gli fu, ch’egli parte per disperazione, e parte per farle dispetto, incominciò a rivolger il cuor suo ad una certa Caterina, nostra lavoratrice, che ciascheduno di voi dee aver più volte veduta. E perchè quel suo nuovo amore vie più cocesse all’animo di mia sorella, incominciò a fare alla Caterina parecchi presentuzzi, come fanno queste frasche, i quali in verità non valevano però gran cosa a vedergli; ma quello che ci pareva maraviglia, si fu che la fanciulla, a cui io volea un grandissimo bene ed era molto mia amica, incominciò a comparire meglio vestita di prima, e a poco a poco ad avere de’bei pendenti agli orecchi e altri fornimenti; i quali domandandole io, donde le venissero, vedendo ella ch’io gliele domandava in modo che si comprendeva ch’io lo sapea, la cominciò a conferirmi ogni cosa; ed io a tener saldo il segreto; tanto che l’amicizia nostra s’accrebbe il doppio, e io sapeva tutti i fatti di lei, come i miei propri. A poco a poco incominciai a comprendere che la Caterina, la quale solea avere un color di rosa, era divenuta pallida, e spesso sputava, ed era sì di malavoglia, che il fatto suo era una compassione. Quasi dubitai di quello ch’era avvenuto. E cominciando così dalla lunga a dirle alcune parole, tanto feci che la poverina, gittandomisi al collo con le lagrime agli occhi, mi confessò che l’avea l’imbusto di dietro allacciato più largo quattro dita, e che con sommo studio avea allungata la cioppa dinanzi quasi una spanna, acciocchè le coprisse le scarpe. Io gliene feci al primo un gran rabbuffo; ma poi pensando che l’essere caritativa è una virtù grande, le promisi non solamente di tacere, ma, quanto era a me, di mettervi tutta l’opera mia, acciocch’ella uscisse di quell’affanno senza che se n’avvedessero le persone. La prima volta ch’io vidi Lampridio, incominciai da me a me a motteggiarlo, per la necessità ch’io avea ch’egli fosse d’accordo; onde fra poco egli mi si raccomandò, e la faccenda con tutta la segretezza fu rimessa alle mie mani. La Caterina non si potea più spiccar da me un passo. Lampridio avea domandato un certo luogo in campagna, dov’io andava spesso con la povera Caterina, e le dava animo quanto potea; aggiungendovi i molti buoni consigli, perchè si ritraesse dopo dal mondo; ed ella mi diceva che sì; e dolorosamente piangeva, benchè poi non ne facesse nulla; ma la colpa non è mia, che tutto feci per bene. Giunse finalmente il dì. Non fui mai tanto impacciata. Lampridio avea fatto quivi venire una buona femmina; io uscii della stanza; e vi so dire che mi balzava il cuore nel petto, come ad una colomba, sì era piena d’angoscia, di timore e di doglia. Mentre ch’io era quasi svenuta, venne ad avvisarmi la levatrice che mia sorella era fuori di pericolo, e che avea . . . Il furore del favellare fece dimenticare in quel punto alla povera Francesca tutto il suo bell’artifizio, guidato fino allora sotto il nome finto di Caterina; onde l’una e l’altra arrossite, e la novelliera tardi pentita della furia della sua lingua, si partirono di là in fretta, lasciando fra’compagni che aveano udito il ragionamento, la maraviglia ed il riso.

Nivel 3

Carta/Carta al director

Metatextualidad

All’Osservatore Io ho pensato un nuovo modo per allevare un mio figliuolo, e voglio comunicarlo a voi, perchè, se vi pare che l’usanza possa essere di qualche utilità, pubblichiate la mia intenzione.

Nivel 4

Relato general

L’ho mantenuto prima alle scuole tutto quel tempo che m’è parato a proposito, perch’egli facesse quel profitto ch’io desiderava. Ma non crediate già ch’io gli avessi trovati maestri di rettorica, o d’altre arti che insegnino a favellare; le quali a noi uomini di privata condizione non giovano punto; e vengono di rado adoperate, quando non deliberiamo d’essere avvocati, o divenire predicatori. In quello scambio l’ho fatto ammaestrare in varie lingue; tanto ch’egli favella speditamente l’inglese, la francese, la tedesca e la greca, quella però che volgarmente si parla, non quella d’Omero, nè di Platone. Avendomi conceduto la benignità del cielo molte facoltà, gli ho parlato continuamente de’fatti suoi, ma come buon amico, non come rigido padre, e gli ho fatto conoscere che con la diligenza le si possono migliorare; la qual cosa non solo intendo che gli sia d’utilità, ma di passatempo ancora. Gli ho posto nell’animo una gran voglia di vedere pel corso d’alquanti anni il mondo; ma senza ch’egli s’avvedesse punto mai ch’avessi intenzione di mandarlo intorno; e un dì ch’egli mi spiegò palesemente la sua volontà, gli promisi che fra poco gliene avrei data licenza, quando egli avesse promesso a me d’andarsene con quelle intenzioni ch’io avessi voluto. Che non m’avrebbe egli promesso? Figliuol mio, gli diss’io allora, egli è un gran tempo ch’io ho nell’animo mio stabilito di farti uscire del paese, e già ho apprestata ogni cosa a’tuoi viaggi. Ma sappi ch’io intendo che tu tragga da essi quell’utilità che conviene alla nostra condizione. Io veggo alcuni ch’escono di qua, e sembra che vadano altrove per fare i mercatanti di fogge nuove, e altro non riportano dopo qualche anno alle case loro, fuorchè l’arte del sapere qual sia la miglior facitura d’una parrucca, o quella dell’appuntare un cappello piuttosto così che così, o somiglianti bagattelluzze, che sono la dottrina degli artisti. Altri fanno peggio, che ne vengono così pieni dell’usanze altrui, e forse le peggiori, che nelle proprie case hanno in fastidio ogni cosa, e mettono sossopra la famiglia, sicchè nè vivono più bene essi, nè lasciano vivere altrui. E però convien guardarsi, molto bene dall’accettare nell’animo quelle consuetudini che sono grandemente diverse dagli usi della propria patria; perchè tu fai quello che gli altri non fanno, e riesci nuovo, e fai ridere; o non ti puoi tenere dal dir male di quel che fanno gli altri, e caschi in odio all’universale, delle genti. Pensa dunque alle faccende tue, e procura con questa gita di migliorarle. Teco non verrà altro custode, o governatore, fuorchè un buon fattore, molto pratico de’miei negozi e de’miei terreni, al quale io t’ho caldamente raccomandato. Le lingue ch’io t’ho fatto insegnare, ti gioveranno non poco a farti la via in que’paesi a’quali anderai, tanto da mare, quanto da terra. In iscambio di ritornare a casa tua a narrare quello che avrai veduto di campanili, di torri, di muraglie, di fornimenti di case, di giardini, di scherzi d’acque, o d’altre delizie che appartengono a’gran signori, fa’che tu scriva un buon diario, tutto ripieno d’alcuni modi di coltivare le terre, dell’avere i migliori polli, la maggior quantità di vitelli che si possa; come s’abbia a fare una vigna abbondante, a far fruttificare un terreno magro, e altre somiglianti cognizioni, le quali gioveranno a te non solamente; ma se tu ne vieni di qua bene informato, faranno a poco a poco benefizio a tutti, perchè le si allargheranno quando si vedrà che sieno utili, e tu avrai oltre al tuo bene, anche la consolazione d’aver giovato ad altrui. Ne’tuoi bauli t’ho apparecchiato due qualità di vestimenti, gli uni ricchi e nobili, perchè tu possa apparire nelle città, e conversare co’tuoi pari, imparando cortesie e gentilezze dalle persone di senno, perchè queste sono alla vita necessarie; nè voglio che ti dimentichi di fornire l’animo tuo d’onorati costumi; perocchè la prima coltivazione dee cominciare da te. Vi troverai poi altri vestiti, non solo lisci e di piccola spesa ma grossolani ancora, co’quali t’addomesticherai più facilmente fra villani e pastori, i quali, al vedere la ricchezza de’vestiti, sogliono parlare a fatica, e non ti dicono il vero in faccia, sapendo per lo più che dove è argento o oro, si suole voler insegnare e non imparare: onde vanno con rispetto, e per non errare assecondano, e in apparenza cedono sempre al parere de’ben vestiti. Figliuol mio, non isdegnare la compagnia di costoro, i quali con la loro continua pratica, fatta con la vanga, con la zappa e con le braccia, molte cose ti diranno, che ti potranno essere di giovamento. Non isdegnare quel poco d’alito d’aglio e que’loro zotichi modi. Sappi bene le usanze di tutti ne’lavori, e nota con quante differenze s’affaticano ne’diversi terreni, e qual effetto ne nasca. Molte altre cose voglio che tu apprenda, delle quali t’ho in un taccuino fatto la nota, tutte appartenenti al vantaggio tuo e a quello del tuo paese. Fa’secondo quello ch’io ti dico, e ritorna indietro con qual parrucca tu vuoi, ch’io non me ne curo.

Metatextualidad

In questa forma domani manderò al suo viaggio il figliuol mio, accompagnato col fattore; e quando egli ritornerà, fra non molti anni, vi do parola di rendervene minuto conto, e di farvi intendere di qual giovamento gli sarà stata la mia nuova educazione.