Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XXXIII", in: L’Osservatore veneto, Vol.1\033 (1761-05-27), S. 137-141, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.418 [aufgerufen am: ].


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N° XXXIII

A dì 27 maggio 1761.

Zitat/Motto► Nulla unquam respublica nec maior, nec sanctior,
nec bonis exemplis ditior fuit.

Tit. Liv.

Non vi fu mai repubblica maggiore, nè più santa,
nè che più abbondasse in esempi buoni. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► Io vorrei sapere un tratto qual significato abbia il nome di filosofo, e che cosa sia quella che filosofia vien chiamata. A leggere gli antichi, l’è amore di sapienza. Ma cotesta sapienza in qual modo avea ella a ritrovarsi, e dove, per volerle bene? Ognuno di que’gravissimi capi i quali additavano la via altrui, e insegnavano l’abitazione in cui ella dimorava, chi diceva: ella sta in cotesto luogo, chi in cotesto altro; e ad ogni modo non dovettero sapere nè dove abitasse, nè chi la fosse; perchè uno la dipingeva con uno aspetto, un altro dicea che non fosse [138] vero, ma che la faccia sua avea altre fattezze; sicchè a me pare che si beccassero il cervello, e che facendosi torce e lanterne per insegnare altrui la via, rompessero finalmente il collo a se e a chi andava dietro a loro. Di qua avvenne, che col passare de’secoli, gli uomini non avendola mai ritrovata, scambiarono opinione, e la cercarono per vie così strane e così nuove, che si chiamavano filosofi fino coloro che davano ad intendere altrui di signoreggiare all’Inferno e di sapere in qual punto di stella s’avesse a condur fuori un esercito e ad azzuffarsi col nemico. A’dì suoi un certo Guido Bonato, s’acquistò il nome del maggior filosofo di que’tempi con le più strane prove del mondo. Ogni uomo lo richiedeva del suo consiglio, e ricorreva a lui come ad oracolo; ed egli, dando ad intendere d’essere un incantadiavoli, si spacciava d’esser filosofo con questo mezzo. Se mai la filosofia fu occulta, ell’è a’nostri tempi. Ognuno secondo il suo temperamento ed umore chiama filosofia quello ch’egli fa, e non si dà altra briga. Tanto è filosofo uno il quale è collerico e insofferente d’ogni cosa, quanto un altro che sarebbe atto a sofferire che gli fosse mozzato il naso. Il saper ben guidarsi nelle cose d’amore è filosofia, ed è filosofia il guidarsi male. Un uomo il quale lasci andare le faccende sue domestiche come le vanno da sè, è filosofo: un altro che giuochi gli occhi del capo, può essere stimato anch’egli filosofo; e, in breve, non c’è condizion d’uomo veruno, e faccia quello che si voglia, che non si stimi filosofo da sè, o non si chiami talora con questo prelibato nome. Io ho sentito spesso anche qualche femmina ravviluppata in tutte le brighe del mondo che di tempo in tempo diceva: Trista a me se non fossi filosofessa; vi so dire che la filosofia mi giova. Tanto che per quanto io fantastichi, non so stabilire in che sia riposto il vero fondamento di questo nome.

Metatextualität► Tali capricci mi s’aggiravauo (sic.) pel cervello, ora sono poche notti passate, quando addormentatomi tra sì fatti pensieri, m’avvenne quello che racconterò qui sotto. ◀Metatextualität

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Sogno

Traum► Pareami di vedere una femmina non altrimenti fatta, che colei la quale è dagli antichi poeti per la Fortuna descritta. Veniva essa in una navicella tutta dipinta, e così da’venti favorita, che a guisa di saetta fendeva l’acque, attorniandola i marini Dei e le Nereidi che ne veniano con canestretti di coralli e di perle, quante se ne può vedere in un sogno. Costei approdata colà dove io era, e fattomi cenno con mano che seco n’andassi, accompagnò l’atto con sì benigna e graziosa faccia, ch’io senza punto mettere tempo in mezzo, salii sopra un ponticello ch’era stato gittato dal suo legnetto alla riva, e che incontanente dopo il mio salire venne alla navicella ritratto. Mai non fu il mio cuore tocco da tanta allegrezza, a vedere che dovunque il vascelletto passava, fiorivano d’intorno le sponde, cantavano gli uccelletti, e parea che cielo, terra, acqua e aria salutassero la mia condottiera, e le usassero ogni favore. Mentre che uno zeffiro tutto amorevole con uguale e dolcissimo soffio feriva la vela, la mia novella signora fattomi sedere appresso di [139] sè, in tal guisa mi cominciò a favellare: “Io credo che tu alle fattezze mi riconosca; perchè quantunque io non mi sia fino a qui mostrata molto tua amica, tu non hai però cessato giammai di seguirmi e di guardarmi da lontano quanto potevi; tanto che m’avvidi benissimo che la mia immagine ti dev’essere rimasa scolpita dentro. Per la qual cosa lasciando stare di dirti chi io sia, bastiti per al presente il sapere la cagione che a te m’ha fatto venire. Egli è gran tempo che tu farnetichi per intendere qual sia la filosofia, e in che si stia il vero nome di filosofo. In prima voglio che tu sappia, che colà dov’io non sono larga dispensatrice de’miei doni, filosofia non può essere, ma solamente una maschera che a quella somigli. Dappoichè gli uomini dalle necessità della vita continuamente travagliati, comecchè di fuori possano fare buon viso, hanno però dentro al cuore un continuo tarlo che gli rode, e un mortifero veleno che a poco a poco toglie loro il fiato. Io ti potrei provare che Diogene era un ipocrita, Aristippo un adulatore, Aristotile un cortigiano. Ma nè io ho voglia d’erudizioni, nè tu che ti stai quasi tutto il dì e la notte spenzolato sui libri, avresti caro ch’io ora t’empiessi gli orecchi con allegazioni di cose antiche. Il proposito mio è di farti vedere una mia bella e fiorita scuola di filosofia, nella quale i miei discepoli hanno ritrovata quella tranquillità che Minerva non ha mai saputo far a’suoi seguaci ritrovare. E già, mentre ch’io ti parlo, eccoci giunti a riva.” Diceva la mia scorta il vero. Approdò la barchetta. Scendemmo. Metatextualität► Io non so, o lettore, in qual modo o con qual eloquenza ti potrò descrivere il luogo, quale s’appresentò dinanzi agli occhi miei. ◀Metatextualität Vedevasi in faccia un palagio con semplice architettura edificato, di tanta capacità, che potea un gran numero di persone contenere. Lo circondavano da tutti i lati tutte quelle ricchezze che possono offerire i meglio coltivati terreni. Di qua un’amenissima corona di colli verdeggiava di pingui ulivi, di là una spaziosa pianura dava certissima speranza di biade; ed un terreno vedevasi tutto di vigne vestito da un’altra parte; e da un’altra, quanto potea giungere l’occhio, scorgevansi prati coperti di minuta erba, qua e colà rósa da infiniti branchi di pecorelle. Al rifiatare entrava per le canne un’aria piena di tanta salute, che se ne rifaceva il corpo in un momento. Gli occhi erano legati da un dolce incantesimo; l’animo era in essi. “Vedi tu,” diceva ella? “Queste sono le facoltà delle quali ho i miei discepoli provveduti. Sappi però, che quando io ti dico miei discepoli, questo è da scherzo. Lascio l’onore dell’elezione a loro. Eglino furono che scelsero questa pacifica vita; e arricchiti da me con tutti questi preziosi beni che tu vedi qui intorno, non pensarono a disperdere i benefizi miei con la furia delle passioni, ma di farne quell’uso che sia di grandissimo pro a loro, e in grati uffizi d’ospitalità impiegarli. Vieni, e vedrai in qual forma passano la vita loro, e quale accoglienza facciano a coloro che qua ne vengono.” Così detto, accostasi all’uscio, e seco mi conduce al suo fianco. Non vi fu chi con mal viso s’appresentasse. Vedeasi l’ilarità in tutti gli aspetti, e in tutti di fuori appariva l’interna contentezza del veder genti, dell’accoglierle, del vezzeggiarle.

Feci la prima sperienza de’molti agi di quell’immenso palagio nelle [140] scale; perchè laddove, a salire altrove, io avea provato sempre un certo affanno nel casso, e uno scapito nelle ginocchia, per la soverchia altezza de’gradini, quivi all’incontro non mi parea d’andare all’erta; perchè con sì studiata misura furono dall’artefice tagliati e posti, che poco più vi si alza il piede a montare, che a movere il passo altrove sul piano. Quando fummo su, non vi fu altra ceremonia; tanto che la casa de’filosofi mi parea mio proprio albergo; e potea andare e venire a mio beneplacito, o ragionare di quello che avessi voluto. In tutte le camere vedeansi libri d’ogni qualità e ragione. Nè mi ricorda mai d’avere in altro luogo veduto tale abbondanza d’antichi e moderni scrittori, quanto quivi in una nobilissima stanza raccolti. I ragionamenti erano quali si convenivano a dottissimi uomini, e in ogni argomento si dimostravano periti nelle buone dottrine. Ma non crediate però che sdegnassero di tempo in tempo di favellare ancora di cose della villa, e appartenenti alla coltivazione della terra, dalle cui viscere traevano il modo di potere agiatamente vivere, ed usare la loro cordialità con altrui. Ogni segreto sapeano intorno alle lanute pecorelle, al pigiare dell’uve, nè v’era masserizia che non l’intendessero a fondo; tanto ch’io mi maravigliava grandemente nell’udire uomini fra gli studi accostumati penetrare con tale accorgimento ne’più segreti misteri di quella cotanto utile disciplina. Urtavami col gomito la mia condottiera, e talora mi domandava all’orecchio di quello che a me ne sembrasse. Io le rispondeva alzando le ciglia, quasi le volessi dire: “Oh! vera scuola di filosofia ch’è questa! oh! intelligenza non fallace, non guidata dalle astrazioni e da cose aeree, le quali applicate all’umano vivere nulla giovano! Non è qui la tranquillità e la pace? Non si può, quando altri il voglia, sfogare il capriccio de’libri, e poi all’utilità rivolgere l’intendimento? Siccome l’avere sempre l’animo rivolto a quest’ultima atterra l’ingegno e sì l’avvillisce, che più non può a nulla nè di grande nè di nobile sollevarsi; così standosi esso avviluppato nelle continue lezioni e considerazioni incorporee, suol essere finalmente inutile a sè medesimo e ad altrui, per essere andato troppo alto.” Tutte queste cose voleva io significare nel guardar la mia scorta; ed ella intendeva benissimo tutt’i miei occulti pensieri. Mentre che con queste mutole significazioni s’esprimevano i nostri sentimenti, io andava inoltre osservando con quanto avvedimento in ogni luogo erano adattate fino le pitture, le quali richiamavano alla mente l’ufficio che in esso luogo si facea. Nelle stanze assegnate al dormire, vedevasi qua Morfeo con la tacita compagnia de’suoi sogni; colà i villanelli, stanchi per li diurni lavori, sui tagliati manipoli delle biade dormire. Aristotili e Piatoni con lunghe barbe leggevano, e Archimedi col compasso in mano erano figurati colà, dove s’avea ad attendere alle dottrine. Parvemi finalmente ch’io fossi invitato a pranzo, e ch’io mi mettessi a sedere ad una mensa di finissimi lini coperta, da splendidi cristalli attorniata, pieni di squisiti vini, e da molti bicchieri che sopra ricche coppe attendevano il cenno de’convitati, perchè i destri e bene avvezzi servi ad una semplice occhiata dentro il vino versassero. Molte erano le vivande, e tutte sì dilicate che la mano era sempre in sospetto qual d’esse avea a preferire. I gravi ragionamenti furono quindi tutti sbanditi, ma non [141] la modestia; fioriva la ricreazione in graziosi detti, i quali l’uno all’altro s’appiccavano, vivaci, repentini, vicendevoli, ma non mordaci, nè maligni. Ogni cosa spirava giocondità. Coperte erano le mura da tele che rappresentavano, come altrove, cose appartenenti al fornire la mensa. Vedeasi dall’un lato una torma di pastorelli dipinti, ch’entrando in un cortile arrecavano agnellini, cavretti, polli; villanelle con cestelline d’uova, con canestrini di frutte. Da un altro queste robe ricolte vedeansi essere riposte con sollecitudine e separate nei luoghi dove aveano a stare. Poco più là si vedeano fanti e fantesche sgozzare, scorticare, pelare; e in un’altra tela pestare in mortai le salse, negli schidioni infilzare, fuoco accendere, caldaie e paiuoli bollire. In un’altra apprestavansi mense: chi ne’canestretti arrecava pane, chi allogava risciacquati bicchieri; di là si spillavano botticelli e prendevansi fiaschetti; e infine nell’ultima tela appariva una bella corona di genti, la quale sedeva alla mensa tutta lieta, e a un dipresso somigliante alla nostra; la quale potea vedere le sue attitudini nel quadro rappresentate. “Pro alla filosofia,” dicea la mia guida, e bevea; ed io: “Pro pure,” dicea, e alzava il gombito, versandomi nel seno un liquore che mi ristorava tutte le vene. ◀Traum ◀Ebene 3 Ma chi s’ha a fidare de’sogni? Io non so in qual modo, ogni cosa mi sparve dinanzi, nè altro mi rimase, svegliandomi, fuor che il frutto dell’aver conosciuto qual sia la dottrina degli uomini dabbene e de’veri filosofi. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1